XXIII° Congresso del Partito Comunista Giapponese

Tokyo
Il 23° Congresso del Partito Comunista Giapponese, svoltosi in una località a poche decine di chilometri da Tokyo nel complesso che usualmente ospita i lavori della scuola quadri del partito, è stato concepito come un congresso “di svolta”. L’arretramento subìto in occasione delle elezioni politiche dello scorso anno, che ha riportato i comunisti giapponesi dal picco di consenso del ’98 (15%) alle percentuali mantenute nel corso degli anni ’90 (8%), ha certamente indotto a procedere ad una circostanziata riflessione programmatica e ad una messa a punto dell’ispirazione generale, della cornice di principi che deve presiedere all’azione dei comunisti all’esordio del nuovo secolo. L’impressione offerta dai cinque giorni di congresso – che ha visto un migliaio di delegati seguire diligentemente il susseguirsi delle relazioni e degli interventi – è comunque quella di una forza politica solida e coesa, forte di 400 mila iscritti e in grado di diffondere 2 milioni di copie giornaliere del quotidiano di partito Bandiera Rossa: l’obiettivo dichiarato durante i lavori congressuali è di raggiungere rispettivamente i 500 mila iscritti e i 2 milioni e mezzo di lettori. Dunque è anche dal rafforzamento della struttura organizzativa, oltre che dall’approfondimento dell’asse strategico e dalla precisazione degli elementi essenziali di linea politica, che si intende muovere per preparare un’estensione del consenso elettorale, già a partire dalle imminenti consultazioni senatoriali che si svolgeranno il prossimo luglio. Il cuore della svolta è la cosiddetta “rivoluzione democratica”. Come specificano i documenti congressuali (il Programma e la Risoluzione conclusiva, da cui sono tratte d’ora in avanti le formulazioni entro le virgolette), il 21° secolo porrà sempre di più all’ordine del giorno l’urgenza di una trasformazione socialista della società. Il sistema capitalistico si conferma incapace di regolare e socializzare l’enorme potenziale produttivo di cui pure dispone ed è gravato da crescenti contraddizioni: allargamento progressivo della forbice tra ricchezza e povertà, crisi recessive ricorrenti e sempre più acute, disoccupazione massiccia anche nel nord del mondo, distruzione planetaria dell’ambiente, crescente aggressività imperialistica e coloniale. Di qui la necessità di un salto in direzione di una razionalità sociale superiore, quella appunto che il Programma congressuale chiama “società socialista/comunista” (essendo questi ultimi attributi intercambiabili e riferentisi ad un’unica e medesima fase storica). L’attuale congiuntura è tuttavia dominata dalla necessità di dare priorità assoluta ad alcuni obiettivi “democratici”, raggiungibili entro il quadro della società capitalistica e grazie all’azione unitaria di governi di coalizione. Per ciò che attiene il peculiare contesto giapponese, in sostanza sono due i cambiamenti strutturali attualmente da perseguire: a) indipendenza dagli Usa; b) regolazione dei rapporti sociali e di lavoro con contestuale controllo sociale sull’attività dei grandi monopoli industriali.

L’INDIPENDENZA DAGLI USA
La prima questione è senz’altro vista come quella decisiva. L’umanità è a un bivio ed è chiamata a scegliere tra due ordini internazionali contrapposti: l’uno imposto dalla sopraffazione bellica Usa, l’altro dettato dalle regole della convivenza internazionale sancite nella Carta dell’Onu. Per quanto smisurata possa essere, nessuna forza militare può determinare e mantenere a lungo un vero ordine internazionale: in questo senso, l’imperialismo Usa costituisce oggi “la minaccia più grave” ed è destinato ad aggravare “le contraddizioni tra i principali poli monopolisti” del capitalismo globalizzato. In particolare il Giappone è, dal punto di vista militare, un paese colonizzato: le sue Forze di Autodifesa sono virtualmente sotto il controllo statunitense e nel suo territorio figurano le più grandi basi militari a stelle e strisce dell’intero continente asiatico. Non a caso, la spesa del Giappone a supporto di tale presenza militare è 1,6 volte il totale pagato dagli altri 24 alleati Usa. Tale subordinazione ha avuto altresì effetti sull’ispirazione di fondo dell’ordinamento costituzionale elaborato dopo la seconda guerra mondiale, modificandone l’orientamento antimilitarista e pacifista. Il New Strategic Concept – posto a base dei nuovi compiti assegnati alle forze Nato e dunque riferimento essenziale della Japan/U.S. Defense Cooperation – ha fatto già slittare la natura dell’alleanza tra i due paesi, caratterizzandola non più come “difesa comune contro attacchi esterni” ma come diretto impegno interventista anche in assenza di risoluzioni dell’Onu. Con l’aggressione all’Iraq, tale tendenza si è ulteriormente rafforzata: in un incontro con G. W.Bush svoltosi a maggio del 2003, il primo ministro Koizumi ha riaffermato il patto di sicurezza Usa/Giappone, definendolo tuttavia nei termini di “un’alleanza globale”. Qui è stata posta la premessa per l’invio, concretizzatosi a gennaio di quest’anno, di un contingente militare in Iraq: per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, t ruppe giapponesi hanno così varcato i confini nazionali per condurre un’operazione bellica in terre straniere. E’ del tutto comprensibile che i temi suddetti abbiano profondamente segnato i lavori congressuali del Pcg. Accanto alla difesa dell’articolo 9 della Costituzione (l’equivalente dell’art.11 della nostra Carta fondamentale) – che non solo vieta l’invio di truppe all’estero ma impone lo smantellamento di ogni apparato militare offensivo – il congresso ha sancito il perseguimento dell’abrogazione del Trattato sulla sicurezza Usa/Giappone (posto alla base di “un’alleanza ineguale”), l’affermazione di una politica di disarmo e di sostanziale disimpegno finanziario in tema di spese militari, l’attivazione di una serrata “diplomazia di pace” da dispiegare a 360 gradi al fine di rafforzare le relazioni del partito con forze sociali, partitiche e statuali disposte a porsi sul terreno della pace e del “non allineamento”. In questo contesto, è risuonata la denuncia dei piani statunitensi per il dominio dello spazio (duramente stigmatizzati, come è stato ricordato, da Cina e Russia) e, per altro verso, si è profilata una certa attenzione per l’Unione Europea, della quale è stato apprezzato il documento A Secure Europe in a Better World concepito in sintonia con l’ispirazione della Carta Onu. In questa medesima prospettiva – e certamente sulla traccia del dramma di Hiroshima e Nagasaky – vanno collocati i numerosi interventi che con grande passione hanno riaffermato l’urgenza dello smantellamento degli arsenali nucleari, nonchè gli accenti critici nei confronti della Corea del Nord: i documenti congressuali hanno in proposito ribadito che la critica, condivisa dal Pcg, del carattere non paritario del Nuclear Non Proliferation Treaty, il quale di fatto concede ad un piccolo gruppo di paesi il monopolio dell’arma atomica, non può tuttavia consentire di legittimare il ritiro unilaterale dal suddetto trattato e di alimentare una rinnovata corsa al riarmo.

REGOLE E CONTROLLO SOCIALE
La seconda gamba della “rivoluzione democratica” concerne l’esigenza di un profondo cambiamento nel mondo del lavoro e nelle relazioni sociali, con l’obiettivo di imporre “regole” al capitalismo e controllo sociale alle grandi corporations. La richiesta pressante di una “regolamentazione” a tutela del lavoro va intesa alla luce della peculiare pesantezza della condizione lavorativa in questo paese. In una delle punte avanzate del capitalismo mondiale, le grandi aziende non solo competono – come accade nel resto del mondo capitalistico – attraverso la creazione di lavoro instabile e flessibile, ma arrivano fino al non pagamento delle prestazioni lavorative: il Pcg si è fatto promotore di oltre 200 interpellanze parlamentari per esigere lo sradicamento della pratica, largamente diffusa anche nelle maggiori corporations, di imporre ore di lavoro straordinario non pagate. Non a caso è molto forte la polemica del Pcg nei confronti del “collaborazionismo sindacale”, che ha dominato le relazioni tra le parti sociali dal dopoguerra ad oggi: tale atteggiamento concertativo muove dalla tesi secondo cui un medesimo interesse accomuna capitale e lavoro, nel senso che migliori livelli di vita per i lavoratori possono derivare dalla cooperazione in vista di un aumento della produttività. In questo modo, è aumentato il ricatto da parte del padronato ed è andato svanendo il carattere di classe del movimento sindacale, il quale ha progressivamente abbandonato la difesa dei diritti e dei livelli di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma, più in generale, è l’intera politica economica ad essere concepita in funzione degli interessi dei grandi monopoli (giapponesi, ma anche statunitensi). Un caso emblematico è rappresentato dal duro confronto sviluppatosi sul tema della tassa sui consumi (consumption tax rate), di cui il Pcg chiede l’abolizione ma che governo e grande business vogliono aumentare con la motivazione di acquisire fondi per le spese sociali. In realtà – spiega nel merito la relazione programmatica del congresso – gli introiti accumulati sinora con questo balzello risultano grosso modo equivalenti all’ammontare dei tagli alle tasse di cui hanno goduto nel medesimo periodo le tre maggiori c o r p o r a t i o n s: ciò significa che la tassa sul consumo (pagata a pioggia da tutti) è servita sinora a coprire le regalie dispensate al big business e non a trovare le risorse per i servizi sociali. Insomma, un’opzione tipicamente di classe in ambito di politica economica.

LA PROSPETTIVA SOCIALISTA/ COMUNISTA
Con queste proposte di svolta democratica il Pcg si rivolge a quella metà dell’elettorato che secondo i rilievi statistici non ha ancora maturato una precisa scelta politica. Si tratta di un appello che fa leva sull’orgoglio di quella consistente parte della popolazione che non intende ripercorrere la strada del nazionalismo e dell’interventismo bellico, che sul piano sociale aspira ad una maggiore dignità del lavoro e ad una più equa redistribuzione della ricchezza prodotta e che, anche rispetto ad una generale tenuta morale, vede i suoi più profondi valori spirituali insidiati da un clima di esasperata competizione. A proposito di quest’ultimo tema, grande spazio occupa in effetti nel documento congressuale il riferimento alla “crisi morale della società giapponese” – all’insicurezza e pesantezza del lavoro che distrugge la vita familiare, allo stress di un sistema educativo sempre più competitivo e asservito alle esigenze dei monopoli industriali, ai guasti che la legittimazione mediatica delle aggressioni belliche produce nell’attitudine morale della gioventù: si tratta di richiami che denunciano l’eclissi di civiltà del sistema capitalistico e che nulla hanno a che vedere – si tiene a precisare – con le tradizionali “costrizioni moralistiche ereditate dal dispotismo del sistema imperiale” nipponico. Pur dislocando il peso delle problematiche a ridosso dei compiti specifici del partito nel contesto della realtà giapponese, questo 23° congresso ha provato anche a delineare a tratti sommari l’orizzonte della trasformazione “socialista/comunista” della società del futuro. Lo ha fatto a partire dalla piena rivendicazione dell’Ottobre sovietico, del primo grande tentativo di costruzione di un paese socialista condotto da Lenin attraverso un percorso “per prove ed errori”; ma anche con una critica molto netta al successivo operato di Stalin, il quale “ha fatto deragliare la rivoluzione verso il burocratismo e un contesto di gravi violazioni della legalità socialista”, sacrificando ad un’esasperata centralizzazione dell’organizzazione sociale quello che è inteso essere l’elemento chiave della trasformazione socialista: la “socializzazione dei mezzi di produzione”, il concreto trasferimento ai produttori del controllo e del management delle principali leve dell’apparato produttivo. Nell’ispirazione dell’attuale ‘programma massimo’ del Pcg, la trasformazione socialista dovrà “abolire totalmente la libertà di sfruttamento, ma non la libertà ideologica”; essa sarà un processo molto lungo, “basato sul consenso crescente del popolo e sostenuto da una stabile maggioranza parlamentare”. L’insistenza sull’ineludibilità del “pluralismo politico” e della “democrazia socialista” non ha impedito d’altra parte un’adesione senza riserve all’esperienza di “alcune società che, in rottura col capitalismo, stanno tentando di percorrere una nuova via, quella del socialismo attraverso un’economia di mercato”. In questa prospettiva, grande attenzione è riservata alla Cina: “Che un miliardo e 300 milioni di persone perseguano questo corso è un fatto rilevante per il 21° secolo e per tutta l’umanità”. La “combinazione tra economia di piano e mercato” è ritenuta una soluzione all’altezza dei tempi e particolarmente adatta allo specifico contesto intrasiatico (“Avanzare verso il socialismo attraverso un’economia di mercato è legittimo e si adatta alle condizioni giapponesi”). E, del resto, tutto ciò è in sintonia con gli strettissimi rapporti che il Pcg mantiene con il Pc cinese ed il Pc vietnamita, presenti al congresso con nutrite e autorevoli delegazioni. In definitiva, rimane l’impressione di un Pcg molto pragmatico e strettamente legato ad un peculiare contesto geopolitico e storico. Senz’ altro una rilevantissima presenza in uno dei massimi capisaldi del capitalismo contemporaneo.