“Ricostruire”

di Manuela Palermi

pdci bandiere simboloIntervento al Comitato Centrale PdCI del 9-10 marzo

La centralità per me è ricostruire il Pdci. “Ricostruire”, perché dopo tre sconfitte consecutive, dopo aver passato cinque anni fuori dal Parlamento, il partito s’è appannato, s’è come ripiegato in se stesso, ha limitato la sua iniziativa politica in attesa di un qualche evento che dipendeva sempre dagli altri. “Ricostruire”, perché il partito comunista unico, parola d’ordine lanciata al nostro congresso di Salsomaggiore, non ha avuto risultati, pur in presenza di una straordinaria manifestazione, quella dell’11 ottobre 2009, in cui una sterminata piazza di comunisti che ricomponeva una diaspora lunga anni (comunisti del Pdci, del Prc e di nessun partito) la invocava a gran voce. Cos’è successo per cui quell’obiettivo non s’è realizzato? Perché quella manifestazione non ha avuto seguito? E’ una domanda a cui rispondere per correggere analisi e comportamenti, o quantomeno per individuarne altri più efficaci.

La “ricostruzione” si fa con un congresso. Un congresso vero, riflettuto, che coinvolga le sezioni, le federazioni, i regionali, i simpatizzanti, le forze democratiche e sindacali presenti nel territorio, e da indire in tempi brevi. Non conosco altri percorsi che possano restituire slancio al partito e sono convinta che indugiare in questa scelta creerebbe confusione e sconforto tra i nostri iscritti e simpatizzanti.

Il segretario e la segreteria (me compresa, ovviamente) sono dimissionari essendosi giustamente assunti la responsabilità di incertezze, sbandamenti ed anche errori. Dico per onestà, soprattutto nei confronti del compagno Diliberto, che non c’è stata scelta che non fosse condivisa dagli organismi dirigenti. Ma le dimissioni sono un atto politico obbligato. E’ quindi necessario individuare un organismo sostitutivo che possa guidare il percorso congressuale del partito. Ho pensato che una proposta – ne ho parlato con Diliberto – potrebbe essere quella del coordinamento dei segretari regionali, che darebbe anche il senso di una ricostruzione che si basa sulla priorità del territorio, dei nostri militanti di base. Sarà il Comitato Centrale a decidere se questa può essere una proposta percorribile.

L’obiettivo centrale dovrà essere quello dell’individuazione di una strategia di fondo, non oscurata da tatticismi e convenienze momentanee, che renda forte e saldo il pensiero del partito e dei suoi militanti e costituisca un’attrattiva per chi, comunista, è oggi senza partito. La situazione del Paese, l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, la distruzione dei diritti sociali, civili e del lavoro, la desertificazione industriale, l’austerity europea che toglie sovranità ai popoli e li condanna alla povertà e alle diseguaglianze, ci offrono tutte le occasioni per individuare e praticare tale strategia.

Negli ultimi tempi il partito è stato percorso da oscillazioni politiche che diventavano più acute ed evidenti allorquando si affrontava la politica delle alleanze. Non è un caso. Quando le tue idee sono salde e forti, non hai paura a confrontarle con gli altri. E’ quando esse sono deboli che ti rifugi nell’autosufficienza, nel settarismo o, al contrario, cadi nella cedevolezza.

Per un po’ ho fatto fatica a capire. Considero la politica delle alleanze necessaria, tanto più in presenza dell’attuale legge elettorale. Ma essa è possibile solo quando si ha un’autonomia politica ed organizzativa forte che non teme il confronto con le altre realtà politiche: penso ad un partito non massimalista né estremista, che faccia del lavoro la centralità della sua iniziativa; un partito comunista che sappia parlare anche ai democratici ed ai progressisti per determinare nel Paese condizioni più favorevoli ai lavoratori, ai pensionati, ai ceti più poveri ed a quelli emarginati.

La difficoltà del Pdci a costruire relazioni politiche dipende a mio avviso da una sua intrinseca debolezza. Le predica, ma non le coltiva. E capita che ne sia costretto quando si arriva alle elezioni. E’ successo con l’Arcobaleno, con la Fds e oggi con Rivoluzione Civile, cartelli elettorali finiti il giorno dopo le elezioni. Io sono convinta che, anche in presenza di sconfitte, le relazioni politiche vadano mantenute, che si debba lavorare per rafforzarle e farle crescere, perché le nostre idee politiche acquistino spazio ed egemonia. Se avessimo perseguito con coerenza questo obiettivo, avremmo scontato meno l’isolamento politico in cui ci troviamo. Avremmo potuto mantenere rapporti con Sel, con Idv, con Verdi, con Prc e forse il panorama politico oggi sarebbe diverso. O quantomeno potremmo dire di aver provato a renderlo diverso. Ed avvertiremmo meno la nostra ininfluenza.

Questa difficoltà nella politica delle alleanze ha assunto aspetti gravi nel rapporto col Pd. La mancanza di una rete di relazioni politiche non ci ha reso più forti, ma subalterni ed in alcuni casi appiattiti. Penso alla manifestazione del 12 maggio, considerata da alcuni compagni un intralcio al rapporto col Pd. E la stessa cosa è avvenuta con i referendum, che hanno subìto al nostro interno un vero e proprio oscuramento. Mi è capito di ricevere lettere di insulti da autorevoli compagni che consideravano il mio impegno per i referendum contrario e nocivo alla linea del partito dell’alleanza con il Pd.

Tutto ciò è stato il sintomo di una subalternità che affidava al Pd, al suo giudizio ed alla sua considerazione, la nostra iniziativa politica. Che invece deve essere libera ed autonoma. Non esiste un partito comunista senza tali presupposti.
Per questo non vedo altre strade se non quella congressuale. Lo ripeto: un congresso vero, di chiarimento e confronto, senza risse né ipocriti infingimenti, da tenersi in tempi brevi e che sappia coinvolgere tutto il partito, restituendo ai comunisti il senso e l’orgoglio della propria militanza.

(la proposta del coordinamento dei segretari regionali è stata bocciata dal CC)