Verso una democrazia autoritaria?

*Docente Università di Urbino

Riflettendo in un articolo per il “manifesto” sulla natura del governo Berlusconi, la scorsa estate Alberto Asor Rosa ha scritto parole provocatorie che non hanno mancato di suscitare polemiche anche a sinistra. «Il terzo Governo Berlusconi», diceva, rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d’Italia dall’Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo». Proseguendo, Asor Rosa spiegava che «il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo di sostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario». E’ stato ovviamente un tentativo reazionario e da respingere su tutta la linea, ma ad esso, spiega, non mancavano né «la radicalità» né «le buone intenzioni» e dunque manifestava tutto sommato una sua propositività e un suo vigore politico. Al contrario, il berlusconismo è «il prodotto finale e consequenziale di una lunga decadenza, quella del sistema liberaldemocratico, cui nessuno per trent’anni ha saputo offrire uno sbocco politico-istituzionale in positivo» e va dunque inteso come un fenomeno di mera degenerazione e corruzione politica, sintomo «dell’incapacità dimostrata nella politica in questo paese di rappresentare gli “interessi generali” e non quelli, inevitabilmente affaristici, anche quando non personalmente lucrativi, di piccoli gruppi autoreferenziali». Asor Rosa riempiva di contenuto la sua analisi, di fendendosi preventivamente da ogni accusa di moralismo astratto e denunciando semmai questa «corruzione» come «la degenerazione del sistema dentro cui il gioco politico, sempre più solo formalmente, continua a svilupparsi ». Egli citava soprattutto «il malcelato disprezzo della Carta costituzionale », «l’evidente estraneità alle “forme” (cioè alla “sostanza”) della democrazia», «la denegazione crescente della separazione dei poteri », «l’incapacità dei politici – tutti – di sottrarsi al gioco mortale della pura autoriproduzione», «la tendenza in atto a sottomettere tutto a un potere unico». Infine, anche «la pulsione…a connotare in senso sempre più ferocemente classista i valori cosiddetti condivisi della morale pubblica e le scelte di politica economica». Ritornando sull’argomento alcuni mesi dopo e rispondendo sempre su “il manifesto” ai numerosi critici, Asor Rosa chiariva che il suo malinteso giudizio non era formulato dal punto di vista di classe (che ormai non gli appartiene) ma esclusivamente da quello «dell’Italia come nazione» e cioè nella prospettiva di un’identità nazionale che viene giudicata «in fase di dissoluzione». Sia per quanto riguarda «il senso dell’unità » nazionale che per «il rapporto del cittadino con le istituzioni » e la «distinzione tra pubblico e privato», sia infine per «il rapporto del presente con la tradizione italiana (e cioè il senso dell’identità e dell’appartenenza nazionali)», il berlusconismo, ribadisce, «è peggio del fascismo, o per lo meno si sforza tenacemente di esserlo». Al di là della provocazione intellettuale, Asor Rosa non è stato il primo e non sarà nemmeno l’ultimo a sollevare una questione che è invece correntemente dibattuta nella sinistra italiana uscita a pezzi dopo le elezioni dello scorso aprile. Siamo all’inizio di un regime antidemocratico e parafascista che finirà per conculcare le libertà costituzionali? Che tale regime sia meglio o peggio del fascismo in quanto tale è questione secondaria in questo dibattito: in ogni caso, il timore di una deriva illiberale emerge palesemente dagli interventi dei politici e degli intellettuali di sinistra. Tanto più che la contingenza storica sembra offrire il pretesto per un confronto molto stringente e circostanziato. Da più parti, infatti, si è fatta strada l’esigenza di una comparazione tra l’attuale situazione italiana (e per certi aspetti europea) e gli anni della crisi di Weimar. Si tratta di un paragone che nel nostro paese è stato a più riprese utilizzato – per lo più a sproposito – anche in altri contesti di crisi molto meno acuta. Ciò che accade ancora in questi giorni sembra renderlo però particolarmente efficace e calzante. Da un lato, una catena di crolli economici di enorme portata che pare riportarci all’epoca della crisi del 1929. Come in quegli anni, la crisi nasce negli Stati Uniti e nasce nei mercati finanziari diffondendosi oggi più rapidamente grazie agli elevati livelli di globalizzazione del sistema. Dall’altro, una risposta della politica tutta sbilanciata a destra, con il ritorno di parole d’ordine quali «Dio, patria e famiglia» (Tremonti), di una concezione dirigistica del rapporto tra politica ed economia, di pulsioni protezionistiche e pseudoautarchiche. Accanto a ciò, l’esasperazione a mezzo stampa della percezione dell’insicurezza pubblica, con conseguente esaltazione della «tolleranza zero» nei confronti di ciò che è giudicato deviante e con il ritorno al mito del «legge e ordine» per infondere rassicurazione e per coprire in tal modo le contraddizioni di una questione sociale sempre più urgente. Infine, una pressoché totale cancellazione dell’opposizione, con la sinistra messa ai margini della vita politica e un consenso che sembra enorme, grazie anche alle manipolazioni di un sistema dei media controllato in maniera monopolistica. Non si tratta di considerazioni svolte soltanto dalla sinistra “radicale”. Anche autorevoli opinionisti liberali come Francesco Gavazzi e Piero Ostellino, pur con tutte le cautele del caso, nei giorni scorsi hanno fatto sentire la loro preoccupazione di fronte alla svolta “statalista” che sembra annunciarsi in seguito all’esplosione della bolla finanziaria, invitando i governi occidentali a evitare crisi di panico e a salvaguardare le regole liberali del mercato contro il moloch dell’intervento pubblico. Persino il segretario del PD Walter Veltroni, come risvegliatosi improvvisamente da un sonno politico comatoso, dà mostra di cavalcare questi timori. Pur non avventurandosi in un’analogia tra berlusconismo e fascismo, Veltroni teme che siano in atto degli impercettibili «slittamenti» che rischiano di farci precipitare verso un sistema politico di tipo nuovo e dai tratti marcatamente «autoritari». Dichiarandosi strenuamente a favore di un sistema anglosassone, denuncia la mancanza di rispetto dell’esecutivo nei confronti del «leader dell’opposizione» ma anche lo scarso sostegno verso le imprese. Viene messa sotto accusa soprattutto la prassi corrente di un governo che in nome del “decisionismo” sceglie di operare attraverso la decretazione d’urgenza. E ancora una volta torna alla mente il paragone con quella «dittatura semiparlamentare delle ordinanze» che a partire dal governo Brüning ha segnato l’ultima fase della tormentata parabola politica di Weimar prima che quella democrazia soccombesse sotto i colpi della guerra civile scatenata dal nazismo. Va certamente messa in conto la natura provocatoria e a volte solo propagandistica di queste riflessioni. Non si tratta nemmeno di sottovalutare la portata della crisi in corso, nelle sue dimensioni politiche, economiche e sociali, o di minimizzare la pericolosità del governo Berlusconi. Crediamo tuttavia che proprio al fine di comprendere con rigore questa crisi e le sue possibili drammatiche conseguenze non bisogna lasciarsi sedurre dalle sirene delle facili analogie storiche. La crisi c’è ma va compresa nella sua concretezza e attualità. In questo senso, il paragone suggerito (per respingerlo) da Asor Rosa e ripreso nelle maniere più diverse anche da altri non ci sembra affatto calzante e non può che fuorviare l’analisi, tanto più che, come vedremo, finisce per rovesciarsi in un’indiretta difesa del liberalismo che ci costringe a scambiare il male con il rimedio. Ben altri ci sembrano gli spunti positivi da trarre da questo dibattito. Il fascismo è stato un fenomeno storicamente determinato che rispondeva a precise ragioni politiche e sociali. Già alla vigilia della Prima guerra mondiale, tutte le classi dirigenti europee – quell’alleanza composita che alcuni storici hanno definito come «blocco aristocratico-borghese », «Ancien Régime», o «alleanza liberalconservatrice» – si trovano di fronte a due generi di problemi. Anzitutto, la società di massa in via di consolidamento, che fa a pezzi le gerarchie di status della vecchia Europa ed è sospinta da un impetuoso processo di industrializzazione e dalla concomitante pressione delle classi subalterne, che pretendono adesso pieno accesso alla vita politica a partire dal riconoscimento dei propri sindacati e del diritto di voto. Dall’altro la crisi dell’ordinamento eurocentrico della terra, minacciato sia dall’emergere di nuovi Grandi Spazi planetari, primi tra tutti gli USA, sia dall’avvio del processo di decolonizzazione. Questi problemi sono all’origine della Prima guerra mondiale e rimangono irrisolti – e semmai amplificati dal reducismo, dal revanscismo e dal mito della vittoria mutilata – in quella temperie culturale e sociale che dà via agli “esperimenti” nazifascisti. Il discorso è complesso ma si può dire che il fascismo sia anzitutto il tentativo di una «rivoluzione conservatrice » che, attraverso una modernizzazione anche avanzata delle forme politiche, capace di integrare e organizzare le masse sul modello dell’irreggimentazione bellica, riaf- fermi integralmente il potere politico- sociale delle classi dirigenti e impedisca quella reale redistribuzione delle quote di potere e di ricchezza che l’avanzata delle classi subalterne rendeva realistica. Una vera e propria offensiva politica, dunque, che rendeva pleonastica anche quella sorta di «rivoluzione dall’alto» che altri settori più progressisti delle classi dirigenti europee stavano prendendo in considerazione pur di non perdere completamente il loro potere. Uno dei presupposti del fascismo è dunque anche il movimento di ascesa e accumulazione di forze del proletariato, che in quegli anni in Italia e in Europa sembrava inarrestabile e che aveva già portato alla vittoria dei bolscevichi in Russia. Nulla di tutto questo accade oggi: le classi subalterne sono impegnate da oltre 30 anni in una fase di ritirata ed escono da una sconfitta di sistema che le rende praticamente inoffensive. Sotto quest’aspetto, le classi dominanti non hanno oggi alcun bisogno del fascismo. Allo stesso modo, anche il contesto internazionale odierno falsifica l’analogia. Certamente ci sono segnali molto interessanti di sganciamento dall’egemonismo americano in alcune aree del globo, come l’America Latina e soprattutto la Cina. Si tratta però di fenomeni che non sono ancora in grado di minacciare seriamente né l’imperialismo americano né i tentativi di alcune potenze europee di lucrare rendite subimperiali negli interstizi del potere di Washington e di sopperire in tal modo al loro status di semicolonie. Per capirci, nonostante la sua impetuosa crescita, il PIL della Cina è ancora paragonabile a quello della sola California. Nulla perciò consente di pensare oggi a qualcosa di analogo al processo di decolonizzazione: al contrario, come dimostrano le guerre americane dell’ultimo ventennio, siamo nel pieno di una fase di ricolonizzazione del mondo extraoccidentale. Anche sotto quest’aspetto il fascismo non è necessario e basta e avanza la NATO. Sgombrato il campo dagli equivoci, occorre una precisazione. Tu t t o questo significa che non c’è da spaventarsi e che le cose, tutto sommato, vanno bene? Per niente. Il fatto che la crisi attuale non si configuri come una crisi globale di sistema (tema che richiederebbe a sua volta una lunga discussione) e che non si possa a rigore parlare di fascismo non significa che la situazione non sia drammatica e che non siano presenti pericoli anche molto seri. L’assenza di una spinta delle classi subalterne non significa che non sia oggi in atto un conflitto di classe crudele, che si riflette pesantemente anche sulla sfera politica: tutt’altro. L’assenza di processi di decolonizzazione in grado di mettere sin da subito in discussione l’unipolarismo statunitense non impedisce il diffondersi del mito dello «scontro di civiltà» e non toglie che siamo di fronte a crescenti fenomeni di discriminazione e ad una recrudescenza del razzismo, soprattutto nei confronti del mondo arabo. Il primo fenomeno va però visto come la registrazione dello stato del conflitto di classe nella fase attuale e ci segnala il fatto che questo conflitto è praticato oggi in maniera offensiva solo da parte dei ceti dominanti. In questo senso, anche il risultato elettorale di aprile non era del tutto imprevedibile: esso traduce sul piano politico ciò che sul piano dei rapporti di forza sociali era già avvenuto da tempo, sincronizzando la sfera della rappresentanza alla realtà dei crudi fatti inscritti nei rapporti di produzione. Il secondo fenomeno, poi, va collocato in un contesto altrettanto ampio. Tutti abbiamo studiato a scuola le «invasioni barbariche». Ebbene, quello stesso periodo storico nei manuali scolastici del nord Europa viene definito come l’epoca delle «migrazioni dei popoli». Bene, se ci può essere un’analogia è proprio questa: oggi ci troviamo nel vivo di un grandioso processo di trasferimento di popolazioni paragonabile a quanto avvenne in quel periodo. Di fronte a questo processo, che cade in una fase complessivamente recessiva, l’Occidente si chiude a difesa della propria ricchezza per evitare ogni redistribuzione del reddito. Mentre approfitta delle migrazioni per introdurre nuove forme di lavoro servile, trasferendo al proprio interno pezzi della divisione internazionale del lavoro, si arma contro l’invasione dei barbari, soprattutto quella di matrice islamica. La cosa drammatica è che chi più è investito dalle dinamiche perverse di questo processo sono proprio le classi subalterne, impoverite ma anche deprivate in questo momento di forme di coscienza adeguate, con il rischio reale di scatenare una guerra tra poveri di dimensioni epocali. E’ questo processo, più di ogni altro, che alimenta il vento di destra che soffia oggi in Europa. Bisognerebbe poi discutere a lungo, a proposito di quelle «mutazioni antropologiche» di cui tanto si parla e che secondo alcuni interpreti renderebbero ormai obsoleto il conflitto di classe, di quelle trasformazioni culturali legate all’individualismo postmodernista e delle responsabilità che nella loro diffusione ha accumulato quella parte della sinistra che – almeno a partire dal ’68 – si ritiene più raffinata e aperta al “nuovo”. Effettivamente la fase in corso porta con sé trasformazioni repentine che rischiano di far perdere la bussola e sulle quali la riflessione è urgente ma è appena cominciata. Certamente può sorprendere il fatto che gran parte di quegli intellet- tuali e di quegli esponenti politici che si dicevano liberisti e strenui difensori del mercato fino a poco fa si siano improvvisamente convertiti alle virtù dell’intervento statale. Questo tipo di intervento è quantomeno sospetto, visto che non si dirige affatto a tutela delle classi subalterne ma serve semmai a garantire chi è già ricco e potente, salvaguardando i profitti privati e socializzando le perdite. Ciò deve farci riflettere sulla natura dello Stato e dell’intervento statale . Soprattutto i marxisti devono capire che cose come lo Stato e i suoi interventi non vanno valutati astrattamente ma sempre nel contesto della situazione concreta. Intervento dello Stato è oggi per noi soprattutto il welfare socialdemocratico che ha riempito di contenuti il compromesso fordista- keynesiano dopo la Seconda guerra mondiale. In questo senso, un notevole ritardo è stato accumulato dalla sinistra e dai marxisti, che spesso ancora oggi considerano lo Stato moderno come un semplice «comitato d’affari» della borghesia. In realtà, ai nostri giorni Stato significa anzitutto statuto dei lavoratori, significa leggi che tutelano i più deboli, regole imposte all’anarchia del mercato. Ma non sempre e non necessariamente è così. Intervento statale, ad esempio, è anche il warfare ripetutamente messo in atto per stimolare l’economia mentre si conquistavano nuovi territori. Per certi aspetti, la forma primigenia dell’intervento statale sono le leggi sui poveri e contro l’accattonaggio con cui la Corona inglese favoriva l’esodo dalle campagne verso le fabbriche metropolitane per tutta la prima fase del capitalismo. Anche il non intervento, del resto, è al limite una forma di intervento al rovescio! Insomma, il ruolo dello Stato e del suo intervento va sempre collocato nel contesto dei rapporti di forza del conflitto politico-sociale in atto. Quando le classi subalterne sono forti e in ascesa riescono a condizionare lo Stato e a farne, seppur indirettamente, un proprio strumento di tutela e garanzia. Quando invece, come avviene oggi, sono ad un punto molto basso della loro forza relativa, ecco che l’intervento statale si rovescia dialetticamente nel proprio opposto: l’intervento in difesa dei ceti più forti da parte di uno Stato che da questi ceti è stato in gran parte rioccupato. Quanto accade oggi non dev’essere però l’occasione per retrocedere a concezioni volgari dello Stato o per rispolverare teorie mutualistiche e anarcoidi ma semmai per precisarne meglio la natura e per porsi in maniera rinnovata l’obiettivo politico della sua riconquista. Torna la questione del conflitto di classe, dunque, e della sconfitta che i ceti popolari e le loro organizzazioni e rappresentanze hanno subito agli inizi di questa difficile fase. Una questione evidente, ad esempio, anche nel comportamento del PD. Fa ridere che oggi a difendere strenuamente le regole del mercato e a denunciare lo statalismo siano proprio gli eredi dell’ex PCI. E che lo facciano non in quanto questo intervento si presenta come antipopolare ma perché esso lede i sacri principi del liberalismo! Questo dimostra quanto questi ceti politici abbiano introiettato l’ideologia neoliberale dalla quale sono stati a suo tempo sconfitti. E quanto povero sia ormai il loro strumentario concettuale e analitico, tanto povero da renderli incapaci di accorgersi di quelle trasformazioni nella sfera politica che sono il portato dei riaggiustamenti nel conflitto politico-sociale. La debacle culturale del PD, che fa oggi la guardia al bidone del liberismo, è però palese anche per un altro aspetto. Abbiamo visto Veltroni lamentarsi del rischio di una deriva autoritaria. Chi ha memoria – e in questo caso non è passato troppo tempo – ricorda però benissimo che proprio il PDS e poi i DS sono stati i principali responsabili del più grave colpo inferto alla democrazia moderna nel nostro paese, e cioè lo smantellamento del sistema elettorale proporzionale. Proprio in nome dell’efficienza e del decisionismo, della necessità di effettuare scelte nel contesto di una società in mutamento sempre più repentino, il PDS si è fatto promotore di una serie di scelte che hanno già da diversi anni mutato la natura delle nostre istituzioni. Di fronte a questa responsabilità, è persino inutile soffermarsi sulla sostanziale contiguità di una serie di progetti tra PD e PDL, basti pensare alle idee sul riordino della scuola pubblica e dell’Università proposte da una serie di fondazioni ed enti di ricerca vicini al partito di Veltroni, oppure della deriva securitaria di molte amministrazioni di centrosinistra. Quel che più conta sono i colpi mortali inferti alla Costituzione da parte degli eredi di quel partito, il PCI, che aveva contribuito in maniera sostanziale a scrivere la Costituzione. Come si vede, i problemi sul tappeto sono molti e di grande portata. Più che di fascismo, però, è di altro che si deve parlare ed è in questo senso che le parole di Asor Rosa sono interessanti. A guardar bene, egli evoca lo spettro del fascismo non per dire che Berlusconi è il nuovo fascismo ma per dire che non lo è, che ciò che ci si prospetta è altro dal fascismo ed è persino peggio. Non crediamo che questa gerarchia si possa misurare in riferimento al concetto di identità nazionale. Continuiamo a considerare il nazionalismo come un fenomeno progressivo legato alla questione dell’indipendenza nazionale; un fenomeno che va distinto da quel- l’atteggiamento aggressivo che si inscrive semmai nell’ambito dell’imperialismo. Nonostante la retorica, il fascismo fu un fenomeno profondamente antinazionale, come ha messo in evidenza Gramsci di fronte al tribunale fascista. Non sappiamo perciò quanto queste considerazioni dialoghino effettivamente con il pensiero di Asor Rosa ma per noi le sue parole sono uno stimolo nel senso che ci costringono a riflettere su altro e cioè sulla democrazia e sul liberalismo. Non di fascismo incipiente infatti si tratta, a nostro avviso, e nemmeno di «degenerazione» o «corruzione», ma del funzionamento tendenzialmente “normale” del liberalismo e della democrazia borghese in una fase in cui i rapporti di forza sono sfacciatamente favorevoli alle classi dominanti. Liberalismo e democrazia, dunque. Nel tono dell’intervento di Asor Rosa, questi termini sembrano al limite identificarsi. Anzitutto, egli contrappone il «sistema liberale» al «sistema totalitario». Fa così propria una categoria, quella di totalitarismo, che è il frutto ideologico più potente della Guerra fredda sin dalla dottrina Truman e che, contrapponendo a un’idea astratta di democrazia liberale tutte le forme che l’hanno storicamente contrastata, tanto il fascismo quanto il comunismo, identifica tra loro queste forme politiche opposte e rimuove proprio le responsabilità dei regimi liberali nell’ascesa del fascismo. Di fronte alla crisi attuale della liberaldemocrazia, dice Asor Rosa, il fascismo totalitario non è una risposta corretta. Ma ancora peggio del fascismo è a suo avviso questa deriva di putrefazione nella quale il sistema italiano sembra incamminarsi. A parte la coazione a ripetere fuori contesto formule stantie e sbagliate del movimento operaio (l’idea di una “putrescenza” della borghesia), è questa la sua prospettiva: la democrazia liberale va salvata dalla propria degenerazione. Pur lamentando la decadenza della liberaldemocrazia, egli non vuole «buttare a mare per intero il sistema»: Asor Rosa rigetta ogni prospettiva comunista «che non porta da nessuna parte» e, accettando sostanzialmente l’ordine delle cose esistente, propone semmai una «forma molto radicale di riformismo » che rigeneri la democrazia liberale stessa dalla sua attuale «corruzione ». Insomma, tocca alla sinistra salvare la liberaldemocrazia dai finti liberali, sembra dire. A noi pare che questo pregiudizio vada messo in discussione e che sia giunto il momento di chiederci: cos’è la democrazia moderna? Coincide essa con la sua visione liberale? Cos’è veramente il liberalismo? Al di là delle definizioni formali, intendiamo oggi per democrazia, per democrazia compiuta e concretamente vissuta, un sistema politico, economico e sociale complesso che non comprende soltanto le regole formali del gioco della rappresentanza e della distribuzione-separazione dei poteri, che pure sono importantissime. Democrazia in senso pieno è democrazia integrale, nel senso che essa comporta anche la partecipazione autonoma di tutti i gruppi e le classi sociali alla vita politica di un paese. E che implica anche quei diritti economici e sociali che di tale partecipazione sono il presupposto. Alla base della democrazia moderna c’è un grande compromesso, o più compromessi, che sono resi possibili da un equilibrio sostanziale dei rapporti di forza nel conflitto di classe. La democrazia moderna è sorta dopo la Seconda guerra mondiale quando la forza relativa delle classi subalterne, assieme alla concomitante presenza di un sistema politico alternativo a quello capitalistico, ha consentito a tali classi di imporre i propri diritti, di conquistarli anche con la forza strappandoli al vecchio ordine. La democrazia è dunque qualcosa che ha molto a che fare con il conflitto sociale e con il conflitto di classe in particolare: si può dire anzi che tale conflitto ne sia addirittura costitutivo. Quando nell’ambito di questo conflitto le forze in gioco tornano ad essere particolarmente squilibrate, le classi dominanti, che hanno conseguito una brillante vittoria, si riprendono con gli interessi ciò che avevano dovuto cedere nel corso di oltre 100 anni di lotta di classe. Poiché possono permetterselo, tornano con ciò sulle posizioni antecedenti al compromesso che ha dato vita all’età dell’oro del capitalismo e plasmano le istituzioni secondo i propri interessi particolari, ridefinendo drasticamente la democrazia e violentandone in maniera consona ai propri interessi anche gli aspetti più formali e proceduralistici. I fenomeni di «corruzione» che denuncia Asor Rosa non sono dunque espressione di una semplice «degenerazione » del sistema ma sono la conseguenza del fatto che sul piano dei rapporti di forza sociali è venuto meno il conflitto. O meglio, che – come dicevamo prima – questo conflitto è operato ora offensivamente da una parte sola, quella delle classi dominanti. Si è così rotto quell’equilibrio che dava senso e sostanza anche agli aspetti formali della democrazia. Quell’equilibrio senza il quale non è che la democrazia “degeneri”: essa semplicemente non è più tale. Non è certo questa forma politica nella quale attualmente viviamo, e che non si sta sviluppando soltanto in Italia ma che semmai tende ad assimilare l’Italia e le altre nazioni europee ai paesi anglosassoni, infatti, la democrazia che abbiamo in parte conosciuto e che abbiamo contribuito a costruire dopo la guerra di Liberazione. Sotto questo aspetto, si può dire che la democrazia moderna sia stata sinora una breve parentesi nella storia dell’umanità, una parentesi che ha coinciso con l’accumulazione di una forza relativamente alta da parte delle classi subalterne e di un’altrettanto alta capacità di conflitto. Nel momento in cui queste classi sono state sconfitte e frantumate e sono divenute incapaci di far valere i propri interessi (sono proprio questi, in realtà, quegli «interessi generali» di cui parla Asor Rosa), essa, intesa come democrazia moderna, come democrazia integrale, è già finita. Come tutti i fenomeni umani, essa è stata un fenomeno storico che ha avuto un inizio ma anche una fine. La democrazia è un paradosso: nata per formalizzare il conflitto e limitarlo, essa senza conflitto muore. Bisogna certamente auspicarne una ricostruzione ma non è guardando al liberalismo che questo può avvenire. Semmai, proprio al contrario, guardando al conflitto di classe e a quella progettualità politica, il comunismo, che ne rappresenta la teoria scientificamente più rigorosa e l’organizzazione politicamente più efficace. Poco c’entra infatti con la democrazia il liberalismo inteso in senso stretto. Sotto quest’aspetto, la sinistra dimostra di essere totalmente succube dell’ideologia del proprio avversario perché ne ha accettato senza obiezioni il linguaggio e le definizioni e ha finito anche per far propria ogni sorta di leggenda autoapologetica liberale. Il liberalismo come teoria politica fondativa della libertà individuale, della rappresentanza integrale, del suffragio universale, in una parola della democrazia moderna? In realtà, il liberalismo europeo si è opposto con ogni mezzo, a partire dalla fine del ‘700, ad ogni spinta in direzione del suffragio universale, sostenendo invece una rigida restrizione censitaria del diritto di voto e proponendo tutta una serie di escamotage per manipolare le consultazioni elettorali (dal voto plurale ai requisiti di alfabetizzazione alle elezioni a più gradi). Dopo il 1848, inoltre, il liberalismo si allea progressivamente al conservatorismo aristocratico rinunciando alle proposte più avanzate di riforma e dando vita a quel blocco Ancien Régime che, come abbiamo visto, costituisce la classe dominante europea ancora alla vigilia della Prima guerra mondiale. Solo sotto la pressione conflittuale del movimento socialista il liberalismo pian piano si spacca e – almeno in quella sua parte più avanzata che si dispone alla prospettiva di una rivoluzione dall’alto che apra i sistemi politici europei – finisce per assumere quella configurazione “liberaldemocratica” sotto la cui veste oggi noi lo conosciamo. Il liberalismo come oggi viene percepito è dunque esso stesso in gran parte debitore della tradizione radicale e socialista! Ma prima di diventare quel che fino a qualche tempo fa è stato e che già oggi non è più, il liberalismo ha sapute riservare anche altre sorprese, dimostrando di avere grandi risorse di adattamento e di saperle utilizzare alla bisogna. Il suo riallineamento conservatore a metà del XIX secolo è accompagnato ed intrecciato, infatti, da un esperimento che ancora oggi è stato ben poco compreso. I suoi settori politicamente più avvertiti si rendono presto conto dell’inesorabilità dell’avanzata delle masse e capiscono che, piuttosto che cercare di arrestarla, potrebbe essere più saggio ed efficace sfruttarne in qualche modo l’energia di mobilitazione. Nasce la forma politica del bonapartismo, nella quale un leader carismatico capace di gestire la psicologia dele folle si pone in rapporto diretto con le masse e si fa rappresentante della nazione “al di sopra delle parti” e delle lotte egoistiche di partito. Perseguitando i partiti socialisti e i sindacati, imponendo leggi elettorali di tipo uninominale, assicurandosi il monopolio dei mezzi di comunicazione, egli riesce a decapitare le classi popolari togliendo loro ogni autonomia politica e può perciò guardare al suffragio universale come arma di conservazione del potere, avendone disinnescato ogni potenzialità eversiva. Eletto plebiscitariamente, egli concentra nelle sue mani una forza politica senza precedenti, ben maggiore di quella del vecchio sovrano assoluto, e ne approfitta sbilanciando l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo e restringendo al minimo gli spazi del parlamentarismo. In situazioni di emergenza, poi, egli affronta lo stato d’eccezione come una sorta di dittatore, secondo una teoria che nel liberalismo è ben presente già a partire da Locke. Agitandoli in chiave aggressiva e imperialistica, poi, egli distorce i miti nazionali e riesce ad affascinare le masse nazionalizzandole. Il mito del posto al sole, dell’avventura coloniale e persino della razza viene così presentato come risoluzione della questione sociale e il conflitto di classe viene sterilizzato tramite esternalizzazione. Molto ha a che fare la debacle delle socialdemocrazie nel 1914 con questa forma di regime politico, che in Europa è sperimentata da figure come Napoleone III, Bismarck e Disraeli ma che trova negli Stati Uniti il suo modello più compiuto di applicazione. E’ il modello di una “democrazia autoritaria”, alla quale il fascismo si ispirerà, ma che non riuscirà mai ad eguagliare perché rimarrà sempre impigliato nelle forme di un bonapartismo di guerra incapace di uscire dallo stato d’eccezione e di dar vita ad un regime politico “normale” (rimando per tutto ciò ad un libro di Domenico Losurdo che tutti i cittadini democratici dovrebbero conoscere: Democrazia o bonapart i s m o . Trionfo e decadenza del suffragio uni – versale, Bollati Boringhieri, 1993). Il liberalismo democratico successivo alla Seconda guerra mondiale, quello che conosciamo e che anche Friedrich von Hayek o James Burnham denunciavano come una forma di criptosocialismo, è certamente molto diverso dal bonapartismo. E però, quando i rapporti di forza glielo consentono, esso è capace di operare una profonda revisione e torna a guardare sia al bonapartismo, sia allo stesso protoliberalismo delle origini, così feroce nei confronti dei ceti popolari. Più che al fascismo in quanto tale, è a questo – oltre che alle responsabilità politiche e culturali della sinistra – che dobbiamo far riferimento, per comprendere ciò che sta accadendo adesso sotto i nostri occhi. E tutto ciò che accade ci dice che, in ogni caso, è solo attraverso il conflitto che la democrazia e persino lo stesso liberalismo democratico possono essere salvati.