Due decenni di Rifondazione Comunista: uno sguardo retrospettivo e un suggerimento per il futuro*

di Bruno Steri

* Intervento fatto in occasione della presentazione del libro di Fosco Giannini “Da una parte della barricata”- Roma, Casa delle Culture. Partecipanti: Fosco Giannini, Alessandro Hoebel, Raul Mordenti, Manuela Palermi, Bruno Steri

Nel libro “Da una parte della barricata”, Fosco Giannini – che com’è noto è oggi un dirigente del Pdci – ha raccolto un insieme di suoi interventi, articoli e brevi saggi, dislocati nell’arco temporale degli ultimi due/tre decenni: in sostanza, il tempo di un’intera vita politica. Non solo la sua: siamo più o meno coetanei e dunque è in questione un vissuto comune, direi comune ad una generazione di comunisti.

Errori

E’ inevitabile che il testo induca ad uno sguardo retrospettivo. Senza pretendere di fare, come avvertono gli storici, la “storia al futuro anteriore” (rileggendo rigidamente il passato alla luce della verità del presente, facendo fuori così la specificità dei contesti in cui i fatti si sono prodotti), butto qui alcune impressioni. Dicendo subito che, sul filo delle considerazioni di Fosco – dalla fase culminata con lo scioglimento del Pci e la costituzione di Rifondazione fino ai nostri giorni – sono stato indotto a focalizzare soprattutto i nostri errori.

La domanda è: c’è un filo che li collega? e quindi uno sfondo che, al di là delle diverse congiunture, dia conto di limiti strutturali che hanno determinato la sconfitta? Una spiegazione della sconfitta, di questo si tratta: di ripercorrere questi ultimi decenni seguendo le tappe che hanno condotto all’impasse del progetto avviato con la nascita di Rifondazione Comunista (poi differenziatosi in diversi rivoli). Gli errori fanno parte dell’agire umano; e non vi è un disegno provvidenziale su cui poter contare. Come scrisse qualche tempo fa un filosofo comunista, Louis Althusser, il principale evento del ‘900 è stato l’incontro del movimento operaio con la teoria marxista: implicitamente alludendo al fatto che tale evento avrebbe potuto benissimo non essere e che, allo stesso modo, potrebbe perdere storicamente la sua “spinta propulsiva”. Niente è garantito una volta per tutte, molto dipende da noi.

Desertificazione italiana

Certamente, non può non far parte della suddetta spiegazione l’indicazione di difficoltà obiettive, di fattori legati al contesto e al campo del conflitto politico e sociale. A cominciare dalla forza dell’avversario di classe, che in Italia – per mezzo secolo teatro dell’azione politica del più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico – si è dispiegata in modo direi dirompente. I comunisti hanno dovuto fare i conti con due fenomeni peculiarmente italiani e particolarmente nefasti, due facce di un’unica deriva involutiva: la Bolognina da un lato, il berlusconismo dall’altro. In altri Paesi europei, pur in presenza di fasi critiche e di un ridimensionamento politico-organizzativo, non vi è stata tuttavia, come da noi, la radicale discontinuità, la rottura storica rappresentata dal decreto di scioglimento del Partito Comunista Italiano: ciò ha consentito nelle diverse realtà nazionali (si pensi alla Francia, al Portogallo, alla Spagna, alla Grecia), il mantenimento di un minimo di radicamento sociale, di un collegamento organico col movimento sindacale, in continuità con un riferimento strategico e ideale. Non così in Italia.

Dall’altra parte e contemporaneamente, ha preso sempre più quota la piena berlusconiana (che non a caso prende il nome dal suo principale e indiscusso promotore). Mentre a sinistra veniva smontato pezzo dopo pezzo un intero impianto concettuale e dissipata quella che era stata una complessiva “concezione del mondo”, contestualmente le destre agivano in profondità e a tutto campo, costruendo senso comune, sedimentando (dis)valori (darwinismo sociale, edonismo individualista, la “Milano da bere”), aggredendo le basi della coesione morale e ideale del corpo sociale (attacco agli strumenti formativi pubblici, egemonia nella costruzione mediatica delle opinioni e perfino dei desideri).

Due punti di non ritorno

In tale sfavorevole temperie, due sono stati a mio parere gli eventi emblematici che, strutturalmente, hanno determinato altrettanti punti di non ritorno: sul piano sociale, il varo del famigerato “pacchetto Treu”; su quello politico-istituzionale, l’entrata in vigore del dispositivo maggioritario. Quando, al termine di una sofferto dibattito politico, passò l’impianto normativo che sanciva un micidiale colpo (purtroppo non l’ultimo) alla regolazione del mercato del lavoro (il “pacchetto” che appunto prese il nome dell’uomo del centro-sinistra che lo promosse), fummo certo consapevoli del passo indietro fatto: ma forse non avemmo allora completa coscienza dell’enormità del cambiamento, del fatto che con quel passaggio si entrava in un mondo radicalmente diverso. Ancora oggi le organizzazioni della sinistra nel suo complesso (non solo i comunisti) vivono drammaticamente le conseguenze politiche della precarizzazione del lavoro, del suo frastagliamento; e faticano a trovare contromisure efficaci, sia sotto il profilo della tutela delle lavoratrici e dei lavoratori che sotto quello dell’adeguatezza degli strumenti organizzativi e di mobilitazione delle classi subalterne.

Un altro micidiale salto di paradigma – rievocato nelle pagine del libro – è stato il passaggio al meccanismo elettorale maggioritario. Anche qui, la forza dell’avversario di classe ha avuto la meglio. E noi, in sostanza, siamo rimasti appesi alle mosse altrui, non abbiamo saputo (o potuto) disinnescare il trappolone allestito da chi ha studiato e continua a studiare dal mattino alla sera per farci fuori. Così, ad ogni scadenza elettorale, ci siamo divisi (ossia: il suddetto meccanismo ha indotto una divisione) tra pericolosi massimalisti e volgari opportunisti: etichette spurie, che non ci appartengono. E sulla cui base, tuttavia, abbiamo persino fatto saltare per aria partiti e federazioni, anziché contare fino a dieci e riflettere sul fatto che tali dispute erano, in ultima analisi, indotte dalle insidie ordite dai nostri irriducibili avversari (da sempre spietati con noi, assai più di quanto oggi non lo siano ad esempio, nonostante le apparenze, con Grillo e i grillini).

Un limite di fondo

Davanti a siffatte difficoltà oggettive, non abbiamo avuto la forza o comunque non abbiamo trovato le contromisure giuste per difenderci e replicare. Se dovessi scegliere un nostro limite, uno solo, che ha percorso tutto questo itinerario (che, beninteso, dall’inizio sapevamo non sarebbe stato una passeggiata), lo indicherei nella fallimentare gestione del/i partito/i. E’ qui, nella questione del partito – della sua efficacia, della salvaguardia delle sue risorse, della sua democrazia interna, della formazione dei suoi giovani iscritti e dei suoi dirigenti – che a mio parere abbiamo scontato la nostra maggiore insufficienza. Qui, a mio parere, stanno le maggiori responsabilità dei gruppi dirigenti e dei leader che in questi vent’anni si sono succeduti. Capita a volte di sentire che ci si riferisca alle vicende “organizzative” come fossero un tema “minore”, secondario rispetto alle grandi questioni concernenti i fondamentali ideologici e la linea politica: invece è precisamente nella vita interna del/i partito/i che la diversità delle culture di provenienza ha eminentemente manifestato i suoi negativi effetti. La mancata “cura” del/i partito/i ha reso fragile la tenuta politica e organizzativa, sottraendo risorse che avrebbero potuto essere utilmente impiegate, indebolendo le difese da mettere in opera nel corso di un durissimo scontro politico e di classe. E’ un esempio che ho citato più volte: l’eclissi del Comitato scientifico del Prc è un fatto che ancor oggi non riesco a spiegare e che, per quel che mi riguarda, grida ancora vendetta. Il fatto di esser stati sottoposti ad una perenne emergenza congiunturale, “in direzione ostinata e contraria”, giustifica parzialmente, ma non assolve da tali fondamentali mancanze.

Annus horribilis

Vi sono poi errori contingenti ma non per questo meno devastanti, errori che coincidono con una o più scelte tra loro connesse e col fardello negativo da esse rappresentato. Mi riferisco ad esempio alle vicende, per molti versi decisive, succedutesi negli anni 2007 e 2008: le ho rivissute con grande sofferenza attraverso le pagine di Fosco. Il 23 luglio del 2007 viene varato il cosiddetto Protocollo d’intesa tra governo (cui Prc e Pdci partecipano) e sindacati confederali, contenente misure su previdenza, lavoro e competitività: con ulteriori arretramenti in tema di diritto a pensione (particolarmente odiosa la mancata tutela dei cosiddetti lavori usuranti) e di precarietà del lavoro. Il successivo 20 ottobre si svolge a Roma una delle più grandi manifestazioni del dopoguerra, largamente partecipata da lavoratrici e lavoratori, oltre che scandita dalla presenza dei partiti comunisti e delle forze della sinistra di alternativa. La richiesta dei manifestanti è semplice: tutelateci, difendete il lavoro. A dicembre del 2007, si tiene la discussione parlamentare al termine della quale il protocollo è approvato. Dopo la caduta del governo, le elezioni del 13 aprile 2008 sanciranno la disfatta della lista Arcobaleno e delle forze della sinistra di alternativa. Potevamo fare diversamente? Io penso (seppure a posteriori) che dovevamo fare diversamente. (E che il compagno Fausto Bertinotti, in un frangente così drammatico e delicato, sarebbe stato senz’altro più utile come ministro del Lavoro che non come Presidente della Camera quale allora era). Senno del poi, problemi di allora ma anche di oggi.

Una grande manifestazione “identitaria”

Così, il racconto del libro arriva infine ai fatti più recenti e al che fare dell’oggi. Tra questi fatti, ne voglio ricordare in particolare uno. Non tanto tempo fa, il 12 maggio 2012, ci fu a Roma una grande manifestazione comunista. Non faccio numeri; ma qualsiasi romano che abbia esperienza di manifestazioni di piazza e di valutazioni numeriche sulla consistenza delle medesime sa che quella fu una grande manifestazione. Non mi riferisco solo alla lunghezza (lungo il percorso canonico di via Cavour ecc), ma all’incredibile densità del corteo. Una manifestazione davvero grande. Si disse, anche in termini critici, che si era trattato di un corteo “identitario”, perché interamente coperto da drappi rossi e falci e martello. Può darsi che, in un certo senso, questo possa essere stato un limite; tuttavia, non c’è dubbio che l’evento abbia soprattutto evidenziato un’enorme risorsa. E alimentato speranze. Contro tutte le aspettative (anche quelle dei gruppi dirigenti, di tutti i gruppi dirigenti di partiti e di aree, i quali erano stati indotti a gettare il cuore oltre l’ostacolo solo grazie alle forti pressioni esercitate dal basso), la FdS aveva battuto un colpo, rendendo visibili le ragioni della sinistra anticapitalista e del no a Monti. Persino le reticenti Sel e Idv avevano infine ritenuto di dover aderire. Era un secolo fa? No, era solo un anno fa. Sappiamo come sono andate poi le cose. Non solo quello straordinario evento non è stato valorizzato; tutt’al contrario, le speranze suscitate sono state soffocate sul nascere. Quella manifestazione è stata letteralmente ammazzata. Simili sciagurate vicende hanno sicuramente contribuito ai successivi esiti elettorali: diciamo che chi semina vento è destinato a raccogliere tempesta.

Un filo interrotto da riprendere

Oggi il cammino di quel corteo – secondo me – va ripreso, puntando decisamente alla convergenza delle residue (ma esistenti) risorse dei due partiti comunisti e ad una positiva rigenerazione dei quadri dirigenti. Non è la panacea, la soluzione di tutti i nostri problemi, ma un primo piccolo passo che invertirebbe la perniciosa tendenza all’irrilevanza. E alla confusione di sigle, simboli, culture politiche. Lo potrebbe consentire tra l’altro una seria riflessione problematica, una rivisitazione critica della linea politica sin qui tenuta, da promuovere nell’ambito dei rispettivi imminenti congressi. In definitiva, un passo in avanti concreto e alla nostra portata, mosso nel quadro di una più ampia ricerca unitaria che coinvolga tutto lo spazio politico della sinistra di alternativa.

Che tutto ciò sia assolutamente urgente voglio ribadirlo attraverso un ultimo aneddoto. Qualche giorno fa, con mia grande sorpresa mi è capitato di rivedere Paolo Ferrero impegnato in un dibattito televisivo, dopo non so quanti mesi di eclissi mediatica. Ad un certo punto, replicando a una delle tante castronerie che in tali occasioni si è soliti profondere a piene mani, Ferrero ha ribattuto lapidariamente: “Quello che dici è falso”. Non ricordo nemmeno più a cosa esattamente si riferisse, ma si può tranquillamente scegliere a caso. Le falsità spacciate in tv per assodate verità non si contano: il debito pubblico è il male assoluto e va drasticamente abbattuto, il bilancio deve essere in pareggio, non c’è alternativa alle politiche europee e via di questo passo. In ogni caso, non vi è dubbio che il segretario del Prc sul punto avesse ragione da vendere. Tuttavia, il problema è che – contrariamente a quel che accade ad esempio nell’ambito della ricerca scientifica – il valore di verità di una simile perentoria dichiarazione televisiva non è dato semplicemente dall’aderenza ai fatti: su questo non ci sarebbe partita. E’ dato purtroppo, anche e soprattutto, dal peso politico di chi fa l’affermazione. E, se tu sei reduce da elezioni che ti hanno gratificato con percentuali vicine all’1%, il valore di verità di quello che dici in tv precipita purtroppo verso il basso.

Occorre autorevolezza. Cominciamo dunque col provare a togliere una divisione ormai ridicola.