Ricostruire il Partito Comunista. Una necessità

Hammer-and-Sickle-5di Giorgio Langella, direzione nazionale PCdI

Dobbiamo decidere se vogliamo ancora cambiare dalle radici una società spaventosa come quella nella quale siamo costretti a vivere o se, invece, accettiamo di essere cambiati, noi, da questa stessa società.

È un quesito semplice che impone una scelta che non è più possibile eludere. Una scelta che dobbiamo assolutamente fare. Senza ambiguità e in maniera individuale e collettiva.

Chi oggi occupa il governo del paese ha fatto la sua scelta. Ha deciso (individualmente e collettivamente) di arrendersi a quel liberismo ottuso che sta trionfando anche (o soprattutto) grazie a questa resa.

In questi giorni i due vicesegretari del PD, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini, hanno voluto ricordare Berlinguer. L’hanno fatto dichiarando, tra l’altro, che “ricordarlo in questi giorni vuol dire fare del suo esempio di rettitudine e sobrietà un impegno quotidiano per chi agisce nella vita politica”. Lo hanno fatto senza dimostrare pudore né un minimo di vergogna.

Lo hanno fatto dimenticandosi di cosa sia il PD e degli scandali nei quali esponenti di quel partito sono coinvolti. Si sono “dimenticati” che il loro partito è, ormai e da tempo, passato dall’altra parte della barricata. Dalla parte che poi è quella di quei padroni e dei loro servitori che si rispondono al nome di Sergio Marchionne, Renzo Rosso, Francesco Giavazzi (questi ultimi “reclutati” da Felice Casson come membri della sua “squadra”) … Si sono “dimenticati” della questione morale che vuol dire, anche e soprattutto, non tradire il proprio ruolo di classe rinunciando a lottare per i diritti dei lavoratori, dei pensionati, dei diseredati, degli umili pur di appropriarsi di qualsiasi poltrona e posto di potere.

Ormai il PD è un insieme di comitati elettorali e di affari che hanno lo scopo di occupare le istituzioni per garantire privilegi e potere a se stessi e agli amici. Il coinvolgimento ormai abituale di esponenti di quel partito in operazioni speculative e illegali condotte in maniera congruente a comportamenti confinanti con quelli mafiosi (da Mafia Capitale al Mose, all’Expo), il cercare e ottenere finanziamenti per le campagne elettorali nei settori più conservatori e retrivi del capitalismo italiano e veneto, le leggi approvate e il ricorso sistematico alla fiducia per la loro approvazione (dalle riforme costituzionali a quella elettorale, dal “jobs act” alla “buona scuola” … ) dimostrano nel merito e nel metodo che il PD nulla ha a che fare con il pensiero di Berlinguer né con la sinistra. Il PD è un partito che riassume in sé il peggio del trasformismo portando avanti un programma troppo vicino a quello della P2 e alla deriva craxiana per essere preso in considerazione da chi vuole attuare il programma della Costituzione.

È mia opinione, me ne convinco sempre di più, che il PD sia un insieme di gruppi di potere legati da interessi che nulla hanno in comune non solo con quelli dei comunisti ma anche con quelli di una sinistra degna di questo nome. Un’organizzazione profondamente corrotta e corrompibile che non ha saputo né voluto resistere al richiamo di quell’amoralità politica che era (ed è ancora) il massimo pericolo democratico denunciato da Berlinguer (e prima ancora da Luigi Longo)  nella “questione morale”.

Il profondo degrado democratico che vive il paese viene evidenziato da un astensionismo che ha raggiunto livelli insopportabili e che viene considerato (da chi occupa poltrone governative e parlamentari) un problema secondario ed è frutto di quella antipolitica e di quell’affarismo amorale che, se furono caratteristiche peculiari della estra conservatrice e clericale italiana, oggi  sono profondamente radicate nel PD di Renzi. Una trasformazione in senso autoritario e reazionario che, ed è sempre mia convinzione, non è solo della dirigenza del PD ma che ha, ormai, intaccato anche “il sentire comune” di larghi strati della base di quel partito. La sconfitta (un misto di rassegnazione e fatalismo) che si coglie nelle parole di tanti militanti del PD che giustificano la politica del loro partito con l’assioma che “è il popolo che lo vuole” è indice di questa trasformazione profonda e, forse, irrimediabile.

Noi comunisti siamo diversi. Non solo “vogliamo esserlo”, lo siamo. Non possiamo farne a meno perché vogliamo un mondo diverso. Profondamente, radicalmente diverso. E non possiamo subirlo, vogliamo costruirlo.

Guardiamoci allo specchio. Oggi, e da tempo, siamo deboli e confusi. Attenti alle piccole differenze che esistono tra noi, ingigantiamo le “virgole” che ci separano. E spesso siamo stati e siamo incapaci di reagire. Siamo rimasti seduti a vedere passare la storia. Spettatori e non protagonisti abbiamo accettato compromessi giustificandoli con la nostra debolezza e per raggiungere qualche posto il più delle volte ininfluente. Poltroncine e sgabelli utili solo all’appetito individuale di chi, appena terminato il proprio ruolo istituzionale, si è improvvisamente scoperto distante dal partito e lo ha abbandonato per inseguire nuove opportunità. Di questo dobbiamo essere coscienti perché è condizione necessaria (anche se non sufficiente) per rimediare agli errori che sicuramente abbiamo commesso.

Io sono convinto che nelle condizioni disastrose nelle quali versa la democrazia italiana, in questo nostro povero paese devastato da un capitalismo cialtrone, ci sia assoluta necessità dell’onestà e della passione politica rappresentata da un’organizzazione Comunista unita e forte. E che sia necessario, non solo per noi ma per il paese, rialzare la testa e lottare. Con enorme fatica ma con estrema determinazione, dobbiamo stringere ancora il pugno verso il cielo con entusiasmo e speranza e riprenderci la passione per costruire un Partito Comunista  più solido nei principi e nei numeri delle tante sigle comuniste che oggi ci sono in Italia. Un nuovo Partito Comunista Italiano che possa essere il motore di una sinistra di classe più vasta. È necessario farlo rifiutando qualsiasi ambiguità e senza  perdersi nell’analisi pedante delle differenze spesso minimali che esistono tra i compagni. È necessario farlo guardando lontano con l’obiettivo di vivere in una società migliore e giusta dove sia bandito lo sfruttamento in qualsiasi sua forma. Dobbiamo costruire un Partito Comunista che sia strumento di questa trasformazione di sistema e non l’obiettivo per consolidare egoistiche e miserabili rendite di posizione.

È possibile fare tutto questo? Abbiamo la forza di portare avanti un progetto così complesso? Ce la faremo?

Sinceramente non lo so. So solo che per un comunista non è possibile pensare a una vita senza questa speranza. So che è nostro diritto e dovere lottare per costruire un futuro che sia migliore del nostro sogno più bello. So che vale la pena provare. Con tutte le nostre forze e la nostra intelligenza.