Otro Ejército Es Posible

javierparradi Javier Parra, Segretario generale del Partito Comunista del Paese Valenciano

da larepublica.es

Traduzione di Giulia Salomoni per Marx21.it

Intervento di Javier Parra all’incontro organizzato con il Tenente Segura dal PCPV (Partito Comunista del Paese Valenciano) e UJCE-PV (Unione dei Giovani Comunisti di Spagna – PaeseValenciano)

“Serenos, alegres,
valientes, osados,
cantemos, soldados,
el himno a la lid”.

Molti di noi che siamo repubblicani e repubblicane, sono rappresentati da un inno, l’Himno de Riego, che suona in molti dei nostri eventi. Tuttavia, purtroppo, molte persone non sanno l’origine di questo inno.

L’Himno de Riego è il nome dato all’inno cantato dalle truppe del tenente colonnello Rafael de Riego durante la rivolta di quest’ultimo contro il re assolutista Ferdinando VII iniziata il 1 gennaio 1820 a Las Cabezas de San Juan (Siviglia). Un’insurrezione che voleva ripristinare la Costituzione del 1812, la prima Costituzione spagnola, la Costituzione di Cadice, “la Pepa”.

Un’insurrezione contro l’assolutismo che costrinse Ferdinando VII a sottomettersi alla Costituzione e impedì inoltre all’esercito riunito a Cadice di andare in America per sedare la rivolta guidata da Simon Bolivar nelle colonie latinoamericane.

Due anni dopo quella rivolta, nel 1822, e proprio con Riego come deputato iniziarono le prime rivolte contro il nuovo governo. Ben presto Fernando VII iniziò ad organizzare in segreto la restaurazione dell’assolutismo. E le potenze europee decisero che una Spagna liberale era una minaccia per l’equilibrio europeo ed incaricarono la Francia di ristabilire la monarchia assoluta in Spagna. Il 7 aprile 1823 un esercito francese, conosciuto come “i Centomila Figli di Saint Louis”, attraversò il confine a Bidasoa.

Riego marciò a Cadice, dove si unì alla maggioranza liberale delle Corti Generali per organizzare la resistenza e votare per l’incapacità del re. Il 15 Settembre fu tradito, abbandonato dalle sue truppe e imprigionato. Il 7 Novembre 1823 è stato letteralmente trascinato al patibolo in Plaza de la Cebada Madrid, impiccato e poi decapitato, tra gli insulti della stessa popolazione madrilena che poco prima lo aveva acclamato.

Questo fu Riego. Un militare. Il suo inno, quello che lui e i suoi soldati cantavano quando si ribellarono contro l’assolutismo, è stato adottato come inno della Seconda Repubblica, sotto questo inno fu difeso il popolo spagnolo dalle truppe di Franco, di Mussolini e di Hitler.

A differenza della Marcia Reale (che è oggi l’inno nazionale spagnolo), che è lo squillo che annuncia l’arrivo del monarca, questo inno ricorda coloro che hanno combattuto per la libertà.

Molti anni più tardi, il 29 luglio 1936, un sergente di nome Carlos Fabra Marin, in questa stessa città, a Paterna (la città dove si è svolto l’incontro n.d.t.), è riuscito a fermare con un pugno di uomini una ribellione militare a Valencia. Nella stanza delle bandiere, a poche centinaia di metri da qui, si erano riuniti i capi e gli ufficiali che stavano per scagliarsi contro la Seconda Repubblica fino a quando il sergente, accompagnato da una squadra di volontari che erano caporali e sergenti, reduci, disarmò ed arrestò i ribelli. Impugnava la sua arma di servizio, una Bergman 9 mm, e la sparatoria causò tre morti e diversi feriti. Però permise successivamente ai militanti e alla popolazione di entrare nella stanza senza un sol colpo. Da allora, nessun militare golpista ha osato intervenire nella regione militare di Valencia. Oggi la sezione del PCE porta il suo nome.

Il PCE è stata l’unica organizzazione – ripeto, l’unica – che fino all’ultimo momento, fino al 1 Aprile del 1939, ha difeso la legalità repubblicana con gli ultimi militari fedeli.

Un PCE che alla fine è stato anche l’unico partito dell’antifranchismo, e per anni è anche riuscito a infiltrarsi nell’esercito, dove molti ufficiali appartenevano al partito comunista. Il PCE ha lavorato nell’esercito fino al 1974, quando nacque l’Unione Democratica Militare sotto l’influsso della rivoluzione dei garofani in Portogallo. Un’organizzazione che non nasceva per realizzare nessuna attività militare, ma, come dichiarava, “per bagnare la polvere da sparo dell’esercito di Franco”. La UMD che si dissolse nel giugno 1977 sulla base del fatto che non era più necessaria la loro esistenza e che, in una democrazia, non c’era posto per un’organizzazione militare di questo tipo.

Ci sono voluti più di 35 anni perché un soldato, l’ex tenente Luis Gonzalo Segura, che è con noi oggi, trovasse il coraggio di dire apertamente ciò che accade all’interno dell’esercito, un esercito che è molto lontano da quello che potrebbero volere soldati come Rafael de Riego, il sergente Fabra, quei soldati fedeli alla Repubblica, o molti membri di quella l’Unione Democratica Militare, e, naturalmente, che non ha nulla a che fare con l’esercito di cui avrebbe bisogno di un popolo sovrano in un paese democratico.

È per questo che siamo orgogliosi e onorati di essere con lui a Paterna questo pomeriggio, e so che è così anche per voi.

Il suo primo libro si intitola “Un Paso al Frente”. Per noi questo evento è importante perché stiamo anche facendo un passo avanti. Penso che sia arrivato il momento che la sinistra cominci a sollevare apertamente la questione delle forze armate che abbiamo e di quelle che vorremmo, e che il Partito Comunista parli di questo è particolarmente importante.

Se chiedete a noi che siamo qui sono sicuro che tutti vi diremmo che ci piacerebbe che non ci fossero eserciti, che la pace regnasse su tutto il pianeta, che nessun essere umano avesse la volontà di dominare nè sfruttare nessuno e che, naturalmente, tutto questo non potremmo realizzarlo con la forza. Per questo, tra le altre cose, molti sono comunisti.

Ma sappiamo anche che questo è impossibile mentre regna nel mondo un sistema economico che può imporsi solo con la guerra (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Ucraina …). Quindi dobbiamo cercare di fare in modo che gli eserciti rispondano alle classi popolari e dei lavoratori, e non agli interessi economici internazionali. E in particolare che il nostro esercito non sia soggetto ad un’organizzazione come la NATO, che ha milioni di morti alle spalle proprio per soddisfare questi interessi economici, né sia soggetto a poteri economici nazionali o internazionali. Senza andare oltre mi limito a portare come esempio il ministro della difesa, che ha un passato come fabbricante d’armi, ed ha anche chiesto un risarcimento di 60 milioni di euro al governo di Spagna per aver vietato la fabbricazione di bombe a grappolo. Questi sono i capi dell’esercito che abbiamo.

E l’esercito del resto è organizzato come la società stessa. In classi. Da un lato l’alto comando dell’esercito, uno spazio chiuso ed esclusivo riservato alle caste familiari provenienti dal regime di Franco, e dove è molto difficile progredire nella carriera militare per i membri della truppa. Questi sono quelli che hanno tutto, vivono bene, fanno affari, hanno un buon rapporto con il potere, hanno un futuro assicurato, i loro figli si sposano tra di loro per perpetuare casta, ecc … Dall’altra parte la truppa e parte dei sottufficiali, provenienti soprattutto da famiglie operaie, con pochi diritti, in balia dell’arbitrarietà dei capi e senza futuro assicurato.

Questo status quo si mantiene in due modi: con una disciplina di ferro che allontana chi lo mette in discussione, e con appelli ad un patriottismo vuoto, di bandiere e simboli attraverso i quali viene nascosta la cosa più importante. Non nego che i simboli siano importanti, ma quando cercano di nascondere le miserie, i crimini, la dimenticanza, l’ingiustizia… cessano di essere simboli rappresentativi per diventare elementi di dominazione, consci o inconsci, per gli oppressi.

In questo paese siamo troppo abituati al fatto che dietro le bandiere patriottiche si nascondano le più grandi miserie, i più grandi tradimenti, la più grande corruzione, i più grandi crimini.

Molti tra coloro che affermano di difendere la Spagna portano i loro soldi in Svizzera. Molti tra coloro che affermano di difendere la Spagna e si avvolgono in bandiere sono responsabili del fatto che milioni di spagnoli e spagnole non abbiano un futuro, che milioni di spagnoli e spagnole siano disoccupati, che centinaia di migliaia di loro perdano la propria casa. Sono responsabili del fatto che milioni di spagnoli e spagnole vivano al di sotto della soglia di povertà, mentre loro vanno in tribuna negli stadi, cenano con i reali, con i ministri…

La domanda è: come cambiare la base dell’Esercito esistente? Non è facile, naturalmente, non sarà una cosa di un giorno o due. Ma prima inizieremo a diffondere nelle caserme e nelle strade questa idea che un altro esercito è possibile prima cominceremo ad incamminarci in questa direzione.

Perché la trasformazione dell’esercito, come la trasformazione culturale, economica, sociale e politica del nostro paese deve essere un processo simultaneo organizzato, in parallelo.

Per cominciare, dobbiamo essere molto chiari nella nostra posizione sull’esercito: dobbiamo essere molto critici e combattivi con la leadership militare finchè resta una casta, e dobbiamo essere solidali con i soldati. Dalla società civile dobbiamo difendere l’idea che i soldati possano organizzarsi per difendere i loro diritti, che si possano difendere dagli abusi, dalle arbitrarietà, che possano richiedere miglioramenti delle loro condizioni quando queste non siano adeguate. Dobbiamo incoraggiare l’idea che i soldati non sono un corpo estraneo al popolo, non superiori ad esso, ma sentono come propri i problemi sociali della gente, perché sono i loro stessi problemi, i problemi delle loro famiglie…i tagli , la disoccupazione, i servizi pubblici, la mancanza di democrazia.

Dobbiamo esigere che i diritti umani siano rispettati in caserma, e, naturalmente, agire al di fuori della caserma e al di fuori dei nostri confini, sempre essere sulla base della difesa dei diritti umani, e non sulla base, come abbiamo detto prima, degli interessi economici.

Purtroppo oggi l’esercito in Spagna non risponde ad un popolo sovrano. Il popolo spagnolo non è un popolo sovrano; non può decidere del proprio futuro, non può decidere la sua economia, non può uscire delle regole del gioco stabilite e controllate dalla Troika, dal Fondo monetario internazionale, dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla NATO. E quelle regole non sono progettate per servire gli interessi della maggioranza, ma di una minoranza.

E quelli che hanno svenduto la nostra sovranità, sia con l’installazione di basi militari statunitensi nel nostro paese negli anni ’50, sia con l’entrata nella NATO con Felipe Gonzalez nel 1986, sia con l’adesione alla sua struttura militare con Aznar sia con la privatizzazione delle principali imprese pubbliche, con la deindustrializzazione del nostro paese, con la presentazione alla UE e la Troika, ecc, ecc, lo hanno fatto avvolgendosi in bandiere e discorsi patriottici. E continuano a farlo.

Sulle porte delle caserme si legge il motto “Tutto per la Patria”. La domanda è: quale Patria? La patria che sottomette il popolo spagnolo ai dettami della Troika? La patria che firma alle spalle del popolo un Trattato di Libero Commercio (TTIP n.d.t.) con gli Stati Uniti che sottometterà definitivamente i lavoratori e i produttori del nostro Paese alle grandi multinazionali? La patria che permette che la nostra azione militare risponda agli interessi economici e geostrategici degli Stati Uniti? La patria che ha inviato le nostre truppe in Iraq o in Afghanistan affinchè società americane controllassero il loro petrolio? La patria che si preoccupa di più per lo stato di un elicottero che si è schiantato che per i militari morti al suo interno? La patria che mette 62 soldati spagnoli a bordo di aerei che non potevano volare come quel Yak-42, e una volta morti non identifica né cerca i colpevoli? Quanti soldati difendono questa patria? E quanti di quelli sono qui oggi? 

Questa non è una Patria, è un’altra cosa.

Questa patria non ha nulla a che vedere con quella che difesero i nostri grandi poeti, Lorca, Machado, Miguel Hernandez, o con quella che chiamavano Pasionaria, Azana … e, naturalmente, anche con quella difesa dai militari come Riego, Fabra, Modesto, Rosso, Pitarch … Questa ha avuto e ha molto più a che fare con la libertà, i diritti degli uomini e delle donne del nostro Paese, la democrazia, la sovranità popolare.

Per questo ho iniziato il mio discorso parlando di Rafael de Riego, un militare, ma anche un politico che si ribellò contro un re assolutista. Ho voluto ricordare lui perché la sua figura, come quella di Bolivar in America, ha molto a che fare con la libertà del nostro popolo.

Quando nel 1823 ci hanno invaso i Centomila Figli di Saint Louis per ripristinare l’assolutismo in Spagna, molta gente li ha ricevuti gridando “Viva le catene e morte ai neri. Viva le catene e morte alla nazione”. Neri era il nome con cui gli assolutisti si riferivano ai liberali spagnoli e la nazione si riferiva alla sovranità a alle proprietà nazionali.

Dobbiamo imparare dalla storia della Spagna, conoscere il nostro passato, sapere da dove veniamo, chi ci ha preceduto nella nostra lotta, per costruire in futuro il paese che tutti noi vogliamo. Se non sappiamo da dove veniamo non possiamo sapere dove andiamo. Per questo la memoria è così importante e alcuni vogliono eliminarla.

Quando è stata proclamata la Seconda Repubblica nel 1931 l’Inno di Riego è stato adottato perché coloro che hanno lottato per arrivare alla Repubblica avevano conservato la memoria di eventi che avevano avuto luogo oltre 100 anni prima; sapevano di essere parte di qualcosa di molto più grande di quello che potrebbero essere le lotte concrete di un momento particolare, erano parte della storia di milioni di uomini e donne che in tutta la storia del nostro Paese hanno lottato per la libertà e per la trasformazione sociale, contro l’assolutismo, contro i traditori e contro l’ignoranza.

Javier Parra
Segretario Generale del PCPV

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Otro Ejército Es Posible

di Javier Parra, Segretario generale del Partito Comunista del Paese Valenciano

http://larepublica.es/2015/12/01/otro-ejercito-es-posible/ 

Traduzione di Giulia Salomoni per Marx21.it

Intervento di Javier Parra all’incontro organizzato con il Tenente Segura dal PCPV (Partito Comunista del Paese Valenciano) e UJCE-PV (Unione dei Giovani Comunisti di Spagna – PaeseValenciano)

“Serenos, alegres,
valientes, osados,
cantemos, soldados,
el himno a la lid”.

Molti di noi che siamo repubblicani e repubblicane, sono rappresentati da un inno, l’Himno de Riego, che suona in molti dei nostri eventi.Tuttavia, purtroppo, molte persone non sanno l’origine di questo inno.

L’Himno de Riego è il nome dato all’inno cantato dalle truppe del tenente colonnello Rafael de Riego durante la rivolta di quest’ultimo contro il re assolutista Ferdinando VII iniziata il 1 gennaio 1820 a Las Cabezas de San Juan (Siviglia).Un’insurrezione che voleva ripristinare la Costituzione del 1812, la prima Costituzione spagnola, la Costituzione di Cadice, “la Pepa”.

Un’insurrezione contro l’assolutismo che costrinse Ferdinando VII a sottomettersi alla Costituzione e impedì inoltre all’esercito riunito a Cadice di andare in America per sedare la rivolta guidata da Simon Bolivar nelle colonie latinoamericane.

Due anni dopo quella rivolta, nel 1822, e proprio con Riego come deputato iniziarono le prime rivolte contro il nuovo governo.Ben presto Fernando VII iniziò ad organizzare in segreto la restaurazione dell’assolutismo.E le potenze europee decisero che una Spagna liberale era una minaccia per l’equilibrio europeo ed incaricarono la Francia di ristabilire la monarchia assoluta in Spagna.Il 7 aprile 1823 un esercito francese, conosciuto come “i Centomila Figli di Saint Louis”, attraversò il confine a Bidasoa.

Riego marciò a Cadice, dove si unì alla maggioranza liberale delle Corti Generali per organizzare la resistenza e votare per l’incapacità del re. Il 15 Settembre fu tradito, abbandonato dalle sue truppe e imprigionato.Il 7 Novembre 1823 è stato letteralmente trascinato al patibolo in Plaza de la Cebada Madrid, impiccato e poi decapitato, tra gli insulti della stessa popolazione madrilena che poco prima lo aveva acclamato.

Questo fu Riego.Un militare.Il suo inno, quello che lui e i suoi soldati cantavano quando si ribellarono contro l’assolutismo, è stato adottato come inno della Seconda Repubblica, sotto questo inno fu difeso il popolo spagnolo dalle truppe di Franco, di Mussolini e di Hitler.

A differenza della Marcia Reale (che è oggi l’inno nazionale spagnolo), che è lo squillo che annuncia l’arrivo del monarca, questo inno ricorda coloro che hanno combattuto per la libertà.

Molti anni più tardi, il 29 luglio 1936, un sergente di nome Carlos Fabra Marin, in questa stessa città, a Paterna (la città dove si è svolto l’incontro n.d.t.), è riuscito a fermare con un pugno di uomini una ribellione militare a Valencia.Nella stanza delle bandiere, a poche centinaia di metri da qui, si erano riuniti i capi e gli ufficiali che stavano per scagliarsi contro la Seconda Repubblica fino a quando il sergente, accompagnato da una squadra di volontari che erano caporali e sergenti, reduci, disarmò ed arrestò i ribelli. Impugnava la sua arma di servizio, una Bergman 9 mm, e la sparatoria causò tre morti e diversi feriti. Però permise successivamente ai militanti e alla popolazione di entrare nella stanza senza un sol colpo.Da allora, nessun militare golpista ha osato intervenire nella regione militare di Valencia.Oggi la sezione del PCE porta il suo nome.

Il PCE è stata l’unica organizzazione – ripeto, l’unica – che fino all’ultimo momento, fino al 1 Aprile del 1939, ha difeso la legalità repubblicana con gli ultimi militari fedeli.

Un PCE che alla fine è stato anche l’unico partito dell’antifranchismo, e per anni è anche riuscito a infiltrarsi nell’esercito, dove molti ufficiali appartenevano al partito comunista. Il PCE ha lavorato nell’esercito fino al 1974, quando nacque l’Unione Democratica Militare sotto l’influsso della rivoluzione dei garofani in Portogallo.Un’organizzazione che non nasceva per realizzare nessuna attività militare, ma, come dichiarava, “per bagnare la polvere da sparo dell’esercito di Franco”.La UMD che si dissolse nel giugno 1977 sulla base del fatto che non era più necessaria la loro esistenza e che, in una democrazia, non c’era posto per un’organizzazione militare di questo tipo.

Ci sono voluti più di 35 anni perché un soldato, l’ex tenente Luis Gonzalo Segura, che è con noi oggi, trovasse il coraggio di dire apertamente ciò che accade all’interno dell’esercito, un esercito che è molto lontano da quello che potrebbero volere soldati come Rafael de Riego, il sergente Fabra, quei soldati fedeli alla Repubblica, o molti membri di quella l’Unione Democratica Militare, e, naturalmente, che non ha nulla a che fare con l’esercito di cui avrebbe bisogno di un popolo sovrano in un paese democratico.

È per questo che siamo orgogliosi e onorati di essere con lui a Paterna questo pomeriggio, e so che è così anche per voi.

Il suo primo libro si intitola “Un Paso al Frente”. Per noi questo evento è importante perché stiamo anche facendo un passo avanti. Penso che sia arrivato il momento che la sinistra cominci a sollevare apertamente la questione delle forze armate che abbiamo e di quelle che vorremmo, e che il Partito Comunista parli di questo è particolarmente importante.

Se chiedete a noi che siamo qui sono sicuro che tutti vi diremmo che ci piacerebbe che non ci fossero eserciti, che la pace regnasse su tutto il pianeta, che nessun essere umano avesse la volontà di dominare nè sfruttare nessuno e che, naturalmente, tutto questo non potremmo realizzarlo con la forza. Per questo, tra le altre cose, molti sono comunisti.

Ma sappiamo anche che questo è impossibile mentre regna nel mondo un sistema economico che può imporsi solo con la guerra (Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Ucraina …).Quindi dobbiamo cercare di fare in modo che gli eserciti rispondano alle classi popolari e dei lavoratori, e non agli interessi economici internazionali.E in particolare che il nostro esercito non sia soggetto ad un’organizzazione come la NATO, che ha milioni di morti alle spalle proprio per soddisfare questi interessi economici, né sia soggetto a poteri economici nazionali o internazionali.Senza andare oltre mi limito a portare come esempio il ministro della difesa, che ha un passato come fabbricante d’armi, ed ha anche chiesto un risarcimento di 60 milioni di euro al governo di Spagna per aver vietato la fabbricazione di bombe a grappolo. Questi sono i capi dell’esercito che abbiamo.

E l’esercito del resto è organizzato come la società stessa.In classi.Da un lato l’alto comando dell’esercito, uno spazio chiuso ed esclusivo riservato alle caste familiari provenienti dal regime di Franco, e dove è molto difficile progredire nella carriera militare per i membri della truppa.Questi sono quelli che hanno tutto, vivono bene, fanno affari, hanno un buon rapporto con il potere, hanno un futuro assicurato, i loro figli si sposano tra di loro per perpetuare casta, ecc … Dall’altra parte la truppa e parte dei sottufficiali, provenienti soprattutto da famiglie operaie, con pochi diritti, in balia dell’arbitrarietà dei capi e senza futuro assicurato.

Questo status quo si mantiene in due modi: con una disciplina di ferro che allontana chi lo mette in discussione, e con appelli ad un patriottismo vuoto, di bandiere e simboli attraverso i quali viene nascosta la cosa più importante.Non nego che i simboli siano importanti, ma quando cercano di nascondere le miserie, i crimini, la dimenticanza, l’ingiustizia… cessano di essere simboli rappresentativi per diventare elementi di dominazione, consci o inconsci, per gli oppressi.

In questo paese siamo troppo abituati al fatto che dietro le bandiere patriottiche si nascondano le più grandi miserie, i più grandi tradimenti, la più grande corruzione, i più grandi crimini.

Molti tra coloro che affermano di difendere la Spagna portano i loro soldi in Svizzera.Molti tra coloro che affermano di difendere la Spagna e si avvolgono in bandiere sono responsabili del fatto che milioni di spagnoli e spagnole non abbiano un futuro, che milioni di spagnoli e spagnole siano disoccupati, che centinaia di migliaia di loro perdano la propria casa.Sono responsabili del fatto che milioni di spagnoli e spagnole vivano al di sotto della soglia di povertà, mentre loro vanno in tribuna negli stadi, cenano con i reali, con i ministri…

La domanda è: come cambiare la base dell’Esercito esistente?Non è facile, naturalmente, non sarà una cosa di un giorno o due.Ma prima inizieremo a diffondere nelle caserme e nelle strade questa idea che un altro esercito è possibile prima cominceremo ad incamminarci in questa direzione.

Perché la trasformazione dell’esercito, come la trasformazione culturale, economica, sociale e politica del nostro paese deve essere un processo simultaneo organizzato, in parallelo.

Per cominciare, dobbiamo essere molto chiari nella nostra posizione sull’esercito: dobbiamo essere molto critici e combattivi con la leadership militare finchè resta una casta, e dobbiamo essere solidali con i soldati.Dalla società civile dobbiamo difendere l’idea che i soldati possano organizzarsi per difendere i loro diritti, che si possano difendere dagli abusi, dalle arbitrarietà, che possano richiedere miglioramenti delle loro condizioni quando queste non siano adeguate.Dobbiamo incoraggiare l’idea che i soldati non sono un corpo estraneo al popolo, non superiori ad esso, ma sentono come propri i problemi sociali della gente, perché sono i loro stessi problemi, i problemi delle loro famiglie…i tagli , la disoccupazione, i servizi pubblici, la mancanza di democrazia.

Dobbiamo esigere che i diritti umani siano rispettati in caserma, e, naturalmente, agire al di fuori della caserma e al di fuori dei nostri confini, sempre essere sulla base della difesa dei diritti umani, e non sulla base, come abbiamo detto prima, degli interessi economici.

Purtroppo oggi l’esercito in Spagna non risponde ad un popolo sovrano.Il popolo spagnolo non è un popolo sovrano;non può decidere del proprio futuro, non può decidere la sua economia, non può uscire delle regole del gioco stabilite e controllate dalla Troika, dal Fondo monetario internazionale, dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla NATO.E quelle regole non sono progettate per servire gli interessi della maggioranza, ma di una minoranza.

E quelli che hanno svenduto la nostra sovranità, sia con l’installazione di basi militari statunitensi nel nostro paese negli anni ’50, sia con l’entrata nella NATO con Felipe Gonzalez nel 1986, sia con l’adesione alla sua struttura militare con Aznar sia con la privatizzazione delle principali imprese pubbliche, con la deindustrializzazione del nostro paese, con la presentazione alla UE e la Troika, ecc, ecc, lo hanno fatto avvolgendosi in bandiere e discorsi patriottici. E continuano a farlo.

Sulle porte delle caserme si legge il motto “Tutto per la Patria”.La domanda è: quale Patria?La patria che sottomette il popolo spagnolo ai dettami della Troika?La patria che firma alle spalle del popolo un Trattato di Libero Commercio (TTIP n.d.t.) con gli Stati Uniti che sottometterà definitivamente i lavoratori e i produttori del nostro Paese alle grandi multinazionali?La patria che permette che la nostra azione militare risponda agli interessi economici e geostrategici degli Stati Uniti? La patria che ha inviato le nostre truppe in Iraq o in Afghanistan affinchè società americane controllassero il loro petrolio?La patria che si preoccupa di più per lo stato di un elicottero che si è schiantato che per i militari morti al suo interno?La patria che mette 62 soldati spagnoli a bordo di aerei che non potevano volare come quel Yak-42, e una volta morti non identifica né cerca i colpevoli?Quanti soldati difendono questa patria?E quanti di quelli sono qui oggi?

Questa non è una Patria, è un’altra cosa.

Questa patria non ha nulla a che vedere con quella che difesero i nostri grandi poeti, Lorca, Machado, Miguel Hernandez, o con quella che chiamavano Pasionaria, Azana … e, naturalmente, anche con quella difesa dai militari come Riego, Fabra, Modesto, Rosso, Pitarch … Questa ha avuto e ha molto più a che fare con la libertà, i diritti degli uomini e delle donne del nostro Paese, la democrazia, la sovranità popolare.

Per questo ho iniziato il mio discorso parlando di Rafael de Riego, un militare, ma anche un politico che si ribellò contro un re assolutista.Ho voluto ricordare lui perché la sua figura, come quella di Bolivar in America, ha molto a che fare con la libertà del nostro popolo.

Quando nel 1823 ci hanno invaso i Centomila Figli di Saint Louis per ripristinare l’assolutismo in Spagna, molta gente li ha ricevuti gridando “Viva le catene e morte ai neri.Viva le catene e morte alla nazione”.Neri era il nome con cui gli assolutisti si riferivano ai liberali spagnoli e la nazione si riferiva alla sovranità a alle proprietà nazionali.

Dobbiamo imparare dalla storia della Spagna, conoscere il nostro passato, sapere da dove veniamo, chi ci ha preceduto nella nostra lotta, per costruire in futuro il paese che tutti noi vogliamo.Se non sappiamo da dove veniamo non possiamo sapere dove andiamo.Per questo la memoria è così importante e alcuni vogliono eliminarla.

Quando è stata proclamata la Seconda Repubblica nel 1931 l’Inno di Riego è stato adottato perché coloro che hanno lottato per arrivare alla Repubblica avevano conservato la memoria di eventi che avevano avuto luogo oltre 100 anni prima;sapevano di essere parte di qualcosa di molto più grande di quello che potrebbero essere le lotte concrete di un momento particolare, erano parte della storia di milioni di uomini e donne che in tutta la storia del nostro Paese hanno lottato per la libertà e per la trasformazione sociale, contro l’assolutismo, contro i traditori e contro l’ignoranza.

Javier Parra

Segretario Generale del PCPV

 

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