Verso una nuova Guerra Fredda…o calda?

Dopo il crollo dell’Urss siamo stati inondati da fiumi di retorica sulla fine della barbarie e le magnifiche sorti della democrazia (portata, a dire il vero, a suon di bombardieri, missili e proiettili ad uranio impoverito!): a distanza di quasi 20 anni ci troviamo con tensioni esplosive e venti di guerra, e l’Europa è ricondotta in una situazione che ricorda quella della Guerra Fredda, di nuovo possibile teatro di una guerra missilistica fino all’ultima atomica. Tramontato l’equilibrio bipolare, l’impero statunitense pretende di imporre i propri interessi e di accaparrarsi manu militari le residue risorse del pianeta, legittimando il ricorso a qualsiasi tipo di armamenti. La strategia della Guerra Fredda aveva in qualche modo imposto qualche limite all’impiego di armamenti nuovi, per rispettare la spartizione delle aree di influenza e garantire un equilibrio che evitasse l’olocausto planetario. Il crollo dell’Urss ha rimosso qualsiasi remora: non è un caso che le munizioni ad uranio depleto, disponibili da molto tempo, siano state usate per la prima volta nella prima Guerra del Golfo del 1991, inaugurando tra l’altro una vera guerra ambientale devastante; e non è che un esempio, perché si potrebbero citare armi nuove di ogni tipo, ma anche armi “indirette” come il selvaggio bombardamento degli impianti chimici della ex-Jugoslavia. Le guerre sono divenute laboratori per sperimentare armi nuove e smaltire gli arsenali di armi tradizionali, dando nuovo ossigeno al complesso militare-industriale e all’economia di guerra.

5 MINUTI DALL’OLOCAUSTO NUCLEARE

Gli armamenti nucleari continuano a giocare un ruolo fondamentale, molto diverso però, e più pericoloso, rispetto ai decenni della Guerra Fredda. L’opinione pubblica è disinformata, o informata in modo distorto: le armi nucleari pericolose sono quelle dei “ cattivi”, mentre quelle dei “buoni” sono baluardi della civiltà e della democrazia. Le cose stanno naturalmente in modo opposto, ma non è facile superare questa barriera di omertà e inganno: o convincere la gente comune che, se è ovviamente necessario impedire all’Iran di diventare il decimo paese nucleare, non è necessario per questo raderlo al suolo, magari proprio con bombe nucleari! La gravità del rischio nucleare è stata espressa dall’autorevole Bulletin of the Atomic Scientists con il suo «Atomic Clock», che in base ad una serie di considerazioni valuta i minuti che mancano presumibilmente alla “mezzanotte”, intesa come l’esplosione dell’olocausto nucleare: all’inizio del 2007 l’orologio è stato spostato in avanti di ben due minuti, a soli 5 minuti dal disastro (solo quattro volte nel passato l’orologio era stato più vicino: nel 1949 a 3 minuti in occasione del primo test nucleare sovietico; nel 1953 a 2 minuti, guerra di Corea; nel 1981 a 4 minuti e 1984 a 3 minuti, crisi degli Euromissili). La fine della Guerra Fredda sollevò grandi speranze che le armi nucleari fossero divenute obsolete e che sarebbero state gradualmente eliminate. Vi furono segnali positivi (il trattato di riduzione delle armi strategiche Start-II, il bando dei test nucleari Ctbt, la proroga indefinita del Trattato di Non Proliferazione Tnp), ma nella seconda metà degli anni ’90 la situazione si è rovesciata (lo Start-II è decaduto, il Ctbt non è stato ratificato, in primo luogo dagli Usa). La riduzione degli arsenali si è arenata (oggi si contano circa 26.000 testate, tra quelle schierate, operative, di riserva: poco meno della metà dei massimi storici), ma soprattutto le armi nucleari sono state “sdoganate”: mentre furono concepite nei decenni passati in funzione di deterrenza (paradossalmente, per evitare un conflitto nucleare), le nuove dottrine le hanno poste su un piano di parità con gli altri sistemi offensivi e difensivi, in apparenza depotenziandole, ma in pratica legittimandone l’uso, come armi risolutive utilizzabili anche sul campo di battaglia, e pure in funzione preventiva. Siamo di fronte ad uno stravolgimento del concetto di deterrenza, che porta ad un pericolosissimo paradosso: in quanto le maniacali (quanto unilaterali) denunce dei rischi di proliferazione e delle armi di distruzione di massa, la conseguente insistenza sulla minaccia e il possibile uso delle armi nucleari, nel quadro della strategia della guerra preventiva, innescano effetti destabilizzanti ed aumentano, anziché diminuire, le ambizioni di altri stati di sviluppare, o di perfezionare, gli armamenti nucleari. La situazione in Asia potrebbe precipitare da un momento all’altro.

CRESCETE E PROLIFERATE

Le motivazioni per il possesso o l’acquisizione di armamenti nucleari sono molto diverse da un paese all’altro, ma discendono tutte dall’arroganza del più forte. Per gli Stati Uniti, infatti, gli armamenti nucleari, a differenza dei decenni della Guerra Fredda, costituiscono sempre più una garanzia della superiorità strategica militare: di qui discende la minaccia principale. È opportuno ricordare a questo proposito che nel 1996 la Corte Internazionale di Giustizia, su richiesta dell’Assemblea Generale dell’Onu, formulò un parere secondo il quale anche la minaccia dell’uso di armi nucleari è illegale. Per altri paesi, tipicamente Gran Bretagna e Francia, il possesso di armamenti nucleari è quasi uno status symbol: un orpello assolutamente inutile (ma molto costoso) per Londra, un simbolo della grandeur per Parigi. Gli altri paesi aderenti alla Nato ereditano servilmente la logica e la dottrina statunitense: sia che ospitino nelle basi militari sul loro territorio armi nucleari, sia perché partecipano comunque alla pianificazione nucleare dell’Alleanza, in clamorosa violazione – in tutti i casi – del Tnp! Per tutti gli altri paesi, invece, il possesso di armamenti nucleari, o gli sforzi per dotarsene, discendono in ultima istanza da una risposta (per quanto distorta) alle minacce. Per Mosca, il secondo arsenale mondiale ereditato dall’Urss rimane ormai l’ultimo attributo di grande potenza. Sulla regione dal Nord Africa all’Asia centro-meridionale grava la pesante, volutamente ambigua, ipoteca della potenza nucleare di Israele, a cui venne garantita fin dagli anni ’60 l’atomica per assicurargli la schiacciante superiorità necessaria per svolgere la funzione di gendarme degli interessi post-coloniali e imperialisti. Se questo arsenale non esistesse, coperto e legittimato dalle grandi potenze, ci sarebbe un motivo perché, dopo quella guerra lampo di 40 anni fa, quasi tutti i paesi dell’area abbiano sviluppato progetti nucleari segreti? La vicenda della Corea del Nord sembra la dimostrazione di un teorema. L’Amministrazione Clinton aveva stipulato nel 1994 un accordo in cui Pyongyang si impegnava a congelare i programmi nucleari e chiudere i propri reattori, in cambio della fornitura di due reattori ad acqua leggera (meno idonei a diversioni militari), di petrolio e di aiuti, della normalizzazione dei rapporti politici ed economici e dell’assicurazione di non venire minacciata con armi nucleari. La costruzione dei due reattori non è mai cominciata, e la situazione si rovesciò dopo l’elezione a Presidente di George W. Bush: emerse che la Corea stava cercando di sviluppare impianti per l’arricchimento dell’uranio, e venne classificata come “stato canaglia”. In una escalation da manuale il paese giocò fino in fondo la carta nucleare, costringendo gli Usa a tornare al tavolo negoziale: riattivò il reattore di Yongbyon, si ritirò dal Tnp (cosa assolutamente legittima, doppiezza di molti stati, che si erano lasciata aperta questa strada), fino al fatidico test del 9 ottobre 2006. E, come d’incanto, dopo 5 anni di stallo dei negoziati, il 13 febbraio 2007 ecco l’accordo, che ricalca quello del 1994: chiusura dei programmi nucleari e riapertura alle verifiche dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), in cambio di forniture energetiche d’emergenza e dell’avvio di negoziati per un trattato di pace nella penisola coreana, la sua denuclearizzazione e la normalizzazione delle relazioni con gli Usa e il Giappone. Vi saranno molte difficoltà per l’applicazione, ma il risultato è da manuale. Il commento più pertinente al test coreano era stato di Israele: “Uno stato con armi nucleari è immune da attacchi contro le sue installazioni” (deducendo ovviamente, pro domo sua, che i programmi nucleari dell’Iran devono essere fermati prima che sia troppo tardi). Al di là delle roboanti minacce, infatti, Pyongyang non potrebbe bombardare nessuno, poiché verrebbe immediatamente cancellata dalla carta geografica. C o m e non lo potrebbe fare Teheran se – con molta fantasia, in un futuro co- munque lontano – disponesse di queste armi: Israele ha ben cinque sommergibili modernissimi, a propulsione Diesel ma con capacità nucleare (generosamente ceduti in saldo dalla Germania), indistruttibili e capaci di una ritorsione che riporterebbe l’Iran all’età della pietra. Il “teorema nucleare” ha due facce complementari. Una per i paesi che sono, o si sentono, minacciati: fate di tutto per farvi la bomba! E quanto più siete deboli, tanto più fate la voce grossa e branditela come minaccia. Per gli Stati Uniti, invece, è la versione nucleare dei classici “carota e bastone”. Verso gli avversari il pretesto nucleare, giusto o sbagliato che sia, per demonizzarli (anche se potrebbero esserci pretesti ben più validi) e per attaccarli preventivamente. Al contrario, l’esca nucleare per quei paesi che si vogliono attirare sotto la propria influenza. Ecco allora che si chiudono entrambi gli occhi di fronte al Brasile, che ha fatto fino in fondo quello che si contesta come intenzione all’Iran (ha avuto programmi militari, che si sono arrestati negli anni ’80, quando tutto era stato fatto e mancava solo di assemblare la bomba, e ora traccheggia al pari di Teheran rifiutando ispezioni più invasive dell’Aiea). Ecco la “storica” part – nership con l’India, beninteso nel nucleare “civile”: quello, appunto, che ha consentito a New Dehli, come a tutti gli Stati nucleari, di arrivare alla bomba (progetti che erano iniziati in risposta al test nucleare cinese del 1964): un vero mostro giuridico, che sembra fatto apposta per demolire il regime internazionale di non proliferazione. I rischi di proliferazione delle armi nucleari sono infatti ben altri che quelli dell’Iran o della Corea. Il Giappone è infatti, tra i paesi che non possiedono armi nucleari, quello che ha accumulato, e continua a accumulare, i maggiori quantitativi di plutonio (la bellezza di 150 tonnellate!), dal riprocessamento del combustibile esaurito dei suoi 54 reattori nucleari. In Giappone è in corso una vera escalation: prende sempre più forza, ancor più con il nuovo governo conservatore, la volontà di rivedere la costituzione postbellica in senso militarista, e con essa crescono le ambizioni di sviluppare armi nucleari (senza, naturalmente, che Washington batta ciglio). Per paesi come il Giappone e la Germania (che ha decine di tonnellate di plutonio) si parla di proliferazione latente, ostand- by, poiché possiedono i materiali e le capacità per realizzare armi nucleari in tempi brevissimi (la Germania, con l’Argentina e Israele, ha già collaborato alla realizzazione delle armi nucleari del Sudafrica, smantellate poi dal governo di Nelson Mandela). Ma l’Aiea riconosce che vi è almeno un’altra trentina di stati in grado di realizzare queste armi, anche se la maggior parte di essi ha la difficoltà di dotarsi del materiale fissile.

DAGLI AMICI MI GUARDI…

Del resto, i primi ad essere protesi alla realizzazione di nuove armi nucleari sono proprio gli Stati Uniti, che hanno programmi di ammodernamento e sostituzione del proprio arsenale per i prossimi 40 anni, e possiedono tre enormi laboratori militari – più una miriade di altri minori – protesi alla ricerca di armi di tipo nuovo, che cancellino lo scomodo confine tra armi nucleari e non nucleari (il termine “convenzionali” suona grottesco). Per assicurare la propria supremazia, da almeno un quarto di secolo gli Usa stanno progettando difese antimissile, che dopo le visionarie “guerre stellari” di Reagan sono diventate uno degli assi del programma di Bush. Il progetto è chiaro: se Washington fosse in grado di annientare un attacco nucleare, potrebbe allora sferrare un first-strike senza temere la ritorsione, ed acquisirebbe quindi una superiorità nucleare assoluta (non a caso arrivò nel 2002 a disdire unilateralmente il Trattato ABM, che era stato uno dei cardini dei delicati equilibri della Guerra Fredda). Ma il problema è molto più complesso: si tratta in realtà di un sistema con carattere offensivo e destabilizzante, che aggrava i rischi di conflitto e la stessa minaccia nucleare. Nessun sistema tecnologico, infatti, darà mai la certezza assoluta di distruggere missili balistici in arrivo: a parte l’ineliminabile imprecisione del sistema, vi sono mezzi, meno costosi, per ingannare o saturare una difesa antimissile, false testate, esche, ecc. La contromossa più efficace che un paese può sviluppare consiste nel saturare queste difese: la diffusione di questi sistemi rischia quindi di innescare una nuova corsa agli armamenti nucleari e missilistici, abbassando anziché aumentare la sicurezza mondiale. Vi sono però altri pericoli: poiché i tempi di volo dei missili balistici sono molto brevi (una trentina di minuti per un lancio intercontinentale, una decina di minuti o meno per il lancio da sommergibili in prossimità delle coste), i tempi di decisione e di reazione per riconoscere un attacco nucleare e distruggere i missili prima del loro arrivo sono molto brevi, e le incertezze che sussistono aumentano ulteriormente i rischi di una guerra nucleare per errore. Il paradosso più grande è però il fatto che oggi il pericolo maggiore di un attacco al territorio degli Stati Uniti o dell’Europa non viene dai missili di qualche “stato canaglia”, ma dall’aggravarsi della situazione internazionale, che aumenta la dispera- zione di intere popolazioni e accentua i rischi del terrorismo, contro i quali le difese antimissile sono assolutamente inutili. Ma dietro questi progetti vi sono colossali interessi economici del complesso militare- industriale: si valuta che siano stati spesi 107 miliardi di $ dalla metà degli anni ’80. I Democratici hanno dimostrato di non avere nessuna intenzione di opporsi seriamente, per motivi elettorali e per i colossali interessi in gioco. Anche per questo il progetto è stato contagioso, non solo per i paesi ansiosi di entrare sotto questo “ombrello”, ma anche perché altri paesi sono indotti, o spinti da lobbies industriali, ad imbarcarsi in programmi simili: oltre all’Europa, Giappone, Corea del Sud, Israele, India, Cina. La diffusione sempre più ampia, e ormai irreversibile, di questi sistemi produrrà effetti destabilizzanti, che possono essere diversi nelle varie regioni. L’adozione di sistemi di difesa antimissile da parte dell’Europa appare assolutamente irragionevole da ogni punto di vista. Essi accentuano ulteriormente la dipendenza dagli Stati Uniti, che ovviamente manterranno il controllo dell’intero sistema, e le tensioni con la Russia. L’Europa si espone ad essere bersaglio diretto di un attacco e possibile teatro di un eventuale confronto militare, come durante la Guerra Fredda. L’eventuale distruzione di missili nucleari sopra il proprio territorio sottopone inoltre i paesi europei alla ricaduta di materiali altamente pericolosi. Si deve sottolineare il modo di procedere spregiudicato e opportunistico dell’amministrazione statunitense la quale, a differenza di altre occasioni, si è ben guardata dal consultare e coinvolgere la Nato (e tanto meno la Ue), valutando non necessaria l’approvazione formale dell’Alleanza, che Washington utilizza sempre più in modo strumentale ai propri disegni, ma ha seguito la strada di negoziati bilaterali con i singoli paesi, i cui servili governanti ha potuto blandire con argomenti persuasivi. Anche la Nato, peraltro, ha un proprio progetta di difesa antimissile. Il Governo italiano poi ha sottoscritto l’Accordo Quadro con gli Usa con lo stile inconfondibile dei ladri di polli: il passo è grave poiché il sistema di difesa antimissile è in rapida evoluzione, per cui, una volta aperta una breccia da un primo accordo, le scelte potranno venire modificate. Queste mosse verso paesi dell’Europa orientale hanno aperto la crisi politica più grave degli ultimo 20 anni, che alcuni commentatori hanno già chiamato “Euromissili- II”, ma presenta analogie anche con la crisi del 1962, quando Mosca schierò i missili a Cuba, a ridosso del territorio statunitense. Washington non riesce evidentemente a convincere la Russia che queste difese non sono rivolte verso di lei, ma verso possibili attacchi da “rogue states”: è facile controbattere che l’Iran non sarà in grado di sviluppare missili di tale gittata nel futuro prevedibile (e anche qualora riuscisse a farlo, a scopo difensivo, non si vede come potrebbe lanciare un attacco nucleare). La Russia ha minacciato di ritirarsi dal Trattato Cfe (Conven90, che limitava i sistemi di armi convenzionali che entrambe le parti possono schierare in Europa (peraltro, sul trattato, dopo la scomparsa del Patto di Varsavia al quale si riferiva, è rimasto aperto un contenzioso); alcune fonti hanno ventilato anche la possibilità di un ritiro dal Trattato Inf del 1987, e di un ridispiegamento dei missili a gettata intermedia. Anche l’abile contromossa di Putin al G8 richiama l’epoca della Guerra Fredda, con le fasi di distensione e di recrudescenza. Washington, pur messa in difficoltà da questa proposta con cui Mosca cerca di scoprire le carte, non potrà rinunciare in nessun caso al controllo del sistema, anche se può fargli gola una maggiore penetrazione dei sistemi di controllo verso l’Asia (ha già in progetto l’installazione di un radar mobile nel Caucaso). Ma su un punto è necessario avere le idee molto chiare: in qualunque modo, e a qualsiasi titolo si portino avanti progetti di installazione di sistemi di difesa antimissile e di controllo dello spazio, questi accentueranno i rischi di confronto militare e la corsa agli armamenti, e non porteranno in nessun caso una maggiore sicurezza.

ROULETTE RUSSA

A conferma di questo, basta guardare a come l’adozione di questi sistemi stia letteralmente dilagando, ed introducendo ulteriori fattori di destabilizzazione in molte regioni. La competizione nucleare in Asia del Sud rischia di diventare esplosiva, malgrado le misure distensive intercorse tra India e Pakistan. Nuova Delhi vuole infatti dotarsi di sistemi di allarme precoce (imitata da Islamabad) e sviluppa progetti di difesa antimissile. Ma i brevissimi tempi di volo dei missili tra i due paesi confinanti restringe talmente i tempi di valutazione di un allarme e di reazione da ingigantire i rischi di falsi allarmi e reazioni nucleari per errore. Il Pakistan non è in grado di competere a questo livello, e può essere spinto ad incrementare la propria forza nucleare e le capacità missilistiche, alimentando la corsa agli armamenti: l’inizio del 2007 ha visto infatti l’intensificarsi dei test missilistici da entrambe le parti. Anche la Cina si sente minacciata, e potrebbe rispondere alle difese antimissile dell’India aumentando lo stato di allerta dei suoi missili, cercando contromisure tecnologiche, aumentando il numero di testate rivolte all’India, o sviluppando proprie difese antimissile. Questa spirale destabilizzante si estende minacciosamente all’Estremo Oriente. Il Giappone progetta di schierare uno scudo a due strati che combina sistemi basati a terra e in mare, diventando il secondo paese al mondo dopo gli Usa. Nel marzo scorso Tokyo ha schierato il primo sistema antimissile autonomo, costituito da due batterie di missili Patriot Pac-3 terra-aria importate dagli Usa. Anche la Corea del Sud ha annunciato l’intenzione di sviluppare un missile intercettatore terra-aria a medio raggio per distruggere i missili balistici della Corea del Nord. Agli effetti destabilizzanti della diffusione dei sistemi di difesa antimissile si aggiunge un ulteriore fattore di estrema gravità: l’introduzione di armi basate nello spazio esterno, con sistemi d’attacco completamente nuovi. Gli Stati Uniti rifiutano di considerare le ripetute proposte per l’introduzione di un trattato che vieti la militarizzazione dello spazio, rivendicando il diritto di sviluppare e schierare tali armi, e negando invece agli avversari, se necessario, l’uso di capacità spaziali ostili ai propri interessi nazionali. L’Amministrazione Bush ha dichiarato chiaramente la volontà di espandere le capacità militari nello spazio e di mantenere un ruolo dominante, investendo miliardi di dollari, per acquisire capacità offensive superiori. Secondo il Generale Cartwright, comandante dello Strategic Command, «lo scopo di sviluppare armi nello spazio è di consentire alla nazione di sferrare un attacco ‘molto rapidamente’». Il 31 agosto 2006 Bush ha firmato la U.S. National Space Policy, che sostituisce il precedente piano di Clinton del 1996 e ne accentua i toni minacciosi e preoccupanti, formulando una strategia di superiorità militare e di dominio. Gli Stati Uniti stanno quindi schierando uno sproporzionato sistema offensivo per poter colpire con estrema rapidità e precisione qualsiasi punto del pianeta. L’insieme di questi progetti costituisce una “ricetta per il disastro”. Non si deve nutrire nessuna illusione che una futura amministrazione democratica a Washington invertirà la tendenza: i segnali sono già stati chiarissimi, il mantenimento della supremazia mondiale e il controllo delle risorse del pianeta è un obiettivo di tutta la classe dominante degli Stati Uniti, senza eccezione. Dietro questi progetti vi sono colossali interessi economici del complesso militare-industriale, a cui il Presidente e i rappresentanti eletti (con uno dei sistemi elettorali meno democratici del mondo) si inchinano. Per evitare la catastrofe il primo passo è l’eliminazione totale di tutti gli armamenti nucleari. Non occorre inventarsi nulla, è tutto sancito e regolato da quasi mezzo secolo dal Tnp, da accordi e sentenze che ne sono seguiti: nessun altro sistema d’arma è regolato, e vietato, da un sistema di norme internazionali così preciso. Noi dobbiamo in primo luogo esigere l’eliminazione delle testate nucleari sul nostro territorio, vietare il transito nelle acque territoriali e la sosta dei sommergibili con armi nucleari (uno solo di essi ha una potenza esplosiva superiore a tutte le bombe usate nella seconda guerra mondiale!), impedire che l’Italia entri in altre avventure militari e ottenere che sviluppi un’attiva politica di pace. Ma solo la diffusione della più ampia consapevolezza e volontà, e lo sviluppo di una vera coscienza politica europea, consentiranno di perseguire questi obiettivi.