Vietnam: Congresso del Partito Comunista

Sono in molti a sinistra a chiedersi se il Vietnam, un tempo eroico ora globalizzato, sia ancora un paese comunista.
Paradossalmente, i più delusi sono i rivoluzionari senza macchia, portatori della cultura sessantottina e gruppettara che, calato il sipario sul periodo eroico, lo hanno rapidamente archiviato e cancellato dalle loro agende, senza nemmeno chiedersi come il Vietnam avrebbe potuto risorgere dalle ceneri dell’aggressione imperialista più feroce e devastante del 20° secolo.
La pesante cortina di silenzio, interrotta solo da qualche occasionale distorsione mediatica, rende difficile raccontare cosa sia realmente oggi il Vietnam. Ed è un pò complicato il tentare di farlo prendendo spunto unicamente dal bilancio e dalle prospettive tracciate dal 9° congresso nazionale del PC, tenutosi ad Hanoi nello scorso mese di aprile, che ha potuto concedere assai poco ai ricordi dei tempi gloriosi, alimentando così il sospetto, nei disinformati, dell’ oblio volontario di un partito in fase di mutazione. ln realtà il congresso si é dovuto spendere senza risparmio sulle difficoltà, gli errori e le responsabilità personali che travagliano la delicata fase di sviluppo economico del paese, al fine di poter rispondere alle legittime aspettive di quasi 80 milioni di vietnamiti. Lo ha fatto senza indugiare sui ricordi e con l’abituale franchezza di sempre. Le Monde del 19/4/01 ha scritto, con una certa enfasi ed un pizzico di sensazionalismo: “La troika che ha diretto il Vietnam dal 1991 al 1997, Vo Van Kiet, il generale Le Duc Anh e Doi Muoi, all’epoca rispettivamente primo ministro, capo dello Stato e segretario generale del PC, hanno accusato il generale Le Kha Phieu, successore di Do Muoi alla testa del partito dal 1997, di mancanza di capacità nella direzione del partito e dello Stato. Un rimprovero severo anche per uomini temprati e forti come il bambù della giungla.

La sfida più difficile dopo la guerra: riunificare i due Vietnam

Per uscire dallo schema semplicistico, che usa presentare le discussioni tra comunisti come scontri laceranti tra conservatori e innovatori, o come tendenze di destra contro quelle di sinistra, cercheremo di offrire una chiave di lettura più comprensibile, ricostruendo il clima e i vari passaggi del tortuoso e difficile cammino percorso dal Vietnam in questi ultimi 15 anni per uscire dal suo drammatico sottosviluppo.
Per un caso un pò bizzarro, nel corso della mia ultima recente visita in Vietnam sono stato affiancato da un giovane interprete “saigonese” , come lui stesso ama definirsi, di nome John, la cui storia personale e la cui collocazione politica (non aderire, non sabotare) testimonia, più di qualsiasi giudizio personale, quali e quante difficoltà abbiano incontrato i vincitori della guerra di liberazione a riunificare un paese spaccato in due per decenni dalla guerra e dall’occupazione straniera. E con questa paziente tolleranza (altro che bagno di sangue!) abbiano cercato di superare le nefaste conseguenze di un modello di vita e di una cultura importata nel sud dai berretti verdi, dalla CIA e dai B 52.
John ha vissuto da ragazzo la drammatica esperienza dei “boat people” insieme alla sua famiglia di ricchi proprietari terrieri, originari del delta del Fiume Rosso, emigrati nel sud del paese dopo gli espropri e la collettivizzazione della terra degli anni 50. Oltre un milione di persone che, dopo essersi arricchite con traffici di ogni genere durante gli anni dell’occupazione americana di Saigon, decisero dopo la fine della guerra di lasciare volontariamente il paese per “sfuggire”, così si raccontava allora, “le terribili repressioni dei comunisti del nord” dopo la inevitabile riunificazione del paese. Fu così che la famiglia di John giunse in quel di Padova, in condizioni tutt’altro che miserabili, avviando con consumata abilità orientale un’attività commerciale che permise al giovane rampollo di frequentare la prestigiosa università padovana e, insieme alla laurea, di imparare un ottimo italiano farcito qua e là di simpatiche espressioni goldoniane.

In breve. Ora John è tornato da alcuni anni nella sua Saigon (ostenta qualche difficoltà chiamarla col suo nuovo nome, HoCiminville).
Quando l’ha lasciata, l’avevano convinto di essersi salvato dai cannibali della Nuova Guinea. Ora si nutre di hamburger e patatine, beve Coca a volontà nei Mac Donald e dalla sommità dei nuovissimi grattacieli il suo sguardo si spinge fin sul velo di foschia tropicale che avvolge il non lontano delta del Mekong. Svolge una regolare attività di “tourist operator” e guadagna, mance incluse, il non disprezzabile stipendio di 3000 (tremila) dollari al mese, mentre un funzionario del partito, che lui cordialmente detesta, ne guadagna meno di cento. Non potendo più dipingere sè stesso come un perseguitato dei tirannici nipoti di Ho Ci Minh, quando parla ai turisti occidentali limita al minimo le informazioni sulla storia politica e sociale del suo paese, specie quella della seconda metà del XX secolo, dilungandosi invece su quella dei duemila anni precedenti esibendo una brillante quanto apprezzabile cultura confuciana e buddista.
Il personaggio offre alcuni spunti non banali per capire che le vere, gigantesche difficoltà della loro storia, meno sanguinose ma sicuramente più complicate, i comunisti vietnamiti le hanno dovute affrontare dopo la guerra, quando hanno dovuto cimentarsi con alcuni terribili dilemmi: come riunificare un paese diviso che ha contrapposto per decenni come nemici una metà contro l’altra; come colmare l’abisso sociale, politico e morale esistente tra il nord comunista e il sud americanizzato; se e come rendere compatibili la rigida economia pianificata del nord con quella dominata totalmente dal mercato nero e dalla corruzione del sud.

Il fallimento del modello sovietico e l’avvio delle riforme

È dal 6° congresso del I986 che i comunisti vietnamiti sono impegnati a dare risposte a questi drammatici interrogativi. Anziché autoisolarsi in un austero socialismo egualitario basato sulle miserabili risorse di un paese devastato e saccheggiato dalla dominazione coloniale, da 30 anni di guerra e da 18 di embargo, i comunisti vietnamiti hanno scelto la strada delle riforme per fare uscire il paese dalla stagnazione, dal caos macroeconomico e dalla carestia agricolo-alimentare. Qualche nodo e stato sciolto, in piena autonomia, ancor prima della perestroika. A differenza del “big bang” sovietico e di Gorbaciov, che ha segato il ramo su cui era seduto, l’approccio vietnamita è stato gradualista, senza mai perdere di vista le conseguenze sociali e i rischi politici di una NEP in versione moderna che, volenti o nolenti, apriva le porte del paese alla penetrazione del capitale straniero e legittimava il riformarsi di una borghesia compradora che, nel Sud, era comunque riuscita a mantenere spazi di presenza economica, tollerata dal governo centrale dopo la riunificazione del Paese.
Il 9° congresso nazionale del partito, svoltosi ad Hanoi dal 19 al 22 aprile scorso, può essere considerato a tutti gli effetti la continuazione della svolta iniziata nel 1986 dal 6° congresso. Si è infatti discusso e deciso su come proseguire il processo di rinnovamento (Doi Moi) in un quadro nazionale segnato da un consistente sviluppo delle forze produttive e da importanti risultati in campo economico e politico, ma in un contesto di rapporti di forza su scala internazionale che costringe il Vietnam a compiere scelte strategiche innovative per fronteggiare al meglio, in una fase che è difensiva, la globalizzazione imperialista che tende a ristabilire ovunque i poteri del nuovo ordine e a cancellare in ogni angolo del pianeta ciò che rimane del primo tentativo di assalto al cielo compiuto dalle rivoluzioni socialiste nel 20° secolo.

La transizione al socialismo nella fase della globalizzazione imperialista

Coniugare “utopia e stato di necessità” non è mai stato facile per i comunisti, a cominciare dai grandi leaders dell’Ottobre sovietico, quando, sconfitta l’idea di una possibile rivoluzione socialista a dimensione mondiale, dovettero scegliere se e come proseguire il tentativo di cambiare il mondo, mantenendo il potere politico in un solo paese arretrato e assediato come la Russia, oppure prendere atto del fallimento di una impresa che era stata sconfitta nei paesi più industrializzati.
Il Vietnam sta affrontando una sfida altrettanto difficile per la sproporzione delle forze in campo: da una parte i dominatori del pianeta, vincitori del primo storico round che ha opposto capitalismo e socialismo, diventati – Stati Uniti in testa – i detentori di una schiacciante superiorità economica, tecnologica e militare. Dall’altra i paesi con i comunisti ancora al potere, come il Vietnam (ma anche Cuba e la Cina), che non hanno alcuna intenzione di alzare bandiera bianca e di riconsegnare il potere ai capitalisti, ma che hanno dovuto rivedere percorsi, obbiettivi e strategie di sviluppo economico e sociale, ricalibrando tempi e modi della fase comunemente definita transizione al socialismo.

Una fase che, pur mantenendo ferma la prospettiva storica, non è esente da compromessi e da arretramenti sociali dolorosi, che insieme al processo di accumulazione necessario reintroducono le calamità tipiche del capitalismo: corruzione, disoccupazione, disuguaglianze ecc.

Le riforme e la lotta contro la povertà

Quando si apre la porta, oltre all’aria fresca entra lo sporco, dice un proverbio vietnamita. Di aria fresca ne è entrata parecchia in questi 15 anni di riforme. C’è stato addirittura un periodo, tra il 91 e il 96, che alcuni osservatori stranieri hanno definito, con ottimismo eccessivo, l’età dell’oro. In 10 anni il PIL è raddoppiato, e i progressi sono pienamente visibili a occhio nudo.

Chi si ricorda la straziante povertà di 20 anni fa, rimane stupefatto dai cambiamenti: i mercati e i negozi che traboccano di merci e di gente che compra, che la sera affolla i bar, le gelaterie e i ristoranti. La povertà, beninteso, non è scomparsa, ma non è lontanamente comparabile con la massa di disperati, con il “popolo dell’abisso” che ti sommerge giorno e notte nelle strade di Bombay, di Calcutta e nelle sterminate periferie di Lagos. Secondo stime delle Nazioni Unite, nel 1986 il 70% della popolazione vietnamita viveva sotto la soglia della povertà. La razione pro-capite di riso era allora di 13 Kg. mensili, quantità oggi utilizzata come limite per una persona affamata.
Nello spazio di pochi anni il tasso di povertà in Vietnam è crollato: nel ‘93, secondo dati della Banca Mondiale, era sceso al 50%, poi al 26% nel ’97 e al 17% nel ‘99.

La rinuncia alla collettivizzazione e la trasformazione del sistema agrario hanno prodotto risultati incoraggianti: la fame è stata sconfitta e lo sviluppo del settore agro-alimentare (anzichè quello dell’industria pesante) è una delle priorità del governo. Da paese assistito e importatore, il Vietnam è diventato il secondo esportatore al mondo di riso dopo la Thailandia e uno dei maggiori esportatori di caffè, gomma e prodotti ittici. La speranza di vita è cresciuta a 68 anni, una delle più alte dell ‘Asia sud-orientale.

Le aperture e le relazioni del Vietnam con il mondo

Il paese è uscito dall’isolamento politico in cui era stato confinato dall’embargo americano.
Fa parte a pieno titolo dell’ASEAN, che da alleanza anticomunista quale era in origine, è diventata un’area di libero scambio che consente di esportare a tariffa nulla o irrisoria i beni prodotti in Vietnam in tutti i paesi membri: Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Birmania, Thailandia e Singapore.
Il Vietnam è membro dell’Associazione dei Paesi dell’Asia e del Pacifico (APEC.), che comprende Giappone Cina e USA, ed ha lo scopo di liberalizzare progressivamente il commercio dell’area. Sta conducendo trattative per essere ammesso nel WTO. Sbaglia tuttavia chi pensa che il Vietnam abbia rinunciato alla sua autonomia e sia diventato subalterno alle regole dettate dalle istituzioni internazionali come il FMI e la BM.

Lo Stato, i privati e le garanzie sociali

Il peso delle aziende di stato resta maggioritario: oltre al controllo dei settori strategici, la loro presenza rimane consistente. Ad esempio, delle seicento aziende tessili operanti in Vietnam alla fine del 98, solo un centinaio sono private.
Una delle forme di investimento estero è la Build Operate and transfer. L’investitore straniero costruisce l’opera, la gestisce fino a ricuperare l’investimento più un congruo profitto, e infine la trasferisce, a titolo gratuito, al governo vietnamita.
Di pari passo progrediscono le garanzie per i lavoratori dipendenti dai privati. L’Assemblea Nazionale ha introdotto per legge il diritto di sciopero, come forma di protesta contro il lavoro nero e per far rispettare i diritti sanciti da accordi sindacali. Dal 1 ottobre 99 è stata introdotta (unico paese del sud-est asiatico) la settimana di 40 ore. Gli iscritti al sindacato sono oggi circa 4 milioni; l’adesione è volontaria e le quote vengono raccolte ogni mese dai collettori.

Economia di mercato a guida socialista: ricchi, contraddizioni e battute d’arresto

Il passaggio da un sistema economico pianificato ad una economia di mercato a guida socialista non ha potuto evitare di esporre il Paese alle dinamiche perverse della globalizzazione imperialista. Un rischio calcolato, ovviamente, ma difficile da evitare quando sei costretto ad agire in un ambito planetario dominato dal nemico di classe.
La crisi valutaria e finanziaria che nel I997 si è abbattuta come un ciclone sull’Asia orientale, travolgendo le economie più dinamiche e mettendo in grave difficoltà lo stesso Giappone, ha creato non poche difficoltà anche al Vietnam. Il finanziamento di alcuni grandi progetti già approvati, o addirittura avviati, è stato sospeso a causa del ritiro degli investitori giapponesi, coreani, di Hong Kong e Singapore. Al Vietnam è venuta quindi a mancare una vitale fonte di capitali. La crescita si è rallentata, la produzione industriale, pur continuando a crescere, si è allontanata dai livelli record del 95/96; in alcuni settori si è registrata addirittura una stagnazione.

Tuttavia le difese immunitarie del paese, gestite con prudenza dai comunisti, hanno evitato il peggio successo invece in Thailandia, Sud Corea e Indonesia. Il Vietnam ha continuato a crescere, seppure con meno slancio degli anni precedenti (5% annuo, anzichè il 9%). Si dovrebbe perciò parlare correttamente di minore crescita, non di stagnazione o di recessione.
Questo andamento altalenante dello sviluppo ha risvegliato coloro che si erano illusi di avere spianato la via ad una industrializzazione rapida e indolore, mettendo a nudo alcune distorsioni del nuovo sistema economico. Sebbene gli indici non siano mai caduti sotto il segno più, la crisi ha allarmato i dirigenti del paese e aperto un animato confronto interno al partito, tra chi vorrebbe frenare le riforme e coloro che invece ritengono, per evitare altri contraccolpi negativi, che occorre accelerarle con misure che diano maggiore stabilità agli investimenti e incentivino la modernizzazione dei settori più arretrati, a cominciare dall’agricoltura che occupa ancora il 70% della popolazione ed è in parte ferma all’autoconsumo. Molte imprese vietnamite sono inefficienti, dotate di macchinari che risalgono talvolta all’epoca coloniale. I nuovi manager si trovano a disagio in una economia di mercato priva delle reti di protezione delle sovvenzioni statali. La burocrazia e le procedure sono troppo lente, spesso esasperanti. Il sistema fiscale sta movendo i primi passi ed è esposto alle pratiche elusive e fraudolente della borghesia compradora.

Il 9° Congresso del Partito conferma le riforme ed il ruolo trainante dei comunisti

Questi sono stati i temi centrali discussi dal 9° congresso del PCV, conclusosi il I7 aprile scorso con la nomina del suo nuovo leader, Nong Duc Manh, 61 anni, appartenente ad una minoranza etnica del Nord.
È stato eletto dal nuovo Comitato Centrale composto da 150 membri, in maggioranza vietnamiti del Sud, principale polo di sviluppo del paese. Il dibattito, iniziato nell’ottobre del 2000, è durato parecchi mesi ed ha coinvolto la maggioranza dei 2,4 milioni di comunisti iscritti al partito e dei 4 milioni di membri dell’Unione della gioventù comunista “Ho Ci Minh”. Centinaia di petizioni, documenti ed emendamenti sono circolati e discussi nel partito a tutti i livelli. Tutto è stato messo in discussione, i programmi e gli uomini.Pur avendo assunto in certi momenti un carattere molto aspro ed una ampiezza di partecipazione, alquanto insolita nei moderni partiti comunisti di cultura eurocentrica, il confronto non è mai sconfinato in rotture e contrapposizioni, ma ha sempre saputo trovare una sintesi molto alta di unità interna, senza il minimo accenno di esclusione, nè tanto meno di scomunica, per le tesi e gli uomini messi in minoranza nel dibattito congressuale. Ma questo è uno stile che appartiene ormai alla storia dei comunisti vietnamiti e alla gestione democratica del loro partito anche nelle situazioni più estreme. I temi più scottanti non sono mai stati elusi con appelli inzuppati nel dogmatismo e nella ipocrita fedeltà ad altri modelli di edificazione socialista. Le esperienze altrui, sempre osservate con il massimo rispetto, si è sempre cercato di coniugarle con la storia, la cultura, le tradizioni e le dinamiche di classe del proprio paese, compiendo, quando necessario e senza nascondere errori e arretramenti, le svolte e correzioni di rotta ritenute necessarie per il bene del Paese. Si può dire che il profondo legame dei comunisti con il popolo sia alimentato anche dal coraggio dei gruppi dirigenti nell’avere sempre saputo ricercare, e trovare, specie nella lotta contro la corruzione, un vero ed autentico consenso di massa.Il grande problema del paese resta quello di colmare il divario tra i suoi risultati attuali, tutt’altro che disprezzabili nonostante il declino dopo la disastrosa crisi che ha investito l’Asia nel I997, ed un potenziale di risorse umane giudicato eccezionale se raffrontato a quello delle altre “tigri” asiatiche. Ridurre questo divario sarà il vero test su cui la nuova direzione politica dovrà misurarsi e dal cui risultato dipenderà la sua credibilità e il suo prestigio.