Il Partito Comunista Portoghese e l’Europa

festadoavante bandierinedi Franco Tomassoni per Marx21.it

Il Partito Comunista Portoghese sul processo di integrazione europeo. Scheda descrittiva della sua analisi e delle sue proposte.

L’elaborazione del PCP sul tema dell’integrazione europea non ha subito, come invece è accaduto dentro il PCI, mutamenti strutturali nel corso degli anni. Mentre il PCI passa da una forte condanna dei trattati che istituiscono la CECA nel 1951, dei trattati di Roma e dell’EUROATOM – rompendo su questo tema l’asse parlamentare con il PSI, giudicato troppo morbido rispetto al processo di integrazione continentale – all’eurocomunismo, il PCP mantiene costante la critica verso quei processi di integrazione militare ed economica di natura imperialista (NATO [1] prima e EFTA poi) che rappresentano una compressione della sovranità nazionale e rappresentano il preludio per l’entrata del Portogallo dentro la CEE nel 1986.

Il processo di integrazione europea è stato da subito visto dal PCP come processo di formazione di un polo imperialista dentro il quale i capitali stranieri delle economie più competitive avrebbero assorbito gran parte della specializzazione produttiva, del sistema produttivo ed economico delle economie meno competitive, generando gravi problemi nell’affermazione della sovranità nazionale, non intesa come irrigidimento nazionalista ma come condizione per garantire una maggiore sovranità popolare ed una economia nazionale volta al soddisfacimento dei bisogni dei cittadini.

Per comprendere bene la posizione del PCP su questo tema è opportuno soffermarsi un momento sulla storia nazionale portoghese. Nel 1974 il regime fascista e colonialista che governava il Portogallo viene sconfitto da una forte alleanza tra i settori più avanzati e progressisti dell’esercito, in quel momento maggioritari, e la lotta popolare, guidata dalle organizzazioni sindacali e influenzata profondamente dal PCP. Per questo motivo l’ordine istituzionale e sociale conseguente a questa rivoluzione è molto avanzato. Le conquiste di questa esperienza di lotta sono concretizzate nella Costituzione portoghese. La legge fondamentale del Portogallo garantisce ampi diritti ai lavoratori, garantisce il diritto all’istruzione, alla sanità e altri diritti sociali fondamentali a tutti i cittadini portoghesi. Inoltre una parte importante della Costituzione portoghese si concentra sull’importanza del controllo statale delle banche e dei settori strategici dell’economia e dell’industria. Nella costruzione è esplicito il richiamo alla socializzazione dei mezzi di produzione e alla trasformazione sociale.

Subito dopo la vittoria ottenuta dalla sollevazione popolare del 25 aprile del 1974, contro questo processo si scaglia una violenta contro-rivoluzione, aiutata fortemente dal Partito Socialista (PS), che si sviluppa su cinque assi fondamentali: “la ricostruzione, restaurazione e riconfigurazione delle strutture socioeconomiche del capitalismo monopolista di Stato; l’aggravamento dello sfruttamento dei lavoratori con la liquidazione di molti dei diritti acquisiti e gravi limitazioni dei diritti sociali dei portoghesi; la trasformazione del regime democratico nella direzione di un regime autoritario; la promozione e la riproposizione di valori oscurantisti propri del periodo fascista; l’adozione, come opzione strategica di un sempre più forte dominio del capitale straniero sull’economia portoghese, che limita la sovranità e l’indipendenza nazionale, e che avviene specialmente attraverso l’integrazione del Portogallo nell’UE e nella CEE [2]”

Alla luce di quanto esposto finora è opportuno rimarcare i principali elementi di critica che il PCP muove al processo di integrazione europeo: “l’evoluzione dell’UE è marcata da una accelerazione del suo carattere neoliberista, federalista e militarista con profonde conseguenze per i popoli e i lavoratori. […] Un direttorio di grandi potenze, egemonizzato dalla Germania, afferma il suo potere e leadership nella conduzione dell’integrazione europea. Il neo-liberismo si conferma come dottrina ufficiale dell’UE. Si approfondisce il carattere militarista e interventista dell’UE come pilastro europeo della NATO. […] Dietro all’Unione Economica e Monetaria (UEM) e alla decantata stabilità dei prezzi vi è l’obiettivo della riduzione del costo del lavoro. L’UEM è lo strumento principale per una maggiore mobilità del capitale multinazionale alla ricerca di migliori condizioni di sfruttamento della forza lavoro e del dominio dei mercati dentro lo spazio europeo. […] La BCE ha il compito di proteggere il profitto del capitale finanziario e garantire il rifinanziamento del capitale finanziario, di promuovere la dipendenza degli stati dal finanziamento dei grandi gruppi economico-finanziari europei e di promuovere lo sfruttamento dei lavoratori attraverso la copertura della perdita del potere di acquisto dei salari tramite il meccanismo del credito. […] L’integrazione economica europea è un processo inseparabile dal tentativo di creare un super stato imperialista con relazioni di dominio coloniale al suo interno al costo di compromettere la democrazia e la sovranità degli stati e il diritto ad uno sviluppo sovrano dei popoli”.

Inoltre è presente, nelle tesi approvate all’ultimo congresso del PCP e nel suo programma politico, una critica molto forte alle politiche comunitarie, specialmente in settori determinanti come l’agricoltura e la pesca, che hanno generato una completa deregolamentazione e liberalizzazione di questi settori. A questo proposito è importante evidenziare che l’UE, dentro l’Organizzazione Mondiale del Commercio conduce una politica fatta di accordi bilaterali e multilaterali volta alla liberalizzazione di tutti i settori del commercio e dell’industria.

Un aspetto su cui è opportuno soffermarsi è il meccanismo degli aiuti agli stati, il “programma di aggiustamento finanziario”, il cosiddetto memorandum, che il PCP definisce “patto di aggressione” tra la troika straniera (UE, BCE, FMI) e quella nazionale (PS, PSD, CDS/PP). Il nucleo di questo programma è “il trasferimento al grande capitale delle risorse pubbliche…[…] Il meccanismo europeo di stabilita, assieme ad altri strumenti, oltre ad imporre una primazia degli interessi economici e finanziari sule scelte politiche, formalizza l’introduzione nei trattati UE di clausole condizionali associate agli interventi dell’FMI. […] La logica perversa che gli è associata aumenta in questo modo l’indebitamento degli stati e la loro dipendenza dal capitale straniero”. In sostanza le politiche imposte dal memorandum hanno come obiettivo il rafforzamento violento della concentrazione e della centralizzazione del capitale, l’aumento dello sfruttamento e la restrizione della sovranità nazionale. Tuttavia è opportuno ricordare che esse già da molto tempo sono state introdotte, sebbene in forma più lenta e sotterranea, tramite il rafforzamento del processo di integrazione europee. Lo scoppio della crisi economica ha rappresentato il momento opportuno per il rafforzamento e l’accelerazione di queste politiche, ed il memorandum lo strumento per la loro implementazione.

È inoltre opportuno sottolineare che, se è vero che queste politiche, le politiche imposte dai trattati internazionali, dal “patto di aggressione”, sono la continuazione di politiche già esistenti dentro tutto il percorso di integrazione europeo, è vero anche – come recentemente esposto in un seminario organizzato dal PCP e dal GUE (https://www.marx21.it/comunisti-oggi/in-europa.html) – che queste politiche configurano nuove linee di sviluppo e di rafforzamento dello sfruttamento con cui si vuole dare continuità al progetto di integrazione europeo.

Questo significa che le politiche “emergenziali” dei vari memorandum sono le stesse dell’UE e dell’Euro, e viceversa. Pertanto, qualunque illusione su una presunta contraddizione tra le politiche di austerità dei memorandum con il progetto europeo ha come risultato quella di condurre la lotta del movimento operaio verso un vicolo cieco.

Per la risoluzione della questione del debito pubblico il PCP indica la strada della rinegoziazione in termini di tempo, interessi e montante, decurtando così la parte illegittima del debito; viene posto l’accento sulla diversificazione del finanziamento degli stati, che dentro il quadro dell’UE e con le scelte politiche adottate dai governi che esprimono gli interessi dei monopoli europei, è legato alla BCE; viene sottolineata la necessità della cancellazione dei contratti delle partnership pubblico-private; l’adozione di un servizio del debito compatibile con la crescita economia e la creazione di posti di lavoro.

L’ultimo aspetto su cui è necessario soffermarsi riguarda la politica di sicurezza e difesa messa in campo dall’UE e delineata nel Trattato di Lisbona. “l’applicazione del Trattato di Lisbona, in consonanza con il Nuovo Concetto Strategico della NATO approvato nel 2010, acutizza il processo di militarizzazione dell’UE come pilastro europeo della NATO. La Politica Comune di Sicurezza e Difesa (PCSD) rafforza la cosiddetta “politica di sicurezza” dentro il direttorio delle potenze europee, ridefinendo le funzioni e ridimensionando capacità e mezzi militari per predisporli al servizio degli obiettivi definiti nella PCSD. […] L’Agenzia Europea di Difesa è l’espressione istituzionale del complesso industriale militare e pertanto costituisce un nuovo impulso alo sviluppo dell’industria della guerra e alla corsa agli armamenti”.

A concludere questa analisi vi è il giudizio sull’attuale crisi che sta vivendo l’UE: “lo sviluppo dell’UE è simultaneamente causa ed espressione delle difficoltà e delle contraddizioni che, sul piano economico, sociale e politico sono presenti dentro la stessa evoluzione dell’UE, e che evidenziano le contraddizioni del sistema capitalista nella sua fase imperialista. Più che una “crisi dell’euro” o una crisi risultante dai “debiti sovrani”, l’UE è immersa in una crisi di tutto il suo impianto. Una crisi che si inserisce dentro la crisi strutturale del capitalismo, inseparabile dalle opzioni politiche consacrate nei trattati europei e nei loro orientamenti politici ed ideologici.[…] Le attuali proposte e discussioni intorno al concetto di “più Europa per uscire dalla crisi” sono espressione dello stesso indirizzo liberale, federalista e militarista, a differenza di quanto gli ideologi neo-liberali o le forze che si richiamano ad un “europeismo di sinistra” tentano di dimostrare”.

Non solo è presente una forte critica al complessivo processo di integrazione, ma nei documenti del PCP è forte, come è possibile notare dall’ultima citazione contenuta nell’ultimo paragrafo, una forte critica a quegli orientamenti ideologici che, pur mostrandosi critici nei confronti dell’UE, non intendono mettere in discussione il suo impianto complessivo. L’analisi del PCP è chiara: la natura dell’UE che oggi esiste è CHIARA, e difenderla, anche chiedendone una sua riformulazione, non risolve il problema di fondo e non muta l’indirizzo complessivo dei poteri che l’hanno costruita e che la dirigono.

Tuttavia, insieme a queste critiche è presente anche una proposta strutturata, il cui nucleo teorico principale è cercare di garantire al Portogallo una propria sovranità in vista degli sviluppi futuri. Data la crisi che vive oggi l’UE, il Portogallo deve tenersi pronto non solo a rompere con il processo d’integrazione dell’UE e con l’euro in modo volontario, ma anche all’eventualità in cui saltino le stesse istituzioni europee o nel caso in cui sia proprio la crisi dell’UE a generare una ridefinizione del processo di integrazione in cui le economie più deboli vengono messe alla porta.

La proposta politica del PCP è riassunta molto bene dal suo slogan: una politica patriottica e di sinistra. Per comprendere pienamente il senso di questo slogan è bene guardare a come questo si articola, mettendo in evidenza i punti che interessano più da vicino la presenza del Portogallo nell’UE: difesa dei settori produttivi e della produzione nazionale attraverso lo sviluppo di una politica dello Stato in difesa dell’industria di trasformazione ed estrattiva, dell’agricoltura e della pesca, garantendo la sovranità e la sicurezza alimentare e dando vita ad una economia mista con un forte settore pubblico; sviluppando programmi di appoggio alle medie, piccole e micro imprese e al settore cooperativo, migliorando la produttività e la competitività dell’economia nazionale; affermazione della proprietà sociale e del ruolo dello Stato nell’economia, sospendendo le privatizzazioni e riportando nelle mani statali i settori principali e strategici; sviluppo di un settore dell’impresa statale forte e dinamico; difesa del regime democratico (che dentro il processo di integrazione continentale è sotto costante attacco anche grazie ad una primazia sempre maggiore degli interessi economici capitalisti sulle scelte politiche, dinamica che affetta tutto il quadro istituzionale. Tratto comune a moltissimi paesi europei), e il compimento e l’affermazione della carta costituzionale; l’effettiva subordinazione del potere economico a quello politico, attraverso la lotta contro la struttura economica di carattere monopolista; l’affermazione di un Portogallo libero e sovrano e di un’Europa (i confini dell’UE non corrispondono a quelli dell’Europa) di pace e di cooperazione, con una nuova politica che rompa con la subordinazione alle politiche dell’UE e della NATO.

Infine, è necessario sottolineare anche il forte carattere internazionalista presente nella proposta politica del PCP, questo perché essendo molto presente la questione della sovranità nazionale, qualcuno ha inteso scorgervi alcuni elementi nazionalisti nella critica al processo di integrazione europeo.

Il programma del PCP indica la strada di un’altra costruzione europea: un’Europa in cui al centro vi sia la cooperazione economica tra Stati sovrani con gli stessi diritti, un’Europa di progresso sociale e di pace tra i popoli, dotata di una politica esterna capace di diversificare le proprie relazioni con altri paesi. È importante evidenziare come: “l’internazionalizzazione dell’economia, la divisione internazionale del lavoro, l’interdipendenza e la cooperazione tra gli stati e i processi di integrazione corrispondono a realtà e tendenze evolutive non esclusivamente capitaliste. In funzione degli orientamenti, caratteristiche ed obiettivi, questi processi possono servire i monopoli e le multinazionali, o possono servire i popoli. È diritto inalienabile di ogni popolo e di ogni paese, lottare in difesa dei suoi interessi e diritti”.

Nel momento in cui in Italia ci troviamo a riflettere su quale posizione politica adottare nei confronti dell’UE, è utile tenere a mente che nonostante il contesto italiano presenti alcune differenze dal contesto portoghese, esistono numerosi tratti comuni. È per questo motivo che è bene riflettere sulla posizione del PCP su questo tema, perché mantiene l’equilibrio tra la possibilità di uscita all’UE, volontaria o obbligata, e la struttura produttiva di riferimento collocata dentro il più ampio contesto della produzione mondiale. È possibile pensare per l’Italia una collocazione internazionale differente, specialmente in questa fase in cui numerose economie stanno emergendo e in cui il baricentro geo-economico si sta spostando rapidamente, generando un inasprimento dell’aggressività imperialista.

La profondità di questa analisi si può cogliere guardando ad alcuni dati relativi alla situazione socio-economica portoghese. A partire dall’entrata in circolazione dell’Euro sono stati distrutti 630mila posti di lavoro e la disoccupazione è aumentata del 145%. Tra il 1996 e il 2014 l’economia nazionale cresce di un misero 1.2% e analizzando il periodo a partire dall’entrata in circolazione dell’euro questa crescita si trasforma in una stagnazione, marcata da una diminuzione costante degli investimenti pubblici e privati. Inoltre guardando al tasso di formazione lorda del capitale fisso in relazione al PIL – dato essenziale per capire se una economia investe nella propria capacità produttiva – vediamo una diminuzione di circa il 50% tra il 2000 (28%) ed il 2014 (15,3%). Nello stesso periodo i profitti da parte del capitale sono cresciuti il 60% in più dei salari. Questo significa, in un contesto di forte contrazione della produzione, una significativa riduzione del costo del lavoro.

In conclusione, ritengo che ci si debba concentrare su due punti centrali della posizione del PCP rispetto all’UE. Il primo è generale: non si tratta di opporre la sovranità nazionale a processi di integrazione tra gli stati. Processi di integrazione tra vari stati e blocchi regionali possono essere sviluppati in modi differenti. Si tratta di opporre a un processo di integrazione capitalista, di rafforzamento della triade imperialista USA, UE e Giappone, una visione che tenga conto delle necessità di un popolo, che possono rafforzarsi attraverso il recupero, di fronte a questo processo, della sovranità nazionale, a partire da una ridefinizione della propria agenda economica, che deve essere orientata alla crescita e non alla necessità della circolazione del capitale. Il processo di integrazione che sta coinvolgendo numerosi paesi della regione latinoamericana testimonia la possibilità di percorsi di integrazione differenti da quelli condotti sotto la guida degli interessi imperialisti. Proprio questi esempi, considerando le dovute differenze di sviluppo delle forze produttiva tra America Latina ed Europa, vengono utilizzati per indicare che esistono cammini possibili in grado di coniugare sovranità nazionale, interessi popolari e cooperazione economica tra differenti paesi, dentro un contesto di integrazione.

In merito al processo di integrazione europeo, va sottolineato che oggi uno Stato-membro dell’UE può uscirne per diverse ragioni: perché sceglie volontariamente di uscire dalla comunità, o perché gli è imposto. Entrambe le soluzioni potrebbero in realtà essere lo strumento per inasprire ulteriormente le politiche di austerità. Proprio per questo il PCP inserisce la propria proposta politica e economica per lo sviluppo del paese nelle condizioni attuali di permanenza nella comunità, mentre afferma che la costruzione di un Portogallo sovrano e indipendente, con un orientamento economico autonomo dagli interessi imperialisti, è incompatibile con l’UE. Il punto non è se stare dentro l’UE o se non starci, il punto è la compatibilità delle politiche della Troika con processi economici di crescita e con una collocazione internazionale capace di guardare ad altre aree del mondo che oggi si stanno sviluppando e che mostrano interesse ad una relazione con il nostro continente.

[1] Il Portogallo è tra i paesi fondatori della NATO ed è da subito parte integrante del blocco economico europeo guidato dal Regno Unito, EFTA fondato nel 60.  La critica a questi passaggi è molto forte in vari documenti del PCP e nelle opere di Cunhal. Il giudizio lapidario sulla posizione del Portogallo nel contesto mondiale è riassumibile così: un paese coloniale (perché fino al 1974 mantiene le proprie colonie) e allo stesso tempo colonizzato poiché diretto da capitale straniero, principalmente Inglese e Tedesco.

[2] Programma del PCP approvato all’ultimo congresso – Una democrazia avanzata. I valori di aprile nel futuro del Portogallo