Verso il PSI?

Dopo la pesante sconfitta del 13 maggio (il 16,6% è poco più del PSI di Bettino Craxi) si è aperto nei DS un aspro scontro interno, segno della crisi profonda, politica e strategica, in cui versa da anni il principale partito sorto sullo scioglimento del PCI. Tuttavia lo scontro interno, per quanto aspro e attraversato da esasperazioni personalistiche, appare avviato su una strada che non conduce né ad una sorta di crollo finale dei DS, né verso una scissione da sinistra, come alcuni commentatori avevano previsto ed altri avevano desiderato. Anzi, il partito dei DS, sia pure in una crisi strategica profonda, sembra stabilizzarsi – qualunque mozione congressuale prevalga – su di una identità più chiaramente interna a quella riformista, socialista e socialdemocratica europea – a scapito dell’ipotesi del partito democratico che le è stata contrapposta in questi dieci anni di post-bolognina. L’oscillazione e la dialettica fra queste due identità – partito democratico e partito socialdemocratico – appaiono definitivamente superate a favore di quest’ultima. Il congresso, più razionalmente e in sintonia con la dialettica interna agli altri partiti socialisti europei, discuterà nella sostanza se i DS debbano collocarsi su una posizione maggiormente vicina alla socialdemocrazia più “di destra” e liberale (mozioni Fassino e Morando) o alla socialdemocrazia più “di sinistra” e sociale (mozione Berlinguer). Inoltre, la novità della presentazione di una mozione di centro-sinistra così ampia, che va dalla vecchia sinistra interna fino a Folena, passando per Salvi, Bassolino e Cofferati, con la ciliegina sulla torta di una candidatura autorevole come quella di Giovanni Berliguer, anche se col congresso non diventasse maggioranza ma solo una consistente minoranza, è una prospettiva invitante per settori di ceto politico di sinistra, interni ed esterni ai DS1, e spegne le illusioni di quanti nella sinistra di alternativa puntavano su di una scissione da sinistra dei DS per costruire assieme a questa e a Rifondazione Comunista un nuovo soggetto politico di sinistra, una nuova “cosa” non comunista. Ciò non significa una indifferenza rispetto alle posizioni che si confrontano nei DS, anzi tutto il contrario, perché non è indifferente per l’intera sinistra e il movimento operaio se la posizione dei DS che verrà fuori dal congresso somiglierà di più a quella di Blair o a quella di Jospin. È bene pertanto non farsi trascinare dagli aspri scontri personali in corso nei DS e vedere le differenze politiche principali che esistono fra la mozione Fassino e quella Berlinguer.
Le cause della sconfitta

Innanzitutto c’è una differenza di fondo che emerge dall’analisi delle cause della sconfitta elettorale. Mentre per la mozione Fassino i DS hanno perso per un “deficit di cultura riformista”, per la mozione Berlinguer la ragione principale sta in “un deficit di sinistra”. Il leit motiv di tutta la mozione Fassino è il deficit di cultura riformista, dove per “riformismo” si intende non il riformismo storico che, per quanto contrapposto al movimento comunista e alla trasformazione rivoluzionaria, è stato sempre sinonimo di miglioramento, sia pure graduale, delle condizioni delle masse lavoratrici e popolari. Il riformismo, per Fassino, è il termine che è stato usato nel nostro Paese negli ultimi dieci anni per cambiare in peggio le condizioni delle masse lavoratrici e popolari, dalla cancellazione della scala mobile alla privatizzazione delle aziende pubbliche, alle controriforme dello stato sociale.
Altro argomento che permea tutto il documento di Fassino, che forse pensa di non essere nei DS ma ancora nel PCI degli anni ’80 (perché dice le stesse cose che diceva allora), è la seguente litania: i DS hanno perso per scarsa “cultura di governo” e per eccessiva presenza della vecchia cultura di opposizione. Incredibile ma vero. Testualmente: “Accanto ad una cultura di governo, a una visione moderna della società e delle sfide che si rivolgono al riformismo, hanno continuato a convivere sia una vecchia cultura di ‘opposizione’, sia atteggiamenti radicaleggianti”. Altro vecchio ritornello della mozione Fassino è quello della “modernizzazione” del paese e del “rinnovamento” della sinistra.
Testualmente: “Là dove la sinistra rinnova sé stessa vince, mentre quando crede di ritrovare una identità arroccandosi, perde… Anche in Italia serve una sinistra che non abbia paura del futuro e che alla consolatoria tranquillità della conservazione preferisca il rischio dell’innovazione”. E ancora: “Il messaggio che noi lanciamo al partito è chiaro: non restare sulla difensiva; non proteggersi dai cambiamenti ma guidarli; non illudersi che si possa combattere la destra arroccandosi nelle vecchie certezze… La sinistra ha perso perché troppo spesso ha dato l’impressione più di proteggersi dai cambiamenti, che di volerli guidare”.
Nella direzione esattamente opposta va la mozione Berlinguer: “A nostro avviso discontinuità vuol dire anzitutto superare i seri limiti rispetto all’identità dei DS come forza di sinistra… Molte parti della società italiana, a partire da quelle più deboli, non hanno capito le nostre timidezze nella tutela e nella promozione dei diritti dei lavoratori tradizionali e atipici, nella difesa, nell’ampliamento e nelle riforme dello Stato sociale… Sull’esito del voto hanno pesato anche ragioni ideali e identitarie, incertezze e improvvisati revisionismi sul piano dei valori e dei simboli, del linguaggio. Un appannamento del nostro antifascismo. Un indebolimento del nostro rapporto con il progetto emancipativo contenuto nella prima parte della Costituzione repubblicana”. E ancora: “La carta di identità della sinistra è sembrata spesso ridursi alla bandiera della modernizzazione per la modernizzazione, dell’innovazione per l’innovazione. Così hanno preso corpo la propaganda neoliberista, l’ideologia populista e dai tratti autoritari delle destre, l’anticomunismo senza comunismo”.

Quale opposizione a Berlusconi?

Quali sono i temi per una opposizione al governo Berlusconi nelle due mozioni? Per la mozione Fassino fare l’opposizione alle destre significa: “Prosecuzione dell’azione riformatrice di questi anni nella scuola, nella sanità e nella pubblica amministrazione; impegno, a partire dalla legge finanziaria, per uno sviluppo economico e un rapporto impresa-mercato fondato sull’innovazione e sulla qualità”. Ma non basta proseguire ciò che si è fatto col governo di centro-sinistra. Serve la discontinuità. Ma in che direzione? In peggio e ancora più a destra, come per esempio sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La mozione Fassino sostiene un cambiamento dell’articolo 18 che, testualmente, “migliori l’applicazione delle norme sulla giusta causa con un più ampio ricorso volontario all’arbitrato tra le parti”, cioè qualcosa di molto simile a ciò che propongono Confindustra e governo Berlusconi.
Per la mozione Berlinguer ciò che ci vuole è “un riformismo forte” contrapposto al “riformismo debole”. “Se mai c’è stato un tempo per un riformismo debole e senza anima sociale – afferma la mozione Berlinguer – non è certamente di tutto ciò di cui oggi abbiamo bisogno. Le idee e gli interessi forti della destra vanno contrastati e avversati con idee e interessi altrettanto forti, riconoscibili, credibili… Non limitarsi a parlare di una modernizzazione che ‘si concili’ con le esigenze della solidarietà e della coesione sociale, come se la sfera economica producesse inevitabilmente disparità da risarcire per i più sfortunati… Obiettivo fondamentale della sinistra è la giustizia sociale, cioè un’equa redistribuzione della ricchezza”. Anche qui la differenza è rilevante.

Le privatizzazioni

La mozione Fassino rivendica fino in fondo la politica neoliberista dei governi di centro-sinistra, giungendo a superare finalmente l’equivoco delle “privatizzazioni”, confuse in tutti questi anni dai DS con il termine, più presentabile, di “liberalizzazioni”. “La partecipazione all’euro – afferma la mozione – è stata l’occasione non solo per dare solide basi ad un processo di risanamento finanziario, ma anche per riqualificare gli assetti produttivi e finanziari – con le liberalizzazioni, le privatizzazioni, la modernizzazione del sistema fiscale”. E ancora, più avanti: “È merito delle politiche del centrosinistra aver promosso e favorito un salto di qualità degli assetti produttivi e finanziari dell’economia italiana. Il risanamento dei conti pubblici, l’aggancio all’Euro e la stabilizzazione del cambio, la modernizzazione del sistema fiscale, le politiche di privatizzazione e liberalizzazione”. Fino ad assumere nella mozione i valori capitalistici quando afferma: “I valori dell’impresa – competizione, spirito imprenditoriale, rischio personale, autopromozione, professionalità – sono essenziali per una società avanzata”. Ma non basta. La mozione Fassino ne ha anche per il sindacato, quando suggerisce di “rinnovare contenuti e metodi della concertazione sollecitando ogni parte sociale a misurarsi con i mercati aperti, la globalizzazione e l’individualizzazione del lavoro”; ma il consiglio, come si capisce bene, è rivolto non ad “ogni parte sociale”, bensì alla sola Cgil che – conservatrice ! – stenta a misurarsi con i mercati aperti, la globalizzazione e l’individualizzazione del lavoro.

Sul movimento no-global

Come è ovvio la mozione Fassino non dice nulla contro la globalizzazione capitalistica. Meno ovvio, anzi grave, è che non dica nulla degli avvenimenti di Genova, sia della scesa in campo a sinistra di un nuovo vasto movimento giovanile sia della brutale repressione del governo Berlusconi-Fini-Bossi (pericolosi solo l’ultimo mese di campagna elettorale?). Diverso l’atteggiamento della mozione Berlinguer, che critica “i veri e propri sbandamenti di orientamento politico sulle vicende del G8 e di Genova” che afferma: “Rischiamo di assistere smarriti alle inquietudini profonde che attraversano le coscienze e la società civile di fronte alle drammatiche ingiustizie e alle gravi lacerazioni prodotte dagli attuali processi di omologazione e di globalizzazione… Troppo spesso ha prevalso una rappresentazione edulcorata della globalizzazione e della modernizzazione. Se ne sono vantate le magnifiche e progressive sorti in ordine agli elementi di liberalizzazione e di ampliamento delle opportunità, mentre è calato il silenzio su tutto il resto”. E sulla repressione: “La condotta del governo a Genova durante il G8 ha dimostrato le sue peggiori credenziali di destra. Si è prodotta una grave lesione nella democrazia italiana”. Anche qui la differenza è grande.

I problemi internazionali

Debolissima, anzi quasi inesistente in entrambe le mozioni, è l’analisi dei problemi internazionali, in continuità con il provincialismo e con la caduta di spirito internazionalista degli ultimi decenni della maggioranza della sinistra italiana. Persino l’opposizione al governo Berlusconi è privata della politica estera. Se questo atteggiamento si spiega nella mozione Fassino, il quale ha sostenuto in una lunga intervista all’Unità (dell’8 giugno) che la politica estera dell’Italia va fatta “bipartizan”, si spiega meno nella mozione Berlinguer, che si limita ad affermare: “La fulminea condivisione del progetto di Scudo spaziale del Presidente americano Bush segna una rottura con i principali partners europei, e l’adesione ad una politica che porterà inevitabilmente ad una nuova corsa agli armamenti”. Grave ma significativo è che, fra le varie autocritiche che la mozione Berlinguer avanza, non vi sia neanche un cenno alla immonda guerra contro la Jugoslavia fatta dal governo D’Alema, le cui motivazioni “umanitarie” sono crollate almeno alla luce degli avvenimenti successivi (utilizzo delle bombe a uranio impoverito, pulizia etnica dei serbi del Kossovo, prosecuzione del conflitto in Macedonia).

Dai DS al PSI

La mozione Fassino propone di accogliere “la sollecitazione di Giuliano Amato a mettere a disposizione le energie del principale partito della sinistra italiana, i DS, per costruire una forza socialista plurima nelle radici, ma unita in un solo partito riformista”. Questa affermazione – per chi non l’avesse capito – significa che i DS sono una formazione politica transitoria destinata a fondersi con ciò che rimane del vecchio PSI e a cambiare nome, assumendo definitivamente il nome “socialista”. Questo è il progetto di Giuliano Amato che realizzerebbe così il sogno di Craxi dell’Unità Socialista. Ciò, tuttavia, come dicevamo all’inizio, è un fatto utile quantomeno a dare razionalità alla sinistra diversamente dalla confusione occhettiana e poi veltroniana e dall’impazzimento conseguente per tutta la sinistra e per lo stesso sistema politico italiano che abbiamo vissuto per dieci anni. Inaccettabile è invece ciò che la mozione Fassino sostiene di seguito all’affermazione precedente: “D’altra parte le ragioni che a lungo hanno diviso e contrapposto le diverse anime della sinistra stanno alle nostre spalle. La storica contrapposizione tra movimento comunista e socialdemocrazia è stata risolta dal crollo del Muro di Berlino e dal riconoscimento che l’esperienza del riformismo socialdemocratico è l’unica sinistra che ha vinto le sfide della società contemporanea. Le divisioni politiche che a lungo hanno contrapposto PCI e PSI sono anch’esse consegnate alla storia e oggi gli eredi di questi partiti si riconoscono in comuni valori e idealità, appartengono alle stesse organizzazioni socialiste internazionali, stanno insieme nell’Ulivo”. E conclude: “Nulla giustifica più il permanere a sinistra di più partiti”. È chiaro ? In questa affermazione c’è l’allusione ad altri futuri tentativi (dopo i numerosi falliti in questo decennio) di cancellare il processo di ricostruzione di un partito comunista. È inoltre palesemente non corrispondente alla realtà che gli eredi del PCI e PSI “si riconoscono in comuni valori e idealità, appartengono alle stesse organizzazioni socialiste internazionali, stanno insieme nell’Ulivo”, perché cancella dalla realtà la parte erede del PCI che non è andata nel PDS, cancella dalla storia la scissione e la nascita di Rifondazione Comunista al congresso di Rimini di scioglimento del PCI. La sinistra per la mozione Fassino è solo la sinistra riformista e socialista che si riconosce nell’Internazionale Socialista. E questo è fuori dalla realtà, non solo perché è fuori dalla storia del nostro paese e ma anche perché è in contraddizione con ciò che avviene sia in Europa che nel mondo2.

Un grande assente: il PCI

Se la mozione Fassino tocca, come abbiamo visto, la storia del PCI limitandosi a sostenere in sostanza la tesi del fallimento storico e della vittoria dei socialisti sui comunisti, la mozione Berlinguer su questo punto è reticente, perché non ha il coraggio nemmeno di nominare il PCI o l’esperienza comunista, come ha ben fatto notare Giuseppe Chiarante in un intervento sull’Unità del 23 agosto, dal titolo: “Una grande assente: la questione comunista”. I promotori della mozione Berlinguer, scrive Chiarante, “affermano la volontà di «non rimuovere le radici nazionali e la memoria storica dei socialismi italiani, dei partiti politici che li hanno rappresentati, del movimento operaio… ». È evidente, in questa frase – prosegue Chiarante – la volontà di fare riferimento anche (e forse soprattutto) all’esperienza comunista, che è stata grandissima parte di quei «socialismi italiani» di cui qui si parla. Ma quale strano pudore (anzi, quale mancanza di coraggio) fa si che si eviti di pronunziare almeno una volta anche il termine «comunista», che resta così una sorta di mai nominato convitato di pietra?”. Chiarante ha pienamente ragione.
Dopo dieci anni dallo scioglimento del PCI (fatto per diventare un partito più grande) i DS crollano al 16,6% dei voti e il decennio si conclude con il governo Berlusconi, Fini, Bossi, eppure nei documenti congressuali dei DS non solo non c’è alcun bilancio del decennio della Bolognina, ma non c’è neanche un cenno né al PCI né al suo scioglimento, come se non fossero mai esistiti né l’uno né l’altro. Una rimozione clamorosa, che è il segno più evidente della crisi strategica in cui è finito il partito dei DS, da cui probabilmente non uscirà neppure con la trasformazione in un partito socialista.

Note

1 Significativa in tal senso è la posizione espressa da Luigi Pintor che, in un editoriale del manifesto del 24 agosto interamente dedicato all’elogio della candidatura di Giovanni Berlinguer, giunge ad affermare: “Può essere un nuovo inizio, per una volta proverei a fidarmi”.
2 L’argomentazione della mozione di Fassino (che è poi quella già espressa in passato sia da D’Alema che da Amato) contiene un punto di forza ma anche un palese travisamento della realtà.
Il punto di forza sta nel fatto che, mentre la socialdemocrazia si presenta oggi con una sua presenza internazionale coordinata e in grado di esprimere una capacità di attrazione nei confronti di un ventaglio relativamente ampio di forze, il processo di ricostruzione di un raccordo convergente fra tutte le forze di ispirazione comunista e anticapitalista su scala mondiale presenta evidenti difficoltà e contraddizioni.
Il travisamento della realtà sta invece nella negazione della esistenza e della rivitalizzazione di una sinistra comunista e antimperialista mondiale, sicuramente eterogenea dal punto di vista ideologico che ha però in comune, e non è poca cosa, la lotta contro il nuovo ordine mondiale prodotto dalla globalizzazione capitalistica e dominato dalle grandi potenze imperialistiche.
Si tratta di una realtà di oltre 200 partiti, organizzazioni, movimenti nei cinque continenti che esprimono una forza che in varia misura, al governo o all’opposzione, rappresenta sulla scena mondiale poco meno di 2 miliardi di esseri umani (circa un terzo dell’umanità).
Una realtà, a cui si aggiunge il nuovo movimento mondiale antagonista alla globalizzazione, di gran lunga più vasta e rappresentativa di quella che può essere ricondotta ai 140 partiti dell’Internazionale Socialista.