Via dal mattatoio della guerra. Adesso!

Alla luce delle drammatiche conseguenze che in appena due settimane hanno vi – sto cinque militari italiani morire in Iraq e Afghanistan, la decisione di portare l’Italia fuori dal sistema di guerra e dal mattatoio scatenato dalla guerra pre – ventiva, diventa una scadenza urgente e dirimente per tutte le forze della sini – stra. A cominciare dal ritiro delle truppe e dalla revoca del decreto di finanzia – mento delle missioni militari all’estero il prossimo 30 giugno.

Alla vigilia della giornata internazionale e della manifestazione contro la guerra del 18 marzo e quasi un mese prima delle elezioni, una serie di associazioni e comitati no war, consegnarono alla segreteria di Romano Prodi un documento in cui c’era una diagnosi e la soluzione possibile per portare l’Italia fuori dal mattatoio della guerra in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente.

I punti salienti di quel documento chiedevano :

1) una chiara garanzia che il nuovo governo non trascini l’Italia nell’escalation militare contro l’Iran o la Siria o altri paesi ed una netta discontinuità con il ruolo avuto dall’ Italia nell’occupazione dell’Iraq

2) la revoca dell’ accordo militare bilaterale tra Italia e Israele e l’inversione della politica totalmente asimmetrica sulla questione palestinese realizzata dal governo Berlusconi

3) la rimessa in discussione della pesantissima rete di servitù e basi militari straniere sul nostro territorio

Relativamente al programma dell’- Unione, il punto sull’Iraq del documento consegnato a Prodi sottolineava esplicitamente come “Sul ri – tiro delle truppe italiane dall’Iraq si af – ferma che questa sarà la prima decisione che prenderà il nuovo Parlamento. Ma sui tempi – e soprattutto sulle modalità – perdura una ambiguità niente affatto convincente né rassicurante…La dis – continuità con il ruolo avuto dall’Italia nell’occupazione dell’Iraq diventa deci – siva e preliminare a qualsiasi progetto di relazioni con tutte le forze politiche e so – ciali rappresentative dell’Iraq, incluse e soprattutto con quelle che stanno oppo – nendo resistenza all’occupazione stra – niera del loro paese”

Alla luce delle drammatiche conseguenze che in appena due settimane hanno visto cinque militari morire in Iraq e Afghanistan, la decisione di portare l’Italia fuori dal sistema di guerra e dal mattatoio scatenato dalla guerra preventiva, diventa una scadenza urgente e dirimente per tutte le forze della sinistra che oggi condizionano o possono condizionare le scelte del governo dell’Unione.

LE PROSPETTIVE DI UNA NUOVA AGGRESSIONE ALL’IRAN SI FANNO OGNI GIORNO PIU’ FORTI

Attendere ancora potrebbe essere fatale, sia per chi è presente sul campo sia per le conseguenze all’interno del nostro paese sia per la prevedibile escalation regionale e globale della guerra in Medio Oriente. Mentre la guerra contro il popolo iracheno e afgano continua, le prospettive di una nuova aggressione all’Iran si fanno ogni giorno più forti. Ad esempio per l’attacco ai militari italiani a Nassiryia alcuni quotidiani hanno accreditato la “pista iraniana” e in particolare il ruolo dei servizi segreti di Teheran.

Ma anche i più disattenti non pote vano non prevedere che essendo Nassiriya e Bassora nella zona al confine con l’Iran, proprio in questa area si stavano accumulando tensioni crescenti. Da un lato gli Stati Uniti stanno spostando le loro forze armate in questa zona in funzione anti-iraniana, facendo così saltare gli “equilibri” costruiti dal contingente italiano con le comunità locali dopo il primo pesante attacco di Nassiriya (novembre 2004) e la famigerata “battaglia dei ponti” (quella dei militari italiani che inneggiano “annichiliscilo” o che sparano su un ambulanza). Dall’altro, le comunità locali (in particolare le milizie sciite dell’esercito del Mahdi di Bani Sadr), cominciano a non sopportare più l’occupazione e la presenza di truppe straniere. Gli attacchi contro il contingente inglese si sono fatti più frequenti fino ai festeggiamenti e agli scontri del 6 maggio quando è stato abbattuto un elicottero britannico. L’idea che il contingente militare italiano fosse al riparo da queste tensioni, è un’altra baggianata diffusa a piene mani da chi in questi anni ha cercato di vendere una operazione di guerra come una missione di pace. I segnali c’erano tutti (attacchi isolati, attentati dimostrativi), solo la protervia del governo Berlusconi prima e le ambiguità della leadership ulivista poi è riuscita a ignorarli o sottovalutarli.

Ma adesso la guerra sta entrando dentro le case e dentro l’agenda politica con una frequenza superiore all’ignavia e all’ipocrisia a cui abbiamo assistito in questi mesi. Dopo i soldati uccisi a Nassiriya e Kabul, come era prevedibile aspettarsi, i militari italiani morti sono già diventati i nuovi martiri mandati a farsi ammazzare in terra irakena o afgana in nome della superiorità “democratica” della civiltà occidentale. E’ una ipocrisia decisamente insopportabile che ha portato a intitolare strade e a consegnare una medaglia d’oro addirittura ad un “mercenario” ucciso in Iraq. Solo la particolare situazione politica italiana legata al dopo elezioni ci ha salvato, in parte, dall’odioso bombardamento di retorica nazionalista e dalla stucchevole ipocrisia sui buoni sentimenti che animano i nostri “bravi ragazzi”in missione di pace a Baghdad. Ci consola che, fino ad oggi, in tempi e circostanze diverse, tutti i sondaggi hanno confermato come in Italia la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, nonostante la propaganda guerrafondaia, continui a volere la fine della partecipazione italiana all’occupazione dell’Iraq e il rientro delle truppe dai teatri di guerra.

IL GOVERNO PRODI DEVE USCIRE DALLA GUERRA…SENZA SE E SENZA MA

Gli atteggiamenti e le dichiarazioni di Prodi e di alcuni dei più autorevoli esponenti del centrosinistra non lasciano ben sperare. I “se” e i “ma” sono diventati così tanti da mettere in ombra la promessa del ritiro dei militari da Nassiryia, mentre si annuncia lo spinoso nodo della missione militare in Afghanistan che impegna altre 1.450 militari italiani in una operazione della NATO.

Cosa significa trovare un accordo sul ritiro con il governo di Baghdad del nuovo premier,” uomo forte”, Al Maliki? E quale alchimia si nasconde dietro la locuzione “più intervento umanitario meno presenza militare con la nuova missione Antica Babilonia”? Rutelli e Fassino ribadiscono che non sarà un disimpegno, ma un cambio delle modalità della presenza militare italiana nella “criticità della situazione irachena”. E cosa significa che non si può far cadere il governo né tanto meno mettere a rischio la coalizione sulla missione in Afghanistan – dove intanto però la Nato raddoppierà, dal prossimo luglio, le proprie truppe portandole dalle 16.000 attuali a 32.000? Viene scelta dunque la stabilità e la fedeltà a Prodi e al suo governo, anche quando si tratta di scelte di politica estera e di questioni dirimenti come le missioni militari, la guerra, il ruolo dell’Italia nell’alleanza militare della Nato e in un sistema di guerra che ha occupato l’Iraq e l’Afghanistan e sta pianificando l’attacco all’Iran. La parola d’ordine “no alla guerra senza se e senza ma” gridata forte e chiara nelle molteplici iniziative del movimento pacifista, sembra già lontana, sbiadita e superata.

QUANTO E’ GIA’ COSTATA LA GUERRA IN IRAQ?

In soli due anni e mezzo, la missione militare italiana in Iraq (“Antica Babilonia”) è costata al bilancio dello Stato, già 1 miliardo e 900 milioni di euro. Su 1.900 milioni di euro spesi per la missione militare in Iraq, solo il 7% dei fondi sono andati per interventi umanitari e ricostruzione del paese occupato, dunque non è un “una missione di pace”. Il funzionamento e la manutenzione di un solo elicottero Mangusta, in servizio in Iraq, costa 27.000 euro in un solo giorno (lo stipendio di un anno di due lavoratori). Nel marzo 2003 (inizio della guerra) il petrolio costava 29,4 dollari al barile… oggi costa quasi 75 dollari. Le altre missioni militari italiani all’estero (Afghanistan, Balcani etc.) impegnano altri 7.337 soldati e carabinieri e costano quasi un altro miliardo e 200 milioni di euro all’anno.

QUANTI MORTI E’ GIA’ COSTATA AL NOSTRO PAESE LA GUERRA IN IRAQ?

29 soldati e carabinieri uccisi nella zona di Nassyria assegnata dagli Stati Uniti al contingente militare italiano e dove l’ENI ha voluto le sue concessioni petrolifere e a Kabul; 7 tra giornalisti e civili e contractors italiani uccisi. Il dirigente del Sismi Nicola Calipari ucciso dai soldati americani ad un posto di blocco. Ci sono poi i soldati uccisi in Afghanistan.

QUANTO E’ COSTATA LA GUERRA ALLA POPOLAZIONE IRACHENA?

Secondo alcuni 27.963 morti (il 93% sono civili) registrati “ufficialmente”. Altre fonti dicono 39.000. Ma la contabilità dell’obitorio di Bagdad segnala il peggioramento delle cose. “Abbiamo ricevuto 1068 cadaveri a gennaio, 1110 a febbraio, 1294 a marzo e 1115 ad aprile; per una media di 35-50 al giorno” sostiene il dottor Qaiss Hassan, vice-direttore del principale obitorio di Baghdad, capitale dell’Iraq, teatro di un vero e proprio eccidio in questi tre anni di guerra. Nel presentare i dati alla stampa, il dottor Hassan ha precisato che prima dell’attacco americano del 2003, l’obitorio del più grande ospedale di Baghdad riceveva tra i 200 e i 300 corpi al mese. Ci sono poi quasi un milione di morti a causa dell’embargo durato dal 1991 al 2003 (il 70% bambini); 49.500 feriti; 9.024 detenuti con centinaia di casi di torture accertate e denunciate; le città di Falluja, Ramadi e Talafar completamente distrutte dalle truppe statunitensi; il dimezzamento dell’esportazione di petrolio da 2,5 a 1,3 milioni di barili; la distruzione di gran parte delle infrastrutture del paese.

CHI CI STA GUADAGNANDO CON LA GUERRA IN IRAQ?

Non ci sono solo i profitti stellari delle multinazionali petrolifere (Exxon etc.) che hanno visto triplicare i loro profitti con il boom del prezzo del petrolio o quelli delle industrie belliche statunitensi. Anche le società italiane stanno facendo affari d’oro.

Il governo Berlusconi ha continuato a nascondere al paese questa pesante verità sulla guerra. Quanti altri morti e altre spese militari ci vorranno per “onorare l’alleanza con gli USA e con la NATO” o rendere più ricchi gli azionisti dell’ ENI? Dobbiamo chiederci anche che cosa deciderà Romano Prodi e l’Unione – adesso che sono al governo – quando dovranno fare i conti con le aspettative contrapposte del consiglio di amministrazione dell’ENI e dei movimenti che si battono per il ritiro delle truppe dall’Iraq. Il governo Berlusconi ha giocato con il fuoco mantenendo le truppe in Iraq e Afghanistan, rendendosi complice di una guerra ingiusta ed illegale, alimentando provocazioni e intimidazioni contro i paesi arabi e i cittadini islamici residenti in Italia (espulsioni di leader religiosi, negazioni dei visti d’entrata, cooperazione militare con Israele.

RILANCIARE LA MOBILITAZIONE PER PORTARE L’ITALIA FUORI DAL MATTATOIO

Ora che il governo Berlusconi non c’è più ci si aspetta la fine degli estenuanti balletti, dei giochi delle parti che hanno caratterizzato una lunghissima campagna elettorale. Sarà d’obbligo non farsi irretire dalla presumibile litania del “governo amico” e dallo spauracchio della destra berlusconiana alle porte. La pace e la guerra, ieri come oggi, sono spartiacque imprescindibili.

Per la difesa della prima e la lotta contro la seconda occorre continuare a battersi, in ottima e nutrita compagnia. A cominciare dal prossimo 2 giugno – festa della Repubblica nata dalla Resistenza e che ripudia la guerra e non celebrazione degli eserciti occupanti- e a ridosso del 30 giugno, giorno in cui il Parlamento italiano dovrà decidere il rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, Afghanistan incluso. Il governo Prodi deve sentirsi la responsabilità di portare o meno l’Italia fuori da un mattatoio che sta esponendo il paese non solo sui teatri di guerra o sul campo internazionale ma anche a tutti i pericoli di ritorsioni e di attentati come è avvenuto a Londra e prima ancora a Madrid.

Noi diciamo che l’unica vera sicurezza è portare subito l’Italia fuori da una guerra ingiusta ed illegale, ritirare immediatamente i militari italiani dall’Iraq e dall’- Afghanistan, sottrarsi all’escalation bellicista contro l’Iran, interrompere gli accordi militari con Israele. In sostanza dare una forte e netta discontinuità con la politica estera e militare seguita dal governo Berlusconi. Si può fare? Si deve fare. Prima è, meglio è per tutti.