Non c’è più tempo per le incertezze

gramsci ales proc relief mappubblichiamo un contributo di Alessandro Pascale sull’unità dei comunisti

di Alessandro Pascale

Recentemente si è assistito ad un breve ma intenso dibattito a distanza sulla questione dell’unità dei comunisti. Avviato da Norberto Natali, è stato portato avanti teoreticamente da Eros Barone, suscitando una controproposta molto pragmatica di Burgio, Sidoli e Leoni. Le proposte operative di questi ultimi non sembrano per ora essere state seriamente prese in considerazione dalle organizzazioni esistenti, almeno non apparentemente… Natali e Barone hanno posto una serie di paletti sul cerchio in cui si dovrebbero includere i comunisti effettivamente tali, ma per chi sa leggere i bizantinismi della politica, nonostante l’apparente apertura, anche le proposte operative di Sidoli e compagni tendono nei fatti a chiudere entro un adeguato perimetro le forze di cui si auspica un’unità d’azione. 

Non ho mai amato molto i sotterfugi, e preferisco i discorsi chiari ed espliciti. Nell’opera In difesa del socialismo reale(poi diventata nella II edizione Storia del Comunismo) ho svolto un’analisi abbastanza chiara e netta sui pregi e sui difetti della storia del movimento comunista italiano; pur essendo partito da una posizione scevra da pregiudizi, in molti casi mi sono trovato, studiando, a rimodulare in maniera consistente certi giudizi storici e politici pre-esistenti. Quel che ho capito, e che viene ben espresso dal tenore degli interventi citati, è che abbiamo un patrimonio enorme alle spalle, che dobbiamo saper utilizzare criticamente per comprendere fino in fondo gli errori che abbiamo commesso tutti nel passato, al fine di ricostruire un’organizzazione con fondamenta più solide.

Abbiamo una serie di principi e insegnamenti a cui non vogliamo e non possiamo rinunciare. Definire i parametri di questi principi aiuta a tracciare anche i parametri concreti della possibile unità tra le forze comuniste tuttora esistenti. Sul fatto che si debba ripartire dalle lezioni di Marx, Engels, Lenin e Gramsci mi sembra indispensabile, così come è necessario aver maturato un approccio dialettico e problematizzante (e ciononostante di appoggio, non certo appiattito sulle condanne borghesi) riguardo alle esperienze storiche dell’URSS (in particolar modo quella “staliniana”) e della Cina (alludo sia all’epoca maoista che a quella successiva). L’analisi storica non è un feticcio fine a se stesso, perché nella nostra storia passata ritroviamo pratiche e principi che da alcune organizzazioni sono rigettate più o meno totalmente, da altri accolte e ritenute tuttora più o meno ripraticabili.

Il passato è importante ma un marxista sa che esso è utile solo in funzione del presente e dell’organizzazione delle mosse future. È fin troppo nota la situazione attuale di diaspora del movimento comunista italiano, ridotto ai minimi termini e frammentato in svariate organizzazioni che si richiamano a fasi diverse della storia novecentesca, riapplicando in maniera più o meno schematica e dogmatica formule in alcuni casi vecchie e superate, senza tener conto dell’insegnamento essenziale della filosofia marxiana: occorre l’analisi concreta e dialettica della realtà. La teoria, non verificata nella prassi, è fine a se stessa. La prassi storica ha mostrato alcune conseguenze che alcuni non vogliono ancora vedere. La prassi attuale evidenzia alcune tendenze oggettive che ancora troppi trascurano.

Noi ci troviamo in una situazione molto difficile: in Italia siamo rimasti in poche migliaia a ragionare e lottare per il comunismo. I milioni di elettori comunisti di una volta non ci sono più, e l’avvento di un totalitarismo “liberale” rende molto più difficile raggiungere una classe lavoratrice sempre più frammentata e dispersa, oltre che sussunta ideologicamente dal paradigma borghese. Per condurre efficacemente una lotta per l’egemonia ci serve un partito leninista di cui al momento vediamo solo i germi, con una divisione di energie sparse tra diverse organizzazioni. Per costruire un partito comunista occorrono un’analisi, un programma, una base sociale ampia, ma, soprattutto in questa fase, oserei dire che serve ancor più di una volta un’unità d’intenti tra dei “capitani”, dei quadri, dei leader, coloro cioè che hanno una consapevolezza maggiore delle problematiche e delle necessità, oltre che delle modalità con cui operare concretamente nella realtà sociale. Non abbiamo un Lenin, non abbiamo un Gramsci. Abbiamo però ancora molti bravi compagni sparsi sui territori, e spesso rimasti inattivi.

Guardando alle organizzazioni esistenti, assieme ad altri compagni ho già espresso apprezzamento per i progressi compiuti dal Partito Comunista guidato da Marco Rizzo. Tale organizzazione ha recentemente svolto telematicamente il proprio terzo congresso, riorganizzandosi dopo la scissione subita dal Fronte della Gioventù Comunista. Questo congresso, così come la tattica tenuta alle ultime elezioni regionali (alludo in particolar modo alla lista comunista delle Marche) hanno confermato i passi in avanti del PC, che ha superato formalmente la discriminante anti-cinese, aprendo alla necessità di maturare un atteggiamento più aperto e di maggiore analisi sul ruolo svolto dalla Cina nel mondo, sulla via cinese al socialismo e sul socialismo di mercato. Ne è derivata dal punto di vista analitico e della proposta politica anche una maggiore attenzione per i ceti medi in via di proletarizzazione, rimodulando la propria proposta programmatica nella ricerca di un’alleanza sociale tra questi e il proletariato contro lo strapotere delle multinazionali, ormai capaci di zittire tra il plauso generale perfino il presidente degli USA. Chi ha letto il documento congressuale può constatare quanto esso sia il più avanzato al momento in circolazione in Italia.

Nel PC c’è consapevolezza dei propri pregi, ma anche dei propri limiti: non siamo al punto di approdo, ma ad un’ottima base di partenza per costruire il partito di avanguardia della classe lavoratrice. Non si dispone infatti né della massa critica sufficiente, né di una formazione di base rigorosa, per quanto si stia cercando di lavorare su entrambe le questioni. Anche l’apertura alla Cina, per quanto corroborata da ulteriori fatti notevoli (vd a tal riguardo la recensione del libro di Xi Jinping fatta da Marco Rizzo) deve essere consolidata e interiorizzata dal corpo del partito.

Il fatto che il PC abbia mostrato grande duttilità tattica e abbia maturato un approccio più dialettico e non dogmatico della realtà ha ridotto significativamente le differenze teoriche che lo differenziavano dall’analisi svolta dal PCI guidato da Mauro Alboresi. Il grande punto di forza del PCI è stata l’analisi internazionale, che poteva sfruttare le elaborazioni del compianto Domenico Losurdo; il PCI può vantare inoltre una serie di giovani e validi quadri tuttora attivi anche in altri settori, andando a coprire zone e territori in cui il PC è più debole. Il grande problema del PCI è la mancata analisi critica dell’esperienza togliattiana e berlingueriana, oltre che il non essere riusciti nei fatti a superare gli stessi errori del PRC: porre la questione dell’unità “della sinistra” come prevalente rispetto al rafforzamento del partito e mancare quindi l’appuntamento, a seguito della Costituente dei comunisti, nel fungere da avanguardia di un movimento che aveva mobilitato 10 mila compagni. Un errore decisivo che ha anche pregiudicato fino ad ora la possibilità di svolgere un ruolo attivo nel processo di riunificazione dei comunisti. 

Perché PC e PCI sono divisi? Per la gran parte dei lavoratori italiani la questione non esiste perché è giudicata irrilevante. Per quella piccola parte che si interessa alle questioni di quella che è ancora chiamata “la sinistra radicale” rimane un mistero insoluto che viene accompagnato con alzate di spalle o sberleffi. Forse ora che il PC ha superato il suo principale limite politico, ossia l’analisi sulle questioni internazionali, è venuta meno una delle ragioni che impedivano la costruzione di un’unità d’azione politica. Cosa aspettano allora i compagni del PCI a comprendere che non possiamo più perdere tempo in indistinte e inconcludenti unità della sinistra e che occorre seguire la strada seguita nelle Marche, che ha dimostrato la possibilità di costruire un’unità pratica dal basso che funga da base di partenza per potenziare il radicamento territoriale, permettendo effettivamente di far crescere un’opzione comunista, e con essa un partito?

Non che si debba appiattire il tutto ad un discorso meramente elettoralistico, per carità, ma nel contesto attuale di crisi, è pensabile che continui ad esserci una tale contrapposizione e pluralità comunista politica e organizzativa, che sfocia poi in strategie e tattiche diverse, eppur tutte più o meno inadeguate alle necessità, data la scarsa potenza di fuoco delle varie singolarità? In politica 2+2 non fa necessariamente 4, è vero, ma ciò accade quando si svolgono operazioni politiciste prive di un effettivo retroterra teoretico e pratico comune. È davvero così impossibile e inaccettabile pensare ad un cambio di ritmo, ad un tentativo di costruire un’unità d’azione sulla base delle proposte fatte da Sidoli e compagni, per verificare sul campo se le differenze politiche siano così insormontabili? 

Tra poco meno di 6 mesi si svolgerà una tornata elettorale in alcuni dei principali comuni italiani. I comunisti usano le elezioni come un mezzo, non come un fine, per cui non hanno interesse a portare avanti ammucchiate che ne indeboliscano e annacquino le proposte politiche. Possiamo però cercare di verificare se non ci siano le condizioni di un accordo fondato sui contenuti da proporre ad un popolo esausto e sconvolto dalle molteplici conseguenze (in primis economiche) della crisi pandemica? Dall’unità d’azione tra PC e PCI può nascere un fronte politico capace di attirare le frammentate energie comuniste sparse in altre residuali organizzazioni, di carattere locale o nazionale. Occorre dare un segnale forte in tal senso. Occorre osare. Il PC, accusato spesso di settarismo, ci ha provato con il progetto della lista comunista delle Marche, non senza diffidenze e ostilità provenienti da altre forze. Eppure il progetto ha mostrato le sue potenzialità.

Guardo con speranza a quanto accade nella mia città, Milano, come ad un possibile laboratorio in cui costruire un simile modello che funga da riferimento per i compagni di tutta Italia. Qui si sta cercando, con grande fatica, di far dialogare le forze sane del movimento comunista per far fronte alla violenza politica delle forze borghesi, siano esse di “centro-destra” o di “centro-sinistra”. Molte sono ancora le resistenze e le incertezze, ma è indubbio che questa sia la strada da seguire. Chi intenda perpetuare le divisioni per una questione di simbolo, per mai sopiti rancori personali o per non mettere a rischio il proprio personale minimale orticello non rende un contributo utile alla causa dei lavoratori e dovrebbe fare un severo esame autocritico sul fallimento di ogni alternativa ambigua praticata fino ad ora. Spero che questi ragionamenti suscitino domande e dubbi non solo tra i dirigenti, ma anche tra i compagni di base, quei pochi militanti rimasti che hanno ancora il diritto e il dovere di far sentire la propria voce per invocare un processo sempre più razionale e necessario.

Il contesto di crisi in cui sta precipitando l’intero Occidente impone uno scatto in avanti di alcuni comunisti, che invece sembrano attardarsi nell’analisi e nei politicismi. Tutto ciò non è più tollerabile. Cosa succederà quando finiranno i sussidi governativi e le conseguenze del crollo dell’economia si faranno sentire in tutto il loro livore? Quando migliaia di attività commerciali saranno chiuse, con migliaia di lavoratori rimasti senza lavoro? Quando i padroni chiederanno al paese di fare sacrifici… I comunisti saranno in grado di unire le forze per costruire un’alternativa credibile con cui contrastare sia l’ascesa delle destre razziste e populiste (Salvini e Meloni) che la retorica vacuità e i miseri palliativi proposti dalle attuali forze di governo? O forse c’è ancora qualcuno che pensa di attardarsi ottenendo un paio di insignificanti poltroncine sedendosi al tavolo del futuro centro-sinistra? 

A 30 anni dalla fine del PCI dobbiamo prendere consapevolezza degli errori fatti fino ad ora e comprendere che si rischia di perdere l’ultimo treno utile per il riscatto di un popolo che non ci capisce e che non percepisce più la nostra utilità. Saremo capaci di dargli una speranza e un progetto credibile per risolvere gli enormi problemi che dovremo affrontare? La domanda è posta anzitutto ai gruppi dirigenti delle organizzazioni comuniste sopra menzionate ma tutti coloro che condividono quanto scritto sopra sono chiamati ad interrogarsi e a dare una risposta. Personalmente ho imparato che un partito è un mezzo, e non il fine. Oggi l’obiettivo è costruire l’avanguardia rivoluzionaria dei lavoratori. La prassi e le scelte personali seguiranno il percorso di chi porta avanti questo progetto con credibilità e coerenza. L’inazione e le mancate risposte sono invece chiare scelte politiche che sono state spesso praticate ma che ormai è giusto siano considerate negativamente, come un lusso che non ci si può più permettere.