Verso il 5° Congresso di Rifondazione Comunista

Il V Congresso di Rifondazione comunista, iniziato nel decennale della nascita del partito, si configura come un congresso importante sia per il quadro politico interno e internazionale nel quale si svolge, sia perché cade in una fase molto significativa della vita del partito. Cominciamo dal grave contesto internazionale con il quale siamo costretti a misurarci.
Al contrario di quanto avevano dichiarato i protagonisti dello scioglimento del Pci (Occhetto, Veltroni e D’Alema), la fine dell’Urss non ha portato con sé nessuna nuova primavera, ma un gelido inverno. Nella Russia liberista e capitalista di Eltsin – la cui disastrosa gestione Putin sta cercando, almeno parzialmente, di correggere – la vita media si è ridotta, in dieci anni, da 77 a 67 anni. È un fatto, tra i tanti che si potrebbero ricordare, senza precedenti, ma non è certo il solo segnale della gigantesca regressione prodotta dal dilagare del capitalismo nel mondo.
Negli ultimi dieci anni la guerra è tornata prepotentemente ad affacciarsi su scenari nevralgici, violando il cuore stesso dell’Europa. La guerra del Golfo, quella in Jugoslavia e ora la guerra in Afghanistan sono state tutte volute ed effettuate dagli Stati Uniti d’America, decisi a sfruttare sino in fondo i vantaggi loro procurati dalla fine del bipolarismo e dalla propria condizione di massima superpotenza mondiale. Né vanno persi di vista altri focolai di drammatiche crisi, via via radicalizzatesi nel corso degli anni Novanta.
Parte di questa strategia è in primo luogo l’attacco al popolo palestinese, che con l’arrivo di Sharon al potere ha assunto i caratteri di un’offensiva bellica in piena regola, emblematicamente rappresentata dal sequestro di fatto di Arafat. In questo quadro va altresì annoverato il sistematico annientamento degli oppositori al regime turco, che procede nell’assoluta, vergognosa indifferenza dell’Europa dell’euro. Continua intanto la politica criminale degli embarghi. È bene ricordare che l’embargo contro l’Iraq ha causato sinora 1 milione e mezzo di morti, tra cui 500mila bambini. Un embargo assedia da decenni Cuba, che pure, nonostante l’arroganza del capitalismo, non china la testa e continua ad essere una società di gran lunga più avanzata, solidale ed egualitaria di quanto non siano altri paesi latinoamericani “in via di sviluppo”, come Nicaragua o Messico.
L’aggressività dell’imperialismo Usa è dietro questi fatti, per citare solo i più importanti. Come è dietro alla tragedia dell’Argentina, dove – seguendo le indicazioni del Fmi – una classe politica corrotta ha gettato sul lastrico un intero paese, potenzialmente tra i più ricchi del mondo. Questa è l’ennesima dimostrazione di quanto disastrose siano le ricette proposte (e imposte) dal capitalismo contemporaneo per “risolvere le contraddizioni” che esso stesso determina. Anche in questo caso, infatti, non si può avere la memoria corta, trascurando il fatto che il crollo argentino segue quello messicano, russo e asiatico.
Il mondo che gli anni Novanta ci consegnano – il mondo del “capitalismo reale” – è dunque infinitamente violento e iniquo. Fame, miseria, malattie, guerre. E povertà, anche nei paesi più ricchi, anche nella metropoli statunitense. Basti pensare che, dopo essere stata privata di gran parte delle garanzie previdenziali pubbliche, metà dei lavoratori Usa non è più in condizione di pagarsi la pensione integrativa privata. Questo mentre nel solo 2001 quasi due milioni di lavoratori negli Stati Uniti sono stati licenziati e non intravedono opportunità di nuovo impiego.

Anche nel nostro paese la situazione è molto grave. Il ritorno al potere di Berlusconi sull’onda di una deriva maggioritaria e plebiscitaria dimostra quanto devastante sia stata la strategia perseguita dalla dirigenza dell’ultimo Pci e dalle formazioni moderate sorte dalle sue ceneri. Il progetto della Bolognina ruotava intorno all’idea di rispondere all’avversario di classe rinunciando alla prospettiva anticapitalistica, accantonando ogni ipotesi di alternativa al sistema, e dunque limitandosi a costituire un diverso quadro di alleanze politiche. Oggi chiunque può misurare i catastrofici effetti di tale strategia, che ha consegnato il paese a un governo estremista, autoritario, pericoloso per la stessa tenuta democratica del paese.
Ma se gravissime sono le conseguenze politiche di tali scelte, non meno seri appaiono i contraccolpi sul fronte sindacale, dove esse si sono riflesse in una pratica concertativa che ha comportato la riduzione di salari e diritti per i lavoratori e l’aumento dei profitti e del potere dei padroni.

In questo quadro, nel mondo e in Italia, le forze democratiche, progressiste e rivoluzionarie, si trovano ad operare tra enormi difficoltà, non di rado subendo gravi arretramenti. E tuttavia non mancano segnali di resistenza e di controtendenza, elementi che dobbiamo evidenziare e sui quali occorre lavorare per ricostruire una risposta al capitalismo e all’imperialismo.
Cruciali appaiono in primo luogo – e vi è qui un punto di dissenso rispetto alle tesi congressuali proposte dalla maggioranza del Comitato politico nazionale (Cpn) – le contraddizioni prodotte dall’aggressività dell’imperialismo Usa, stretto tra la volontà di accaparrarsi risorse energetiche presenti in altri continenti, l’esigenza di contrastare l’emergere di altri centri di potenza economica e geopolitica e il peso di un esorbitante debito estero (gli Usa sono il paese più indebitato del mondo e ciononostante debbono mantenere una forza militare costosissima e presente in tutto il globo).
Questo quadro è fonte di contraddizioni importanti su cui sempre i comunisti hanno lavorato allo scopo di mettere in difficoltà l’avversario principale e più pericoloso. Ma anche altri recenti avvenimenti ci parlano di un mondo tutt’altro che uniforme.
Come osserva Giulietto Chiesa, nemmeno la guerra contro l’Afghanistan – che pure ha visto una convergenza formale sulla lotta al terrorismo – ha determinato accordi interpretabili come una “nuova Yalta”. Al contrario, ha mantenuto sotto traccia – e semmai acuito – tutti i contrasti tra gli interessi statunitensi nell’area e quelli russi e cinesi. A questo riguardo lo stesso Chiesa sottolinea che la Cina ha cominciato una corsa al riarmo e non vorrei che ci si dimenticasse che durante la guerra in Serbia gli Usa hanno bombardato l’ambasciata cinese a Belgrado. Anche alla luce degli ultimi sviluppi appare davvero difficile credere che si sia trattato di un errore.
Tutto ciò, per quanto ci riguarda, non implica – è bene chiarirlo, a scanso di più o meno interessati equivoci – un giudizio acritico di valore sui sistemi politici e l’organizzazione delle società russa e cinese, tra loro peraltro assai diverse e immerse in processi contraddittori di trasformazione dall’esito incerto. Resta (ed evidentemente è tutt’altro problema) il dato – che potrebbe rivelarsi decisivo per il mantenimento della pace nel mondo – della possibilità di convergenze tra importanti Stati contro le potenze imperialistiche più aggressive dell’imperialismo. Non dimentichiamoci che proprio in questi mesi gli Usa hanno rilanciato il progetto di Scudo spaziale e non intendono più rispettare i vincoli del trattato Abm sottoscritto nel 1972. Così come si rifiutano di sottoscrivere diversi accordi per la messa al bando dei test nucleari e delle armi chimiche e batteriologiche.

Un altro importante elemento di controtendenza è costituito dalle lotte del lavoro contro i processi di ristrutturazione e di razionalizzazione capitalistica. In molti paesi del mondo sono scesi in lotta proprio quei lavoratori dipendenti che, stando alla tesi apologetica della fine del lavoro salariato, dovrebbero essere ormai ininfluenti e che invece sono aumentati anche sul piano numerico. Lotte operaie si sono sviluppate in Europa (Francia, Germania, Italia, Grecia – paralizzata da un imponente sciopero generale), in Asia (Corea, Giappone, Indonesia, India – anch’essa investita da uno sciopero generale che ha coinvolto centinaia di milioni di persone), in Africa (Nigeria, e soprattutto Sudafrica, dove lo sciopero generale promosso dal Cosatu, il più grande sindacato del continente – diretto dai comunisti – ha fermato il paese). Una chiara connotazione operaia e popolare mostrano anche le proteste di quest’ultimo periodo in Argentina, così come in altri paesi dell’America Latina, a partire dall’immenso Brasile.

Elemento di controtendenza è, ancora, il movimento contro la globalizzazione capitalistica che in questi anni si è sviluppato in alcuni paesi del mondo. È un movimento importante, che vede scendere in campo una nuova generazione, che lotta contro le ingiustizie del mondo, che può contribuire a mettere in difficoltà il progetto di globalizzazione capitalistica, che è riuscito a diffondere nell’opinione pubblica la consapevolezza delle conseguenze negative del capitalismo in termini di ingiustizia sociale e di devastazione ambientale.
Di questo movimento il nostro partito è parte attiva e integrante, e siamo tutti impegnati perché esso si sviluppi e si rafforzi, accrescendo le proprie capacità di analisi e di impatto politico. Proprio nell’interesse del movimento, del suo sviluppo plurale e dell’espansione della propria influenza, sarebbe invece sbagliato se il partito pensasse di poter esaurire o diluire in esso la propria autonomia e identità. Non solo perché, indebolito dall’offensiva reazionaria dei governi capitalistici seguita ai fatti dell’11 settembre, il movimento ha vitale bisogno di sostegno da parte di soggetti politici indipendenti. Ma anche perché i movimenti nascono, crescono, ma possono anche spegnersi, mentre la prospettiva di un mutamento rivoluzionario di lungo periodo, dentro un orizzonte storico-politico di trasformazione della società in senso socialista, ha bisogno – per non disperdersi – di un partito comunista con una sua autonomia teorica e strategica, oltre che organizzativa.

Su questi elementi di controtendenza il nostro partito può lavorare.
Il nostro congresso deve quindi scegliere la linea più efficace in questo quadro. Dobbiamo farlo con serietà e maturità. Possiamo farlo anche perché abbiamo superato, negli ultimi anni, due prove ardue, che avrebbero potuto schiantarci.
La prima è stata la scissione di Cossutta, il cui progetto – come si è visto chiaramente in seguito – era del tutto privo di prospettive e totalmente subalterno all’Ulivo.
Abbiamo sconfitto il progetto politico di chi voleva trasformare il partito in una ruota di scorta dell’Ulivo. E se si vogliono evitare errori di analisi e di previsione che potrebbero rivelarsi nefasti, è bene a tale proposito non dimenticare che, se quella scissione è fallita, un ruolo importante – anzi decisivo – è stato svolto da quelle compagne e compagni che, nel libero confronto di idee che caratterizza questo nostro congresso, hanno sottoscritto alcune tesi alternative nell’ambito del documento di maggioranza.
Le elezioni politiche del 2001 hanno rappresentato l’altra dura prova recentemente superata dal partito. Avversari e competitori hanno provato con tutti i mezzi di annientarci: rifiutando qualsiasi accordo tecnico, ricorrendo alle liste civetta, operando la nostra cancellazione dai mezzi di informazione. Non ce l’hanno fatta. Abbiamo superato il 5%, ottenendo quasi due milioni di voti. Certo, si tratta di una forza ancora insufficiente per i compiti che ci attendono, ma, nel contesto dato, è un risultato di enorme rilievo.

Il significato
di un Congresso a tesi

Di qui, dunque, la prospettiva di un congresso importante e la necessità di un congresso vero, che consenta al nostro partito di compiere quel salto di qualità che la realtà stessa impone. Quale congresso?
Faremo, come i compagni sanno, un congresso a tesi. Questa scelta, assunta da tutto il gruppo dirigente e poi dal Cpn, si propone di aprire tra noi una discussione ampia e approfondita, senza tuttavia mettere in discussione l’attuale maggioranza che governa il partito. Mi permetto di insistere su questo, ricordando che proprio il compagno Bertinotti ha suggerito questo percorso e ha ripetutamente auspicato che esso costituisse l’opportunità per la più libera espressione dei diversi punti di vista. Lo sottolineo perché – anche nel partito – vi è chi considera “fuori linea” i compagni che sostengono alcune tesi alternative, e ritiene – del tutto arbitrariamente e violando lo spirito stesso di un congresso a tesi – che essi non potrebbero perciò ricoprire ruoli di direzione nel partito stesso. Fino ad insinuare che tale scelta presupporrebbe l’intento di promuovere un cambio del segretario nazionale. Non è così.
La presentazione di alcune tesi alternative ( le cui argomentazioni vengono analizzate in dettaglio in alcuni articoli di questo numero della rivista) non pregiudica l’adesione al documento di maggioranza, che si compone di 63 tesi, in buona parte condivisibili. E non è quindi incompatibile con la gestione comune del partito. Lo dimostra del resto il fatto che una delle tesi integrative proposte sia stata in parte assunta dalla maggioranza del Cpn, confermando l’utilità della proposizione di testi anche diversi. Sarebbe del resto ben singolare se, in vista di un congresso a tesi, nessuno avanzasse proposte alternative o integrative, anche all’interno della maggioranza.
Con buona pace di quanti gridano allo scandalo, si tratta di cogliere in questo passaggio un’opportunità preziosa per tutti; un’occasione, per tutti, di discutere finalmente senza steccati e senza timori o riserve mentali.
Resta tuttavia un rammarico, che esprimo ovviamente nel pieno rispetto delle scelte di ognuno. Mi dispiace che i compagni della mozione di minoranza non abbiano anch’essi presentato tesi alternative, preferendo elaborare e contrapporre a quello di maggioranza un documento alternativo. Se essi avessero presentato emendamenti, anche numerosi, tutto il partito ne avrebbe discusso, e ciò poteva essere una buona occasione – la prima dopo dieci anni – per rompere da ambo le parti cristallizzazioni, in buona misura anacronistiche, contribuendo a una discussione più trasversale e incidente sulla politica complessiva del partito.
In ogni caso, quali sono i punti controversi a cui ritengo sia bene prestare la maggiore attenzione, a partire dalla discussione nei circoli ?
Partirei dalle due tesi integrative sul partito e sul ruolo del movimento operaio, sottoscritte da una sessantina di membri del Cpn, tra cui una trentina di segretari di federazione e regionali.

Sul partito – mi riferisco alla tesi 56 – si suggerisce di aggiungere nel testo di maggioranza alcune proposte volte a rafforzarne il ruolo, nella convinzione che serva un partito comunista radicato nel territorio e nei luoghi di lavoro, con una rete capillare di circoli e di nuclei organizzati, che sono spesso oggi l’unico strumento attraverso il quale i lavoratori possano far sentire la loro voce.
Si avanzano a tale scopo sei proposte:
1. considerata la centralità della contraddizione capitale-lavoro e dunque la priorità della presenza del partito nei luoghi di lavoro, si propone di dare vita a un settore specifico di intervento, così da favorire la crescita di quadri dirigenti espressione diretta del mondo del lavoro;
2. al fine di migliorare l’efficacia del nostro lavoro politico e di ridurre al minimo il rischio di burocratizzazione, si propone il decentramento e lo spostamento “sul campo” dei dipartimenti e di parte delle risorse e dell’apparato dirigente del partito;
3. si ritiene essenziale proseguire nell’azione di acquisto delle sedi (attualmente il partito dispone di circa 100 sedi che rappresentano un patrimonio di 40 miliardi); al tempo stesso si auspica da parte di tutti un maggiore impegno affinché le nostre sedi sappiano operare anche come luoghi di aggregazione e di ritrovo, dentro e fuori il partito;
4. consideriamo fondamentale un impegno attivo e organizzato a sostegno del nostro quotidiano. Siamo riusciti a portare Liberazione fuori da un lungo periodo di gravi difficoltà finanziarie. Nel 1997 il partito si accollava un deficit di 7 miliardi; per la prima volta nella storia del giornale, il bilancio 2001 vedrà un utile. Ora si richiede un’ulteriore crescita, e a questo scopo proponiamo di costruire l’associazione “Amici di Liberazione”. Al tempo stesso chiediamo alla direzione autorevole di Sandro Curzi un più efficace impegno per una maggiore informazione sul quadro internazionale, e in particolare sulle esperienze e riflessioni delle forze comuniste e rivoluzionarie nel mondo, presenti e operanti con significativi consensi di massa in ogni continente, ma di cui ancora sappiamo troppo poco;
5. un maggiore impegno organizzativo si richiede anche per le Feste di Liberazione: si tratta di oltre 700 appuntamenti annui, ai quali partecipano milioni di persone: dunque di un settore chiave, che, ciò nonostante, è da tre anni privo di un responsabile nazionale;
6. infine (ma non in ordine di importanza), la formazione dei quadri, la loro crescita culturale e politica, che costituisce, com’è evidente, una componente decisiva – in buona misura un presupposto – del nostro lavoro e della costruzione stessa del partito comunista. Non si tratta certo di prevedere un indottrinamento dogmatico dei compagni, ma di impegnarsi al fine di fornire loro aggiornati strumenti di documentazione e di analisi, di riflessione storica e teorica, e di assicurare la trasmissione delle esperienze di generazione in generazione.

La seconda tesi integrativa si riferisce alla tesi 39 sul movimento operaio. Così come per il partito, anche sul lavoro e sulla contraddizione capitale/lavoro ci si dovrebbe spendere maggiormente, mostrando di avere compreso appieno che senza una scesa in campo forte dei lavoratori non c’è alcuna speranza di modificare i rapporti di forza tra le classi.
Se questo è vero, è necessario muoversi in due direzioni. Da una parte occorre valorizzare la ripresa – seppur timida – del conflitto che si è espressa e si sta esprimendo a partire dall’estate scorsa, in particolare per effetto delle lotte promosse dalla Fiom. Si tratta, in secondo luogo, di valorizzare il risultato conseguito dalla sinistra sindacale nel congresso della Cgil e le potenzialità di incidenza che essa può esprimere su settori assai più vasti del sindacato.
Appare assolutamente necessario impegnare tutto il partito su questo terreno, che continua a rappresentare per i comunisti il cuore stesso della loro attività rivoluzionaria.

Passiamo infine ad indicare i punti salienti delle altre due tesi – sostitutive – presentate anch’esse da una sessantina circa di membri del Cpn.
La prima riguarda l’imperialismo (e sostituisce le tesi 14 e 15 proposte dalla maggioranza del Cpn).
L’idea base è che non risponde al vero l’affermazione secondo cui non sarebbe possibile analizzare i conflitti odierni mediante la categoria di imperialismo. Che l’imperialismo di oggi non sia più quello analizzato da Lenin è un’ovvietà, ma questo vale anche per il capitalismo che certo non è più quello analizzato da Marx, senza che per questo sia divenuto un concetto inservibile.
D’altra parte, è tutt’altro che casuale il fatto che la categoria di imperialismo sia considerata ancora centrale dalle Farc colombiane come dai compagni di Cuba, dai comunisti sudafricani, indiani o palestinesi, che ne vivono sulla propria pelle il peso e la violenza, e che certo non si sognerebbero di metterne in discussione la drammatica attualità.
E’ indispensabile ribadire che le guerre degli ultimi dieci anni hanno una chiara connotazione imperialista, poiché le cause che le hanno determinate vertono principalmente sul controllo delle materie prime (gas naturale e petrolio, il 73% del quale proviene dai paesi islamici) e dei territori economicamente e geopoliticamente strategici, per il controllo degli oleodotti e dei gasdotti o per la competizione militare.

L’ultima tesi sostitutiva riguarda le tesi 51 e 52 del documento di maggioranza e verte sulla storia dei comunisti. Oggi più che mai – mentre anche il solo dirsi comunisti sembra quasi un’eresia – riteniamo indispensabile ripensare criticamente l’esperienza storica del movimento operaio dalle sue radici. Questa storia va presa sul serio: riconsiderata nella sua totalità, nelle sue pagine oscure come in quelle più luminose e commoventi (tutte comunque ricche di preziosi insegnamenti). Non ci sembra quindi corretto il metodo di chi ritiene di poterne estrarre arbitrariamente i momenti più alti, sprofondando il resto nell’oblio. Siamo consapevoli del peso del nostro passato e accettiamo di assumercene la responsabilità. Per contro, non riteniamo possibile liquidare decenni di storia del “socialismo reale” come un gigantesco e complessivo fallimento.
Le rivoluzioni operaie e contadine del ‘900 hanno liberato miliardi di donne e di uomini dal servaggio e sostenuto le lotte del terzo mondo contro il colonialismo.
A loro volta, i partiti comunisti e operai dei paesi capitalistici più sviluppati hanno combattuto battaglie fondamentali in difesa del lavoro, della democrazia e della pace. Senza queste battaglie, costate enormi sacrifici alle generazioni che ci hanno preceduto, e a cui dobbiamo innanzitutto riconoscenza, non solo questa società sarebbe infinitamente più ingiusta, ma sarebbe impensabile l’esistenza stessa di un partito che – con il consenso e la simpatia di milioni di persone in carne ed ossa – ha ancora la forza e l’orgoglio di chiamarsi “comunista”.