Le “fake news” del New York Times

fake news 0di Mision Verdad*
da misionverdad.com

Traduzione di Giulia Salomoni per Marx21.it

Una coalizione di media, compagnie di reti sociali e organizzazioni legate a contenuti 2.0 è stata creata nella cornice delle cosiddette “false notizie”, nel tentativo di assimilare ogni espressione diversa dalla versione corporativa dell’informazione a una presunta campagna di disinformazione. Si tratta, piuttosto, di caccia alle streghe, di una riconversione di quelli che nel giornalismo vengono chiamati “i fatti” e della censura totalitaria a un click di distanza.

Ma guarda che sorpresa: i media corporativi sono i principali campioni della censura informativa. The New York Times, finanziato dai più ricchi di Wall Street, nelle ultime settimane è stato giudice e parte coinvolta nelle “fake news” (o “notizie false”) allo scopo di avviare  un processo giudiziario contro diversi media che sono tacciati di essere “filo-russi”, un mero capro espiatorio, e ogni dissidenza alla politica neoconservatrice (e degli alleati) promossa dall’apparato dell’attuale governo statunitense (di Obama, NdT).

Allo stesso tempo, si cerca di criminalizzare quelle organizzazioni e media che si identificano con la destra conservatrice ed anti-establishment in suolo nordamericano ed europeo assimilandola ai suprematisti bianchi, agli ultranazionalisti, ai fondamentalisti cristiani e persino a certe milizie armate, che si identificano nel movimento “Alt-Right” (destra alternativa), un altro tentativo ideologico dei media corporativi che di mettere sullo stesso piano i neonazisti con i media, i gruppi di pensiero e le organizzazioni politiche i cui contenuti ed informazioni differiscono profondamente da quelli mille volte riproposti da New York.

Il Times ha pubblicato perfino editoriali, esigendo la restrizione delle notizie, ad eccezione di quelle che siano da esso riconosciute come valide.

L’editoriale del New York Times

Non sappiamo con che cosa fanno a colazione, ma quello che scrivono dalla redazione  del New York Times, il cui editoriale del 19 di novembre è un messaggio diretto a Mark Zuckerberg e alla squadra della compagnia Facebook.

Secondo questo editoriale, migliaia di “notizie false” sono state diffuse attraverso questa rete sociale prima, durante e dopo le elezioni presidenziali negli USA, e grazie a tutta  la supposta operazione orchestrata Donald Trump, egli ha conquistato il suo posto di lavoro nella Casa Bianca. In un articolo precedente abbiamo descritto le immediate conseguenze di questa storia.

La redazione del New York Times fa pressioni per la costituzione da parte della corporazione di Zuckerberg di un sistema innovativo di censura per le reti sociali il cui filtro sia supervisionato, ovviamente, dalla redazione stessa se necessario.

In altri editoriali si è perfino parlato del concetto di “post-truth”, una riconversione di  ciò che è “la verità” e che ha già una voce nel dizionario di Oxford. Secondo questa istituzione, “post-truth”, (post-verità), è stata innanzitutto usata nel 1992 in un saggio scritto dal serbo-statunitense Steve Tesich sullo scandalo Iran-Contra e la Guerra del Golfo Persico, in cui si impone la logica emotiva e moralista al di sopra dei fatti “obiettivi” (usando la nomenclatura), e citiamo: “Noi, come paese libero, abbiamo deciso liberamente che vogliamo vivere in una specie di mondo post-truth.”

Il blogger britannico Neil Clark replica che tanto le “fake news” quanto le politiche “post-truth” dei propagandisti della guerra sono il migliore esempio di quello che gli psicologi chiamano una “proiezione”.

D’altra parte, il premiato giornalista statunitense Robert Parry, in relazione al citato editoriale, domanda: “Allora Zuckerberg dovrebbe impedire che gli utenti di Facebook facciano circolare le storie del New York Times? Ovviamente, il Times non favorirebbe  tale soluzione per il problema delle “notizie false.” Invece il Times suppone di essere uno degli arbitri che deciderebbero quali media nel web debbano essere proibiti e quali ottenere il timbro di approvazione”.

La proposta del Times, argomenta Parry, si contraddice poiché questo mezzo corporativo è una delle macchine fornitrici di “notizie false” più grandi al mondo. Quelli di New York si erigono a giudici.

Al Times e al The Washington Post si affiancano altri mediai corporativi che si sono uniti ad un’iniziativa avviata dalla compagnia Google, una coalizione chiamata First Draft che è destinata a creare una specie di Ministero Globale che deciderebbe quali notizie possono essere considerate vere e quali false.

Coalizione corporativa del silenzio

Il progetto First Draft News, iniziato nel 2015, è un’iniziativa di Google News Lab (reparto della compagnia incaricato della verifica dell’informazione e dell’estrazione dei dati).

Tra altre organizzazioni corporative dei media e delle reti sociali, e col patrocinio maggioritario di Google News Lab, abbiamo:

– Storyful, una compagnia di prodotti multimediali per reti sociali che lavora con il The Wall Street Journal ed appartenente a News Corp, il conglomerato mediatico più grande del mondo.

Eyewitness Media Hub, un’organizzazione corporativa di verifica dei dati e diritti d’autore che opera anche come un centro di formazione per giovani giornalisti.

– Bellingcat, finanziato dalla Fondazione Open Society e dall’Usaid, il cui “gruppo di investigatori e giornalisti” ha avuto un ruolo chiave nella campagna di disinformazione con relazioni che incolpavano il governo russo e le milizie del Donbass della caduta dell’aeroplano MH17 in Ucraina. Sia la Procura olandese sia una relazione di 31 pagine hanno smentito le informazioni diffuse da Bellingcat.

Richiama l’attenzione che i promotori di First Draft siano le stesse corporazioni che forniscono le “fake news”. Sicuramente i lettori potranno riconoscere alcuni mezzi e reti che compongono la coalizione:

Uno dei propositi di questa iniziativa è quella di produrre un filtro di dati ed informazioni che si tradurrebbe in una censura algorítmica, secondo Facebook, “to reduce human bias”, cioè, per ridurre le distorsioni nel trattamento dell’informazione. Non è un elemento di minore rilevanza, poiché si fa nel nome delle “fake news” e delle politiche “post-truth.”

In un’altra ricerca si indagherà su lavori che si distinguono per cercare di imporre la narrazione delle “notizie false” in una sorta di caccia alle streghe politica, con il The Washington Post come principale portavoce di un’operazione psicologica nella cornice della nuova guerra fredda dell’informazione.

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