“Vi batteremo di nuovo, signori della borghesia imperialista”*

“Posso morire, ma non torno indietro”

Nelle scorse settimane si è aperta una pole – mica, sulle pagine di “Liberazione”, prima relativa a Cuba e successivamente allargata anche al Venezuela. Alla base del di – battito, che ha finito per assumere tinte forti, due articoli assolutamente pretestuosi di Angela Nocioni, che non si è fatta scrupolo di riprendere con piglio severo gli stessi argomenti dei nemici dichiarati di questi due paesi, a destra come a sinistra Per quanto concerne il Venezuela, il pretesto dell’attacco è stato il mancato rinnovo della concessione (cosa assai diversa dalla chiusura o dall’oscuramento) ad una televisione privata che aveva incitato la popolazione a organizzare un colpo di stato, cal – pestando più volte la nuova Costituzione del paese. Cosa sarebbe accaduto – è lecito chiedersi – se una situazione simile si fosse verificata in qualche paese europeo, a partire dall’Italia? Dopo la fine dell’Urss ab – biamo imparato a non fare affidamento su presunti miti anche se è vero che non si vive di solo pane -, ma nemmeno ad accettare la liquidazione semplicistica di esperienze rivoluzionarie con l’armamentario della borghesia neoliberale e del pensiero unico. Con la pubblicazione di ampi stralci di questo intervento di Hugo Chavez pensiamo di dare, al meglio, il nostro contributo alla discussione in corso.

Viva la dignità del nostro popolo, viva la sovranità, viva il Venezuela libero e sovrano, degno e grande. Ottimo giorno, il 2 giugno. Vi voglio dire qualcosa dal profondo del mio cuore, dal profondo della mia anima: quel grido che sembra una canzone, quel grido che proviene dalle gole del popolo, quella canzone che viene dall’anima popolare e che sento da diversi anni, dal 1992, da quei giorni difficili quando iniziava a nascere la patria nuova, da quei giorni terribili in cui ero dietro le sbarre della prigione, la prigione della dignità, iniziai a sentire da lontano il canto: “Chavez, amigo, el pueblo està contigo”.

Voglio che sappiate che quel grido, che quel canto popolare che avete inventato, per me è sacro. Voglio che sappiate che quel grido popolare arriva fino al profondo delle mie viscere e mi dà una forza misteriosa, magica, una forza senza limiti, incommensurabile. È la forza dell’amore, della fede, della speranza, che mi ha accompagnato nei grandi eventi di massa e nei momenti di solitudine in questi ultimi 15 anni della mia vita. Per questo vi rispondo “Pueblo, amigo, Chàvez estarà siempre contigo”.

Questo umile Chàvez, questo umile contadino, questo umile soldato sarà sempre e per sempre con te, popolo dignitoso, grande, eroico; ti amo popolo venezuelano, più della mia vita. E tutta la vita che mi resta, voi lo sapete, non è mia, è vostra, è del popolo venezuelano; oggi è il 2 giugno, là in fondo è uscito un arcobaleno. Mi ha detto Juan Barreto: “Guarda l’arcobaleno che è uscito, è il simbolo di TVeS, Televisione Venezuelana Sociale”.

Non so chi l’abbia progettato, sembra un gigantesco proiettore. Guardate, alcune luci che escono a oriente di Caracas e proiettano nel cielo semicoperto di questo 2 giugno l’arcobaleno, che è il simbolo della più profonda, della più armoniosa delle diversità che formano con i propri diversi colori l’armonia nell’unità.(…) Ricorderete che ho detto molte volte: il 3 dicembre non sarà un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. L’ho ripetuto il 10 gennaio, quando abbiamo assunto l’incarico per il nuovo periodo di governo 2007-2013. (…). Dal 10 gennaio sono passati solo 140 giorni e noi possiamo dire che il nuovo governo, il nuovo ciclo, il nuovo periodo si sono caratterizzati per l’accelerazione del processo di trasformazione rivoluzionaria. In soli 140 giorni abbiamo recuperato pienamente la capacità operativa e strategica di quell’esteso territorio sotto il quale si trova la riserva di petrolio più grande del mondo. Voi sapete che mi riferisco al lembo petrolifero dell’Orinoco, adesso totalmente controllato dal Venezuela, dai venezuelani e dalle venezuelane, dalla nostra Pdvsa.

In questi 140 giorni abbiamo nazionalizzato un’impresa di alto valore strategico, adesso controllata dal Venezuela, dai venezuelani. Era in mani straniere la Compagnia Anonima Nazionale dei Telefoni del Venezuela (Cantv), e adesso è una compagnia nazionale. In questo breve periodo abbiamo nazionalizzato diverse imprese elettriche, settore altamente strategico e indispensabile per lo sviluppo nazionale, per citare solo alcune delle cose che sono successe. In questo breve periodo abbiamo lanciato con forza il processo di costruzione del Partito Socialista Unito del Venezuela, e il popolo ha dato, una volta ancora, una risposta che per molti è sorprendente. Una risposta chiara, forte, orientante. Ad oggi si sono registrati, come aspiranti militanti del partito, 4 milioni 735 mila venezuelani! Questo sarà un super partito! Voglio ricordare che domani si chiuderanno le iscrizioni, e sono sicuro che supereremo i cinque milioni di iscritti, cosa mai vista prima d’ora in Venezuela ed in America Latina.

Stiamo scrivendo pagine della nuova storia, e in così poco tempo è successo molto. Come abbiamo scritto, segnalato e deciso, si è chiuso con la concessione del Canale 2 dello spettro elettromagnetico venezuelano, che da 53 anni l’élite oligarchica venezuelana utilizzava – abusandone – esclusivamente a proprio vantaggio; e oggi abbiamo un Canal 2 libero, che non è dell’oligarchia, né mai tornerà ad essere dell’oligarchia. Adesso è del popolo venezuelano, è della società venezuelana. (…).

In questi giorni ho ricevuto il segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista del Vietnam, il compagno Man, col quale abbiamo ricordato una delle massime, uno degli appelli, una delle linee strategiche fondamentali del compagno Ho Chi Minh, liberatore del popolo vietnamita, quando diceva: “Unità, unità, unità, vittoria, vittoria, vittoria”; solo l’unità ci permetterà di continuare a conseguire vittorie, e ci assicurerà le future vittorie di cui hanno bisogno il nostro popolo, la nostra patria, la nostra rivoluzione.

Approfitto di queste parole per insistere sul processo unitario del partito di tutto il popolo, della classe operaia, dei contadini, dei movimenti culturali; per sottolineare l‚importanza dell’unità nazionale, dell’unità delle forze armate bolivariane, dell’unità del popolo bolivariano. Ricordiamo Simon Bolivar, che con il suo impegno, con la sua speranza, col suo fuoco libertario continua ad insegnarci. Diceva Bolivar: “Se non fondiamo l’anima, lo spirito, il corpo, la speranza nazionale in un tutto unico, la società finirà per essere un combattimento corpo a corpo per la sopravvivenza, e un nuovo colonialismo sarà ciò che lasceremo ai posteri”.

Compagni venezuelani di tutte le latitudini, continuiamo a rafforzare la grande unità nazionale per assicurare la vittoria sempre, la vittoria per sempre. Essa deve essere estesa a tutti gli ambiti della realtà, della struttura e della sovrastruttura, come direbbe Antonio Gramsci, e voglio tornare al suo pensiero per utilizzarne le idee.Utilizzando il pensiero illuminante di Gramsci, capiamo ogni giorno di più ciò che sta succedendo oggi qui in Venezuela, dove l’oligarchia e i suoi alleati – l’oligarchia mondiale e la borghesia internazionale – si sono nuovamente scagliati contro il popolo, contro la morale, contro l’etica, la verità, contro il governo bolivariano, contro la sovranità nazionale, ed hanno attaccato di nuovo questo umile soldato presidente del Venezuela. Per quanto riguarda la mia persona non importa: dicano pure di me ciò che vogliono! Che i rappresentanti della borghesia internazionale vadano lontano, molto lontano! Glielo imponiamo dalle strade del popolo libero. Questa è una patria libera. Un popolo libero!

Alcune sere fa è passato di qui un mio buon amico nordamericano, rappresentate democratico nel Congresso degli Usa. Abbiamo parlato alcune ore di temi d’attualità, ora che contro il Venezuela si scagliano di nuovo il Congresso degli Stati Uniti, una frazione minoritaria dell’- Europarlamento, perfino il Parlamento brasiliano, e i giornali e le televisioni delle grandi catene mondiali manipolate dai loro padroni, rappresentanti di quell’élite mondiale che pretende di imporre ai popoli la volontà imperiale. Gli ho detto che per quanto mi riguarda non mi importa essere paragonato, da questi poderosi mezzi di comunicazione mondiale e in questi spazi dominati dall’élite mondiale, a Hitler e Mussolini. Non mi interessa.

Qualcuno, qualche giorno fa, mi chiedeva come mi sentivo per il fatto che tutti, o quasi tutti, i media del mondo mi hanno rappresentato come il tiranno del Venezuela, il dittatore, il carnefice, il repressore dei giovani venezuelani. In sostanza, che mi chiamino Hitler o Mussolini non m’importa. Lo dico a tutti, borghesia venezuelana inclusa: m’importa solo della dignità del popolo del Venezuela, della sovranità nazionale; posso morire ma non torno indietro. Al contrario, se l’oligarchia venezuelana crede di frenarci con le sue minacce, con le sue manipolazioni, con i suoi piani destabilizzatori, può toglierselo dalla testa. Ogni piano eversivo dell’oligarchia diretta dall’impero nordamericano avrà come risposta una nuova offensiva rivoluzionaria. Qui lo dico e così sarà. Attenzione dunque all’importanza dell’unità, alla co- scienza per interpretare la realtà, per comprendere le nostre debolezze e combatterle: le minacce che ci pioveranno addosso sempre. Per vedere i nostri punti deboli e rafforzarli, per intendere dunque la situazione complessiva nella quale siamo. Per questo torno ad avvalermi del pensiero di quel grande rivoluzionario italiano che è stato Antonio Gramsci. Che nessuno si scoraggi, che nessuno rallenti nel lavoro quotidiano e nell’assunzione delle proprie responsabilità per far avanzare i piani rivoluzionari in tutti i fronti di lotta, da quello economico a quello sociale e politico, da quello territoriale e internazionale a quello della morale. (…).

Per interpretare ciò che stiamo vivendo, compagni, ci è molto utile Gramsci, l’autore di quella tesi che abbiamo ripetuto molte volte: “Una vera crisi storica si ha quando ciò che muore non finisce di morire e ciò che nasce non smette di nascere”. In quello spazio si presenta un’autentica crisi organica, crisi storica, crisi totale. Qui in Venezuela non ce ne dimentichiamo, da vari anni siamo in una crisi gramsciana, storica. Quello che sta morendo non ha ancora finito di morire, e quello che sta nascendo non ha smesso di nascere. All’inizio degli anni ‘80 il Venezuela era già entrato in una crisi storica e oggi, dopo 20 anni, siamo nell’epicentro della crisi, così come buona parte dei prossimi anni faranno parte di questa crisi storica, fino a quando non sarà definitivamente morta la IV repubblica e non sarà compiutamente nata la V, la Repubblica Socialista e Bolivariana del Venezuela.

Saremo sempre in una crisi dalle diverse sfumature, dai diversi colori, che si esprime in svariate forme nella realtà fenomenica, nella realtà visibile in superficie. Gramsci ha abbozzato e sviluppato la tesi del blocco storico, dell’egemonia di una classe che riesce a creare un blocco storico nel quale si possono ben identificare le strutture e le sovrastrutture. Perdonatemi se sono un po’ accademico, ma so che il livello culturale del nostro popolo ha fatto un enorme salto di qualità, e che in ogni luogo e momento siamo tutti in grado di riflettere su queste teorie che illuminano la realtà per meglio comprenderla: Gramsci, quando parla di sovrastruttura – ascoltate bene -, la sovrastruttura del blocco storico dominante, sostiene che essa ha due livelli: la società politica e la società civile. La prima possiamo riassumerla bene nelle istituzioni dello stato e del governo, dunque nelle istituzioni politiche; la seconda è un complesso di istituzioni economiche, di organismi o istituzioni comunemente dette “private”, attraverso le quali la classe dominante può diffondere, estendere e collocare in tutti gli spazi della vita la sua ideologia. Qui arriviamo alla odierna realtà venezuelana. Una delle grandi contraddizioni che abbiamo oggi in Venezuela è precisamente lì, tra la società politica – quello stato che ha sperimentato un processo di trasformazione e liberazione – e una società, detta civile, di istituzioni comunemente private, che adesso non controllano lo stato. La classe dominante del Venezuela si era strutturata in un blocco storico con il nome di “Patto di Punto Fisso”. Essa riuscì a subordinare lo stato alla società civile, quindi la società politica venne subordinata alla società civile, intendendo questa nel senso gramsciano che ho menzionato.

Che succede quando Hugo Chávez arriva al governo del Venezuela per volontà della maggioranza della popolazione? La società civile dominante cerca di impadronirsi di Chávez, ma Chávez non si è mai subordinato, né mai lo farà, a questa vecchia società civile del “Patto di Punto Fisso”. La società cosiddetta civile possiede un insieme di istituzioni, Gramsci le elenca, e una di esse è la Chiesa: perciò la élite cattolica si scaglia contro di noi, la spiegazione storico- scientifica è questa. L’élite cattolica, con alcune eccezioni, che non sono altro che eccezioni, sempre e in tutto il mondo si è schierata, ha fatto parte dei blocchi dominanti del capitalismo. È triste dire ciò per me che sono cattolico, anche se sono essenzialmente un cristiano. (…).

In quasi tutta l’America, durante gli ultimi 100 anni e più, la chiesa, i mezzi di comunicazione e il sistema scolastico sono stati i tre grandi corpi organici che Gramsci segnala come le istituzioni fondamentali della società civile, usate per diffondere nelle classi sociali e nei ceti popolari la propria ideologia dominante. Gramsci classifica l’ideologia in strati. La forma più elaborata dell’ideologia è la filosofia. Visto che non possiamo essere tutti filosofi, le classi dominanti hanno elaborato diversi strati di ideologia e così esse hanno i loro filosofi, le loro scuole e i loro libri di filosofia attraverso i quali impregnano dell’ideologia dominante la società. Ma c’è un secondo livello sotto quello della filosofia: il neoliberalismo, per esempio, possiede una sua filosofia, ma a livello filosofico è molto elaborato e non è digeribile dagli strati sociali subalterni. La classe dominante, quindi, elabora le tesi della libertà del mercato e di espressione (intesa come la intendono loro, manipolandola), come le tesi dell’integrazione in un modello tipo ALCA, che è la proposta dell’impero nordamericano. Elabora un corpus di idee che si riferisce alla democrazia borghese, con la divisione dei poteri, l’alternanza, la rappresentanza come fondamento della democrazia: grandi menzogne, anche se sono il corpo ideologico di quella filosofia egemonica che in Venezuela e in buona parte dell’occidente ha dominato per più di 100 anni.

Un terzo livello negli strati ideologici – sempre secondo Gramsci – è quel che egli chiama il senso comune, che è il prodotto di massa della filosofia e dell’ideologia dominanti e che si impone attraverso diverse forme, dalle telenovele, ai film, dalle canzoni, alla propaganda, e via dicendo (…). Noi stiamo liberando lo stato, perché la società civile borghese lo controllava a proprio piacere, manipolava il governo, il potere legislativo, quello giudiziario, le imprese statali, la Banca pubblica, il bilancio nazionale. Stanno perdendo tutto questo, se non totalmente, almeno nella sostanza. Per questo sono ripiegati nei nuclei duri della società civile borghese, utilizzando, a volte in modo disperato, gli spazi che gli rimangono nelle istituzioni sopra menzionate: la Chiesa, i mezzi di comunicazione e il sistema educativo. Da qui l’importanza di capire lo scenario che abbiamo di fronte.

L’oligarchia venezuelana versa in una situazione disperata, vi dico anche che avrebbe potuto convivere con la rivoluzione, cosa contraddittoria, ma che sarebbe potuta avvenire. Non avevamo nessun piano per radere al suolo l’oligarchia, la borghesia venezuelana, e lo abbiamo sufficientemente dimostrato, in più di otto anni. Se l’oligarchia venezuelana non capisce questo, non accetta l’appello alla pace e alla convivenza che noi, la grande maggioranza dei rivoluzionari, gli abbiamo lanciato, se la borghesia continua a scagliarsi disperatamente utilizzando gli spazi che gli rimangono, continuerà a perdere, uno ad uno, questi spazi. Li perderà uno per uno. Dominavano le Forze Armate e le hanno perse; dominavano il Canal 2 della TV, lo hanno perso e non lo recupereranno mai più. Questo è il messaggio per la classe borghese venezuelana: vi rispettiamo come venezuelani, voi rispettate il Venezuela, la nostra Costituzione, le nostre leggi. Se non lo farete ve ne pentirete, vi faremo ubbidire alle leggi venezuelane.

In tutto ciò, a noi non rimane che continuare a costruire il nuovo blocco storico. Ricade su di noi la responsabilità di continuare con pala e piccone, impiegando mattoni e cemento per fare più grande e più solido delle torri del Parque Central il nuovo blocco storico venezuelano. (…). Continuiamo con i cinque motori costituenti, a pieno ritmo: nella costruzione del socialismo, a livello politico, rafforzando la democrazia socialista; a livello economico costruendo l’economia socialista; sul piano etico, attivando la nuova morale socialista; sociale, costruendo la maggior quantità di benessere possibile per il popolo; la nuova geopolitica nazionale legata ad una nuova geometria del potere e ad una nuova geopolitica internazionale, vale a dire il mondo multipolare.

A proposito di politica internazionale, sappiamo sicuramente tutti che i grandi mezzi di comunicazione in mano alle élite ci hanno messo davanti al plotone di esecuzione, ma questo non ci indebolisce, quelle critiche insane e manipolate stanno piuttosto producendo una reazione mondiale. Ieri stavo guardando un programma della Tv spagnola, e c’è stato un gruppo di spagnoli che ha difeso il Venezuela. Ho visto la televisione francese – guardo molta Tv perché sono cosciente del fatto che questa battaglia si gioca su uno scenario di guerra mondiale, una vera guerra mondiale mediatica -, dove si sono esposti diversi leader della sinistra e intellettuali – tra gli altri il nostro amico Ignacio Ramonet – per difendere il Venezuela. Si sono aperti i giochi nei loro stessi territori.

L’oligarchia mondiale, come quella latinoamericana, non si rende conto, o meglio lo comprende conto troppo tardi, che l’attacco contro il Venezuela si converte in un attacco altrove, un contrattacco nel proprio territorio. La commissione del Congresso in Brasile ha emesso un comunicato volgare che mi obbliga a rispondere: non accettiamo alcuna ingerenza negli affari interni del Venezuela, assolutamente nessuna. Solo ora la destra brasiliana se ne rende conto. Oggi, ad esempio si terrà un dibattito in una Tv di Brasilia sul “tema Venezuela”, perché lo stesso Congresso del Brasile si è portato la bomba in casa; lo stesso è successo in Perù, in Centro America, negli Usa, lo stesso sta succedendo in Europa. Si sono portati la bomba in casa. Chiaro, le élite internazionali sono preoccupate, e per questo attaccano con tanta furia, semplicemente perché temono che l’esempio del Venezuela si estenda ad altri paesi dove credono di essere i padroni. (…).

Il Venezuela non è isolato: mi ha chiamato stamattina, poco dopo mezzogiorno, il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, che mi ha espresso, come molti altri, la sua solidarietà, e domani verrà nel nostro paese per una visita di lavoro. Il presidente Evo Morales ha chiamato per dire che tutta la Bolivia sta col Venezuela, con il diritto che abbiamo alla libertà, alla sovranità. Addirittura ha chiamato il presidente Uribe per dirmi che la Colombia non entra negli affari interni del Venezuela. Continuano ad arrivare messaggi dall’Asia, mentre stanotte ho parlato col Presidente dell’Unione Africana, Alpha Konarè, che ha ribadito: l’Africa non si immischia sulle decisioni del Venezuela, perché l’Africa rispetta la sovranità del paese. Ovviamente non poteva mancare il messaggio solidale, profondo, illuminante, degno del Comandante Fidel Castro, Presidente della Repubblica sorella di Cuba. (…). Un’alta delegazione cinese si trova ora in Venezuela, portando i saluti del presidente della Cina, mentre il presidente russo ha telefonato per invitarci ad alcune celebrazioni nei prossimi mesi a Mosca, e in altre città della Russia. Proprio qualche giorno fa ho letto un messaggio del presidente russo Putin, che parlava dell’imperialismo americano. E’ un fatto davvero molto positivo che, dopo tanti anni, un presidente russo metta il dito nella piaga, come non accadeva da tempo.

I tempi stanno cambiando, il mondo si alza in piedi: abbiamo visto la risposta che ha dato il governo della Repubblica Popolare Cinese al governo degli Usa, pretendendo il rispetto dovuto alla propria sovranità. Abbiamo visto le risposte del mondo arabo, della causa palestinese, le risposte del Caribe. L’impero nordamericano continuerà a indebolirsi ogni giorno di più. In questo secolo sotterreremo l’impero nordamericano, affinché ci sia un mondo veramente libero. Noi, dunque, continuiamo a lavorare con tutte e due mani per costruire il nuovo blocco storico, avanzare verso il socialismo, quella nuova società politica che sarà lo stato socialista, la Repubblica socialista, nei suoi diversi livelli: il potere centrale, i poteri locali, i governi comunali. Voi, dal basso, dalla base, continuate a costruire il nuovo stato, la nuova società politica. La vecchia società civile elitaria, borghese, filo-fascista, la stessa che indossa le camice nere di Mussolini per accusarmi di essere come Mussolini, che indossa le camice brune di Hitler per paragonarmi a Hitler, quella vecchia società civile borghese deve essere trasformata – udite bene – nella nuova società socialista. Questo teme più di ogni altra cosa la borghesia venezuelana che, seguendo le istruzioni di Washington, cerca una volta ancora di realizzare qui una di quelle “rivoluzioni” chiamate – il tutto tra virgolette- “colorate”. Bisogna riconoscere che in alcuni luoghi l’impero ci è riuscito: ha funzionato, ad esempio in Ucraina, la cosiddetta “rivoluzione arancione”, ma ha funzionato sì e no, perché chi guardasse la realtà di oggi si renderebbe conto che il presidente attuale ha dovuto chiamare il vecchio presidente rovesciato dalla rivoluzione arancione per farsi aiutare a governare il paese. (…). Ciò che oggi c’è in Ucraina è una situazione di ingovernabilità e le forze filo-russe o amiche della Russia, le stesse che furono rovesciate, stanno ritornando ad occupare gli spazi che competono loro. Possiamo dire che, se questa strategia della Casa Bianca, dei cosiddetti colpi di stato di velluto, o rivoluzioni colorate, ha funzionato relativamente in alcuni paesi, qui la polverizziamo. I simboli che usa sono gli stessi: le camice nere e la bandiera rovesciata, incluso quello show preparato per cui alcuni ragazzi, quando arriva la stampa internazionale, corrono e si inginocchiano davanti alla polizia che non sta facendo niente, si abbassano e alzano le mani. È uno show preparato affinché quella foto faccia il giro del mondo. È in questo modo che gli Usa sono riusciti a destabilizzare alcuni paesi i cui governi non si sottomettono a Washington. Anche qui stanno cercando di organizzare una situazione simile, utilizzando certi mezzi di comunicazione, giocando coi sentimenti dei venezuelani, con il sentimentalismo a buon mercato, con il quale hanno dato l’addio a quel vecchio canale che non voglio neanche nominare, che non mi ricordo neanche come si chiamava. Stanno cercando, come dicono, di surriscaldare la piazza, utilizzando alcuni ragazzi, alcuni attori televisivi, alcune attrici che vanno per le strade piangendo, inscenando un dramma, una telenovela, un teleshow: per questo non dobbiamo abbassare la guardia. Con queste grandi manifestazioni di oggi, il popolo venezuelano ha dato una risposta molto ferma e precisa. Un piccolo segnale di ciò che succederà all’oligarchia venezuelana se continuerà nel suo impegno destabilizzatore, un piccolo segnale del fatto che qui non possono farcela. Stiano allerta da tutte le parti, i lavoratori, i contadini, i governi locali, regionali, gli studenti, le donne, gli uomini, le Forze Armate. Tutti allerta, non passeranno! Vi batteremo di nuovo, signori della borghesia imperialista!

Noi, nel caso del vecchio canale borghese, abbiamo avuto molta pazienza, abbiamo sopportato molto, fino al termine della concessione, ma che nessuno pensi sia sempre così: una concessione può terminare anche prima del tempo stabilito. Può finire, secondo quanto dice la legge, per violazione della Costituzione, delle leggi, per terrorismo mediatico, eccetera. Ci sono diversi motivi per interrompere una concessione, e io l’ho fatto presente ai mezzi di comunicazione privati, soprattutto a quelli che si prestano al gioco della destabilizzazione e al golpe di velluto, come lo chiamano gli strateghi gringos. Il golpe di velluto per rovesciare Chávez! Non sbagliatevi, meditate bene dove state andando, perché – ripeto – se la borghesia venezuelana si dispera e continua a scagliarsi contro il popolo bolivariano, continuerà a perdere i suoi spazi uno ad uno. (…). A partire da oggi, che si mantenga il contrattacco bolivariano in tutto il paese, nelle strade, nelle fabbriche, nelle università, nei licei, da tutte le parti un vero contrattacco ideologico, politico, popolare, nazionale e internazionale: oggi comincia quel che a me più piace: il contrattacco!

L’oligarchia venezuelana dovrà lasciarci stare, dovrà stare tranquilla nei suoi spazi e convivere con la nuova realtà. Anche se non vogliono accettare tutto questo, la rivoluzione è arrivata per rimanere, essendo trascorsi solo 140 giorni di questo nuovo ciclo bicentenario della rivoluzione bolivariana. Mancano ancora più di 5.000 giorni di rivoluzione, fino al 24 giugno del 2021, quando avremo consolidato il progetto del Venezuela Socialista, della Repubblica Bolivariana e Socialista. (…).

* Pubblichiamo ampi stralci del discorso svolto in occasione della Concentrazione Bolivariana Antimperialista, Caracas 2 giugno 2007. A cura di Alessandra Riccio, la traduzione è del Comitato 10 aprile di Milano.