XV Festival mondiale della gioventù e degli studenti

Algeri.
Ci eravamo ormai convinti di essere irrimediabilmente obsoleti, patetici testimoni di una tradizione esauritasi e tramontata con il secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Credevamo che il materialismo storico e le sue categorie interpretative fossero divenute del tutto ineffettuali, irriformabili e incapaci di leggere una realtà drasticamente mutata rispetto alle dinamiche di sviluppo del Novecento e ai suoi conflitti. Da più fronti, in particolar modo, gli alfieri del “rinnovamento” e della “contaminazione” si sono affannati a spiegarci che la teoria leniniana dell’imperialismo – con la quale ci ostinavamo a leggere le contraddizioni della politica internazionale, le problematiche dei rapporti di forza geopolitici, le situazioni di conflitto strategico e regionale, le ragioni profonde delle continue esplosioni belliche che caratterizzano questa fase storica – era nient’altro che un relitto del passato, il trastullo di pochissimi reduci. Uno schema ossificato, non aggiornabile e inservibile a rendere ragione di un quadro mutato, che condanneebbe oggi all’oblio tutto l’armamentario teorico dei comunisti e obbligherebbe questi ultimi, per essere all’altezza dei tempi nuovi, ad un drastico e repentino mutamento di paradigma, a rigettare la loro stessa identità politica e culturale, i loro simboli, la loro concezione della politica, della forma partito, dello Stato.
Ormai era inutile, ci hanno spiegato, continuare ad inseguire fantomatici conflitti inter-imperialistici laddove, al contrario, le trasformazioni endogene e tecniche del modo di produzione capitalistico avevano determinato un salto di qualità: la costituzione di un gigantesco e mostruoso governo unitario dell’economia mondiale, di un “Impero” che – forte dello strapotere finanziario delle multinazionali apolidi, capaci di spostare enormi masse di denaro attraverso i flussi immateriali e istantanei della rete informatica e di farsi beffe degli Stati nazionali in via di estinzione – aveva risolto all’insegna del “neoliberismo” e del “pensiero unico” le proprie contraddizioni strutturali. Inutile, poi, sforzarsi di fare il punto della fase, misurando le trasformazioni nei rapporti di forza tra i Paesi capitalistici intervenute a dieci anni dalla sconfitta del campo socialista e individuare i segmenti della catena imperialistica, distinguendo gli interessi e i progetti dell’egemonismo statunitense (da Clinton a Bush) dalle basi materiali e dalle prospettive di consolidamento e sviluppo del Grande Spazio europeo, o dell’area Asia-Pacifico. Nefasto, inoltre, ostinarsi a leggere elementi di controtendenza nella resistenza di realtà statali e nazionali dichiaratamente socialiste, che avevano retto alla piena della restaurazione attraverso la sperimentazione di nuove strade di sviluppo. Oppure riconoscere la resistenza oggettiva all’offensiva imperialista da parte di borghesie nazionali che sarebbero in realtà, semmai, la cappa di piombo che impedisce il dispiegarsi della carica rivoluzionaria delle “società civili” e dei “popoli”, uniche istanze con cui è lecito dialogare. L’avvento della globalizzazione, inusitata “rivoluzione capitalistica” dal segno interamente regressivo e barbarico, imporrebbe ai comunisti una definitiva presa di distanza dal Novecento e dalle sue mostruosità metafisiche; l’abiura di inveterati pregiudizi maturati all’ombra di una mentalità militaresca e statalista, nonché del culto – hegelo-marxiano e perciò totalitario – del Lavoro emancipatore.
È con questi pensieri e con il conseguente stato d’animo che alcuni compagni di Rifondazione hanno partecipato – estremo pellegrinaggio di commiato al santuario della nostalgia – alla XV edizione del Festival mondiale della gioventù e degli studenti, accolti dall’agosto torrido di Algeri e dallo slogan “Globalizziamo la lotta per la pace, la solidarietà, lo sviluppo, contro l’imperialismo!”. Ciò che questi compagni hanno potuto osservare in quelle giornate, però, risultava stranamente in contraddizione con ciò che era stato loro così ben spiegato e di cui si stavano faticosamente convincendo. Di conseguenza, il loro tormentato processo di autocritica e di revisione ha subito una drammatica battuta d’arresto. È questo quanto intendiamo qui testimoniare e denunciare; anche in considerazione del fatto che per la stampa comunista italiana – puntualissima nel commentare la XIV edizione, svoltasi a Cuba appena qualche anno fa – questo Festival sembra improvvisamente e misteriosamente non essere mai esistito
Partito comunista spagnolo, greco, tedesco, portoghese, brasiliano, turco, sudafricano, russo, ucraino, del Vietnam, di Cuba, della Cina, del Venezuela, della Corea del Nord e molti altri ancora, accanto all’OLP, alle Farc, all’ANP, alle delegazioni ufficiali di Libia, Siria, Iraq e di decine di altre nazioni, assieme persino al Forum sociale di Porto Alegre, la quasi totalità dei partiti comunisti del mondo intero era presente ad Algeri, con la vistosa assenza della rappresentanza ufficiale dei comunisti francesi e di quelli italiani. Un evento di straordinaria importanza, dunque, che è stato occasione di conoscenza e di confronto, di scambio reciproco e di analisi comune. Un evento, soprattutto, che ha materialmente oggettivato l’esistenza concreta, sebbene in fieri, di un soggetto politico che – pur nelle ovvie differenze di linea e di ispirazione – è tendenzialmente unitario ed ha ancora, nonostante la sconfitta subita dieci anni fa, dimensioni planetarie.
Sono state dieci giornate fittissime di lavori – al punto che non tutti i temi in agenda sono stati effettivamente svolti –, organizzati in cinque centri di discussione tematica. Il primo forum, “Pace e sicurezza”, ha affrontato la questione del nuovo ordine internazionale scaturito dal crollo del blocco socialista, ma ha evitato di adottare il consueto punto di vista astrattamente pacifista oggi in voga. Sulla base di una proposta interpretativa precisa, il forum ha chiamato in causa il ruolo degli USA e della Nato, ponendo l’accento sulle questioni dello scudo spaziale americano e della nuova strategia di intervento del Patto Atlantico, sul problema controverso dell’indipendenza nazionale, dell’autodeterminazione dei popoli e della solidarietà ai Paesi colpiti da embargo e dal blocco economico e dedicandosi, infine, al rilancio della lotta e della solidarietà antimperialista. Anche il secondo forum, “Globalizzazione neoliberista e sviluppo”, è sfuggito ai rischi di vaghezza inconcludente che spesso inficiano le discussioni su queste tematiche. L’analisi della cosiddetta globalizzazione, del ruolo delle multinazionali e degli organismi economici internazionali, delle politiche di aggiustamento strutturale e di cooperazione, del debito estero e della Tobin tax, degli organismi geneticamente modificati e della libertà di movimento delle persone, è stata rigorosamente ricondotta alla strategia imperialistica degli USA e alla costituzione della aree sub-imperialistiche regionali concorrenti.
Il terzo forum, “Democrazia, diritti dell’uomo e giustizia sociale”, ha respinto ogni generico ed ambiguo appello alla “globalizzazione dei diritti”, fatto proprio invece da molte ONG e movimenti eurocentrici. Denunciando, piuttosto, le distorsioni ideologiche con cui i Paesi imperialisti utilizzano la questione dei diritti umani per coprire le loro pratiche di egemonismo, il forum ha rivendicato una concezione dei diritti universali dell’uomo imperniata sulla centralità dei diritti economici e sociali.
Una scelta confermata dal quarto forum, che si è occupato più in particolare dei “Diritti dei giovani e degli studenti”, una questione che presenta aspetti nettamente differenziati nei Paesi sviluppati e in quelli ancora in via di sviluppo.
Uno dei momenti più importanti dei lavori è stata la sessione plenaria del Tribunale anti-imperialista. Sconfessando la legittimità di organismi come il Tribunale dell’Aja, questa assemblea ha simbolicamente riaffermato il diritto dei popoli a denunciare i veri e propri crimini contro l’umanità costituiti dagli embarghi e dalle guerre di aggressione messe in atto dalla Nato; ma anche dall’attacco all’ambiente e dallo sfruttamento delle masse lavoratrici dei Paesi poveri di tutto il mondo da parte delle centrali imperialistiche.
Speciali forum sono stati dedicati, infine, alla solidarietà con i popoli dell’Africa (Angola, Sahara occidentale, Sudan, regione dei Grandi Laghi, Somalia), dell’America (Cuba, Colombia, Porto Rico, Venezuela), Asia e Pacifico (Corea, Bhutan, Timor Est), Europa (Jugoslavia, Cipro, popolo Kurdo), Medio Oriente (Palestina, Irak, Libano, Siria).
Quale sia stato l’orientamento politico generale dei lavori si evince chiaramente dal documento conclusivo del Festival. Le dichiarazioni finali rivendicano, anzitutto, l’eredità della tradizione di questa istituzione, che ha accompagnato la storia del movimento comunista internazionale in tutta la seconda metà del Novecento. Le conclusioni, inoltre, sottolineano l’importanza del fatto che il Festival si sia svolto, per la prima volta, in un Paese arabo; in un Paese oltretutto, l’Algeria, che è stato un avamposto decisivo della lotta di liberazione dei popoli e della rivoluzione anticoloniale internazionale.
“La pace nel mondo e la vita pacifica dei popoli”, dice il documento conclusivo, “sono oggi minacciati dalle politiche imperialiste di intervento, occupazione ed interferenza, dal rafforzamento militare e dalla corsa agli armamenti, dal terrorismo, dalle guerre civili, dai conflitti militari e dalla violenza, dall’estremismo religioso e dai conflitti etnici”. Inoltre, “la globalizzazione neoliberista imposta dalle multinazionali sta operando una ricolonizzazione economica dei Paesi in via di sviluppo, un’espansione e intensificazione dello sfruttamento; sta allargando il divario tra i ricchi e i poveri, sta aggravando la situazione economica e sociale delle classi lavoratrici in ogni parte del mondo”. È necessario, perciò, “lottare per un mondo di pace, un mondo libero dalle armi nucleari e dalle altre armi di distruzione di massa, libero da ogni alleanza militare; per un mondo interdipendente, fondato sul rispetto reciproco per l’indipendenza e la sovranità e su relazioni di pari dignità tra le nazioni, sul rispetto per il diritto di auto-determinazione e sulla soluzione pacifica di ogni conflitto”.
Si tratta, cioè, di impegnarsi “per uno sviluppo che vada a vantaggio di tutto il genere umano e che non rafforzi lo sfruttamento dei popoli e delle nazioni”, e dunque per “relazioni economiche internazionali basate sul mutuo beneficio, sull’aiuto senza condizioni e su pari opportunità per i Paesi meno sviluppati”. Uno sviluppo che “sradichi la fame, la povertà e l’analfabetismo”, che “salvaguardi l’ambiente e non distrugga la natura minacciando la sopravvivenza delle generazioni future”; per “un progresso scientifico e tecnologico che serva gli interessi dell’umanità, dia benefici al genere umano e non sia monopolizzato e usato per lo sfruttamento e il dominio”.
È lo scenario di una lotta immane, “per una società nella quale tutte le donne e gli uomini siano eguali a prescindere dalla loro posizione politica, economica, sociale, religiosa, etnica e dal loro orientamento sessuale”; in cui “i diritti delle donne siano pienamente realizzati” e “il potere di decisione appartenga realmente al popolo e non a pochi ricchi e potenti”. Una società che garantisca “i diritti politici, economici e sociali delle classi lavoratrici, delle minoranze etniche, dei popoli indigeni, degli emigranti, dei disabili e degli altri gruppi sociali”; in cui “i giovani possano realizzare il diritto ad un’educazione libera, pubblica e di alto livello”, oltre che “ad un impiego dignitoso”.
A tal fine, il documento conclusivo chiama i giovani e gli studenti di tutto il mondo ad unirsi nella lotta “contro gli interventi, le aggressioni, le occupazioni e l’espansione degli Stati Uniti e della Nato”, “contro il programma di Difesa missilistica nazionale USA”, “contro l’interferenza imperialista degli USA e dell’Europa in ogni parte del mondo”, per l’”abolizione di tutte le alleanze politico-militari imperialistiche e per il ritiro di tutte le basi straniere”. Una lotta per la costruzione di una “Organizzazione delle Nazioni Unite realmente democratica, che sia indipendente da ogni tipo di dominio e manipolazione da parte degli USA, dei G8, della Nato e di ogni altro potere”. Una lotta “per fermare l’imposizione di ordinamenti economici ingiusti e di politiche economiche antipopolari da parte della Organizzazione mondiale del commercio, del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, dominati e manipolati dagli USA, dall’Unione Europea e dal Giappone”; per la “cancellazione di tutto il debito estero dei Paesi sottosviluppati, per la messa in atto di misure di controllo del capitale finanziario e l’applicazione dell’accordo di Kyoto sull’ambiente”.
Il documento, infine, sottolinea in particolar modo la solidarietà della gioventù democratica di tutto il mondo verso Cuba, i popoli latino-americani e caraibici minacciati dal Plan Colombia e dalla politica degli USA, verso la Corea e i Kurdi, “al popolo della Jugoslavia e dei Balcani che combatte contro la presenza e l’occupazione della Nato”, al popolo africano e alla sua lotta per la costruzione dell’Unione Africana.
In conclusione, il documento interviene in maniera specifica sulla situazione mediorientale, che ha incendiato negli ultimi giorni la conferenza ONU di Durban sul razzismo. “Ribadiamo la nostra solidarietà”, dice la dichiarazione finale, “con la lotta del popolo arabo per la propria indipendenza e sovranità, contro l’occupazione e l’aggressione, per la liberazione delle sue terre occupate e per una vita pacifica e dignitosa”. In particolare, “riaffermiamo la nostra solidarietà con la lotta del popolo arabo per porre fine all’occupazione da parte del sionismo razzista, appoggiato dall’imperialismo, in tutti i territori arabi occupati in Palestina, Libano e Siria, in accordo con le rispettive risoluzioni ONU”. “Noi appoggiamo pienamente la lotta del popolo palestinese per uno Stato indipendente di Palestina.
Condanniamo con forza il genocidio messo in atto da Israele e i massacri contro i popoli arabi specialmente in Palestina, e chiediamo il ritorno di tutti gli arabi rifugiati alla loro patria occupata e il rilascio di tutti i prigionieri rinchiusi nelle carceri israeliane”.
“Ribadiamo la nostra determinazione a proseguire le tradizioni del Festival e a rafforzare l’unità di tutta la gioventù progressista e democratica e delle forze studentesche nella lotta per un’alternativa, nell’interesse dei popoli, della gioventù e degli studenti e contro l’imperialismo”: le parole conclusive della dichiarazione di Algeri non sembrano lasciare dubbi.
Se ne deve dedurre che la maggior parte dei partiti comunisti e una parte molto consistente delle realtà antagoniste di tutto il mondo, insieme alle organizzazioni giovanili ufficiali dei Paesi socialisti e delle nazioni arabe filopalestinesi, considerano ancora sostanzialmente valida la teoria leniniana dell’imperialismo e si collocano in modo esplicito ed argomentato su posizioni anti-imperialiste. Se ne deve dedurre, insomma, che non è poi così isolato chi, nel nostro Paese e nei Partiti comunisti europei, cerca di leggere i processi di globalizzazione capitalistica e di ristrutturazione dei rapporti di forza internazionali attraverso uno sforzo di rinnovamento e attualizzazione di queste categorie. Se ne deve dedurre, infine, che chi demonizza questi sforzi e cerca di metterli in caricatura, rivendicando la rappresentanza esclusiva del Nuovo che avanza, rappresenta, in fin dei conti, solo l’avanguardia di se stesso.
Ben diverse – e molto più rassegnate – erano le premesse e le aspettative con cui quei pochi compagni nostalgici erano arrivati ad Algeri. Ciò che sembrava loro un convincimento acquisito, sebbene a forza e a fatica, è stato però messo in crisi dalla conoscenza diretta dello stato di fatto del movimento comunista internazionale: ogni certezza coatta adesso crolla. Tornano a casa più confusi di prima, sì, ma con la sensazione confortante che c’è qualcosa che non quadra nella sicumera con cui vengono sancite certe verità e lanciati certi anatemi. E con la convizione che sulle questioni di politica internazionale e di interpretazione della cosiddetta globalizzazione si tratta, adesso, di aprire un dibattito mai iniziato e troppo prematuramente dato per concluso.