Che senso hanno le minacce nucleari?

di Francesco Galofaro, Università di Torino

Non è da ieri che sul conflitto ucraino si distende l’ombra del fungo atomico. A pensarci bene, però, dovremmo chiederci il motivo di continui allarmi: l’equazione tra i missili nucleari e l’estinzione di massa è fortunatamente ancora parte del senso comune. A che giova un’arma il cui uso porta inevitabilmente anche alla propria sconfitta? Perché minacciare un omicidio-suicidio più degno della cronaca nera che del discorso politico? Nonostante ciò, varie forme graduate di minaccia nucleare – l’incidente alla centrale, l’arma “sporca”, l’arma tattica, il missile a lungo raggio – vengono continuamente evocate con l’effetto di terrorizzare l’opinione pubblica.

In fondo, la tecnologia dell’atomo trova già impiego in battaglia da decenni: nessun trattato vieta i proiettili all’uranio impoverito; usarli non costituisce crimine di guerra. Sono costantemente descritti attraverso la figura retorica dell’understatement: la loro radioattività sarebbe “di basso livello”; le particelle che emettono non oltrepasserebbero la pelle e sarebbero “praticamente innocue”, a meno che l’uranio in questione non venga ingerito. Il discorso giuridico-militare sull’uranio impoverito a mio parere prova che il limite è già stato valicato: lo status delle tecnologie atomiche non è “assolutamente interdette” quanto piuttosto “impiegabili in talune circostanze”.

In guerra le armi sono messaggi. Nella guerra in Jugoslavia, l’“errore” che portò la NATO a bombardare l’ambasciata cinese a Belgrado e a uccidere giornalisti innocenti comunicava un chiaro “non vi impicciate”. L’esegesi corrente dei droni kamikaze e dei missili ipersonici è “la nostra tecnologia è superiore alla vostra e possiamo far danno senza essere intercettati”. L’omicidio della figlia di un filosofo russo significa: “fate attenzione, possiamo colpire ciascuno di voi sotto casa”. L’autobomba ucraina che fa saltare un ponte o uno snodo ferroviario vuol dire: “non abbiamo bisogno della balistica a lungo raggio per colpirvi nei vostri confini”. Se poi fosse vero che le ultime due iniziative sono state progettate autonomamente dai servizi segreti ucraini, il messaggio sarebbe rivolto anche agli Stati Uniti: “se non ottemperate alle nostre richieste, agiremo da soli”; “non crediate di poterci dare dei limiti o di tenerci al guinzaglio”.

Allo stesso modo le armi nucleari si paventano e si invocano allo stesso tempo: quelle del nemico sono esecrate e ne provano la cinica follia; l’uso delle proprie invece è sempre ragionevole e giustificato. Vorrei ricordare, a questo proposito, che è stato proprio il presidente degli Stati uniti George Biden, a fine marzo a rompere il tabù che vincolava il nucleare al concetto di difesa. Secondo il Wall Street Journal, Biden ha sostenuto che le armi nucleari possono essere utilizzate “in circostanze estreme”: esse sarebbero una risposta consona all’eventuale uso di armi chimiche da parte dei Russi. Biden ha rotto il tabù che vincolava le armi nucleari al concetto di difesa legittimando l’escalation.

Il 7 ottobre Volodimir Zelensky ha auspicato un attacco preventivo contro la Russia in caso di utilizzo del nucleare (salvo sostenere in seguito di essere stato frainteso). Nei giorni precedenti, il governo polacco aveva perfino annunciato la distribuzione di pastiglie di iodio alla popolazione, come se ci si potesse proteggere da un disastro nucleare. Al contrario, il 3 ottobre, il portavoce Dmitry Peskov aveva dato assicurazioni sul fatto che la Russia si sarebbe attenuta alla propria dottrina militare sull’argomento: rispondeva a Ramzan Kadyrov che, nell’ambito della controffensiva ucraina, aveva invitato il Cremlino a impiegare armi nucleari “a basso rendimento”. Tuttavia Peskov si rivolgeva, obliquamente, agli USA.

Il caso Peskov mostra bene una prima funzione del discorso sulla minaccia nucleare. Si tratta di una comunicazione, nemmeno troppo indiretta, all’avversario, nel contesto della rapidità dell’escalation. All’invasione russa si è risposto con le forniture di armi e capitali, che hanno portato a una controffensiva cui Mosca ha risposto con una mobilitazione parziale. Il conflitto rischia inoltre di estendersi su scala regionale, dato il crescente coinvolgimento di Bielorussia, Polonia e Lituania. Le minacce e le rassicurazioni reciproche sono volte a “regolamentare” l’escalation. Da questo punto di vista, è un errore porre Russia e USA sullo stesso piano: la Russia ha interesse a concludere rapidamente il conflitto, prima che l’Ucraina si trasformi in un pantano; USA e Unione europea hanno tutta l’intenzione di procrastinarlo perché hanno scommesso che sarà l’economia russa a subirne i danni maggiori. Minacce e rassicurazioni servono allora a negoziare un sistema di soglie: una forma di “aggiustamento” reciproco tra i contendenti, la parte visibile di una comunicazione tra le parti che chiaramente non viene mai meno, nemmeno in guerra. In questo modo, tuttavia, né l’escalation né la distruzione reciproca possono dirsi scongiurate.

Vi è poi una seconda funzione della minaccia nucleare, che si esercita nei confronti dell’opinione pubblica. Quando discute la propria dottrina nucleare, il potere si autorappresenta come razionale e in grado di controllare il conflitto; allo stesso tempo, la minaccia atomica altrui dimostra la follia del nemico e l’inevitabilità dell’escalation. Adottando una comunicazione paradossale il potere costruisce un doppio legame nei confronti dell’opinione pubblica: inculca nel cittadino la paura della minaccia esterna, ma non al punto di minare la sua fiducia nella vittoria del proprio governo. Chiedi un impegno visibile sul piano diplomatico per favorire il dialogo? Ti risponderanno che il nemico è folle e imprevedibile e va fermato sul campo. Ribatti che, se l’avversario è un matto, a maggior ragione trasformare l’Ucraina in una santabarbara provocherà distruzioni su scala continentale? Ti diranno che la NATO e l’Unione europea hanno la situazione in pugno e che la vittoria è dietro l’angolo. In ogni caso, comunque la pensi, hai torto: non hai modo di discutere le decisioni del potere e di sottrarti alla sua morsa.

Per queste ragioni, oggi occorre chiedere la fine dell’escalation, dei finanziamenti e delle forniture di armi all’Ucraina senza “se” e senza “ma”. Non è sufficiente chiedere la pace, occorre rifiutare la guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali, nel rispetto della Costituzione italiana.

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