Zimbabwe: una lotta popolare di liberazione

Blade Nzimande, segretario generale del Partito comunista sudafricano (SACP), ha rilasciato una lunga intervista all’ernesto che pubblicheremo sul prossimo numero. Il testo che segue è la parte dell’intervista che fa il punto sulla grave crisi economica e politica che ha colpito lo Zimbabwe, ex colonia britannica (Rhodesia), indipendente dal 1980.
I comunisti sudafricani e lo Zanu-PF (movimento di liberazione marxista dello Zimbabwe) hanno in comune, oltre ai confini geografici dei due paesi, decenni di lotta armata contro il colonialismo e l’apartheid, nonché una lunga storia di reciproca solidarietà militante. Va ricordato che le critiche e i giudizi, talvolta severi ma politicamente argomentati, espressi nell’intervista, appartengono ad un dibattito tra i partiti e movimenti antimperialisti che, superando difficoltà enormi e in condizioni di sottosviluppo estremo, hanno liberato un quarto del continente – l’Africa Australe – dalle due peggiori calamità: la schiavitù coloniale e l’apartheid.
Lo Zimbabwe sta attraversando una fase assai difficile che è comune a tutte le rivoluzioni anticoloniali africane: deve rimediare agli errori politici commessi e far fronte ad una situazione interna esplosiva. Il conflitto di classe tra i contadini poveri e senza terra e la proprietà terriera è il nodo principale, arrivato al pettine dopo vent’anni di sterili tentativi riformatori. Un pugno di 4500 coloni bianchi, lo 0,6% della popolazione, cittadini di sua maestà, possiede il 70%delle migliori terre coltivabili (11 milioni di ettari), mentre 6 milioni di neri vivono in condizioni di estrema povertà.
La lotta per la terra è dunque scoppiata con furore, provocando una altrettanto furiosa reazione imperialista, le cui istituzioni (Banca Mondiale, FMI) mantengono l’economia del paese sotto la costante minaccia delle rappresaglie punitive.
S.R.

Qual è la vostra opinione circa l’evolversi della situazione nel vicino Zimbabwe, la cui lotta anticoloniale e antiapartheid è stata così simile alla vostra?

Blade Nzimade. Il superamento dell’eredità coloniale e la soluzione degli enormi problemi concernenti le questioni nazionali e la trasformazione economica (al centro della quale si trova la questione della terra), erano e rimangono i problemi chiave cui devono far fronte la rivoluzione e il popolo dello Zimbabwe. Risolvere questa questioni costituisce il punto di passaggio decisivo ed urgente per ricostruire il movimento di liberazione fortemente radicato tra le masse popolari dello Zimbabwe. I media sudafricani e imperialisti del mondo intero affrontano questo tema – cruciale per l’Africa australe – offrendo un’immagine totalmente distorta, presentando il Presidente Mugabe come un diabolico dittatore, e partendo dal principio che l’esistenza di una forte opposizione interna contro il suo governo sia di gran lunga la più importante delle sfide in atto nel paese. La celebrazione acritica ed apologetica del movimento di opposizione MDC (Movement for Democratic Change) tende a farlo apparire come il salvatore della democrazia e del popolo dello Zimbabwe. Nell’ambito di questa campagna mediatica la questione della terra, anziché problema centrale per il paese, viene spacciata come un espediente elettorale del partito di governo, lo Zanu-PF, mentre le cause e le ragioni profonde della drammatica situazione di povertà del popolo non vengono nemmeno menzionate. Questa campagna non meriterebbe alcuna risposta se non fosse per il peso e l’influenza esercitata sull’opinione pubblica dai media neoliberali e razzisti.

L’approccio opposto dell’analisi dello Zimbabwe consiste invece nel vedere, nei recenti sviluppi della situazione interna, la semplice espressione della controrivoluzione infiltratasi ovunque, nelle capitali occidentali, nei media non governativi e negli uffici delle forze di opposizione dello Zimbabwe.
Senza trascurare la presenza di attività controrivoluzionarie, sarebbe tuttavia un errore affrontare la questione facendo leva solo su questo punto di vista. Tanto più che dopo essere stati testimoni del crollo dei paesi dell’est che, come ben sappiamo, è stato il risultato, oltre che di una controrivoluzione sostenuta dall’imperialismo, anche dalle debolezze interne e dagli errori gravi commessi dai partiti al potere. Questa posizione semplicistica ignora totalmente il fatto che le politiche condotte dallo Zanu-PF hanno intaccato i diritti e deluso le speranze della classe operaia e dei poveri per parecchi anni, provocando la burocratizzazione del partito e accresciuto il distacco tra quest’ultimo e le masse popolari.

Gli ultimi avvenimenti nello Zimbabwe, in particolare gli ultimi risultati elettorali (che hanno visto lo Zanu – PF in calo di consensi al 56%, e la crescita dell’opposizione al 42% – nota del traduttore), sono l’espressione di tre fattori concreti strettamente dipendenti: l’eredità coloniale tuttora presente nella sua espressione economica e sociale contemporanea, gli effetti del Programma di aggiustamento strutturale messo in atto dopo il 1990, e, infine, la burocratizzazione dello Zanu-PF. La natura persistente dell’eredità coloniale si esprime principalmente attraverso la combinazione di ineguaglianze economiche, mai superate dopo l’indipendenza, ed una distribuzione della terra segnata da enormi iniquità. Questa eredità è tuttora presente e condiziona la mentalità della popolazione bianca che si oppone alla redistribuzione delle terre e che cerca in tutti i modi di ritornare al passato eliminando le modeste conquiste sociali realizzate dopo l’indipendenza. Questo blocco sociale di destra, essenzialmente controrivoluzionario e “rhodesiano” nelle sue ispirazioni coloniali, è sostenuto dall’imperialismo, soprattutto da quello britannico, e dagli elementi ad esso legati, appartenenti a certi settori dell’opposizione bianca sudafricana. L’eredità coloniale si è manifestata anche con il rifiuto, diventato sempre più arrogante nel corso degli anni, da parte del Regno Unito, di onorare uno dei principali punti dell’accordo di Lancaster House del 21 dicembre 1979 che sanzionarono l’indipendenza dello Zimbabwe.
Tale accordo prevedeva, senza equivoci di sorta, il finanziamento da parte di Londra della ridistribuzione delle terre. Il governo di sua maestà, tradendo gli accordi, ha deciso invece di sostenere apertamente tutte le forze di opposizione antigovernative, compreso il MDC, aggiungendo arbitrariamente una nuova clausola che subordina il versamento dei fondi per la ridistribuzione delle terre alla condizione che lo ZANU-PF cooperi con il MDC senza peraltro precisare ciò che questa bizzarra richiesta voglia significare.

Il secondo fattore importante della attuale situazione dello Zimbabwe, totalmente ignorato dai media, é rappresentato dagli effetti provocati dal Programma di aggiustamento strutturale imposto dalla Banca Mondiale dal 1991, sostanzialmente accettato dallo Zanu.PF, e contro il quale il partito al potere non ha saputo opporre che una debole resistenza, almeno fino in tempi recenti.
Questa accettazione acritica del Programma di aggiustamento strutturale ha avuto come conseguenza il formarsi di una piccola borghesia arrivista indigena, capitalistica e burocratica, che collocatasi negli apparati dello stato postcoloniale ha riposto le sue speranze di autoaffermazione nei benefici derivanti dalla privatizzazione dei beni dello Stato nel quadro di questo programma. Gli effetti del Programma di aggiustamento strutturale sotto l’egemonia di questa nuova classe sono stati uno dei fattori più negativi che hanno prodotto l’erosione del potere e dell’influenza dello Zanu-PF tra il popolo. Questa questione richiede di conseguenza un esame dettagliato.

Non va inoltre dimenticato che il primo decennio di indipendenza dello Zimbabwe (1980-1990) è stato il periodo di maggiore avanzata e di miglioramenti sensibili delle condizioni sociali della maggioranza dei lavoratori e dei poveri. È stato il periodo di estensione massiccia dei servizi sociali, in particolare in quelli della sanità e dell’educazione.

La lezione più importante da trarre da tutto ciò, è che l’imposizione del Programma di aggiustamento strutturale da parte della Banca Mondiale è stata la causa principale della crisi; non a caso quando gli effetti distruttivi hanno cominciato a farsi pesantemente sentire, le istituzioni e i media imperialisti hanno colto l’occasione per accusare Mugabe e il suo governo di essere responsabili della crisi. Secondo loro il problema non era più addebitabile all’eredità coloniale, né al programma di aggiustamento strutturale, ma bensì alla mancanza di una opposizione politica visibile nello Zimbabwe. Un’altra lezione importante da trarre è che la ristrutturazione economica neoliberale non modifica affatto l’equilibrio economico a favore dei lavoratori e dei poveri, ma va a beneficio delle stesse forze che avevano profittato del colonialismo e di una minoranza di piccola borghesia di colore.

Ciononostante, malgrado l’impatto devastante di questa ristrutturazione economica e il tentativo di scaricarne le responsabilità su Muga-be, la rivendicazione nazionale del popolo dello Zimbabwe – la terra – è rimasta l’obbiettivo prioritario. E ciò rende più che mai urgente individuare i limiti e gli errori del partito al potere per poterli superare.
È stato l’impoverimento crescente e diffuso che ha cominciato ad isolare lo Zanu-PF e il governo dal popolo e la causa dei moti popolari spontanei e degli scioperi organizzati dal movimento sindacale nella seconda metà degli anni 90. È evidente che la controrivoluzione ha sfruttato il malcontento popolare, ma è appunto il crearsi di queste condizioni che deve essere esaminate, non soltanto come fattore esterno, ma anche a partire dal comportamento politico e dal programma economico dello stesso movimento di liberazione.
Dopo la vittoria elettorale in tutto il paese, nel 1980, lo Zanu-PF di Mugabe è andato via via perdendo il suo carattere originario. Dai suoi livelli superiori sono uscite le élite politiche dei governi che si sono avvicendati dopo l’indipendenza. Il secondo livello ha formato invece gli ufficiali ed i sottufficiali della nuova armata. Migliaia di combattenti di base sono stati smobilitati e sono ritornati nei loro lontani villaggi da dove, a causa della lontananza, difficilmente potevano influire sul corso degli avvenimenti dopo l’indipendenza. Gli studenti nelle città ed i sindacati sono stati i punti forti di sostegno al nuovo governo, ma alla fine si sono trovati a loro volta largamente marginalizzati, nonostante le loro lotte. Fin dai primi anni dopo l’indipendenza essi sono stati organizzati come delle appendici del partito dirigente, anziché come soggetti autonomi, con un forte orientamento di classe.

Queste evoluzioni sono state sfortunatamente simili a quelle che hanno caratterizzato molti movimenti di liberazione del nostro continente. Dopo essere pervenuti al potere politico, le alleanze di classe stabilite costruite durante le lotte per l’indipendenza hanno cambiato natura: le alleanze precedenti tra la classe operaia, i contadini ed i settori progressisti di piccola borghesia si sono trasformate in nuove alleanze tra i vecchi settori progressisti di piccola borghesia ed i settori del grande capitale locale ed internazionale.
Questa regressione è stata ottenuta marginalizzando la classe operaia ed i contadini dai programmi di ricostruzione adottati dopo le indipendenze. Senza la partecipazione delle masse, la piccola borghesia ha finito per controllare le istituzioni dello Stato e, in un contesto di dominazione imperialista, ha operato per i suoi interessi scegliendo un processo di accumulazione in accordo con il grande capitale locale e internazionale. Il risultato finale di questa evoluzione è stato il mantenimento anziché il superamento delle strutture economiche ereditate dall’epoca coloniale, che, sebbene in condizioni nuove, continuano a sacrificare gli interessi della classe operaia, dei contadini e dei poveri.

La burocratizzazione crescente dello Zanu-PF l’ha reso vulnerabile di fronte alle pressioni ed ai ricatti esterni. Alla fine degli anni ’80 e lungo tutti gli anni ’90, Mugabe non è stato in grado di resistere alle pressioni della Banca Mondiale e del FMI ed è stato obbligato ad introdurre i brutali programmi di aggiustamento strutturale. Le crescenti difficoltà ed il peggioramento delle condizioni di vita delle masse urbane hanno spinto il Congresso dei sindacati dello Zimbabwe (ZCTU), fino ad allora subalterno al potere, a diventare più combattivo negli anni ’90. I risultati elettorali mostrano che lo Zanu-PF ha perso l’appoggio della classe operaia organizzata, delle masse popolari urbane, nonché l’appoggio dell’Unione popolare africana dello Zimbabwe (Zapu) del Matebeland (regione sud dello Zimbabwe popolata dall’etnia Ndebele – nota del traduttore).

I risultati elettorali del movimento di opposizione (MDC) al governo Mugabe, benché consistenti, non lo fanno ovviamente diventare una organizzazione progressista in grado di far avanzare gli obbiettivi storici del Movimento di liberazione nazionale. Sarebbe tuttavia insensato non prendere atto che nei ranghi dell’MDC ci sono operai progressisti, vecchi combattenti della liberazione ed una massa di persone sinceramente deluse. Rimane il fatto che il movimento di opposizione è anche sostenuto ed alimentato dalle forze conservatrici di destra la cui missione è di liquidare le conquiste politiche e sociali del movimento di liberazione nazionale rendendo possibile in tal modo la realizzazione del programma della Banca Mondiale meglio di quanto sia stato possibile con lo Zanu-PF. Questa prospettiva risulta evidente dal fatto che il MDC non possiede alcun programma chiaro sulle questioni chiave con le quali la rivoluzione dello Zimbabwe si sta confrontando.

Il problema del popolo dello Zimbabwe è quello di ricostruire il movimento di liberazione, di radicarsi tra le masse popolari e di riprendere la strada maestra delle rivendicazioni originali del suo popolo: la terra, la trasformazione dell’economia e la lotta per il socialismo. È esattamente su un programma di questo tipo che gli stessi comunisti sudafricani ed il nostro movimento devono far leva.