Partito di ritorno?

di Luca Cangemi, coordinamento nazionale Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista

Intervento alla sessione su crisi della politica e forma partito del seminario ” Verso la Costituente Comunista” tenuto a Firenze dall’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista il 12 dicembre.

L’atteggiamento “sospettoso”, proposto per questa discussione da Iacopo Borsi, è del tutto giustificato perché quello di cui discutiamo,la forma partito, è un terreno disseminato negli ultimi decenni di trappole ideologiche, sin dal linguaggio usato.

La stessa espressione forma partito è largamente segnata dal tono ideologico dell’avversario. Siamo quindi di fronte a un tema di straordinaria difficoltà, difficoltà frutto di una sconfitta. Come sempre, in questi casi, la scelta del punto di partenza del ragionamento è particolarmente delicata. E’ necessario trovare un punto di applicazione che permetta di provare a ricostruire un ragionamento generale.

Quello che vi propongo in questo tentativo è il nesso Stato-Partito.

E quando dico Stato (e intendo lo stato nell’esperienza del Novecento, in particolare della seconda metà del Novecento in Occidente) mi riferisco a qualcosa che molto si avvicina a quello che Gramsci chiama Stato integrale. La somma, quindi, il conglomerato di apparati dello stato e organizzazioni della società civile – cioè organizzazioni, nel linguaggio gramsciano, innanzitutto dell’economia – che formano un insieme in cui le due parti – ciò che è Stato e ciò che è società civile – sono di difficile distinzione, per il grado profondo d’integrazione.

Perché vi propongo questa scelta?

Perché innanzitutto dal punto di vista storico il rapporto fra Stati e partiti è stato strettissimo e reciprocamente condizionante. Andando per schematizzazioni – ed io ne farò molte schematizzazioni, perché credo che in questa fase, sia forse meglio correre il rischio di qualche schematismo piuttosto che quello dell’indeterminatezza – possiamo dire che c’è stato, nel rapporto fra Stato e partiti, un doppio movimento, la cui combinazione è variata negli anni.

Da un lato vi è stato un processo di legittimazione dello Stato da parte dei partiti, molto forte dopo il secondo conflitto mondiale, verso Stati che avevano un forte bisogno di essere rilegittimati dopo la guerra e di fronte alle sfide poste dalla nuova situazione mondiale.

Non c’è dubbio che i partiti di massa, in particolar modo partiti che si riferivano alla classe operaia ma anche quelli nati dal mondo cattolico, partecipando alla vita politica, svolgevano una funzione di legittimazione e di rilegittimazione dello Stato.

L’altro movimento – opposto e connesso – è che i partiti stessi vengono via via sempre più legittimati dallo Stato.  In che senso? Nel senso che essi sono la via per allocare – l’azione dei partiti, dentro un quadro complesso, che riguarda il sindacato ad esempio – risorse materiali e simboliche nelle classi sociali di riferimento. Si parla non a caso di “Stato dei Partiti”.

Questo doppio movimento è esso stesso dato che fa problema, è dato che allude anche a una possibile crisi. In particolare non c’è dubbio che lo spostamento progressivo dell’elemento di legittimazione dalla classe sociale di riferimento, da un orizzonte di trasformazione alla legittimazione poiché si hanno rapporti influenti con lo Stato, è elemento che, a partire dagli anni settanta comincia a introdurre elementi di crisi e di difficoltà.

Il punto essenziale della crisi a me sembra coincidere con la rivoluzione neoconservatrice che a partire dagli anni ottanta, sostanzialmente, fa saltare il terreno dello Stato. O meglio pone la questione dello Stato su un terreno del tutto favorevole alla borghesia.

Siamo in presenza di un attacco ideologico allo Stato frontale e su più livelli: un attacco innanzitutto alla presenza dello Stato nell’economia, alle sue funzioni sociali, alla stessa organizzazione istituzionale, all’idea stessa di stato nazionale.

Ovviamente questo non significa che le borghesie nazionali e specialmente quelle dei maggiori paesi imperialisti smettano di servirsi dello stato ma l’offensiva ideologica è tutta orientata sulla frase di Reagan ”Lo Stato da soluzione è diventato problema”.

Ciò non significa solo la ritirata dello stato dall’Economia e dalla Società, significa anche una disarticolazione istituzionale e la prospettiva di una riarticolazione di funzioni su diversi livelli sovra statuali (FMI, Unione Europea) e infrastatuali (l’autonomizzazione dei territori, in cui si colloca la vicenda Italiana del federalismo).

Il ragionamento critico che noi oggi costruiamo sull’Unione Europea, deve tener conto di questi aspetti in passato, a sinistra, sottovalutati o addirittura assunti acriticamente.

Il tema che segna la fase sul piano Europeo (e in forme diverse anche nel discorso del federalismo interno che in esso si rispecchiava) è il passaggio dal “government”- la direzione politica propria dello stato del compromesso sociale – alla “governance” – la depoliticizzazione delle scelte al servizio del mercato indiscutibile. Si allude, così, a una tecnocrazia compiuta e devastante che preclude, tendenzialmente, non solo l’effettività di una presenza politica, ma la stessa idea di politica.

E’ chiaro che un quadro di questo genere (ovviamente da articolare; ad esempio, lo stato tedesco e lo stato italiano certo non saranno investiti allo stesso modo) innesca la crisi dei partiti popolari e, in particolare, di quelli figli del movimento operaio privandoli dell’ambito e della modalità con cui hanno operato e hanno costruito la loro presenza. In Italia la vicenda della fine del PCI è molto connessa a quest’ordine di problemi.

La radicale crisi della forma partito, in questa prospettiva politica e storica, ci appare certo figlia di processi profondi ma, soprattutto, segnata dalle scelte politiche delle classi dominanti, che individuano nella trasformazione dei sistemi politici un terreno decisivo di rivincita delle classi dominanti, di spostamento dei rapporti di forza con il movimento operaio e di costruzione di nuovi equilibri, anche tra le diverse fazioni della borghesia.

Questa è assai sommariamente la storia di cui è figlia la realtà attuale. Siamo ancora pienamente dentro questa storia o vi sono delle novità significative?

Io sostengo che ci sono delle novità radicali.

Voglio sottolineare che individuare queste novità è un tema decisivo per la nostra impresa di ricostruire un Partito Comunista, cioè, più esattamente, per decidere se la nostra impresa deve cominciare .

Perché se la situazione oggettiva fosse sostanzialmente quella della fase che ho descritto finora, se non ci fossero novità significative, la decisione di costruire un partito comunista – con le caratteristiche che sono state illustrate dai compagni e che noi stiamo andando a discutere in tutt’Italia, con attenzione persino superiore alle attese verrebbe – secondo me messa in discussione.

Questo nostro tentativo nasce sicuramente da una grande scommessa soggettiva, ma nasce anche da un ragionamento sulle condizioni in cui esso si situa e che, nella nostra analisi, ci permettono di provare.

Se invece le cose non stessero così, se noi fossimo sostanzialmente da questo punto di vista nel quadro degli anni che ci stanno alle spalle, alcune cose  andrebbero poste in modo diverso.

Ad esempio io penso che Rifondazione comunista sia stata un elemento di resistenza in quel quadro, con maggiore o minore efficacia -efficacia che dipende, nelle singole fasi, anche dalle scelte soggettive dei gruppi dirigenti. La “costituzione materiale” stessa di Rifondazione, cioè di una somma di volontà collettive parziali che non si sono mai sostanzialmente unificate, la somma di culture politiche anche profondamente diverse all’insegna della resistenza- è stato un elemento di quel panorama, un elemento molto condizionato da quel clima.

Io credo che noi possiamo fare invece un altro tentativo, cioè il tentativo di costruire un Partito comunista, con una cultura politica unitaria, perché siamo di fronte a delle novità.

Novità innanzitutto sulla questione decisiva degli assetti del mondo con nuove soggettività che emergono sul piano internazionale.

E novità, connesse alle precedenti, sul terreno, di cui discutiamo oggi, delle forme della politica, dello scenario materiale e simbolico su cui avviene la lotta.

Il sito di Marx XXI, ha recentemente pubblicato un articolo di Emir Sader che già nel titolo ci fornisce una traccia importante per la questione di cui discutiamo: oggi, dice Sader “la disputa è per lo Stato”(1).

La contesa torna a essere sullo stato perché la crisi capitalistica nelle sue dimensioni geopolitiche, economiche ma anche ideologiche riporta al centro il tema dello Stato.

Intanto le caratteristiche della drammatica situazione internazionale, tra cui il nesso guerra-terrorismo, riportano l’enfasi su funzioni eminentemente statuali come la gestione degli apparati militari e di sicurezza. Le borghesie tentano di offrire ai terrorizzati cittadini delle loro nazioni (sperando che non si facciano troppe domande su chi ha prodotto questi “alieni” terroristi) lo scudo di autoritarismi neanche riverniciati. Le vecchie frontiere riprendono vigore, anche per paesi di recente e fantasiosa invenzione. Nessuna autorità monetaria sovranazionale obietta che le spese per soldati e poliziotti sfondino i patti di stabilità. La retorica della borghesia trionfante del post-89 è archiviata per sempre. Il mondo è fatto di stati nazionali e dei loro mutevoli rapporti.

Sul piano economico-finanziario la smentita della costruzione retorica dei mercati che si autoregolamentano e delle istituzioni sovranazionali che rispondono a essi non è meno clamorosa. Ci sono battaglie cruente (non è un’esagerazione dirlo) su quale tipo d’intervento dello Stato ci debba essere nell’economia, ma ormai nessun governo al mondo può prescindere dall’intervento dello Stato nell’economia. Che cosa sono stati i salvataggi delle banche se non uno straordinario intervento degli Stati, certo un intervento a sostegno del peggiore capitalismo, ma un intervento dello Stato che torna a essere la soluzione (obbligata) non il problema.

La questione, quindi, anche dal punto di vista ideologico, si sposta da un attacco alla funzione dello Stato a quale deve essere il ruolo dello Stato.

E del resto, anche se guardiamo a cose più vicine a noi, ci accorgiamo di mutamenti notevoli: qui siamo nella città che è stata governata dall’attuale presidente del consiglio, quindi un uomo che viene da un’esperienza locale, che non è stato eletto neanche deputato, che faceva il sindaco. Chi meglio di lui avrebbe potuto interpretare il ruolo di alfiere del federalismo e delle autonomie? Invece il suo governo è protagonista della più straordinaria ricentralizzazione della spesa degli ultimi decenni, e di una sottomissione inedita dei comuni, delle regioni. La retorica dei territori e del federalismo, con cui abbiamo dovuto fare i conti per vent’anni è dimenticata. I problemi sono altri, più seri, più drammatici.

Ovviamente tutto questo ragionamento andrebbe articolato. Questo vale per gli Stati Uniti come per il Montenegro? Ovviamente no! Questo ruolo dello Stato vale per gli Stati grandi e medi. Rimane un ruolo dei poteri che risiedono nelle organizzazioni internazionali e transnazionali? Non c’è dubbio e dovremo indagare le combinazioni inedite che si formano. La tendenza prevalente, però, mi sembra chiara.

Credo che di questa tendenza sia assolutamente consapevoli i nostri avversari di classe e se guardo le scelte delle maggiori forze politiche nel nostro Paese, ci ritrovo, anche in modo abbastanza esplicito iniziative su questa lunghezza d’onda.

Il PD si ristruttura sotto il vessillo del Partito della Nazione. Già questo binomio (partito / nazione) significa chiaramente che torna il tema dello stato-nazione come elemento essenziale per rispondere agli interessi delle classi dominanti, e torna per governare questo ritorno della statualità l’esigenza del partito. Credo che sul PD renziano e sulla sua ridefinizione (e sulla ridefinizione del sistema politico italiano che sta guidando) dovremo fare una discussione specifica, analizzando modelli, strategie, referenti, per impostare un ragionamento sulla scena politica italiana che ci faccia compiere un salto di qualità. Comunque – nei limiti della discussione di oggi e per gli obiettivi della discussione di oggi – io penso che noi stiamo assistendo al tentativo di costruire una forma partito che tende a concentrare in essa la rappresentanza politica delle classi dominanti del Paese. Chiudendo in questo modo la lunga transizione italiana.

La Lega mi sembra la verifica più clamorosa di quello che dicevo prima: da interprete italiana, in modo assolutamente moderno, negli anni della globalizzazione non contestata, meglio della globalizzazione vincente, di quel pensatore giapponese che diceva che gli Stati si dovessero disintegrare, perché i territori potessero essere più veloci, più smart, più capaci di fare surf sulle onde della globalizzazione, improvvisamente – con capacità notevoli – esce dalla propria crisi proponendo il suo contrario, cioè proponendo un partito nazionalistico, su base etnocentrica.

Il movimento 5 stelle, (un altro protagonista, da studiare in dettaglio) propone il 100%, lo stato di tutti i cittadini che è anch’esso una proposta politica che si situa sul terreno nazional-statuale.

Le tre forze politiche (ed anche altre) hanno caratteristiche comuni: tutte ricollocano sul piano dello Stato nazionale il loro orizzonte (pur coniugandolo variamente con il quadro europeo), tutti e tre rimuovono radicalmente il tema delle classi sociali, prescindendo dal riconoscimento che nella società vi siano interessi diversi e persino corpi intermedi.

E veniamo al punto che ci riguarda: dentro questo quadro, è possibile e necessario iniziare a costruire un partito comunista nazionale e internazionalista la cui fisionomia fondamentale sia segnata da un’analisi di classe e da una scelta antimperialista.

Questo l’obiettivo del nostro lavoro, un obiettivo politico cioè dentro questa fase, reso possibile dalle caratteristiche contraddittorie ma interessanti di essa, ma che vuole guadagnare un respiro lungo.

Come deve essere questo partito? Che caratteristiche deve avere il nostro lavoro?

Un partito che si colloca nello Stato nazionale, un partito che ha coscienza che questo Stato nazionale sia dentro un sistema di Stati, quindi un partito – passatemi i termini – politico e geopolitico, e – elemento fondamentale – un partito che veda nel ritorno dello Stato una possibilità di azione, ma che anche abbia la consapevolezza della natura di classe dello Stato. E’ un elemento questo molto importante, dobbiamo avere una capacità di articolazione teorica e politica. Proprio mentre facciamo un investimento sullo Stato, perché vediamo nel rinnovato ruolo dello Stato un ambito di lotta più avanzato, la possibilità di ottenere dei risultati parziali anche molto importanti, la possibilità di spostare forze, riusciamo a fare un partito comunista se nello stesso tempo non perdiamo mai di vista, teoricamente e praticamente, la consapevolezza che lo Stato non è terreno neutro, ma è segnato profondamente e irreversibilmente da una logica di classe.  Qui affrontiamo la crisi della forma partito diciamo nel suo lato interno, nella difficoltà storica che iniziò a offuscare l’autonomia del partito e il suo radicamento nella classe e rese impossibile, in seguito, resistere all’offensiva dell’avversario

Come fai a costruire un percorso di costruzione (un percorso sottolineo) orientato verso quest’obiettivo?

Viene in evidenza l’esigenza, anche rispetto alle esperienze della fase precedente, di un partito che non sia un assemblaggio di culture, ma che sia un partito con una propria cultura politica e quindi che non sia solo un partito programmatico, per quanto il programma è essenziale.

Un partito che trovi un modo – e qua il dibattito è tutto da cominciare – di riconnettersi alla classe, un partito, come ha detto prima Luca Rovai, che si ponga come intellettuale collettivo o, per usare un’espressione più moderna, una macchina cognitiva, una macchina che a partire da una visione politica  – non da mille assemblate – si ponga il problema della ricomposizione dei diversi saperi critici.

Un Partito – insisto – unificato da una cultura politica ma consapevole della pluralità e dell’estrema dispersione dei saperi critici. Il partito come intellettuale collettivo, così com’è stato pensato da Gramsci ma – secondo me – con un’esigenza ancora più grande dai tempi di Gramsci, perché se la società italiana è stata sempre la società dei particolarismi (e anche le classi popolari sono state sempre differenziate molto al loro interno,) quest’aspetto nella fase attuale si è radicalizzato ed ha acquisito una valenza sistemica.

A questo fine quanto abbiamo discusso a Bologna sul centralismo democratico come principio organizzativo (nel senso in quell’occasione chiarito e al quale rimando,  mi sembra essenziale.

Penso che dobbiamo costruire un partito militante e di militanti, in cui si renda concreta la funzione dirigente di ogni compagna e ogni compagno, obiettivo affermato in tempi passati fin dagli statuti e troppo presto e troppo spesso diventata pura affermazione retorica. 

Un partito in cui, realisticamente, ciascun compagno e ciascuna compagna assuma rispetto al proprio contesto sociale una funzione di intervento e di analisi, da dirigente, trovando anche gli strumenti necessari per pensare alla formazione e all’autoformazione come un percorso permanente. O il nostro lavoro si svolge così, tendenzialmente ma seriamente, o acquisirà un carattere d’inefficacia, che ben conosciamo.

Ho iniziato affermando la necessità di una ricognizione sulle condizioni che rendono possibile (e necessario) il nostro tentativo. Ne sono convinto sulle questioni di cui abbiamo discusso oggi come su altre, non meno importanti. Il momento della costruzione di una forza politica comunista, però, deve essere caricato di soggettività.

Considero un tratto caratteristico e attualissimo del comunismo del ‘900, in particolar modo del leninismo, l’operazione di caricare di soggettività tendenze, individuate e analizzate, in modo tale che esse diventino politicamente significative.

Io credo che noi dobbiamo fare quest’operazione. Detta in modo più banale, e parziale, bisogna costruire l’entusiasmo attorno a questa nostra impresa, fare dell’entusiasmo una scelta politica, riconnettendo passione e ragione. Nella convinzione che ce la possiamo fare.

(1) https://www.marx21.it/index.php/internazionale/economia/26371-la-disputa-e-per-lo-stato