Aderire al partito comunista e lottare per la Costituzione

Venezia aprile 1945di Giorgio Raccichini, PdCI Federazione Fermo

Recentemente ho rinnovato la mia adesione all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con la convinzione che questa organizzazione non costituisce un ritrovo di nostalgici o un’associazione storico-culturale, ma un organismo in cui si debba realizzare oggi come ieri un’ampia convergenza delle forze genuinamente antifasciste e sostenitrici della Costituzione repubblicana e dei suoi principi fondamentali, elaborati dopo l’eroica lotta di liberazione nazionale sia per estirpare le radici del fascismo sia per superare l’Italia liberale pre-fascista.

L’anno prossimo ricorreranno i settant’anni da quel 1944 che rappresentò per alcune parti d’Italia, come le Marche e la Provincia di Fermo, l’agognata liberazione, per altre la continuazione, in forme sempre più dure, della lotta partigiana.

Il 1944 fu l’anno del più grande ed eroico sciopero avvenuto nell’Italia occupata, che dimostrò il successo del Partito Comunista nel far sì che la Resistenza si configurasse non come una serie di azioni di piccoli gruppi finalizzate a facilitare la risalita degli Anglo-americani, ma come una guerra di popolo, la cui base sociale fosse costituita dalle classi lavoratrici, a partire da quella operaia.

Senza la lotta all’attesismo e ad una connotazione meramente militarista della Resistenza, condotta con decisione dai comunisti, l’Italia avrebbe probabilmente subito un ritorno puro e semplice a quello Stato liberale che non solo non aveva saputo arginare l’ascesa del Fascismo, ma ne aveva favorito la presa del potere.

Non dimentichiamo che, se la massa di manovra del Fascismo era costituita dalla piccola e media borghesia delle campagne e delle città, la sua base sociale di riferimento era il grande capitale industriale, agrario e finanziario, il quale vedeva nel movimento fascista uno strumento capace di reprimere il movimento operaio e l’aspirazione delle classi lavoratrici ad essere protagoniste attive della vita politica e socio-economica dell’Italia. Lo stesso grande capitale, durante la guerra di liberazione, in parte rimase fedele ai nazi-fascisti e in parte, considerando i rapporti di forza internazionali che venivano profilandosi, cambiò fronte e cercò di arginare il peso delle classi lavoratrici e dei suoi partiti di riferimento nei Comitati di Liberazione Nazionale.

Lo sciopero del marzo del ’44, in cui le rivendicazioni operaie si intrecciarono e coordinarono all’azione delle squadre partigiane, inflisse dei duri colpi alla produzione bellica dei nazi-fascisti in un periodo cruciale della guerra. Esso dimostrava che le classi lavoratrici, che pagarono un tributo di sangue altissimo, erano ormai pronte a diventare attive protagoniste nella futura ricostruzione economica e politica dell’Italia.

La Costituzione italiana del ’48 nacque, pur con dei limiti, da questa lotta del popolo lavoratore, recependone le istanze fondamentali, ponendo dei limiti al potere dei gruppi industriali e finanziari e promuovendo la partecipazione dei lavoratori alle decisioni politiche dello Stato, a partire da quelle fondamentali, cioè quelle economiche. In realtà questi obiettivi erano sorretti dalla forza del Partito Comunista Italiano e non poterono essere pienamente attuati a causa della sua esclusione, ad opera delle forze conservatrici sostenute dal grande capitale e dagli Stati Uniti, dal governo del Paese. La “conventio ad excludendum” nei confronti del PCI fu il vero fattore destabilizzante della Prima Repubblica, la quale divenne preda delle lotte intestine, del clientelismo e della corruzione della Democrazia Cristiana e dei suoi parenti; al posto della “democrazia progressiva” sognata dal PCI e delineata dalla Costituzione repubblicana si è realizzato il regime ultra-conservatore della Seconda Repubblica, auspicato dalla P2 di Licio Gelli e segnato da un appiattimento generale intorno ad una visione liberista dell’economia e ad un’impostazione lideristica e antiparlamentare della politica, caratteri che rispondono da sempre al volere dei monopoli industriali e finanziari transnazionali, interessati ad avere il pieno controllo dell’economia italiana e, in funzione di questo, a promuovere decisioni politiche sempre più rapide e non soggette al controllo dei lavoratori. Quanto lontana sembra la proposta del PCI, radicata nella Costituzione Italiana, di introdurre una programmazione dell’economia nazionale aperta alla partecipazione dei lavoratori!

In questi ultimi vent’anni si è affermata la linea dell’attacco massiccio alla Costituzione, preparato da un bombardamento mediatico di stampo anticomunista e antiresistenziale. L’attacco alla Resistenza antifascista non è stato sicuramente una novità: già subito dopo la guerra di liberazione esso prese forza nel contesto della Guerra Fredda, ma trovava un freno deciso nella forza del Partito Comunista e nella presenza di una viva pulsione democratica nelle masse popolari italiane. Oggigiorno, dopo il suicidio assistito di quella grande forza democratica e costituzionale che fu il PCI, la Resistenza è stata sempre più attaccata o mistificata e privata della sua intrinseca vitalità: è così diventata, nella grancassa mediatica, o moto sanguinario contro altri italiani oppure puro e semplice movimento di lotta per la democrazia politica. La Resistenza è stata così progressivamente svuotata del suo contenuto di classe, del suo essere stata cioè anche lotta delle classi lavoratrici contro il capitalismo finanziario e industriale sostenitore del nazifascismo; è stata privata della sua complessità, del suo essere stata un fenomeno in cui si incontravano e scontravano posizioni ideologiche differenti, con una netta prevalenza delle forze social-comuniste.

La lettura mistificata del movimento di liberazione è una mossa puramente politica, poiché è servita e serve a preparare il campo a pesanti manipolazioni del testo costituzionale, il quale è frutto della Resistenza e del nuovo protagonismo assunto dalle classi lavoratrici negli anni duri della guerra.

In linea con quanto affermato dal testo costituzionale nato dalla loro lotta, i comunisti si battono ancora oggi per rafforzare il ruolo del parlamento. Nel corso della Prima Repubblica esso fu mortificato dal sistema di potere imperniato intorno alla DC e dal contesto della contrapposizione internazionale tra i blocchi militari, fattori che di fatto impedirono al PCI di assumere un ruolo decisivo per l’attuazione della democrazia delineata dalla Costituzione, cioè di un sistema che avrebbe garantito il benessere e un maggior potere politico alle masse lavoratrici e avrebbe aperto la strada all’affermazione del socialismo in Italia. Oggi il parlamento, attraverso la convergenza di misure anticostituzionali (legge elettorale maggioritaria, rafforzamento del ruolo dell’esecutivo, eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti), intrecciate allo strapotere di organismi internazionali, sta diventando sempre di più un luogo privo di qualsiasi importanza politica, sia perché ne sono espulse o rese ininfluenti le forze portatrici di una visione alternativa della società e dell’economia, sia perché i centri che stabiliscono le decisioni politiche sono ormai diventati, come è nell’interesse dei grandi gruppi capitalistici transnazionali, i governi e i vari organismi internazionali non elettivi.

Aderire al partito comunista vuol dire oggi fare la scelta più conseguente e coraggiosa per la difesa della Costituzione, intesa non come un pezzo di carta, ma come l’anima di una democrazia politica e socio-economica finora rimasta in gran parte inattuata, perché essa non risponde agli interessi di chi detiene realmente il potere economico e politico, cioè i grandi gruppi capitalisti.