Verso il congresso del Partito della Sinistra Europea

L’esperienza del primo anno e mezzo di vita della SE conferma tutti i problemi che erano già emersi alla sua fondazione.
Resta aperta l’esigenza di un Forum pan-europeo, capace non di dividere, ma di unire i comunisti e le sinistre anticapitalistiche di tutto il continente.

Il 29-30 ottobre 2005 si terrà ad Atene, ospite il Synaspismos, il primo Congresso del Partito della Sinistra Europea (SE), a un anno e mezzo di distanza dal Congresso costituente svoltosi l’8-9 maggio 2004 a Roma. Come è noto, noi ci esprimemmo criticamente su quella scelta. E poiché riteniamo che, nella sostanza e sulla base dell’esperienza compiuta, non sono venute meno le ragioni di quella critica, vogliamo riprenderle e attualizzarle.

1)Avevamo condiviso – e seguitiamo a condividere – la Tesi 35 e il documento politico conclusivo del 5° Congresso nazionale del Prc (2001), dove si prospettava l’esigenza della “costruzione di un nuovo soggetto politico europeo (non si parlava di un partito- ndr) per unire…le forze della sinistra comunista, antagonista e alternativa su scala continentale … nelle loro diversità politiche e organizzative” e senza pensare “né ad una fusione organizzativa, né ad un compattamento su base ideologica”. Il punto è che il progetto concreto che è stato messo in campo e perseguito, le sue modalità di attuazione, il suo profilo politico e identitario, non hanno unito, ma diviso tali forze; non hanno avuto un profilo continentale, ciò pan-europeo (inclusivo di tutte le grandi aree del continente, dal Portogallo agli Urali), bensì sostanzialmente rivolto ai soli Paesi dell’Unione europea; e nella definizione del profilo identitario e dello Statuto fondante della SE si sono deliberatamente introdotte formulazioni di natura ideologica (in relazione alla storia del movimento comunista), ben sapendo che quelle formulazioni, che si prestano a svariate interpretazioni, sarebbero state inaccettabili per numerosi e importanti partiti comunisti europei, dell’Est e dell’Ovest. Tale rigidità era quindi volta coscientemente (non troviamo altra spiegazione plausibile) ad escluderli o a provocarne artificiosamente divisioni interne. Tanto è vero che si è respinto e si continua a respingere ogni tentativo di dire la stessa cosa (e cioè la critica ai processi degenerativi manifestatisi in alcune fasi e situazioni della storia del movimento operaio) con formulazioni su cui sarebbe possibile avere un consenso pressoché unanime, proprio perché non interpretabili come un giudizio liquidatorio di tutta una fase dell’esperienza storica del movimento comunista del ‘900. (1)

2) Si sono dunque prodotte divisioni tra i maggiori partiti comunisti e di sinistra alternativa europei ed una incrinatura del rapporto di fiducia reciproca, che non si sono certo ricomposte nel corso dell’ultimo anno, ma che tendono anzi a cristallizzarsi, e a riproporre – in un contesto storico-politico assai diverso – una divaricazione in due poli del movimento comunista in Europa, come ai tempi dell’”eurocomunismo” (solo che ieri quella divisione era politica, oggi tende addirittura a strutturarsi in un partito sovranazionale, e scusate se è poco…). Una situazione che rende più difficile operare in un clima di autentica solidarietà e unità d’azione e tende ad accentuare e polarizzare divergenze politiche, programmatiche, identitarie.
Con differenti motivazioni, si sono pronunciati in modo critico sulle modalità di formazione della SE (e oggi riconfermano le loro critiche) il Pc portoghese, quello greco (Kke), l’Akel di Cipro, la quasi totalità dei Pc dell’Europa orientale e delle regioni europee dell’area ex sovietica, i partiti della cosiddetta ‘Sinistra verde nordica’, e altri. Constatiamo, dunque, che la parte di gran lunga più consistente delle forze politiche a sinistra dell’Internazionale Socialista resta fuori o è fortemente critica sulla SE : e stiamo parlando non di gruppuscoli testimoniali, ma di partiti che hanno reali dimensioni ed influenza di massa, alcuni dei quali riscuotono nei loro rispettivi paesi percentuali di consenso elettorale a due cifre. In questi casi, il numero fa sostanza ed è fedele specchio di un metodo unitario. E se è vero che alla SE aderiscono partiti comunisti e di sinistra alternativa che fanno parte di alcuni dei Paesi chiave dell’Unione europea (Germania, Francia, Italia, Spagna), è anche vero :
-che in almeno due di questi quattro paesi (Francia e Italia) la sinistra comunista e alternativa è profondamente divisa rispetto alla SE;
-che tutta la sinistra comunista e alternativa della Gran Bretagna, paese chiave al pari di Francia e Germania, è fuori dalla SE;
-che in ogni caso l’Ue non rappresenta tutta l’Europa.

3)Il processo di costruzione e di sviluppo della SE è stato dunque e continua ad essere viziato da un approccio politicamente e ideologicamente selettivo, come non mancano di rilevare tutte le forze comuniste e di sinistra alternativa che non vi hanno aderito o che sottolineano la loro criticità mantenendo uno status di osservatori. Ed ha prodotto un processo inverso a quello, unitario e ricompositivo, che si era prodotto in Europa, e segnatamente nei paesi dell’Ue, dopo la grande crisi del 1989 e il crollo del campo socialista in Europa. Basti pensare che nel 1989 la sinistra comunista presente nel Parlamento europea era divisa in due gruppi parlamentari distinti, e ciò in conseguenza della scelta compiuti alcuni anni prima dall’ultimo Pci e da Izquierda Unida di rompere il gruppo comunista unitario, dove essi si trovavano insieme ai comunisti francesi, portoghesi e greci, per dare vita ad un gruppo distinto (la storia viene da lontano…). Dopo il terremoto dell’89 si aprì un travagliato processo ricompositivo che portò infine, nel 1994, alla formazione del GUE-NGL (Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica), cioè al gruppo unitario al Parlamento europeo, che sussiste ancora oggi. E dovrebbe indurre a qualche riflessione la semplice constatazione che dei 41 deputati europei che oggi compongono il GUE-NGL, sono solo 17 quelli che fanno parte di partiti membri a pieno titolo della SE (e stiamo parlando qui dei soli partiti dei Paesi dell’Ue). (2)

4)Si è voluto talvolta ironizzare sulla “contabilità” che abbiamo evidenziato in rapporto a tali divisioni. Sta di fatto che su oltre 40 partiti comunisti e di sinistra alternativa attivi nei paesi dell’Ue, che diventano una sessantina se si considera tutta l’Europa, solo 15 vi hanno aderito a pieno titolo. Tutti gli altri ne hanno preso più o meno nettamente le distanze, o scegliendo di partecipare ai suoi lavori con lo status di osservatori (9 partiti), o restandone fuori. (3)
Dei 15 partiti che oggi sono membri a pieno titolo della SE (di cui tre sono articolazioni di Izquierda Unida spagnola), uno solo è un nuovo ingresso dopo la fondazione del maggio 2004, e si tratta del Blocco di Sinistra portoghese : una formazione politica che è un mix di componenti trotzkiste, ex maoiste e di nuova sinistra e che si caratterizza nel panorama politico portoghese per una forte contrapposizione politica e ideologica al PCP (oltre ad essersi opposta alla eventualità che al congresso di Atene fosse presente, tra gli invitati extra-europei,anche una delegazione del PC cinese…).
E poiché, certamente, non solo il numero dei partiti conta, ma anche la loro influenza, consistenza e identità, ci permettiamo di rammentare ai nostri critici che questi 15 partiti organizzano oggi complessivamente 300-350.000 iscritti, con un bacino elettorale di circa 8 milioni di voti (di cui la metà dovuti al recente successo elettorale della Die Linke-Pds tedesca, che Le Monde Diplomatique definisce come “alleanza socialdemocratica di sinistra”). Gli altri contano nella sola UE circa 400.000 iscritti e circa 6 milioni di voti; e complessivamente, considerando l’insieme del continente, circa 1 milione di iscritti e oltre 20 milioni di voti.
Sono ovviamente dati approssimativi, con una qualche mobilità elettorale, che servono solo per avere un’ordine di grandezza, non già per fare i conti col bilancino del farmacista. Ma che consentono di affermare che gli “inclusi” a pieno titolo nella SE contano oggi in voti e iscritti circa il 25% dell’insieme della sinistra comunista e alternativa del continente. E queste sono, grosso modo, le proporzioni che esistevano all’atto della fondazione della SE, senza cioè che nel corso degli sviluppi dell’ultimo anno e mezzo si siano determinate dinamiche ricompositive. Alcuni tentativi fatti ad esempio dal KSCM (PC ceko, osservatore nella SE) per avviare processi inclusivi, sono stati stroncati sul nascere dai rappresentanti dei partiti “leader” della SE, nonostante essi fossero visti con favore anche da altri osservatori e membri effettivi. (4) Il che segnala un malessere diffuso per una gestione poco collegiale della vita interna della SE.

(5)E’ sconcertante che, mentre i partiti europei socialdemocratici e conservatori lavorano sull’insieme del continente, Russia compresa, e così le borghesie e le élites più lungimiranti (si pensi all’asse franco-tedesco-russo), siano proprio i gruppi dirigenti dei maggiori partiti della SE (la più parte di essi) ad operare come se vi fosse ancora il Muro di Berlino e a ignorare l’altra parte dell’Europa. Dove si trovano alcuni dei maggiori partiti comunisti e di sinistra anticapitalistica del continente, che vengono sistematicamente esclusi dai processi di aggregazione della sinistra europea, sulla base di veti e preclusioni di natura ideologica.
Nel Consiglio d’Europa (organismo dove sono presenti delegazioni dei Parlamenti nazionali di tutti i paesi europei, non solo Ue) esiste un gruppo parlamentare che si chiama anch’esso Gue, presieduto da uno svedese, che comprende non solo esponenti di partiti che fanno parte del Gue del Parlamento europeo, ma anche rappresentanti comunisti e di sinistra di paesi esterni all’UE, come Norvegia, Russia, Ucraina, Moldavia…Una sorta di GUE pan-europeo, di cui non si parla mai…(5). Basterebbe far funzionare questo Gue-bis congiuntamente al GUE del Parlamento europeo (entrambi hanno sede a Strasburgo) ed ecco che già esisterebbe una sede politica e istituzionale in cui operare su un piano pan-europeo, senza preclusioni nei confronti di alcuno. Solo che manca la volontà politica, da parte di alcune forze della sinistra dell’Europa occidentale, di operare in questo senso, superando preclusioni che non sono geografiche, ma di natura politico-ideologica.

6)E’ difficile negare che, al di là delle migliori intenzioni, l’attività della SE nell’ultimo anno e mezzo abbia avuto scarsa visibilità ed incidenza sugli eventi politici, su scala europea e anche nella vita politica nazionale dei singoli Paesi, a partire da quelli dei maggiori partiti promotori (praticamente non se ne è quasi mai sentito parlare, neanche in Italia, che pure è il paese dove se ne è parlato di più). Più che di una critica si tratta di una constatazione, che non registriamo certamente con soddisfazione.
La SE non ha trovato alcuno spazio neppure nel congresso di Izquierda Unida dell’anno scorso, anzi recentemente una nota del PCE in relazione al congresso di Atene rileva proprio la “visibilità assai modesta” di questo nuovo soggetto politico. E non è privo di significato che il congresso del PCE del giugno 2005 abbia approvato, col 76% di voti a favore, un emendamento che respinge l’idea di associare il logo con la scritta “Sinistra europea” al simbolo del PCE.
Si è voluto da parte di alcuni attribuire alla SE un ruolo “trainante” nella campagna per il NO alla Costituzione europea nei referendum di Francia e Olanda (una scelta di per sé assolutamente positiva), le cui dinamiche interne sono state determinate essenzialmente dalle forze politiche nazionali, indipendentemente dalla loro appartenenza alla SE. Il Olanda il Partito Socialista (che fa parte del GUE ed è stato l’anima del NO di sinistra nel suo paese) non fa parte neppure come osservatore della SE. E persino in Francia, non è privo di significato che nel Comitato nazionale del PCF che ha discusso della vittoria del NO, né la relazione, né gli interventi, né la risoluzione conclusiva (tutti riportati dalla stampa di partito) abbiano fatto, sorprendentemente, neppure un solo cenno al ruolo della SE.
Anche in Italia, che pure è il Paese dove più si è parlato della SE – anche se essenzialmente su Liberazione – bisogna riconoscere che la questione è sostanzialmente assente dal dibattito politico a sinistra degli stessi addetti ai lavori, dalla campagna delle primarie e persino dall’iniziativa sul territorio dei quadri dirigenti del PRC : cosa di cui il gruppo dirigente nazionale vicino a Bertinotti (che è anche Presidente della SE) ha avuto motivo più volte di lagnarsi coi suoi stessi quadri. Tanto più che l’attuale maggioranza del PRC ritiene che “sul fronte italiano, la SE riveste un ruolo centrale nel nostro partito in vista della costruzione della Sinistra Alternativa”, per non “essere schiacciati da una parte dalla proposta Asor Rosa-Diliberto, dall’altra per non essere inglobati come la parte più radicale e di sinistra all’interno dell’Unione”.
Più complesso il caso tedesco, ma pressochè tutti gli osservatori tedeschi e internazionali tendono a presentare il successo importante delle liste della Die Linke-Pds – cui hanno concorso forze diverse, non tutte appartenenti alla SE (a partire dal capolista Lafontaine e dal suo raggruppamento) – come determinato essenzialmente da dinamiche interne alla sinistra tedesca.

7)Per quanto riguarda le Tesi politiche e programmatiche del Congresso di Atene, proprio mentre siamo in chiusura di giornale, ci viene fatto conoscere un testo non ancora ufficiale . Vi ritorneremo, in modo più puntuale, nel dibattito che presumibilmente si aprirà sulle pagine di Liberazione. Allo stato attuale ci limitiamo ad evidenziare alcune questioni generali di impianto.

-Il documento esprime posizioni su molte delle quali è possibile e auspicabile una convergenza di tutte le forze comuniste e progressiste interne ed esterne alla SE. Positivo è certamente il sostegno alla battaglia dei NO nei referendum sulla Costituzione europea, anche se il progetto di “un’altra Europa” resta confinato nei limiti dell’Unione europea, come se essa fosse tutta l’Europa. Scompare ogni riferimento pan-europeo, all’Europa “dall’Atlantico agli Urali”, che pure era presente nei documenti varati l’anno scorso a Roma, dove si affermava, diversamente da oggi, di respingere “una UE intesa come alleanza militare”. Si contesta giustamente un’ ipotesi di “esercito europeo sotto il controllo della Nato – che significa sotto il controllo USA – come una minaccia all’indipendenza e all’autonomia dell’UE” e si contrastano ipotesi di riarmo europeo; ma non si indica su quali basi (non velleitarie) dovrebbe fondarsi “una politica estera e di sicurezza comune a tutta l’UE” che ha implicazioni anche militari (quali?) e che, per essere tale ed escludere ipotesi di riarmo, non può riguardare solo l’UE, ma deve fondarsi su accordi interstatuali che coinvolgono tutta l’Europa, Russia compresa.
Viceversa, si ignora la Russia, ma si sostiene “l’ingresso della Turchia nella UE”, ovvero l’ingresso di uno dei principali bastioni dell’imperialismo USA e della NATO nella regione, destinato a far pendere l’equilibrio nell’UE sempre più a favore dell’influenza USA sul continente. Si chiede il ritiro dall’Iraq delle truppe occupanti, ma non dall’Afghanistan, dove truppe di Paesi UE operano sotto comando NATO. E manca ogni riferimento al grave coinvolgimento di tanti paesi UE nella guerra della NATO contro la ex Jugoslavia, dove permangono truppe di occupazione.

-Positiva è la “proposta di taglio delle spese militari, la chiusura delle basi USA e la dissoluzione della NATO”. E così pure la scelta di “opporsi ad ogni genere di cooperazione militare con la NATO e prevenire il dispiegamento di forze armate come quelle che supportano gli USA dove essi intervengono”; e, su scala globale, “la distruzione di tutte le armi di di massa” : su questi punti decisivi – che sono forse i passaggi migliori del documento – il problema è che ben poco si è fatto da parte della SE (non basta “proporre”) e nulla si prospetta nelle Tesi in termini di mobilitazione organizzata su base continentale (mentre in Italia anche PRC e PdCI sottoscrivono con Prodi un documento di intenti per un eventuale governo dell’Unione in cui si conferma “il rispetto degli impegni derivanti dai Trattati e dalle Convenzioni internazionali liberamente sottoscritti” dall’Italia, tra cui appunto la NATO!).

-Il profilo politico-programmatico e identitario complessivo richiama (nei contenuti, nel linguaggio, nella cultura politica) quello di una socialdemocrazia di sinistra, che si distingue sia dalle prevalenti impostazioni social-liberali e atlantiste della maggioranza della socialdemocrazia europea, sia da posizioni comuniste o di sinistra dichiaratamente anti-capitalistica e antimperialista. Esso richiama, attualizzandoli, approcci che furono presenti nella sinistra laburista (prima della svolta di Blair) o nella socialdemocrazia tedesca alla Willy Brandt (comunque interni alla svolta di Bad Godesberg).
Nel linguaggio spicca un certo “genericismo di sinistra” (che sovente copre ambiguità e nodi irrisolti). Si prospettano “alternative e proposte per la necessaria trasformazione delle società capitalistiche contemporanee” (che è cosa assai diversa da una prospettiva di superamento); con l’obbiettivo di “una società più egualitaria…che contribuisca alla promozione di solidarietà e di alternative democratiche, sociali ed ecologiche”.
Si prospetta “un nuovo contratto sociale del XXI secolo che faccia gli interessi di tutti i popoli della terra, delle questioni ambientali, dei valori democratici, della pace, della giustizia sociale, della coesistenza tra i popoli”. E’ assente ogni orizzonte strategico anti-capitalista, antimperialista, che prospetti l’obiettivo storico del socialismo e della costruzione di una società alternativa al capitalismo. Scompare anche ogni nozione “anti-imperiale”, che pure qualche fortuna aveva avuto nel lessico del movimento alter-mondialista. Scompare il termine “comunista”, comunque lo si voglia declinare, e non è poco per un forza europea che è sorta ponendosi come punto di riferimento per l’insieme della sinistra alternativa europea, di cui i comunisti e i partiti comunisti sono parte rilevante. E non si dice una parola sul sostegno alla lotta del popolo irakeno contro l’occupazione militare.

-Il progetto strategico che si profila (sarebbe diverso se esso fosse indicato come obbiettivo tattico di fase) appare quello di un capitalismo regolato, riformato e temperato nelle sue pulsioni liberiste e militariste, con il recupero di uno Stato sociale e di uno “spazio pubblico” nell’economia e nei servizi, che consenta appunto di contenere e bilanciare, nell’ottica tradizionale della socialdemocrazia, le spinte più pericolose del capitalismo. Si dirà : non è poco, coi tempi che corrono. E’ vero. Ma può essere questo il profilo strategico e politico-identitario di una forza che voglia tenere aperto, in Europa e nel mondo, l’obiettivo storico del socialismo come “nuovo mondo possibile”?

8)Che fare, dunque? Per non cristallizzare divisioni irrimediabili tra le forze comuniste e di sinistra alternativa europee e tenere aperto un processo unitario e ricompositivo, è necessario riprendere l’iter della discussione per la costruzione di un soggetto europeo su basi unitarie e paritarie, bandendo veti, pregiudiziali, esclusioni di ogni tipo: aprendo a tutte le forze comuniste e di sinistra alternativa del continente, per pervenire insieme a soluzioni unitarie. “Proprio la consapevolezza dell’importanza del terreno europeo e la necessità di coinvolgere tutte le forze che si collocano a sinistra della socialdemocrazia, ci inducono a ribadire la necessità di costruire un Forum o un Coordinamento permanente e strutturato (sul tipo di quello realizzato a San Paolo del Brasile), in grado di comprendere l’intera sinistra comunista, anticapitalista e antimperialista dell’Europa, dall’Atlantico agli Urali”. E’ evidente che, se la SE europea dovesse prendere iniziative in questa direzione (come auspicano anche importanti partiti membri e osservatori di essa) tutta la discussione potrebbe essere suscettibile di evoluzioni positive.

(20 settembre 2005)

NOTE

(1)In una intervista rilasciata il 19 agosto 2005 ad Halò noviny, quotidiano del Partito comunista di Boemia e Moravia (KSCM), il responsabile esteri del partito ha dichiarato in proposito : ”Nel preambolo dello statuto della SE l’utilizzo della nozione di “stalinismo” dà origine a una quantità di diverse possibili interpretazioni e reminiscenze riguardanti il passato. La nozione di “stalinismo” non è affatto comunemente e univocamente accettata. Si tratta di una nozione di cui tra l’altro si è abusato per attaccare tutta la storia del socialismo in Europa. Peraltro la nozione di “stalinismo” non è neppure comprensiva di tutte le pratiche non democratiche e di tutti i delitti, che lo stesso movimento comunista ha già per parte sua condannato, distanziandosene, e che considera anche per il futuro inaccettabili.
Oggi sono soprattutto gli avversari politici che definiscono alcuni partiti come “stalinisti”.
Abbiamo proposto di sostituire l’espressione : “pratiche e crimini stalinisti”, con termini più estensivi, come ad esempio “tutte le pratiche e i crimini antidemocratici”. Nell’incontro del luglio scorso con i rappresentanti della Pds tedesca abbiamo proposto, come possibile compromesso, un’ eventuale aggiunta: “compresi quelli cui prese parte Stalin”, oppure la cancellazione del testo oggetto della controversia”.
Tutte le proposte del KSCM sono state finora respinte.

(2)Sui 41 euro-parlamentari del GUE-NGL, sono solo 17 quelli che fanno parte di partiti membri a pieno titolo del Partito della Sinistra Europea-SE [ i MEP di PCF (2), PRC (5), Izquierda Unida (1, membro del PCE), Synaspismos (1), PDS tedesca (7), Blocco di Sinistra portoghese (BE) (1) ].
Dieci sono quelli di partiti “osservatori” della SE (i 6 MEP del KSCM (PC di Boemia e Moravia), i 2 di AKEL, i 2 del PdCI).
Quattordici sono i MEP di partiti che non partecipano in alcun modo alla SE [ (KKE (3), PCP (2), Socialisti olandesi (2), Sinn Fein (1), Socialisti scozzesi (1), Sinistra Verde Nordica (4 = 1 danese, 2 svedesi, 1 finlandese), il PC di Reunion – territori francesi d’Oltremare (1) ].

(3)Ecco l’elenco dei partiti membri della SE e degli osservatori (tra parentesi, la prima percentuale si riferisce al risultato delle ultime elezioni politiche, la seconda alle europee del 2004).
Membri effettivi:
-PC austriaco (0,6% – 0,8%);
-Partito del socialismo democratico ceko (0,1% – 0,1%);
-Sinistra di Estonia (= – 0,5%);
-PC francese (4,8% – 5,3%);
-PDS tedesca (4,0 % nelle politiche del 2002, 8,7% nelle recenti politiche, dopo si presentava insieme al raggruppamento di Lafontaine – 6,1% alle europee);
-Synaspismos greco (3,3% – 4,2%);
-Partito operaio ungherese-Munkaspart (2,2% – 1,6%);
-PRC (5,0% – 6,1%);
-Rifondazione comunista di San Marino (3,4% – = );
-Alleanza socialista di Romania (0,3% – =);
-Partito svizzero del lavoro (0,7% – =);
-Blocco di Sinistra portoghese (5,1% – 6,5%);
-Izquierda Unida spagnola , PC di Spagna, EUiA di Catalogna : iscritte alla Sinistra Europea come tre formazioni distinte, ma che alle elezioni nazionali ed europee fanno parte di un’unica entità politico-elettorale (5,0% – 4,2%).
Osservatori:
-PC ceko – KSCM (18,5% – 20,3%);
-PC slovacco (6,3% – 4,6%);
-AKEL di Cipro (34,8% – 27,4%);
-Alleanza rosso-verde danese (3,4% – =);
-PdCI (1,7% – 2,4%);
-PC tedesco-DKP (= – 0,1%);
-Sinistra lussemburghese (1,7% – 1,7%);
-PC finlandese (0,9% – 0,6%);
-Partito della Libertà e Solidarietà (ODP) di Turchia (0,3% – =).

DKP e PC finlandese sono entrati da poco come osservatori, con una scelta che – obbiettivamente – non nasce da affinità politico-ideologiche con la SE (cui rivolgono le nostre stesse critiche), ma per tentare in qualche modo di uscire da un isolamento pesante in cui si trovavano nel circuito della sinistra europea, dovuto ai veti subiti da parte dei “fratelli maggiori” dei rispettivi Paesi (il DKP da parte della PDS tedesca, il PC finlandese da parte della Sinistra Verde nordica). Discorso analogo vale per il Munkaspart ungherese, membro effettivo della SE, che in più subisce nel suo paese vere e proprie persecuzioni sulla base della vigente legislazione anticomunista (per cui ad es. è reato esibire simboli con la falce e il martello) e cerca quindi anche una sorta di “protezione” nell’adesione a un partito europeo legittimato dalla UE. Nel suo recente congresso (cfr. intervista del suo Presidente, in questo stesso numero de l’Ernesto) il Munkaspart ha deciso di assumere il nome di “comunista”, chiede alla Presidenza della SE – con una risoluzione – di “rafforzare i contenuti comunisti nell’elaborazione della linea politica di questo nuovo soggetto” e dichiara di voler “favorire lo sviluppo di relazioni con gli altri partiti comunisti, inclusi quelli degli attuali paesi socialisti”.

(4)In un articolo pubblicato su Halò noviny l’11.02.2005, e ripreso dal n.3 de l’Ernesto, il responsabile esteri del KSCM dichiara : “Il profilo della SE deve essere pan-europeo. Il Partito della sinistra europea deve profondere ogni sforzo per il raggiungimento di questo obbiettivo. Abbiamo chiesto che fossero invitati almeno 27 partiti comunisti e di sinistra di tutta l’Europa (tra questi i Partiti comunisti di Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Paesi baltici, Scandinavia, ex Jugoslavia, Turchia, Gran Bretagna, Portogallo, Grecia, ecc.) per un incontro finalizzato a dibattere con loro le questioni riguardanti l’unità della sinistra europea. Ciò avrebbe consentito a tutti di prendere conoscenza delle loro opinioni e condizioni ed anche di ciò che impedisce loro di collaborare con il Partito della sinistra europea…Niente di quanto contenuto nelle nostre proposte è stato accolto…si è evidenziata l’arroganza dei partiti leader della SE …Ci siamo convinti che non vi è alcuna volontà politica di cambiare il profilo della SE in senso pan-europeo e che il principio delle decisioni prese col consenso in pratica esiste”. E aggiunge, nella citata intervista del 19 agosto 2005 (cfr. nota 1) : “Delle proposte presentate dal KSCM non ne è stata accolta nemmeno una…La presidenza della SE, ci ha negato al congresso fondativo ogni possibilità di modifica dello statuto; ha sostenuto che lo spazio principale di azione politica della SE è nell’Unione europea e non nell’ Europa nel suo insieme. Alla richiesta di trasformare la SE in partito di carattere pan-europeo, ha risposto in modo arrogante: la SE esiste, chi vuole entrarci, entri; chi vuole uscirne, esca; chi vuole restare come osservatore, resti come osservatore…Per quanto riguarda il principio della ricerca del consenso, la prassi ci ha dimostrato che esso è nei fatti assolutamente ignorato”.

(5)Il GUE del Consiglio d’Europa si compone di 34 membri, appartenenti a forze comuniste o di sinistra alternativa europee, provenienti dai seguenti Paesi : uno svedese (che presiede il gruppo), un cipriota (vice-presidente), un norvegese, 2 danesi, 2 olandesi, 2 francesi, un portoghese, 2 greci, 1 spagnolo, 2 ceki, 8 ucraini (tra cui il segretario generale del PC ucraino, Simonenko), 6 moldavi, 5 russi (tra cui il segretario generale del PCFR, Ziuganov).