Unità e lotta delle idee

Come tutto ciò che è nuovo, anche il cosiddetto “movimento antiglobalizzazione” non poteva non suscitare in ambito progressista interpretazioni differenti, controversie politiche e lotta ideologica. E’ su alcune di tali questioni che il seguente articolo vuole sinteticamente concentrarsi.
In primo luogo, per non lasciare spazio alle interpretazioni meno serie, del tipo : “i comunisti hanno sempre lo sguardo rivolto al passato”, facciamo tre osservazioni preliminari.
1) Consideriamo questo movimento, nelle sue differenti espressioni, di straordinaria importanza e significato politico. Esso può essere inteso anche come il segno del distacco di una parte della base sociale d’appoggio a un sistema capitalista che ha raggiunto livelli altissimi di concentrazione e transnazionalizzazione in termini di proprietà e di potere.
2) Siamo presenti, come Partito comunista portoghese (Pcp), nei movimenti sociali e nelle strutture del movimento popolare, con impegno e convinzione, portandovi il nostro orientamento di comunisti.
3) Interveniamo, lavorando per garantire il carattere unitario del movimento, per costruire la più ampia convergenza di lotta contro il neoliberismo e la guerra, tentando di far assumere al movimento una posizione anticapitalista e antimperialista , senza la quale, specie nell’attuale contesto mondiale, il movimento rischierebbe d’essere politicamente e socialmente sterile.

E’ con questo spirito che le delegazioni del Pcp e dei Giovani comunisti portoghesi hanno partecipato, dal 6 al 10 novembre scorsi, al Forum Sociale Europeo di Firenze: un grande avvenimento che ha visto una partecipazione di massa che è andata ben al di là delle previsioni e che soprattutto ha avuto come punto culminante una manifestazione contro la guerra che ha visto in piazza un milione di persone. Con parole d’ordine
“ contro il neoliberismo, contro la guerra e contro il razzismo”, uno sterminato numero di giovani, sinceramente impegnati a comprendere la realtà che li circonda e ad agire per modificarla, hanno dato vita, al Forum Sociale Europeo di Firenze, ad un evento di enorme importanza e impatto internazionale. Dove non è mancato il “folclore” e la presenza rumorosa di alcuni piccoli gruppi di “luddismo politico”, all’ingenua ricerca di visibilità mediatica. Ma dove soprattutto si è colto il segno dell’allegria, della combattività, della capacità di mettere al centro della contestazione i problemi sociali concreti. Un orientamento sintetizzato nella condanna non solo del “neoliberismo”, ma del capitalismo stesso. Parole come “rivoluzione” e “socialismo” si sono udite con frequenza. Canzoni della Resistenza italiana, come “Bella Ciao” e “Bandiera Rossa”, sono state cantate da migliaia di manifestanti.
Tuttavia ciò che è utile osservare e capire è che la convergenza e lo spirito unitario che si è costituito, a livello di massa, tra i manifestanti, non corrisponde alle grandi differenze che segnano le forze organizzatrici e gli oratori dei seminari del Forum Sociale Europeo di Firenze; differenze connesse sia all’analisi della gravissima fase mondiale che alle vie del suo superamento.

Le ragioni di Firenze

L’intensa lotta di idee che attraversa il “movimento antiglobalizzazione” si è espressa con nettezza a Firenze e ha dato luogo ad un grande dibattito che è stato reso possibile dallo stesso carattere di massa e progressista del FSE.
Dal nostro punto di vista Firenze – così come altre manifestazioni contro la “globalizzazione” che si sono svolte nel mondo – risulterebbe incomprensibile, se non fosse collocata nel quadro internazionale attuale, segnato da profondi processi evolutivi.
La fine delle illusioni sul “capitalismo trionfante” e sulla “fine della storia”; la demistificazione progressiva, pratica e teorica, dell’ideologia dominante e del “pensiero unico”; la generalizzata condanna delle politiche “neoliberiste” e della “globalizzazione capitalista”, conseguente al brutale aggravamento delle ingiustizie e delle diseguaglianze sociali; la crisi economica e finanziaria di sovrapproduzione che s’allarga nei paesi più sviluppati, confermando l’incapacità del capitalismo di superare le proprie contraddizioni; la sconfitta del riformismo e il discredito delle socialdemocrazie, arresesi agli interessi del grande capitale; la crescente consapevolezza della natura dell’imperialismo e dei reali obiettivi degli USA (egemonia planetaria, intensificazione dello sfruttamento, attacchi ai diritti e alle libertà fondamentali, militarizzazione generale e guerra) prendendo a pretesto la “lotta al terrorismo” – tutto ciò non poteva non influenzare fortemente strati sociali come gli intellettuali, i giovani e altri larghi settori, che si erano adagiati nel conformismo e nella passività.

Firenze si inserisce nell’ampio e diversificato movimento di resistenza e di lotta che, da Cuba alla Palestina, dal Venezuela al Brasile, dall’Italia al Portogallo, si sviluppa in tutto il mondo. Non si tratta di diminuire il merito degli organizzatori del Forum di Firenze. E’ l’esatto contrario. Per giungere ad una manifestazione come quella di Firenze occorrono mesi e mesi di lavoro sistematico, di informazione e di organizzazione, lavoro generale per il quale i compagni del Partito della Rifondazione Comunista hanno svolto un ruolo di grande importanza, unanimamente riconosciuto. Verso Firenze sono giunti anche migliaia di stranieri, soprattutto dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, dalla Grecia ( circa cento persone dal Portogallo), con centinaia di automobili, mezzi speciali, aerei e navi.
Grande è stata dunque l’organizzazione. Ma la sconfitta delle posizio-ni di terrorismo psicologico del governo Berlusconi verso la manifestazione di Firenze, la grande mobilitazione, il clima di profondo interesse al dibattito e all’iniziativa, lo stato d’animo combattivo dei presenti che si è respirato nella capitale del Rinascimento, tutto ciò è inseparabile dal clima internazionale generale e, più concretamente, dall’intensificazione delle lotte dei lavoratori e degli scioperi generali che negli ultimi tempi hanno avuto luogo in tutta Europa e particolarmente in Italia.

Unità e lotta delle idee

La fase italiana, con l’allargamento della lotta contro il governo reazionario e filo-americano di Berlusco-ni, scioperi generali, grandi lotte sociali e politiche e importanti manifestazioni contro la guerra, influenza tutti positivamente. Gli stessi settori della sinistra italiana che, per la loro evidente compromissione con il neoliberismo e la guerra, erano stati assenti a Genova ( i Ds e la Cgil) non hanno potuto ignorare Firenze. Particolarmente importante è stato il contributo dei lavoratori della Fiat in lotta contro i licenziamenti di massa e per la salvezza dell’azienda : una loro numerosa delegazione ha preso, a Firenze, la testa del corteo contro la guerra

Attorno alle parole d’ordine di lotta contro il neoliberismo e contro la guerra si è verificata a Firenze una convergenza molto vasta di organizzazioni, movimenti e settori diversi tra loro dal punto di vista sociale, politico e ideologico. In quest’ampia convergenza attorno a tali obiettivi democratici risiede il valore più alto, di importanza internazionale, del “movimento antiglobalizzazione”.
Ma qui risiede anche la sua straordinaria complessità, per cui il consolidamento del suo carattere unitario deve tener conto di posizioni e interpretazioni molto diverse, in relazione ai contenuti e agli obbiettivi del movimento e al ruolo che vi occupa il conflitto di classe.
E’ necessario per questo lavorare per preservare il carattere aperto del “Forum”, per salvaguardare gli spazi di dialogo e la pratica delle esperienze comuni, la possibilità che si vada avanti come punto di incontro di forze molto diverse tra loro ma che intendono coniugare gli sforzi per gli obiettivi comuni, mantenendo l’autonomia, l’indipendenza e le dinamiche proprie di ogni forza. Senza leaders autonominatisi. E contrapponendosi alle concezioni “sovranazionali” che, cancellando idealisticamente le profonde differenze, le dinamiche e il calendario sociale e politico di ogni paese, pretenderebbero di generalizzare la costituzione di “forum” ( a livello mondiale, continentale, nazionale, locale), diretti internazionalmente e guidati da “elìtes illuminate” che pontificano su tutto e su tutti..
E’ con questa prospettiva che abbiamo partecipato, come Pcp, al Forum di Firenze e parteciperemo al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel quadro delle grandi aspettative create dall’elezione di Lula a Presidente del Brasile.
E’ con questa stessa prospettiva che abbiamo partecipato in Portogallo a riunioni con organizzazioni molto diverse – dalle forti e prestigiose strutture del movimento popolare come la CGTP (la Cgil portoghese, diretta dai comunisti – ndr) e la CNA, ad altre esperienze di lotta – che si prefiggono di costituire entro la metà del 2003 un “Forum Sociale Portoghese”. Con l’obiettivo di promuovere la più ampia convergenza sociale e politica possibile contro la politica di destra del governo, contro il neoliberismo e contro la guerra. Partendo sempre dalla realtà concreta e dalle dinamiche di lotta popolare nel nostro paese, vogliamo contribuire a dare più forza al “movimento antiglobalizzazione”. E rifiutiamo quindi tutte le più o meno celate tentazioni dirigiste di “appropriazione” politica e di “autoinvestitura” elitaria della rappresentanza “autentica” del movimento che potrebbero manifestarsi, utilizzando indebitamente il prestigio del FSE di Firenze o del FSM di Porto Alegre.

Obiettivi immediati e prospettiva

Il PCP ha sempre valorizzato la lotta per gli obiettivi concreti e immediati e la lotta per le riforme e gli avanzamenti progressisti, anche se essi non mettevano in discussione il dominio del capitale.
Contemporaneamente ha sempre inserito tali lotte in una prospettiva più generale per la trasformazione socialista della società.
La lotta contro il neoliberismo e le sue più nefaste manifestazioni è particolarmente importante e permette tra l’altro di costituire un ampio fronte di lotta. Ma ciò non impedisce di considerare il carattere limitato della critica al neoliberismo, soprattutto quando si pretende di restringere l’orizzonte dell’ “alternativa” ad obiettivi meramente keynesiani. La crisi del capitalismo è reale, le contraddizioni del sistema sono profonde e producono orrori sul piano sociale ed umano. Nelle condizioni mondiali attuali – di gigantesca concentrazione del capitale e della ricchezza, di grandi ingiustizie e diseguaglianze – la battaglia contro il neoliberismo riveste un carattere oggettivamente antimonopolista, anticapitalista e antimperialista, un carattere che sta ai comunisti e ad altri rivoluzionari mettere in evidenza e approfondire.
Al contrario di ciò che pretendono alcuni teorici spacciati come “guru” antiglobalizzazione – che contrappongono i partiti ai movimenti sociali, negano il ruolo della classe operaia, del partito d’avanguardia, l’importanza della conquista del potere politico e della proprietà sociale, l’obiettivo del socialismo – i partiti comunisti sanno che tutto ciò è più necessario che mai.
E’ anche per questo che le pressioni volte a “diluire” i partiti comunisti in un fronte antimperialista, nel “movimento antiglobalizzazione” o in nuove formazioni di “sinistra alternativa”, vanno frontalmente rifiutate e combattute.
Lottare per superare il capitalismo o per migliorarlo, per liquidare il potere economico e politico del grande capitale o per conquistare migliorie sociali nel processo di mondializzazione capitalista: è questo il dibattito centrale e decisivo che emerge all’interno del “movimento antiglobalizzazione” e che potrà determinarne il carattere e le prospettive future.
La questione riforme/rivoluzione, specie in un ambito così eterogeneo dal punto di vista sociale e ideologico, è ovviamente sempre presente. Tanto più oggi, nel momento in cui settori significativi della socialdemocrazia e delle forze sindacali, influenzati dallo stesso “movimento antiglobalizzazione”, sembrano legarsi ad esso, dopo averlo ignorato o combattuto.
Un fatto questo – l’avvicinamento delle socialdemocrazie e dei sindacati – che deve essere salutato positivamente e valutato come risultato della forza del movimento. Ma che simultaneamente rende più complessa la lotta per salvaguardarne il carattere unitario e il contenuto anticapitalista e antimperialista, e più difficile la battaglia per sottrarlo ad un’egemonia riformista e socialdemocratica.

“Un altro mondo è possibile”

Certo, “un altro mondo è possibile”, ma è più che mai evidente che o esso sarà socialista, trasformato dall’alto e dal basso, o esso non sarà realmente “altro”. Il “movimento antiglobalizzazione”, per il suo contenuto anticapitalista e le sue dimensioni internazionali, è un fattore nuovo che suscita molte speranze nel campo democratico e inquietudini e ostilità da parte del capitale e della reazione.
La denigrazione, la provocazione e la repressione violenta – come a Praga e Genova – sono accompagnate da sofisticati tentativi di divisione e integrazione nel sistema. Rispetto a ciò il movimento ha sinora mostrato grande capacità di resistenza. Le previsioni e le speranze che il movimento – specie dopo l’offensiva reazionaria successiva all’11 settembre – si indebolisse e perdesse il proprio contenuto antimperialista, non hanno trovato conferma. Accadde anzi il contrario, come si sarebbe visto già a Porto Alegre. Pochi mesi dopo l’attentato negli Usa e il tentativo di soffocare il movimento, esso ripartì con altre grandi manifestazioni, contro l’ALCA e contro la guerra.
Il movimento non si è sinora piegato sotto i colpi dell’ostilità e i tentativi di criminalizzazione. Ma è necessario difenderlo non solo da tali colpi, ma anche dai tentativi di farlo deviare dal corso anticapitalista, di chi ricorre magari ad una fraseologia formalmente “innovatrice”,“radicale”, “ribelle”, “contestatrice”, volta al “contropotere”, che chiede “l’internazionale umanitaria”, “l’alterglobalizzazione”, che spinge per “il rinnovamento dell’identità della sinistra”: una fraseologia molto ambigua nei contenuti e assai limitata, in verità, negli obbiettivi di trasformazione.
Il che vuol dire, senza togliere con ciò valore e importanza alla dimensione internazionale del movimento, che la forza e la vitalità del movimento saranno tanto più grandi quanto più esso sarà radicato e presente nel proprio paese, nelle lotte concrete dei lavoratori, dei contadini, dei giovani, di tutti gli strati sociali che mostrano volontà di battersi contro le politiche nefaste del capitale e contro le guerre imperialiste di aggressione.

Traduzione a cura di Fosco Giannini
(da O Militante, gennaio-febbraio 2003)