Accordi e disaccordi

di Stefano MicheliPdCI Rieti, Resp.le Prov.le Organizzazione

prospettivepericomunisti bannerHai ragione Monica 
la sconfitta storica 
ma non posso dirtelo 
posso solo piangerla 
e guardarti crescere 
come cresce l’edera 
come il rovo su pietre e macerie”
(Baustelle, a vita bassa)

Ma lasciamo da parte questo discorso: ci basti dire che ciò che veramente deve interessarci non è né il nuovo né il vecchio, bensì la comprensione di ciò che ritorna (perché se ritorna vuol dire che ha qualcosa a che vedere con l’essenziale) e della forma inevitabilmente originale ed inedita che questo ritorno assume. Ed è proprio di Lenin il saper comprendere, con un solo gesto politico e teorico, sia il riemergere delle irrisolte contraddizioni del capitalismo, sia l’aspetto inatteso e sorprendente che ogni volta esse assumono.


E’ per questo insieme di cose che noi dobbiamo, oggi, “occupare Lenin”, ossia riconquistare lo spazio di pensiero politico che Lenin ha inaugurato, riportarci, diversamente da Lenin e senza di lui, nel campo del continuo riproporsi e del continuo trasformarsi del tema della rivoluzione.” (Mimmo Porcaro, #Occupy #Lenin, 2012)

In questo lungo day after elettorale accade di ritrovarsi a discutere con un amico di destra inizialmente attratto da Ingroia (post sbornia renziana da primarie) poi travolto dallo tsunami grillino e ora approdato ai principi del centralismo democratico nella declinazione grillina.

Cadono i miti e ci si rende conto che parole d’ordine e modalità antiche possono prendere nuova vita se veicolate con modalità nuove.

Inizio da questa notazione perché ci mette subito di fronte alla portata del disastro elettorale da cui siamo stati travolti e introduce alcuni temi che, per il futuro, sono assolutamente da approfondire se vogliamo mantenere in vita una opzione di sinistra comunista e anticapitalista nel nostro paese.

Il Voto del 24 e 25 febbraio

Le analisi del voto, rituali e non, sono state ampie, e la rete, i blog, i mezzi di informazione, i flussi elettorali, le ricerche, oltre alle singole esternazioni dei molti commentatori, iscritti, militanti e simpatizzanti su siti e social network ci danno un quadro estremamente chiaro di ciò che è successo il 24 e 25 febbraio.

Emergono i limiti dell’operazione Rivoluzione Civile (senza gettare la croce su Antonio Ingroia, che con generosità si è caricato sulle spalle il peso di una missione impossibile e che ora deve essere considerato una risorsa, mentre invece vedo troppi pronti a gettarlo via come un vecchio e inutile arnese), il percorso accidentato e polemico che ha portato alla candidatura di Ingroia, l’ostracismo subito evidenziato dai media mainstream e dall’establishment politico-finanziario verso la sua candidatura (con il corollario attuale di punizioni esemplari da parte del Ministro Severino e dal CSM), le alleanze spurie realizzate, i limiti delle candidature, la sottovalutazione dei territori, le modalità stessa di scelta delle candidature, il frainteso appeal elettorale della cosiddetta società civile, la mancanza dei simboli del lavoro nella contesa elettorale, il frastornamento dei compagni e delle compagne orfani dei partiti di appartenenza, gli errori di comunicazione, le trappole mediatiche in cui si è caduti, le polemiche sterili con i partiti del csx (non evidentemente solo per nostra colpa), l’ipertrofia dei temi legalitari rispetto alle tematiche classiche del lavoro centrali in questa fase della storia di crisi del capitalismo, il voto utile, l’autoreferenzialità dei gruppi dirigenti delle nostre organizzazioni, l’incapacità di intercettare il malessere sociale, di stringere alleanze sociali prima ancora che politiche, etc.

Perché l’elenco è lungo, ed ognuna, o più, di queste negatività sono state avvertite dai nostri potenziali elettori, portandoli infine a ritenere la nostra proposta politica non rispondente ai bisogni immediati di un popolo martoriato dalla crisi finanziaria, politica, sociale ed economica.

Eppure la dinamica del voto (in cui è possibile leggere la fine del voto per “appartenenza” e una grande dinamicità di ricollocazione rispetto a ciò che viene, di volta in volta, individuata come risposta primaria ai propri bisogni e interessi) ci mostra:

 

 

– La fine del mito della governabilità e dell’Italia bipolare (una frottola sostenuta dai media e dall’intellighenzia per anni ma priva di cittadinanza nel paese reale) che, in termini di revisione della legge elettorale, logica vorrebbe conducesse a un ritorno al proporzionale. Ma per come è messo il dibattito, viste le forze in campo, la difficoltà a realizzare un governo politico da parte di Bersani, mi sembra che si cercherà di forzare la mano (e la costituzione) verso l’istituzione del Presidenzialismo alla francese con doppio turno e sbarramenti;

 

 

– La fine del mito del voto moderato e della rincorsa al centro (liquefatto con Monti e da Monti);

 

 

– La liberazione dal giogo dell’influenza dei vescovi e della chiesa sul voto (questo potrebbe essere stato un fenomeno “una tantum” legato alle dimissioni del papa nel pieno della campagna elettorale che, a dispetto pure di alcune analisi circolate tra noi, ha invece avuto un effetto di piena libertà nell’espressione del voto da parte dei cittadini);

 

 

– una radicalizzazione dello stesso rispetto ai temi dell’Europa e dell’euro (il voto a Grillo e a Berlusconi) che noi, attraverso i validissimi contributi dei tanti economisti marxisti che appartengono pure alle nostre organizzazioni, avevamo da tempo evidenziato, sviscerato, compreso, analizzato;

 

 

Comunicato, vorrei aggiungere. Ma qui interviene il primo limite. Parlavamo, parliamo, noi di fiscal compact e di vincoli europei. E ci guardano come mucche che guardano passare il treno. Grillo e Berlusconi hanno individuato il nemico. L’euro, la Germania. Il loro messaggio, confuso, demagogico, populista, tutto quello che vogliamo, ma ha saputo penetrare con immediatezza nelle coscienze e trasformarsi in consenso e poi in voti. Da rilevare nel discorso grillino (che non è un immanenza divina, ma il risultato di un lungo lavoro che data almeno al 2005 e ha avuto inizio con i primi VDay) che ciò che appare come messaggio antisistema è altro dall’individuazione del capitalismo e della finanziarizzazione come causa dei problemi attuali dell’economia (cfr. WU MING e Quit the Doner), quanto invece l’individuazione della “casta” e del “privilegio” della politica come la fonte unica e primaria di ogni nostra afflizione.

Abbiamo necessità di imparare a semplificare la nostra comunicazione. In un Italia in cui un italiano su due in un anno non legge neanche un libro, e di coloro che leggono il 46% legge un solo libro all’anno, in un Italia dealfabetizzata e descolarizzata, con un crollo vertiginoso delle iscrizioni all’università, dobbiamo capire che ciò a cui ci troviamo di fronte è spiegare il teorema della relatività di Einstein ad un bambino di 6 anni. Senza perdere la potenza e l’efficacia del messaggio, ma semplificandolo al massimo.

E abbiamo necessità di trasformare e semplificare i mezzi della comunicazione, fare massa critica. L’analisi del cise.luiss.it ( Una spiegazione del voto di febbraio ) ci dimostra che alle scorse politiche ciò che si è verificata è stata una “frattura mediale” nella composizione del voto, più che generazionale. Individuate le principali fonti di informazione (giornali, televisioni, internet) è dimostrato, attraverso l’incrocio dei dati relativi ai flussi elettorali, che gli elettori si sono divisi a seconda del proprio target informativo: i lettori di giornali hanno votato PD, coloro che si informano esclusivamente in TV per Berlusconi (con scostamenti più bassi rispetto alle percentuali di giornali e internet) e gli utenti di internet per Grillo, con distacchi abissali su PD e PDL e senza distinzione di età (anche l’utente anziano che si informa sul web ha votato Grillo, in sostanza).

Questa ricerca ci è utile perché ci indica una possibilità. Siamo tagliati fuori dai mezzi di informazione classici (giornali e tv) ma il web è tutto da esplorare e, pur in una condizione di disastro complessivo che è anche disastro economico per le nostre organizzazioni, affinare una chiara strategia di “invasione” del web può consentirci di fare opinione e veicolare i nostri temi. Tenerci in campo in questa difficile fase, che è anche di sbandamento complessivo, ad ogni livello (dagli organismi dirigenti alle federazioni agli iscritti ai militanti).

 

Una comunicazione dispersa in mille rivoli quella che ci ha sempre caratterizzato su internet. Troppi siti, troppi blog, troppi profili di singoli dirigenti, amministratori, gruppi. E’ anche questo il segno delle nostre divisioni, delle scissioni, delle divergenze all’interno delle singole organizzazioni, delle correnti, dei gruppi. Ma non funziona. Non ha funzionato prima e tantomeno funzionerà per il futuro. Abbiamo bisogno di centralità, di autorevolezza, di messaggi chiari, semplici e immediatamente condivisibili. Abbiamo bisogno di organizzazione anche sul web. Compagni che abbiano il solo scopo di comunicare e creare opinione, i cosiddetti “influencer”. Smettere di polemizzare tra noi e dialogare con i corpi militanti delle altre organizzazioni, difendendo e argomentando le nostre ragioni, i nostri temi. Tornare a fare, gramscianamente, egemonia.

Ma per fare questo è ineludibile e non più rinviabile il tema dell’UNITA’. Condivido anche la punteggiatura di quanto scritto da Gianni Fresu nel suo articolo “Abbiamo perso? Vuol dire che non ci hanno capito!”, soprattutto per tutto quanto attiene il discorso sulla defunta Federazione della Sinistra, e sono altrettanto convinto che il nostro dibattito attuale non può sclerotizzarsi tra “ripartire da rifondazione” e “ricostruiamo il pdci”, due errori opposti e speculari allo stesso tempo.

Che Fare?

Occorre andare oltre i nostri partiti, azzerare tutti gli organismi dirigenti, per dar corso a una nuova costituente dei comunisti e degli anticapitalisti nel nostro Paese: non si tratta solo di rimettere in moto, con l’entusiasmo e il senso di appartenenza, un ingranaggio inceppatosi, occorre con coraggio costruirne uno nuovo perché quello attuale è oramai inadeguato.” (cit).

Aggiungo che, oltre a fare questo, dobbiamo essere capaci di intercettare il bisogno di sinistra di chi non è comunista, aggregando la sinistra ampia del non voto, dell’astensione, dei movimenti, del sindacato, ed essendo pronti a cogliere quanto dovesse disperdersi nel prossimo futuro in Sel (sintomatico quanto sta accadendo con le primarie romane per la scelta del candidato sindaco) e nella base del PD, laddove il tentativo di governo di Bersani sia infranto e in quel partito inizi la stagione di Matteo Renzi.

Per questo il congresso del nostro partito (che dovrà essere aperto, per garantire la discussione più ampia possibile, e a tesi libere, senza documenti bloccati) dovrà servire a costruire una compagine rinnovata, negli uomini e nelle donne, nell’anagrafe, nei modi, nei riti, ma che abbia un mandato di scopo semplice e chiaramente percepibile: la disponibilità immediata a sciogliere il partito in una costituente comunista e della sinistra larga, con un chiaro profilo anticapitalista e in cui il tema delle alleanze smetta di essere il fine ultimo della propria ragione di essere, quanto invece un mezzo, tra i tanti, per affermare le proprie idee e programmi.

Dirsi comunisti. O fare, pensare, essere comunisti.

Idee e programmi che tra l’altro non ci mancano e che, seppure non veicolati, erano ben presenti nella lista Rivoluzione Civile.

Alcuni nodi teorico programmatici che ritengo dovremmo affrontare in prospettiva strategica:

 

 

– Percezione del senso comune – costruzione del consenso – trasformazione del consenso in voto (lavoro sul campo modello inchiesta sociale alla DE MARTINO: lavoro in fabbrica, lavoro precario, partite iva – vere e finte – , piccolo commerciante, artigiano, piccolo imprenditore: quali bisogni, quali le soluzioni attese, quali le nostre proposte);

 

 

– Forme di democrazia diretta anche all’interno delle nostre organizzazioni (una testa un voto, primarie sui programmi, emersione delle candidature dal basso, etc);

 

 

– Re immersione nella società, nel conflitto, nelle lotte, nelle vertenze – dirigere il conflitto sociale;

 

 

– Ridefinizione delle articolazioni dello stato alla luce delle inevitabili future prossime riforme (soppressione delle province): fusione dei comuni sotto i mille abitanti, ridefinizione di ruoli e compiti delle regioni, vere responsabili degli sprechi e del malaffare;

 

 

– Moralità della politica a partire dagli insopportabili privilegi, punto di forza del discorso grillino;

 

 

– Pace e guerra, collocazione internazionale (a partire dalle considerazioni di Mauro Gemma Per i comunisti, le alleanze di governo non si fanno “a prescindere” );

 

 

– Trasformare la critica all’Europa delle banche e della troika in una proposta unitaria che non abbia ambiguità sul terreno della permanenza nell’euro, ma che allo stesso tempo indichi chiaramente le modalità con cui si può uscire da sinistra dalla crisi, processi di de globalizzazione (valorizzare gli studi e le proposte di autorevoli compagni quali Emiliano Brancaccio);

 

 

– Ridefinizione del soggetto della trasformazione e delle necessarie alleanze sociali (se la classe operaia è mutata in composizione e forme contrattuali, come deve modificarsi e a chi deve rivolgersi in primo luogo il nostro messaggio?);

 

 

– Nazionalizzazione delle banche e delle fabbriche in crisi (Ma Giacchè su tutti questi aspetti è ottimo), politiche industriali;

 

 

– Autorità e autorevolezza dei gruppi dirigenti (se, come accade ora, non c’è rispetto per i propri dirigenti, è impossibile veicolarne il messaggio. Ricostruire quel senso di appartenenza per cui ciò che dice il mio segretario è ciò che anche io penso e che volentieri diffondo e difendo);

 

 

– Analisi e ridefinizione del ruolo del sindacato (la cgil sarà la prossima vittima dello tsunami grillino) e del nostro rapporto con lo stesso;

 

 

– Obiettivi strategici di lungo periodo e costruzione delle tappe intermedie, senza scorciatoie e predisponendosi mentalmente e fisicamente a un lavoro di lungo periodo;

 

 

– Forme di autofinanziamento, anche nella prospettiva dell’abolizione delle forme di finanziamento pubblico della politica (e comunque Grillo, al netto del sistema Casaleggio, ci dimostra che i cittadini sostengono la politica, se sono partecipi e coinvolti dal messaggio che si sta lanciando);

 

 

– Unità e autonomia, come declinarle?;

 

 

– Discorso sul POTERE. Non lo teme Grillo nel momento in cui chiede il 100% dei voti per governare, mentre noi da tanto, troppo tempo, abbiamo paura di pronunciare le nostre parole d’ordine, dal dirsi con orgoglio comunisti al tema della rottura rivoluzionaria.

 

 

Ed è proprio la crisi il vero discrimine: se la sua esplosione ci riporta a Marx, la sua momentanea “soluzione” ci riporta a Lenin. Ci riporta cioè alla necessità di mettere le classi, la loro lotta e lo Stato al centro dell’analisi, e di immaginare un’alternativa sociale che non può più essere una correzione di un presente ormai inemendabile e deve piuttosto presentarsi come rottura della situazione data, come proposta di un nuovo e coerente sistema di produzione Non si può infatti comprendere la forma reazionaria delle risposte date alla crisi (maggiore centralizzazione del capitale, maggior potere dei capitalisti sugli Stati, intensificazione dello sfruttamento e della rapina delle risorse sociali e naturali) se si analizza la realtà solo in termini di “processi oggettivi” e non anche in termini di classi. Non basta parlare di globalizzazione e di crisi se non si indica anche (come si sarebbe espresso il giovane Lenin) quale classe precisamente gestisce l’una e l’altra, quale classe precisamente può opporsi ad una tale gestione, e quale diverso ordine sociale deve essere costruito per rendere efficace una tale opposizione. E’ il fatto che le classi responsabili della crisi restano saldamente al potere a generare le risposte reazionarie; è la maggior presa di queste classi sullo Stato a rendere possibili tali risposte; e sarà solo l’espropriazione di queste classi e la conquista (e trasformazione) dello Stato ad opera delle classi opposte a rendere possibile sia l’inizio di politiche economiche alternative sia l’inizio di un diverso ordine sociale. Riforma dei mercati finanziari, ridefinizione della struttura delle imprese, politiche fiscali espansive, politiche industriali progressive, riconversione sociale ed ambientale della produzione, tutte queste ed altre sensatissime proposte divengono delle semplici amenità o delle scappatoie se sono svincolate dalla denuncia delle classi che le rendono impossibili, dall’individuazione delle classi che, al contrario, potrebbero renderle possibili, dalla definizione dei passi necessari alla conquista dello Stato e della particolare forma che lo Stato deve assumere per poter servire ai nuovi scopi.” (Mimmo Porcaro, #Occupy #Lenin, 2012)

E per tornare nell’immediato al centro del dibattito, promuovere da subito una alleanza internazionalista con le forze anticapitaliste europee, stabilire azioni comuni per uscire dalla crisi (es.: quand’anche la soluzione fosse uscire dall’Euro, proporre un’alleanza sul modello dell’ALBA sudamericana tra i paesi dell’area euro mediterranea), dimostrare che quello che diciamo non è frutto di paranoie da “ultimi giapponesi”, ma in sintonia con il pensiero e l’azione di interi popoli europei soffocati dalla crisi finanziaria.

Questa impostazione potrebbe aiutare a disingessare il dibattito anche dentro rifondazione, che al momento appare sclerotizzata su rigide posizioni di “ripartenza in sé”, pur con una parte considerevole su posizioni opposte, e invogliare i compagni li presenti ad un percorso congressuale con gli stessi obiettivi.

Superare le rispettive rigidità dei vertici dall’interno e a partire dalla base e rimettere in piedi un opzione comunista anche in Italia, che è in primo luogo un necessità della storia.