Il compito che ci aspetta come comunisti

red-flagdi Giorgio Langella, segretario regionale PCdI Veneto

Ormai dovrebbe essere chiaro. In Italia è in atto una lotta di classe e la stanno vincendo quei padroni che hanno occupato tutti i posti disponibili nei maggiori partiti e nelle istituzioni. Sono loro che, di fatto, controllano e dettano la linea al governo in carica. Un governo formato da ministri più o meno incompetenti che sta portando a compimento quello che la destra non era riuscita a fare: stravolgere la costituzione, umiliare il parlamento togliendogli qualsiasi autonomia e cancellare i diritti dei lavoratori.

Renzi e il PD hanno scelto da tempo la parte nella quale collocarsi e per la quale battersi. È la stessa parte dominata dalla confindustria che, infatti, è diventata punto di riferimento del governo. Lo hanno fatto per distribuire e occupare qualche posto – ben remunerato – di sottogoverno in più. Si limitano a questo, senza un progetto di sviluppo del paese, perché si sono convinti che è utile sottomettersi a chi detiene realmente il potere. E quelli che hanno il potere, oggi, sono quelli che impongono il pensiero unico (o, meglio, assente) per il quale è indifferente se e quanti cittadini vanno a votare. Sono quelli che controllano l’informazione e decidono quali notizie sia utile divulgare. Sono quelli che si sentono immuni da qualsiasi giudizio. Una concezione alquanto stravagante della democrazia.

E non si venga a dire che non c’è più alcuna distinzione tra lavoratori e padroni perché, tanto, “siamo tutti nella stessa barca”. Secondo questa bizzarra teoria, essendo tutti “uguali”, nessuno sarà mai responsabile del declino industriale ed economico del nostro paese. Non è così.

Il sistema imprenditoriale nostrano è il principale responsabile della pochezza industriale del nostro paese e della situazione di profonda crisi nella quale versa la nostra economia. Evasione fiscale, delocalizzazione, privatizzazioni selvagge e corruzione sono ormai segni distintivi di un sistema malato che, però, sta trionfando in quanto percepito come “l’unico possibile”. Un sistema che ha bisogno, per sostenersi, di vassalli, di personaggi mediocri, di organizzazioni politiche “leggere”, di un pensiero mediatico e politico unico che favorisca, con la sua inesistenza, il consolidamento del proprio potere. Sta succedendo proprio questo: un parlamento ridotto a un insieme di valletti che votano, senza discutere, qualsiasi cosa e approva leggi e decreti che sono titoli vuoti che saranno riempiti, solitamente in maniera approssimativa e confusa, da una stretta cerchia di sedicenti “esperti”. Il parlamento, a forza di votare la fiducia a scatola chiusa, risulta assolutamente svuotato delle sue competenze e ridotto a diventare una specie di malinconico paravento di un governo che si crede sempre più onnipotente e che è distante da quella brutale realtà che si trovano ad affrontare i lavoratori, i pensionati, le donne, i giovani del nostro paese. Lo stravolgimento in senso antidemocratico della Costituzione e del ruolo del Parlamento, che rivela inquietanti analogie con il “Piano di rinascita democratica” della P2 di Licio Gelli, è, purtroppo, nei fatti.

E, così, vengono approvate leggi sul lavoro da chi non conosce cosa esso sia perché non hanno mai lavorato veramente. Vengono lanciati slogan senza senso come quello della “rivoluzione copernicana” che servono a coprire tutte quelle nefandezze che diventeranno legge.

Renzi sostiene: “addio paura, nel 2015 l’Italia correrà”. E, intanto tutti gli indici economici e produttivi sono negativi. Dalla disoccupazione mai così elevata (a ottobre 2014 era 13,2% pari a 3.410.000 persone), alla produzione industriale in costante e desolante calo, a un PIL sempre più basso, alla dismissione delle industrie strategiche del nostro paese.

Di fronte a questo scenario, lorsignori, ci raccontano che favorendo i licenziamenti sarà più facile assumere. E mentre ci dicono che il lavoro sarà per tutti a tempo indeterminato e “a tutele crescenti”, approvano norme che permettono a un padrone di licenziare un lavoratore senza giusta causa. Sostengono che abolendo, di fatto, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori si risolverà tutto. Ma per aumentare l’occupazione ci vuole una seria politica industriale. Ci vogliono investimenti in ricerca e sviluppo. Ci vuole uno Stato che non si limiti ad essere un “ragioniere” ma ritorni ad essere un produttore. Oggi non si assume non perché non c’è flessibilità in ingresso e uscita dal mondo del lavoro (ce n’è fin troppa), ma perché il lavoro manca. È stato cancellato grazie a politiche industriali inesistenti, a delocalizzazioni selvagge, a continue privatizzazioni che hanno “asciugato” e reso ininfluenti le nostre industrie strategiche. Ma questo, per lorsignori, non è rilevante. Coprono il loro fallimento con annunci e promesse, senza affrontare i veri problemi che affliggono il paese. Dichiarano che i diritti saranno uguali per tutti i lavoratori e, così, invece di estenderli a chi non li ha, li tolgono a chi se li è conquistati con le lotte. Confondono tra loro diritti e privilegi. Così il diritto a un lavoro sicuro, continuativo e giustamente retribuito diventa un “privilegio” di pochi che deve essere cancellato in quanto tale. Sostengono di aver abbassato le tasse e, con la legge di stabilità, l’aliquota ordinaria dell’irap, dal 2015 tornerà al 3,9% (dopo essere stata portata al 3,5% nel 2014). Non solo, l’imposta sostitutiva delle partite iva con redditi medio-bassi che hanno scelto il sistema di tassazione agevolata verrà triplicata passando dal 5% al 15%. La sanità costa sempre di più ai cittadini, così come la scuola e i servizi. Le retribuzioni e le pensioni, di fatto, sono sempre più isufficienti a mantenere una vita decorosa.

Renzi e ministri vari affermano di voler lottare contro la corruzione e i disonesti. Dopo gli scandali dell’EXPO, del MOSE, di “Mafia capitale” si indignano e annunciano nuove leggi ma, allo stesso tempo, rendono “non punibili” i reati che prevedono una pena detentiva massima di 5 anni e, con le nuove norme sull’abuso del diritto, solo chi evade oltre 150.000 euro (attualmente la soglia è di 50.000) rischierà il carcere e solo le fatture false superiori a 1.000 euro potranno essere considerate reato perseguibile. Appare chiaro come non ci sia nulla né di equo né lontanamente di sinistra in queste decisioni che favoriscono soltanto chi ha il profitto come unico scopo. Profitto che deve essere raggiunto a qualunque costo e con qualsiasi mezzo.

I pochi che possiedono la maggioranza della ricchezza del paese, continueranno ad arricchirsi controllando un governo che costruirà le leggi a loro favore. La nostra democrazia, conquistata con la lotta di liberazione dal nazifascismo e difesa con le lotte dei lavoratori dei primi decenni del secondo dopoguerra, è stata trasformata in una penosa e pericolosa oligarchia. Una sorta di dittatura, più o meno dolce, dove chi appartiene alla casta dei padroni e dei loro valletti si arroga il privilegio di non dovere mai veramente rispondere alla giustizia dei propri misfatti. Solo nelle ultime settimane di quest’anno il processo Eternit è stato dichiarato nullo dalla Cassazione perché in prescrizione e, quindi, il colpevole viene prosciolto. Al processo Marlane-Marzotto nessuno è stato ritenuto responsabile per la morte di oltre cento lavoratori lentamente uccisi dal tumore. Al processo della discarica Bussi, inquinata dai veleni della Montedison, gli imputati di disastro ambientale e avvelenamento delle acque sono stati tutti assolti. Forse sono coincidenze, ma cominciano ad essere troppe. E, così, diventa logico dubitare che, nel nostro paese, ormai, esistono gli “intoccabili”, quei personaggi che non verranno mai condannati e che, guarda caso, appartengono tutti alle classi più ricche e agiate.

Il governo annuncia di modificare i tempi di prescrizione dei processi ma, questo, non avviene. Su queste cose, Renzi e i suoi ministri non hanno fretta. La loro vera urgenza è quella di ricreare profonde disparità tra chi decide e chi è ridotto al ruolo di suddito. Ma questa non è modernità, è il ritorno a rapporti di forza e di lavoro ottocenteschi. Per lorsignori è indispensabile che si possa licenziare senza giusta causa e secondo la convenienza e il capriccio padronale. Magari pochi giorni prima di morire per malattia professionale com’è successo ai lavoratori della Marlane (ci sono precise e terribili testimonianze di questo). Una maniera indecente di nascondere la verità e far rientrare le statistiche nei parametri di una falsa “normalità”. Così chi è morto di lavoro continuerà a morire. E chi vive del proprio lavoro dovrà essere sempre più precario, insicuro, mal retribuito.

Il compito che ci aspetta come comunisti

Quella che viviamo è una situazione tragica anche perché non c’è nessuna organizzazione politica, in parlamento e nel paese, che abbia la forza, la volontà e la determinazione di contrastarla con qualche probabilità di successo. Non esiste un partito numericamente importante che abbia la prospettiva di un cambiamento vero e radicale a partire da quella questione morale che sta divorando ogni struttura della nostra povera patria. L’idea renziana del “partito nazionale” prelude a una politica sempre più umiliata e umiliante, quella dell’uomo solo al comando di nefasta memoria. Quanto di più lontano da quell’altissimo compromesso tra i grandi partiti di massa del secondo dopoguerra che ha portato alla nostra Costituzione. La sinistra è stata distrutta dall’ignavia e dalla mediocrità di chi ha voluto cancellarla trasformando i partiti in un insieme di bande in lotta tra loro che pensano spesso solo a spartirsi “posti di prestigio” e “fare affari” o a piccoli gruppi troppo attenti a litigare tra loro per costruire un progetto di vera alternativa. Si è persa la prospettiva di medio-lungo di dare la proprietà dei mezzi di produzione a chi vice del proprio lavoro. Oggi, più che mai, c’è la necessità di ricostruire una sinistra seria che si proponga di ripristinare, in primo luogo, tutti i diritti cancellati. E c’è assoluta necessità di una organizzazione politica che sappia rendere viva e attuale quella prospettiva a partire dall’attuazione il programma della Costituzione del ’48. C’è bisogno, quindi, di un Partito solido che possa riunire tutte le forze che si oppongono alla deriva democratica del nostro paese e che abbiano un progetto di vero cambiamento. La ricostruzione di un nuovo e grande Partito Comunista (e il primo, fondamentale, passo è la costituzione del Partito Comunista d’Italia) non solo è utile ma indispensabile.

Questo deve essere il compito principale dei comunisti italiani perché, come diceva Togliatti nel 1944: “Noi non possiamo accontentarci di criticare o di inveire, e sia pure nel modo più brillante; dobbiamo possedere una soluzione di tutti i problemi nazionali, dobbiamo indicarla al popolo nel momento opportuno e saper dirigere tutto il paese alla realizzazione di essa. Trasformando in questo modo il nostro partito, siamo convinti di non lavorare solo per noi stessi, ma nell’interesse di tutta l’Italia. La nazione italiana, oggi, ha bisogno di un grande, di un forte partito comunista, e noi creeremo questo partito!”.