Prime riflessioni dopo il Congresso del PdCI

di Fabio Nobile

falcemartello telaRiceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione

Il Congresso del PdCI si è concluso, senza inutili ambiguità e unanimismi, si è svolta una discussione vera e chiara. Il rischio che si correva, come è successo in moltissimi dei congressi del Partito, era la formalità di una discussione in cui ognuno avrebbe piegato il documento al suo punto di vista. Il risultato, in tal caso, sarebbe stato semplicemente una delega in bianco al nuovo gruppo dirigente, con il rischio di ripetere gli stessi errori già fatti. Gli emendamenti al documento nazionale hanno invece costretto il Partito a cimentarsi in una discussione su temi decisivi di analisi e linea politica: più di un terzo del quadro attivo dell’organizzazione si è quindi espresso, con grande nettezza, su alcune questioni dirimenti determinando un importante avanzamento della discussione in relazione allo stesso documento congressuale approvato. Grazie a questo confronto oggi c’è un Partito più attento e con una dialettica che va messa a disposizione degli obiettivi fondamentali: l’unificazione dei comunisti, la costruzione di un fronte di lotta al Governo e alla BCE, il rilancio anche in Italia della lotta per il socialismo. Se il nuovo gruppo dirigente saprà far tesoro di questa discussione, evitando dunque oscillazioni e scivoloni, il PdCI potrà svolgere un ruolo affinché i suddetti obiettivi possano essere raggiunti, altrimenti questo Partito perderà ogni sua funzione nel processo di ricostruzione di un partito comunista.


A partire da questi presupposti e nella chiarezza della collocazione politico-strategica del PdCI, attraverso un percorso che abbia alla base il protagonismo dei militanti, è necessario continuare a lavorare per un processo di auto-superamento contestuale di PdCI e PRC. Una circostanza che potrebbe davvero mettere in campo una forza che moltiplicherebbe le tante energie, anche esterne, disponibili ad impegnarsi in un rinnovato soggetto comunista. Certamente l’unificazione non è sufficiente ma è necessaria. Bisogna quindi coniugarla, come in Europa, alla costruzione di un Fronte della Sinistra ampio e combattivo che restituisca voce ai lavoratori del nostro paese. In questo senso mi aspetto una risposta positiva da parte del PRC a questo congresso.

La crisi e la sua gestione attorno agli interessi del capitale finanziario, incarnati in Europa dalla BCE, delineano l’attuale quadro politico italiano. In un contesto segnato da una sfiducia sempre più radicata nelle istituzioni rappresentative, i dati sull’astensionismo alle ultime amministrative ne certificano le dimensioni, è nato il «governo delle larghe intese»: un governo espressione delle classi dominanti, che rende tangibile il peso e la rilevanza delle sue componenti più retrive. In cima all’agenda del governo Alfano-Letta-Fassina, non a caso, si trova il presidenzialismo e la volontà di scardinare l’ultimo grimaldello per cambiare velocemente la Costituzione.

Sul terreno specifico delle relazioni sindacali il governo sta tentando di costruire un nuovo equilibrio, come mostra non solo l’accordo del 31 maggio ma anche il confronto sull’Expo di Milano dove la deroga, come regola, e il federalismo contrattuale sono di fatto il modello a cui si ispirano. Se a questi elementi sommiamo le ulteriori e devastanti ipotesi di privatizzazioni, il Fiscal Compact operativo dal 2015 e l’aumento del debito pubblico (dal 120% al 130% del PIL) il quadro diventa chiaro: meno democrazia, più mercato, ulteriore riduzione della forza oggettiva e soggettiva dei lavoratori. Mentre, quindi, Pd e PdL litigano sulla giustizia e sui processi di Berlusconi, sulle questioni essenziali che riguardano il futuro democratico, sociale ed economico del Paese, vanno avanti insieme. Forse non è un caso che una forza come Scelta Civica, nata per imporre le larghe intese, oggi che si sono realizzate rischia concretamente di sciogliersi.

Con il mese di settembre dovrà dunque riprendere la battaglia politica e sociale contro chi governa la crisi in Italia ed in Europa. Bisogna quindi sollecitare una conflittualità sociale diffusa e costruire mobilitazioni unificanti per la democrazia “dentro e fuori i cancelli”, per il salario diretto e indiretto, per il futuro delle nuove generazioni. La lotta per la riaffermazione programmatica della Costituzione nata dalla Resistenza va dunque collocata in questo quadro, non quindi un feticcio a cui aggrapparsi ma un vero e proprio programma di lotta. La stessa questione della rappresentanza politica, cui la proposta presidenzialista in modo fraudolento risponde, «deve essere rideclinata – ha giustamente osservato Gaetano Azzariti – entro una prospettiva di diffusione del potere e di rafforzamento delle istanze di partecipazione». La lotta di classe andrebbe dunque rilanciata anche su quel terreno e a partire da una convinta battaglia, in materia elettorale, per il proporzionale puro. Su questi temi bisogna dunque adoperarsi per costruire un rapporto chiaro ed unitario a sinistra.

Allo stesso tempo occorre avviare una discussione di spessore sul sindacato e sui sindacati partendo da una disamina impietosa della situazione attuale: sul piano generale, sul ruolo del sindacato in Italia, sulla particolare condizione di subalternità al PD da parte della CGIL, luogo di lavoro per luogo di lavoro. La costruzione e la tutela della conflittualità nei posti di lavoro è un obiettivo strategico. La presenza organizzata politica e sindacale dei lavoratori andrebbe favorita, sostenuta laddove esiste ed è efficace. Ricostruita o messa in discussione laddove assente o non svolge la sua funzione autonoma di classe. Per questa ragione occorre rilanciare e sostenere una campagna per la legge sulla democrazia nei luoghi di lavoro e la rappresentanza sindacale. I comunisti, ovunque collocati nelle organizzazioni sindacali e fuori da esse, dovrebbero provare a marciare insieme verso questo obiettivo. Su questo terreno andrebbe incalzata l’intera sinistra. Al PRC, già a settembre, potrebbe essere proposto un patto d’unità d’azione sul lavoro, puntando a favorire nel tempo un sempre maggiore livello di coordinamento tra le RSU, i lavoratori e i sindacalisti comunisti finalizzato nel tempo a praticare una linea comune. Una conferenza dei lavoratori e delle lavoratrici comuniste, in questo senso, potrebbe costituire il miglior viatico per un lavoro comune unificato. Uso volutamente il condizionale perché senza un lavoro unitario efficace dei comunisti e a sinistra tutto ciò sarà difficilmente praticabile.

A questo fine vanno sostenute tutte le iniziative di discussione e di azione che puntano all’unificazione dei comunisti a partire da PdCI e PRC: tanto sul terreno nazionale quanto su quello locale. E’ ora di rompere gli indugi, facendo prevalere l’interesse di milioni di lavoratori e proletari: quello di avere in prospettiva un nuovo, loro, Partito. Non c’è bisogno di altri e perdenti cartelli elettorali. C’è bisogno di un progetto.