Vertenza metalmeccanici e Congresso CGIL

*Segretario Generale Fiom Milano

Il 24 febbraio si è svolto il primo incontro tra organizzazioni sindacali e imprenditori per il rinnovo del biennio economico del contratto di lavoro dei metalmeccanici. Un aumento di 130 euro lordi al mese (di cui 25 euro per tutti i lavoratori, compresi quelli delle realtà dove non si fa contrattazione aziendale), percorsi contro la precarietà. revisione del sistema di inquadramento e valutazione professionale (che risale al 1974): sono queste le richieste contenute nella piattaforma unitaria (approvata con il voto dei lavoratori) alla quale, da mesi, Fim, Fiom e Uilm si stanno attenendo al tavolo aperto con le associazioni imprenditoriali. È questo che rivendicano i lavoratori metalmeccanici.
130 euro: non una cifra a caso, ma quella che emerge dall’analisi della realtà. Una realtà che ci parla del fallimento dell’accordo del luglio 1993 (e della pratica della concertazione), del pesante peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, e che ha indotto la Fiom a battersi perché gli aumenti salariali non abbiano più a riferimento l’inflazione (né programmata, né presunta, né reale, né pregressa) ma quote che vadano oltre il recupero del potere d’acquisto e prevedano la redistribuzione della ricchezza prodotta.
Uno dei nodi è proprio questo: l’idea che ai lavoratori spetti, come diritto contrattuale, una parte di quella produttività che fino ad oggi è stata assorbita interamente dalle imprese e dalle rendite. Non è un caso che, negli incontri che da febbraio ad oggi si sono susseguiti, gli imprenditori siano stati categorici su questo punto: fermo restando il sistema di regole del luglio 1993, i lavoratori non possono beneficiare della ricchezza che producono.
I vertici padronali sono disponibili ad andare di poco oltre la loro iniziale proposta di 60 euro di aumento in due anni in cambio della possibilità di decidere unilateralmente turni e orari di lavoro (annullando di fatto il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori): è questo il baratto inaccettabile su cui insistono i rappresentanti dell’impresa. Allora è chiaro: non è una manciata di euro il perno del conflitto, ma lo scambio tra aumento del salario (il meno consistente possibile, secondo gli imprenditori) e flessibilità oraria, straordinari, lavoro al sabato e alla domenica a comando dell’impresa e senza contrattazione, con un orario massimo di lavoro annuale, non più giornaliero e settimanale. Non è un caso che tra le richieste irricevibili degli imprenditori ci sia quella della modifica in senso restrittivo dell’articolo 5 del contratto nazionale che attiene al ruolo negoziale delle Rsu. Quello che pretendono i vertici dell’impresa è la riscrittura della parte normativa del contratto (che non dovrebbe essere in discussione, essendo quella attuale una trattativa per il rinnovo del biennio economico), in modo da sottrarre ai rappresentanti dei lavoratori qualunque possibilità di decidere su tempi, ritmi e condizioni di lavoro.
È chiaro, quindi, che la vertenza dei metalmeccanici assume una valenza che va ben oltre la categoria: è su questo tavolo, infatti, che la Confindustria sta giocando tutte le sue carte. Piegati, sconfitti i metalmeccanici (cioè la categoria di lavoratori storicamente più combattiva) – pensa il gotha dell’impresa – il contratto nazionale di lavoro perderà per tutti il suo carattere di strumento universale di tutela, e i lavoratori non avranno più diritto di parola nelle fabbriche e negli uffici. Ci sono due elementi che, forse, gli imprenditori non avevano previsto: la determinazione dei lavoratori metalmeccanici e la ritrovata unità dei sindacati, dopo quattro anni di accordi separati. Una ritrovata unità che nasce dalle lotte che la sola Fiom ha saputo mettere in campo negli anni difficili che vanno dal 2001 ad oggi, e che ha come collante la condivisione di un percorso democratico che prevede il voto dei lavoratori su piattaforme e accordi. Una determinazione dei lavoratori che scaturisce da due reali bisogni: un salario dignitoso, un posto di lavoro certo.
Non è un caso che democrazia e aumento dei salari siano i nodi di fondo di confronto del XV Congresso della Cgil, che si svolge su un documento unitario articolato in 10 tesi. E non è un caso che, su questi due temi, il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, abbia presentato due tesi alternative, portando così all’interno del dibattito confederale le conclusioni del congresso anticipato e la prassi della Fiom. Il voto dei lavoratori su piattaforme e accordi solo su richiesta dei diretti interessati e come concessione delle organizzazioni sindacali; il voto dei lavoratori su piattaforme e accordi come diritto dei diretti interessati e vincolo per le organizzazioni sindacali: “concessione” e “diritto”, queste due parole fanno la differenza tra una tesi e l’altra. Ma non si tratta di sofismi linguistici: i due termini segnano una diversa idea del rapporto tra sindacato e lavoratori.
Aumenti salariali che devono recuperare il potere d’acquisto all’interno dello schema fissato dal protocollo del luglio 1993; aumenti salariali superiori che non devono avere come riferimento l’inflazione, ma devono essere decisi da organizzazioni sindacali e lavoratori e contenere una quota della ricchezza prodotta: anche in questo caso la differenza è sostanziale, non lessicale. Nelle due tesi alternative che vedono come primo firmatario Rinaldini e che vengono poste ai voti degli iscritti in tutti i luoghi di lavoro ci sono, in sintesi, i contenuti della piattaforma Fim, Fiom, Uilm per il rinnovo del biennio.
Ecco che contratto e Congresso si intrecciano, ed una discussione che rischiava d’essere puramente teorica viene contaminata dalla concretezza della prassi. Una prassi che, per quanto riguarda la Fiom, si costruisce nella scansione idee-elaborazioni- rivendicazioni-lotte, in un percorso che ha come filo conduttore la democrazia.
Sono proprio questa scansione e questo percorso che hanno permesso ai metalmeccanici di reggere il durissimo scontro di questi mesi. Fin dal primo incontro, infatti, la trattativa è stata accompagnata dagli scioperi, dalle mobilitazioni, dalle manifestazioni dei lavoratori. Gli ultimi dieci mesi sono stati scanditi da azioni di lotta articolata (dallo sciopero degli straordinari e delle flessibilità, allo sciopero della reperibilità, alle fermate dal lavoro per dieci minuti al giorno), manifestazioni regionali come quelle che il 29 settembre si sono svolte nelle principali città italiane registrando una straordinaria partecipazione, presidi sul territorio, nei luoghi simbolici (come il Palazzo della Borsa a Milano) o di intenso passaggio (dai grandi centri commerciali alle fermate dei mezzi pubblici) per spiegare ai cittadini le ragioni di una lotta che scaturisce da esigenze comuni e che ha come obiettivo la salvaguardia dei diritti per tutti i lavoratori.
Chi (come gran parte degli imprenditori) in questo lungo percorso si aspettava un calo di consenso e il progressivo indebolimento del conflitto, è rimasto deluso.
L’ostinazione con cui, negli anni che abbiamo alle spalle, la Fiom si è battuta per la ricostruzione di un rapporto stretto e democratico tra sindacato e lavoratori ha ridato senso di appartenenza a una parte del lavoro dipendente che l’impresa tende a separare, frammentare, ridurre al silenzio.
I protagonisti delle assemblee, dei presidi, delle mobilitazioni non sono “risorse umane” che rischiano di trasformarsi in “esuberi”, ma donne e uomini che hanno compreso bene che il rapporto individuale tra lavoratore e impresa è impari, che un’interlocuzione è possibile solo con una modifica dei rapporti di forza, che il sindacato è in grado di ottenere risultati positivi quanto più è forte e rappresentativo.
La lotta per la conquista del contratto avviene in un contesto particolare, di pesantissima crisi industriale, di quotidiana messa in discussione di posti di lavoro, di restringimento degli spazi di democrazia, di attacchi ai diritti sociali e del lavoro su scala mondiale. In Europa sono in discussione norme che rischiano di sancire nei 25 paesi dell’Unione il principio del lavoro come merce e dei diritti come variabile dipendente dalle esigenze del mercato. In questo quadro diventa più che mai importante inserire nei contratti nazionali di lavoro vincoli alla precarietà, e più che mai attuale battersi contro le diverse forme di contratto a “scadenza” figlie della legge 30, per assunzioni a tempo indeterminato e percorsi formativi che diano ai lavoratori la possibilità di non essere travolti dai veloci mutamenti dell’impresa.
Anche su questi punti la piattaforma Fim, Fiom e Uil entra in rotta di collisione con i desideri dei vertici padronali. La Confindustria, infatti, mentre incassa soldi dal Governo attraverso la finanziaria, persegue tenacemente l’obiettivo di peggiorare le condizioni di lavoro, riscrivere il sistema contrattuale italiano, spezzare il filo che lega i lavoratori metalmeccanici al loro sindacato.
A questo punto dovranno essere i lavoratori, con le loro lotte, a riaprire i margini di una trattativa che il padronato ha intenzione di utilizzare come grimaldello per instaurare nei luoghi di lavoro il totale dominio dell’impresa. Questa consapevolezza è emersa chiaramente nell’assemblea dei 5000 delegati Fim, Fiom e Uilm che si è svolta al Pallido di Milano l’11 settembre, e che si è conclusa con la decisione di intensificare le mobilitazioni azienda per azienda, territorio per territorio, e di indire per il 2 dicembre una giornata di sciopero nazionale dei lavoratori metalmeccanici con manifestazione a Roma. Quella di venerdì 2 dicembre sarà una manifestazione per il contratto e, contemporaneamente, contro questo governo e quella parte del mondo imprenditoriale che non è in grado di trasformare la crisi di oggi in un’occasione per rilanciare il sistema industriale di questo paese, mettendo la parola fine alla sciagurata politica della compressione dei salari e dei diritti, riconoscendo il valore del lavoro e indirizzando risorse verso nuovi prodotti compatibili con l’ambiente e che rispondono ai reali bisogni della collettività.