Brexit, che fare?

di Ângelo Alves, Commissione Politica del Partito Comunista Portoghese (PCP)

da avante.pt | Traduzione di Marx21.it

Il referendum britannico ha rappresentato un evento di grande importanza politica per i popoli del Regno Unito e dell’Europa. L’idea della irreversibilità dell’Unione Europea subisce un duro colpo. Il dibattito sul futuro del continente europeo e delle relazioni tra i suoi popoli e stati è all’ordine del giorno.

Sono passati quasi quattro anni da quando avevamo affermato nella Risoluzione Politica del XIX Congresso del PCP che la crisi del capitalismo metteva in evidenza con notevole chiarezza la natura e le insanabili contraddizioni del processo di integrazione capitalista europeo e che quindi la crisi nell’Unione Europea era anche dei suoi fondamenti e pilastri politici, economici e ideologici. Era formulata la tesi della crisi “nella e della Unione Europea” tanto attuale oggi.

Affermavamo in quel momento che “la profonda crisi sociale ed economica nell’Unione Europea, l’affermazione delle varie istituzioni europee come strumenti politici del dominio dei grandi monopoli e del capitale finanziario, il salto ultra-liberista e federalista in corso nelle istituzioni dell’UE e l’approfondimento delle contraddizioni politiche e istituzionali nel suo seno” erano elementi di “un processo di concentrazione del potere politico ed economico, di rullo compressore dei diritti sociali, lavorativi e democratici e della sovranità dei popoli”, elementi che, come dicevamo allora, “rivelano con estrema chiarezza i limiti oggettivi dell’Unione Europea, dimostrando che essa non è riformabile ed è condannata al fallimento”.

E’ la realtà a dare ragione al PCP. Il referendum britannico è “solo” un altro momento – molto importante, senza ombra di dubbio – di un processo in cui l’accentuazione della natura imperialista dell’Unione Europea approfondisce rapidamente i quattro assi della contraddizione che la percorrono: di classe; democratico e di sovranità; di civiltà e di mancanza di legittimità; di rivalità inter-imperialista. Contraddizioni che sono state tutte presenti in Brexit e le cui manifestazioni convergono in maniera sempre più evidente nella crisi “sistemica”, profonda e persistente che non è nata oggi, ma con la creazione stessa della CEE e in seguito dell’Unione Europea. Come il capitalismo, anche l’Unione Europea contiene in seno la crisi, a causa della sua natura di classe.

Il nuovo picco della crisi

E’ per questo che il referendum britannico acquista una così grande rilevanza. Se fosse il risultato di una mera congiuntura politica interna britannica, o anche una curva stretta della relazione tra potenze nel continente europeo, non avrebbe l’impatto che sta avendo. Ma non solo. E’ necessario inquadrare il referendum britannico per comprenderlo pienamente.

Esso avviene precisamente quando il mondo e l’Europa sono alle porte di un nuovo picco della crisi economica e finanziaria del capitalismo; quando la crisi sociale nel continente europeo fa di questa regione una delle zone del globo di maggiore regressione sociale nell’ultimo decennio; quando si succedono scandali finanziari uno dietro l’altro e diventa evidente che la corruzione fa parte dello status quo; quando paesi come la Grecia continuano ad essere macellati economicamente e socialmente e umiliati politicamente; quando i discorsi sdolcinati sulla “costruzione europea” danno luogo alla spudorata arroganza della Germania imperialista; quando il sistema politico borghese nel continente è immerso in una profonda crisi e il fascismo si alimenta dello sfruttamento sociale e dell’oppressione nazionale; quando le rivalità inter-imperialiste travalicano i corridoi di Bruxelles e fanno rompere la patina di ipocrisia eurocratica; quando il Mediterraneo si trasforma nella più grande fossa comune della storia recente dell’Europa e l’Unione Europea dice esplicitamente ai popoli del mondo “di non venire in Europa”; quando l’Unione Europea militarista fa la guerra in varie parti del mondo, alimenta e finanzia terroristi, fa accordi di “cooperazione” con governi fascisti e spinge il continente europeo allo scontro con la Federazione Russa dalle incalcolabili conseguenze.

Percorrere le strade della rottura

E’ questo, riassumendo, il quadro in cui è avvenuta la Brexit. La Storia si sta dispiegando davanti ai nostri occhi e ha un senso la domanda di Lenin: che fare? L’immagine della bicicletta che non può fermarsi rivela il suo ridicolo in modo esuberante. Sta rallentando, e la domanda è da che lato cadrà. La risposta risiede, come sempre, nella questione di classe. Le reazioni degli ultimi giorni, nel Parlamento Europeo e nel Consiglio Europeo, ricordano l’immagine dell’orchestra sul ponte di lusso che continua a suonare la stessa musica mentre la nave affonda. Di più e migliore UE, dicono costoro. Non ci si aspetta altro.

Spetta ai popoli percorrere, con la lotta, le strade della rottura, prendere il controllo del ponte superiore, organizzare il salvataggio e scendere dalla nave prima della fine. Salvare l’Europa significa, più che mai, sconfiggere le imposizioni, le politiche e i pilastri dell’Unione Europea, e tanto meno con i giochetti mediatici, di un palese e disonesto populismo come la proposta del BE (Blocco di Sinistra, aderente al “Partito della Sinistra Europea”) di un referendum a tempo indeterminato

Brexit, che fare?
di Ângelo Alves, Commissione Politica del Partito Comunista Portoghese (PCP)
http://www.avante.pt/pt/2222/opiniao/141050/  
Traduzione di Marx21.it
Il referendum britannico ha rappresentato un evento di grande importanza politica per i popoli del Regno Unito e dell’Europa. L’idea della irreversibilità dell’Unione Europea subisce un duro colpo. Il dibattito sul futuro del continente europeo e delle relazioni tra i suoi popoli e stati è all’ordine del giorno.
 
Sono passati quasi quattro anni da quando avevamo affermato nella Risoluzione Politica del XIX Congresso del PCP che la crisi del capitalismo metteva in evidenza con notevole chiarezza la natura e le insanabili contraddizioni del processo di integrazione capitalista europeo e che quindi la crisi nell’Unione Europea era anche dei suoi fondamenti e pilastri politici, economici e ideologici. Era formulata la tesi della crisi “nella e della Unione Europea” tanto attuale oggi.
 
Affermavamo in quel momento che “la profonda crisi sociale ed economica nell’Unione Europea, l’affermazione delle varie istituzioni europee come strumenti politici del dominio dei grandi monopoli e del capitale finanziario, il salto ultra-liberista e federalista in corso nelle istituzioni dell’UE e l’approfondimento delle contraddizioni politiche e istituzionali nel suo seno” erano elementi di “un processo di concentrazione del potere politico ed economico, di rullo compressore dei diritti sociali, lavorativi e democratici e della sovranità dei popoli”, elementi che, come dicevamo allora, “rivelano con estrema chiarezza i limiti oggettivi dell’Unione Europea, dimostrando che essa non è riformabile ed è condannata al fallimento”.
 
E’ la realtà a dare ragione al PCP. Il referendum britannico è “solo” un altro momento – molto importante, senza ombra di dubbio – di un processo in cui l’accentuazione della natura imperialista dell’Unione Europea approfondisce rapidamente i quattro assi della contraddizione che la percorrono: di classe; democratico e di sovranità; di civiltà e di mancanza di legittimità; di rivalità inter-imperialista. Contraddizioni che sono state tutte presenti in Brexit e le cui manifestazioni convergono in maniera sempre più evidente nella crisi “sistemica”, profonda e persistente che non è nata oggi, ma con la creazione stessa della CEE e in seguito dell’Unione Europea. Come il capitalismo, anche l’Unione Europea contiene in seno la crisi, a causa della sua natura di classe.
 
Il nuovo picco della crisi
 
E’ per questo che il referendum britannico acquista una così grande rilevanza. Se fosse il risultato di una mera congiuntura politica interna britannica, o anche una curva stretta della relazione tra potenze nel continente europeo, non avrebbe l’impatto che sta avendo. Ma non solo. E’ necessario inquadrare il referendum britannico per comprenderlo pienamente.
 
Esso avviene precisamente quando il mondo e l’Europa sono alle porte di un nuovo picco della crisi economica e finanziaria del capitalismo; quando la crisi sociale nel continente europeo fa di questa regione una delle zone del globo di maggiore regressione sociale nell’ultimo decennio; quando si succedono scandali finanziari uno dietro l’altro e diventa evidente che la corruzione fa parte dello status quo; quando paesi come la Grecia continuano ad essere macellati economicamente e socialmente e umiliati politicamente; quando i discorsi sdolcinati sulla “costruzione europea” danno luogo alla spudorata arroganza della Germania imperialista; quando il sistema politico borghese nel continente è immerso in una profonda crisi e il fascismo si alimenta dello sfruttamento sociale e dell’oppressione nazionale; quando le rivalità inter-imperialiste travalicano i corridoi di Bruxelles e fanno rompere la patina di ipocrisia eurocratica; quando il Mediterraneo si trasforma nella più grande fossa comune della storia recente dell’Europa e l’Unione Europea dice esplicitamente ai popoli del mondo “di non venire in Europa”; quando l’Unione Europea militarista fa la guerra in varie parti del mondo, alimenta e finanzia terroristi, fa accordi di “cooperazione” con governi fascisti e spinge il continente europeo allo scontro con la Federazione Russa dalle incalcolabili conseguenze.
 
Percorrere le strade della rottura
 
E’ questo, riassumendo, il quadro in cui è avvenuta la Brexit. La Storia si sta dispiegando davanti ai nostri occhi e ha un senso la domanda di Lenin: che fare? L’immagine della bicicletta che non può fermarsi rivela il suo ridicolo in modo esuberante. Sta rallentando, e la domanda è da che lato cadrà. La risposta risiede, come sempre, nella questione di classe. Le reazioni degli ultimi giorni, nel Parlamento Europeo e nel Consiglio Europeo, ricordano l’immagine dell’orchestra sul ponte di lusso che continua a suonare la stessa musica mentre la nave affonda. Di più e migliore UE, dicono costoro. Non ci si aspetta altro.
 
Spetta ai popoli percorrere, con la lotta, le strade della rottura, prendere il controllo del ponte superiore, organizzare il salvataggio e scendere dalla nave prima della fine. Salvare l’Europa significa, più che mai, sconfiggere le imposizioni, le politiche e i pilastri dell’Unione Europea, e tanto meno con i giochetti mediatici, di un palese e disonesto populismo come la proposta del BE (Blocco di Sinistra, aderente al “Partito della Sinistra Europea”) di un referendum a tempo indeterminato