Comunisti e centrosinistra: un rapporto traumatico

bandiera rossa brandellidi Flavio Di Schiena

Riceviamo dal compagno Di Schiena e pubblichiamo come contributo alla discussione sulle prospettive dei comunisti in Italia

Dallo scioglimento del PCI in poi è sempre stato traumatico il rapporto tra i comunisti e il centrosinistra. Un centrosinistra che si è allontanato culturalmente e ideologicamente sempre di più dalle radici marxiste (il simbolo del PCI alla base della quercia del PDS) fino a prendere la forma del PD renziano.

Ripercorrendo la storia del centrosinistra italiano dalla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica, notiamo che il PDS di Occhetto (grattatina antisfiga) partecipa al governo “tecnico” di Ciampi (ex governatore della Banca d’Italia, protagonista del “divorzio” dell’81 dal Tesoro), durante il quale viene approvato il Mattarellum (dal nome del democristiano attualmente Presidente della Repubblica votato dal PD).

Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana il voto non è più “uguale” (come previsto dalla Costituzione) e si passa da un sistema proporzionale ad uno maggioritario e tendenzialmente bipolare (per somigliare finalmente alle “avanzate democrazie occidentali” in cui, cioè, il parlamento è subalterno al governo). Fa paura (anche se oggi colpevolmente ci siamo assuefatti) che questa riforma facesse parte del disegno reazionario piduista.

Effetto del maggioritario è un difficile rapporto tra comunisti e centrosinistra, in cui i primi sono sempre stati tra l’incudine e il martello, dovendo decidere se allearsi col centrosinistra (come in alcuni casi hanno fatto, votando anche provvedimenti antipopolari che hanno contribuito alla perdita del consenso) o meno (venendo accusati di favorire le destre).

Il maggioritario ha portato anche alla piaga dell’antiberlusconismo e alla nascita di coalizioni (dai comunisti a Mastella) senza un programma alternativo, fondate solo sul far perdere le elezioni a Berlusconi. Si diffonde l’ideologia dell’alternanza (tra due facce della stessa medaglia) che va a contrapporsi alla necessità di un’alternativa radicale al sistema capitalista.

Andando avanti, nei fatti concreti, si osserva come i governi appoggiati dal centrosinistra abbiano negli anni approvato le peggiori riforme di stampo neoliberista, tra cui privatizzazioni (di settori strategici come telecomunicazioni, energia, banche…) e forte riduzione dell’intervento pubblico in economia.

Sono questi gli anni in cui il debito pubblico si impenna e cala il potere d’acquisto degli italiani (mentre si cancella definitivamente anche la scala mobile a causa di una parallela involuzione della Cgil). Questo vuol dire un gigantesco spostamento di reddito dai salari ai profitti… vuol dire, cioè, che quei governi hanno una chiara connotazione a favore delle classi dominanti e contro quelle popolari.

Il centrosinistra (come, e a volte più, del centrodestra) attacca la Costituzione da un lato calpestandola (non vengono attuati i principi fondamentali su lavoro, uguaglianza, rifiuto della guerra…) e dall’altro cercando esplicitamente di modificarla in senso peggiorativo (nel 1997 la Bicamerale di D’Alema proponeva il presidenzialismo e nel 1999 lo stesso D’Alema al governo approva una legge costituzionale federalista che dà maggiore autonomia alle Regioni, governate con una forma di presidenzialismo).

Il centrosinistra è complice anche dell’involuzione culturale, non solo a livello economico (accettazione del pensiero unico neoliberista), ma anche a livello storico, in quanto non ha mai contrastato un certo revisionismo storico atto ad equiparare partigiani e repubblichini, a criminalizzare i comunisti (in particolare quelli titini) e a “perdonare” i fascisti in un’ottica di pacificazione nazionale. Non ci meravigliamo di come si siano sdoganati grazie al centrodestra (e col silenzio del centrosinistra) gruppi neofascisti quali Fiamma Tricolore, Forza Nuova e CasaPound. Allo stesso tempo per il centrosinistra i comunisti diventano quasi un male da debellare (ricordiamo uno su tutti: il “democratico” Pittella che sostiene il governo golpista di Kiev e la repressione e la messa al bando dei comunisti ucraini).

Sul fronte del lavoro come non ricordare il pacchetto Treu (legge 196/’97, sotto il governo Prodi) che trasforma il precariato da eccezione a condizione permanente e diffusa, e che porta alla diminuzione dei salari e all’aumento dei profitti dei padroni.

Il centrosinistra è anche quello del sostegno alla guerra Nato in Kosovo: nel 1999 il governo D’Alema autorizza la base Nato di Aviano (Pordenone) a far partire i caccia che hanno sganciato le bombe su Belgrado.

Il governo Prodi II (sostenuto anche da PRC e PdCI) è quello che nel 2007 vota il rifinanziamento della guerra Nato in Afghanistan (su proposta del Ministro degli Esteri D’Alema).

Il 2008 è un anno di svolta: nato il PD (dall’unità degli ex comunisti diessini e dei democristiani margheritiani) il nuovo segretario Veltroni allontana la sinistra (guidata da Bertinotti).

Alcuni DS (il “Correntone” di Mussi e i socialisti di Salvi) non ci stanno e non aderiscono al PD, ma al primo (di tanti) tentativo di costituente della Sinistra (Arcobaleno, che non riesce neanche ad eleggere un parlamentare, per la prima volta nella storia della Repubblica).

Quante analogie vengono in mente pensando all’oggi, alla “scissione” di Civati e all’ennesima proposta di Vendola (e Ferrero) di unire la sinistra…

Il 2008 è l’anno del congresso di Chianciano che segna la spaccatura di Rifondazione Comunista (il principale partito della sinistra) tra due linee politiche diverse, rappresentate da Vendola e Ferrero.

Vendola dà priorità all’unità della sinistra (in cui sparisce l’autonomia dei comunisti, ridotti a “tendenza culturale”), senza decidere se questa debba essere alternativa al centrosinistra o alleata con esso (come puntialmente accade alle politiche 2013 con la coalizione Italia Bene Comune tra PD e SEL).

Per Ferrero, invece, è necessario rilanciare l’autonomia dei comunisti e unire la sinistra a patto che sia alternativa al centrosinistra (sostanzialmente unire solo i comunisti, tant’è che nasce la Federazione della Sinistra, con il PdCI di Diliberto, che ha per simbolo la Falce e Martello). La linea di Ferrero ha portato, tra diverse peripezie, alla nascita di liste elettorali come Rivoluzione Civile (con leader Ingroia candidato premier alle politiche 2013) e L’Altra Europa con Tsipras (ispirata al leader greco, in cui converge temporaneamente SEL). Ad ogni giro elettorale (dopo ogni sconfitta) si insegue una nuova formula e un nuovo simbolo elettorale da far conoscere (in una situazione in cui molti circoli chiudono ed alcuni territori non sono quindi più presidiati).

Cosa accade nel frattempo nel mondo reale?

Nel 2008 scoppia la crisi (ancora in corso) e nel 2009 si formalizza la nascita del MoVimento 5 Stelle di Grillo: una forza politica percepita come antisistema che sostituisce la lotta di classe con la lotta alla casta (dei politici) e la rivendicazione dell’onestà (valore che di per sè non assicura politiche a favore del popolo).

Nel 2011 i movimenti per i beni comuni (col supporto decisivo della sinistra extra-parlamentare) organizzano i referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare, vincendoli. Il PD di Bersani, fiutando il possibile successo dei referendum, cerca di cavalcare l’onda negli ultimi giorni di campagna elettorale, dopo che tutto il lavoro era stato svolto dai movimenti e dalla sinistra. Questo appoggio del PD illude qualcuno che il centrosinistra possa essere ancora (se mai lo fosse stato) una forza politica con connotati progressisti, con la quale poter allearsi.

Intanto la speculazione fa cadere il governo Berlusconi (reo di non essere esattamente allineato al volere della Troika). Lo stesso Berlusconi che nel 2011 tentennava a partecipare alla guerra contro la Libia di Gheddafi (e che fu incalzato proprio dal centrosinistra di Bersani ad intervenire militarmente).

Il PD avrebbe potuto benissimo ricostruire il centrosinistra (magari includendo anche i comunisti a causa delle illusioni di cui sopra) e vincere a mani basse le elezioni contro una destra (all’epoca) in disfacimento.

Accade invece che il centrosinistra per “responsabilità” non sceglie di tornare alle urne, ma supporta il governo “tecnico” di Mario Monti (uomo della Trilateral, del Bilderberg, della Goldman Sachs). Questo segna un punto di non ritorno per il PD che si schiera definitivamente dalla parte della Troika, dell’Unione Europea, delle larghe intese tra cristiano-popolari, liberali e “socialdemocratici” uniti nel somministrare politiche antipopolari neoliberiste e di austerità.

Sotto il governo Monti il Parlamento approva Fiscal Compact e inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione.

Nella legislatura successiva, nonostante la coalizione PD-SEL avesse “vinto”, Bersani non riesce a formare un governo e passa la palla a Letta e Renzi). SEL ha contribuito a far ottenere al PD un sostanzioso premio di maggioranza, ma poi passa all’opposizione mentre il PD governa con il centrodestra. Entrambi governi sempre più europeisti (cioè esecutori della Troika) e guerrafondai (appoggiano tutte le politiche della Nato e le destabilizzazioni di governi legittimamente eletti, per non parlare del continuo supporto ad Israele).

Sono i tempi del Jobs Act, dell’eliminazione dell’art. 18, del semestre italiano alla presidenza del consiglio dell’Ue (i media descrivono un Renzi che si fa valere opponendosi a parole all’austerità), delle trattative segrete del TTIP (la Nato economica, appoggiato da Renzi e da Confindustria), dello Sblocca Italia, della “Buona” Scuola, dell’Expo, di Mafia Capitale, solo per citare alcuni dei cavalli di battaglia del nuovo centrosinistra.

L’involuzione del PD è stata tale da allontanare alcuni militanti democratici e anche alcuni dirigenti come Civati (seguito probabilmente da Fassina), che oggi propongono l’unità.

Unità spesso declamata da molti, ma altrettanto spesso intesa in maniera differente da ognuno.

Qui iniziano le note dolenti: Civati ha spesso affermato di voler ricostruire il centrosinistra (che a suo parere non è più rappresentato dal PD renziano), alimentando una narrazione secondo cui esiste un centrosinistra buono (non renziano) ed uno cattivo (che ricorda la distinzione, sbagliata, tra un capitalismo buono e quello cattivo neoliberista).

Alla luce dell’excursus fatto, quale sarebbe questo “centrosinistra buono” da ricostruire? I comunisti dovrebbero prendere parte a questa ricostruzione o guardare altrove (e a sè stessi).

Anche il buon Nichi (Vendola) afferma di voler costruire un partito nuovo, “di governo” (formula sotto cui si cela spesso moderatismo, come se invece qualcun’altro preferisca restare sempre all’opposizione), non una riedizione della sinistra radicale.

E di radicalità (dei contenuti) invece bisogna parlare se vogliamo iniziare un discorso unitario.

Se per certi versi sui temi del lavoro una convergenza sembra semplice, su temi quali Unione Europea e Nato spesso le posizioni dei potenziali interlocutori dei comunisti sono pericolosamente ambigue.

Più Europa o rottura di questa Ue? Collocazione nel GUE o illusione di spostare a sinistra l’asse della socialcemocrazia (con Tsipras verso Schultz, innamoramenti verso Zapatero prima e Hollande poi…)? Ricerca della Pace a livello idealistico e metafisico o concretamente mettere all’ordine del giorno l’uscita dell’Italia dalla Nato e la collaborazione pacifica con i Brics (tra cui il cattivone Putin e i dittatori comunisti cinesi) e l’America Latina (dei dittatori comunisti come Castro, Chavez e Maduro… ricordiamo il “compagno” Onofrio Introna che si scagliava contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela)? Per l’autodeterminazione dei popoli o con le rivoluzioni colorate? Per i governi (giusti o sbagliati) legittimamente eletti o per i “ribelli” (finanziati e armati dall’occidente)? Schiacciarsi sulle posizioni della Cgil o interloquire anche con i sindacati di base (Usb su tutti)? Scegliere la via della compatibilità (come lascia pensare chi indica come leader Pisapia) o quella della lotta insieme ai movimenti sociali?

Non è possibile che su certi temi SEL si faccia scavalcare a sinistra dal M5S!

Bisogna sciogliere questi nodi per porre le (solide) basi di un’unità della sinistra che abbia una visione di classe e che non sia solo l’ennesimo, raffazzonato, cartello elettorale per riportare qualche trombato in Parlamento.

Bisogna capire se la prospettiva è sostituire l’antiberlusconismo con l’antirenzismo (individuando l’avversario nel PD di Renzi e non nella socialdemocrazia europea) oppure prendere le distanze da ciò che il centrosinistra è (ed è stato) costruendo un’alternativa che lotti contro l’Europa delle banche e l’imperialismo della Nato.

Forse, prima ancora di capire quale rapporto debbano avere i comunisti italiani (sparpagliati in diversi partiti e soprattutto molti senza tessera) con il nascente “nuovo centrosinistra” (che fa quasi il verso al fallimentare nuovo centrodestra di Alfano), sarebbe il caso di ricostruire un’organizzazione comunista, dotandosi di una struttura all’altezza dei tempi e di un programma radicale e credibile sulla base del quale si potranno solo dopo valutare eventuale alleanze con altri soggetti (senza escludere aprioristicamente collaborazioni col M5S che, con tutti i suoi limiti, presenta oggi interessanti punti in comune con un possibile programma comunista di fase).