Per non ripetere i soliti errori

bandiererosse cielodi Fabio Nobile, segreteria nazionale PdCI

La decisione del governo Letta di abolire il finanziamento pubblico ai partiti mina, incontrovertibilmente, le fondamenta costituzionali della nostra democrazia. Vi è una relazione, infatti, tra l’articolo 49 della nostra Costituzione e l’articolo 3. Secondo la volontà dei costituenti soltanto associandosi in partiti e consentendo agli stessi di funzionare, le differenze di classe non si sarebbero automaticamente tradotte in una disparità di accesso alla partecipazione organizzata alla politica e ai suoi processi decisionali.
Il sacrosanto imperativo di «moralizzare» il sistema politico non può quindi diventare un pretesto per restringere gli spazi di agibilità democratica.


Il dibattito sulla legge elettorale, di cui si discute diffusamente in queste settimane, pone altrettanti interrogativi: il tema della governabilità può torcere, e stravolgere, il principio della rappresentanza democratica? La risposta, per chi dice di difendere la Costituzione, è no. Per questa ragione i comunisti, storicamente, sono per il proporzionale. Più è proporzionale il sistema elettorale e maggiore è la rappresentanza della domanda sociale in Parlamento. Mattarellum e doppi turni servono invece a falsare il voto popolare e a piegarlo a quella “governabilità” utile alle classi dominanti. Ma l’autismo politico è un cane che si morde la coda: nel cercare scorciatoie si autoalimenta, finendo quindi per accentuare le sue debolezze. Allo stesso tempo più si rincorre il talismano della governabilità, più la delegittimazione cresce. Del resto è anche questo uno dei frutti avvelenati della demonizzazione dei partiti di massa, dell’esaltazione del momento monocratico e quindi della personalizzazione del ceto politico – quanti cattivi maestri anche a sinistra.

Con l’elezione di Matteo Renzi a segretario del Partito Democratico sembra potersi dire conclusa la cosiddetta «mutazione genetica» avviatasi con la Bolognina. Il Pd è, oggi, il pilastro su cui si regge politicamente in Italia l’Europa della BCE. E’ il partito che più compiutamente risponde alle esigenze del capitale transnazionale euro-atlantico. Specularmente la CGIL sembra esser ridotta ad un imbarazzante immobilismo: un disagio accentuato dalle dichiarazioni di Susanna Camusso sullo sciopero generale.

Sinistra Ecologia e Libertà vive indubbiamente una fase difficile. Prigioniera del suo progetto fallito, «conquistare» il Pd, vede oggi appannata la credibilità del suo leader. L’assise congressuale, che si concluderà a gennaio, definendo la collocazione europea stabilirà se SeL continuerà ad intendersi come sinistra del centro-sinistra renziano e parte del PSE o se sceglierà la strada della ricostruzione della sinistra su un terreno di alternativa economica, politica e sociale, all’esistente.

L’8 dicembre si è concluso il Congresso del Prc. La complessa discussione avutasi, su cui sembra potersi dire abbiano pesato talune dinamiche puramente interne, ha visto convergere sulla linea politica del primo documento un’articolata gamma di sensibilità. La stessa questione dell’unità dei comunisti e della sinistra è stata oggetto di un intenso confronto. Giunti a questo punto è necessario praticare l’unità sciogliendo nella prassi i nodi politici che l’hanno ostacolata: anteporre cioè le ragioni dell’unità alle autosufficienze competitive, nel pieno e convinto rispetto della dialettica interna alle due organizzazioni.

La rabbia sociale, in forme diverse e frammentate tra loro, esplode. Il movimento dei Forconi ne è una delle espressioni, seppur mediaticamente gonfiata. In questo potenziale blocco sociale – di commercianti, artigiani e ceto medio impoverito – le spinte reazionarie possono risultare dominanti e possono, in assenza di una proposta di lotta credibile a sinistra, attrarre quelle componenti dei lavoratori e del sottoproletariato ad oggi privi di alternative. La straordinaria attenzione riservata dai media a questo movimento, e la narrazione costruita attorno ad esso, non deve stupire. Per riuscire a realizzare il semi-presidenzialismo, vero obiettivo del governo delle larghe intese e delle classi dominanti di questo paese, strumento attraverso cui rispondere dall’alto e autoritariamente alla crisi, occorre agitare uno o più spettri: creare allarme sociale. Favorire, in ultima istanza, ogni tendenza reazionaria presente nel tessuto vivo della società per poi irreggimentare la rabbia sociale verso false mete. La tempistica del decreto sul finanziamento pubblico ai partiti, del resto, non lascia spazio ad interpretazioni: bisogna quindi attendersi, proprio in queste settimane a venire, nuovi provvedimenti di inaudita gravità.

La ripresa del conflitto sociale e, quindi, la lotta contro le politiche d’austerity della BCE e del governo Letta, possono mandare in cortocircuito questi processi, restituendo protagonismo ai lavoratori. Le mobilitazioni dello scorso ottobre devono trovare un chiaro riferimento politico, per farlo occorre definire una piattaforma politica coerente. In primo luogo va affermato che non si può difendere la Costituzione senza mettere radicalmente in discussione l’Europa della BCE. Le direttive di Maastricht prima e il Trattato di stabilità ora rappresentano i vincoli con cui vengono tacitate le opposizioni interne ai singoli Paesi. Tali vincoli non solo impediscono l’uso dei consueti strumenti anticiclici, che attutiscono la crisi economica, ma sono fattori di amplificazione della crisi e di una devastazione sociale di cui oggi intravediamo i primi effetti. In secondo luogo occorre denunciare in ogni sede le responsabilità delle gambe politiche (PSE e PPE) in Europa ed in Italia. Ogni ambiguità in questo senso minerebbe la credibilità dell’intera piattaforma politica, che non può che fondarsi sull’alternatività alle ragioni del capitale.

L’avvio di un percorso per la costruzione di un Fronte politico e sociale attorno a questi obiettivi agevolerebbe quindi il dibattito a sinistra in vista delle elezioni europee. Elezioni che non possono vedere assenti in Italia, comunisti e sinistra. In questo senso, dopo il congresso della Sinistra Europea, si avverte la necessità di aprire una discussione con tutte le forze che intendono collocarsi in Europa all’interno del GUE-NGL. Sarebbe dunque sbagliato ipotizzare nuovi cartelli elettorali che tengano insieme chi governa l’Europa della Troika (PSE) con chi vi si oppone (GUE-NGL). La stessa candidatura di Alexis Tsipras va esaminata all’interno di tale quadro attraverso un confronto unitario. Nella chiarezza politica i comunisti potrebbero poi confrontarsi con le altre forze politiche e sociali disposte a convergere in Italia su un programma di alternativa all’Europa dell’austerity. Forti di un profilo politico netto e di un’opzione alternativa credibile sarebbe possibile relazionarsi con la base di massa e anche militante del fu centro-sinistra e della sinistra diffusa: viceversa ad essere nitidamente percepita sarebbe la strumentalità di siffatti percorsi. Un errore che ben conosciamo e che non può quindi esser ripetuto.