Venti di guerra e scelta della non violenza

La scelta della nonviolenza e l’esigenza di tessere reti che sappiano coniugare il livello di intervento globale con la capacità di concepire azioni in ambito locale, sono le scelte di fondo del movimento di contestazione al modello neoliberista di globalizzazione che acquistano nuova forza proprio quando i venti di guerra sembrano voler spazzare via la complessità e la diversità esistenti al mondo.
Anche e soprattutto in questa situazione estrema, che qualcuno vorrebbe semplificare dando voce alle armi, la capacità di intervenire a tutto campo delle reti e delle campagne internazionali che vogliono imbrigliare il complesso industriale-(commerciale)-militare dominante deve essere messa in gioco, come in “tempo di pace”.
Il pensiero unico cede alla tentazione di semplificare, indicando la priorità dell’annientamento fisico del nemico, quando, come si legge nel recente documento del Tavolo Campagne della Rete Lilliput, è invece urgente riflettere sulle cause che determinano la “fragilità e l’intrinseca insicurezza dell’attuale sistema politico e economico”.
Il gigante è restio a sentirsi instabile sui suoi piedi d’argilla. Propaganda come un gran successo il condurre in salvo solo il 20% dell’umanità, garantendo a questa minoranza migliori condizioni economiche, ma spesso, neppure per loro, la pace, la sicurezza, un ambiente salubre, un lavoro dignitoso, un’informazione corretta.
Per questi motivi, come dice sempre il documento di Lilliput del 13 settembre scorso, “occorre perciò rispondere all’inaccettabile violenza del terrorismo con atti di giustizia e di pace e non con le ritorsioni o le vendette militari”.
Buoni propositi questi, che devono però essere messi in pratica con grande capacità creativa, nell’impostare e realizzare azioni nonviolente a tutto campo che facciano prevalere le ragioni della pace e del dialogo, sconfiggendo le derive beliciste e isolazioniste.
È questo un compito che le varie anime che compongono il movimento di contestazione al modello neoliberista dovrebbe assumersi sino in fondo, facendo crescere e consentendo che si consolidi finalmente nel nostro paese un forte e articolato movimento nonviolento, che recuperi e rinnovi la tradizione migliore del radicalismo degli anni ’70 e del pacifismo degli anni ’80. A questo scopo la rivitalizzazione in tutta Italia della rete di formazione alla nonviolenza e il proliferare di gruppi di affinità, che si è avuta in occasione della contestazione al vertice dei G8 di Genova, se non episodici, lasciano ben sperare.
Dobbiamo, nel contempo, denunciare i limiti e le forzature dell’avversario, senza cedere anche noi alla tentazione delle semplificazioni. Per cui, ad esempio, la lotta di contrasto alla Alleanza atlantica non può ancora poggiarsi su parole d’ordine che portano a identificare tout court gli interessi della NATO con quelli degli Stati Uniti. Dobbiamo compiere analisi aggiornate e trovare la forza di spiegare il nonsenso di un trattato militare sorto per precise esigenze geopolitiche che, oggi oltretutto ha perso qualsiasi carattere difensivo. Bisogna spiegare quale sia la nuova funzione della NATO, che ha esteso, a partire dal ’99, la sua capacità di intervento a tutto il mondo laddove si presentino situazioni di crisi, legittimando di fatto l’arbitrarietà dell’ingerenza militare nelle politiche interne di paesi terzi, già sperimentata in Kossovo.
È la cultura dell’ingerenza e dello strapotere dei forti, potenti e opulenti che va messa in discussione con creatività, coraggio e costanza. Sia nel caso estremo della scelta militare, che nel conflitto quotidiano tra gli interessi collettivi della stragrande maggioranza dell’umanità e le politiche del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale o dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Conflitto quotidiano che ha il respiro profondo e i tempi lunghi di tutti i movimenti che davvero inducono cambiamenti rivoluzionari e non il fiato corto del confronto obbligato di piazza.
La globalizzazione dal basso non può essere una formula vuota, lo hanno dimostrato i progressi nella coscienza di molti e l’ampliarsi progressivo della galassia di soggetti sociali che hanno costruito la forza di un pensiero critico che vede i mille apporti del movimento ambientalista, pacifista, femminista e sindacale in un continuo e crescente flusso di relazioni tra Nord e Sud del Mondo. A partire dagli anni ’70, le prime lotte per la salvezza della foresta pluviale e i diritti dei lavoratori brasiliani della regione amazzonica, sino ad arrivare a metà degli anni ’80 alla contestazione della revisione dei trattati commerciali, sino alla battaglie, prima virtuali e poi di massa, degli anni ’90 contro il trattato Multilaterale degli Investimenti e contro lo strapotere del WTO e del Fondo Monetario Internazionale, hanno visto crescere a Seattle come a Pechino, a Davos come a Praga una mobilitazione che fa della contaminazione e della convergenza tra le istanze dei “deboli” la cifra del successo del/i movimento/i di contestazione.
Cifra che mostra le sue debolezze quando è costretta a rincorrere le scadenze imposte dall’avversario sul terreno e nelle condizioni decise da questi. Lo si è visto tragicamente a Genova, quando tutti e tutte abbiamo scoperto drammaticamente che le nostre capacità di azione, espressione e manifestazione erano fortemente limitate e calpestate da una sospensione delle regole democratiche dello stato di diritto.
A maggiore ragione, proprio perché non possiamo accettare di trovarci costretti a subire l’arbitrio e gli abusi del potere globale, dobbiamo avere la capacità di scegliere gli strumenti, i tempi e le modalità del conflitto. Verificando quando e come agire a tutto campo con operazioni di lobbyng, di boicottaggio economico, di informazione e formazione, di mobilitazione.
Se il movimento non vuole agire solo di rimessa, deve poter innovare e promuovere le proprie scadenze: ecco perché il Forum sociale di Porto Alegere acquista tanta importanza su scala globale o in Italia si pensa a una forte convergenza sulla Marcia Perugia-Assisi per rendere visibile il dissenso alle scelte di morte.
Ecco perché anche in questa situazione così complessa non possiamo, colpiti dalla gravità della situazione mondiale, interrompere una riflessione matura e consapevole su valori e errori dell’esperienza del Genoa Social Forum e sui percorsi futuri del/i movimento/i. Proprio a partire dalla straordinaria mobilitazione di contestazione al Vertice dei G8 deve essere avviata una riflessione che serva a capire quali siano i limiti attuali e le prospettive future del nostro lavoro comune.
Un esame severo e approfondito di questa esperienza appare l’unica strada praticabile per evitare che da un patto operativo, nato per contestare il vertice dei G8, sorga, senza soluzione di continuità, un fronte unico antagonista, timoroso di leggere e interpretare le mille facce della realtà che abbiamo conosciuto e che si prospetta, per paura di mettere in crisi il sistema di compatibilità unitarie. Da questo punto di vista, bene ha fatto il consiglio dei portavoce del GSF a compiere il 9 e 10 settembre scorsi a Bologna un passo indietro e a cedere il testimone alle differenze presenti nei Social forum locali e nelle organizzazioni nazionali e internazionali. Male ha fatto nell’indicare alcune parole d’ordine e scadenze (dal corteo di Napoli al controvertice della FAO), accreditando l’idea che tutto sia condiviso e concordato.Infatti, la ricerca della mediazione ad ogni costo, in un coordinamento che voleva essere solo operativo come il GSF, è stata una grande ricchezza nei momenti alti del confronto, ma anche il suo maggior punto debole quando si è trasformata in opaco unanimismo.
L’esperienza di luglio ha certamente arricchito tutti/e. Ma questo non ci impedisce di affrontare limiti e errori del GSF, proprio per riscoprire le ragioni di un lavoro in comune. E allora bisogna dire che in quel consesso il “movimento” si è attardato a discutere in tutti i suoi particolari le strategie di assedio o di irruzione nella Zona Rossa, lasciando in secondo piano i contenuti della critica al pensiero unico neoliberista. Con grande fatica è stata delegata una parte ad organizzare un Forum internazionale di confronto sui temi in agenda del G8 (dall’applicazione dei Protocolli di Kyoto, alla cancellazione del debito dei Paesi più poveri, dalle regole del commercio alla deregulation nel mondo del lavoro), mentre appariva del tutto naturale concentrarsi collettivamente per ore e giorni su quale fossero gli strumenti, virtuali o reali, dell’armamentario di piazza. Di fronte a questa approssimazione e superficialità, forse bisogna ammettere che il GSF ha avuto una gran fortuna a interloquire con istituzioni debolissime nella elaborazione e nella capacità di stringere relazioni a tutto campo.
E anche in piazza, in particolare nel giorno dell’assedio del vertice, il 20 luglio, sono emersi limiti e errori. I “disobbedienti”, dopo la dichiarazione di guerra, si sono trovati a gestire una mobilitazione che ha visto l’apporto di migliaia di persone, tra le quali vi erano molte non preparate ad affrontare il grado di autocontrollo/confronto che presupponeva la violazione simbolica della Zona Rossa. I sindacati di base e le reti antagoniste hanno verificato il limite oggettivo della logica di potenza dei servizi d’ordine. L’ala eco-pacifista non è riuscita a praticare con la sufficiente radicalità, creatività e incisività la scelta nonviolenta. Non si può certo prescindere dalla eccezionalità della situazione di piazza, con le scorribande dei Black Bloc e l’inaudita violenza delle forze dell’ordine, ma ci si deve comunque interrogare sulla natura e sull’efficacia delle scelte compiute.
E non sarà il “grande successo” della manifestazione dei 200-300 mila del 21 luglio che salverà l’anima al Movimento. Perché il corteo unitario e di massa non può essere, ancora oggi, l’unica forma di rappresentazione del conflitto. Perché, come abbiamo detto, la nonviolenza non è ancora diventata l’impostazione e la scelta di fondo condivisa che consenta di individuare, con il metodo del consenso, gli strumenti più adatti per rappresentare il dissenso e la disobbedienza civile. È sulla nonviolenza come pratica comune che dobbiamo riflettere, rifiutandoci di accettare le derive di chi elude questo nodo di fondo. O di chi, magari, ha ancora riserve su questo punto, mentre non ha alcuna reticenza addirittura ad individuare nei black blockers un “soggetto politico”.
In questo quadro appare sbagliata e discutibile la ricostruzione oleografica dell’immagine di Carlo Giuliani. C’è chi sulle pagine di un libro di poesie o sugli striscioni, ne fa un martire della causa. Carlo – mite, sensibile e intelligente: così lo descrive chi l’ha conosciuto – in quel giorno ha reagito a un’ingiustizia che riteneva insopportabile, accettando il terreno dello scontro di piazza. In questo scontro ha trovato la mano di un giovane carabiniere, armato da uno Stato violento e irresponsabile. Bisogna però considerare la scelta di Carlo, in tutta la sua umanissima contraddittorietà, senza erigere retorici mausolei.
Infine, è bene che la discussione sul futuro la si affronti senza ipoteche e senza la pretesa di dover rispondere al pensiero unico neoliberista con la creazione, appunto, del movimento unico antagonista: troppe sono le diversità che si stano esprimendo localmente nei Social forum e tante sono le soggettività e le culture consolidate delle reti, delle campagne e delle organizzazioni nazionali e internazionali.
Ciò non vuol dire che non si accetti un sistema di relazioni e il confronto, ma che questo deve essere permeato, davvero, dalla cultura e dal rispetto delle differenze.
Quindi dobbiamo essere capaci di avviare un percorso che liberi e moltiplichi le energie, essendo capaci, prima di trasformare il mondo, di trasfomare noi stessi/e.