Unità di valori e pratiche comuni

Silvana Pisa, senatrice e membro della IV Commissione Difesa, una lunga storia all’interno della sinistra italiana, all’ultimo congresso dei Ds, quello, per intenderci, che ha sancito la fine dell’esperienza Ds e la nascita del Partito Democratico, ha deciso di lasciare i vecchi compagni e, insieme alla corrente Mussi, fondare il movimento “Sinistra Democratica per il socialismo europeo”. Le abbiamo chiesto cosa pensa dell’attuale situazione politica italiana e che tipo di possibilità vede per la sinistra.

– Con la nascita del Pd, la corrente di sinistra dei Ds ha deciso di costituire un nuovo soggetto politico. In queste settimane si rincorrono le opinioni e le analisi per trovare una possibile collocazione di questa nuova presenza che si dice pronta a dialogare su più fronti della sinistra italiana. Esattamente, come potrebbero definirsi i vostri progetti?

Ci aspettiamo che si arrivi ad una formazione unitaria. Non a caso si è scelta la forma movimento: per non fare l’ennesimo partitino della sinistra, ma aiutare un processo unitario a sinistra. Nel nostro paese esistono soggetti che esprimono bisogni di “ridistribuzione” e che necessitano di una rappresentanza. A questi soggetti, attualmente, non riusciamo ad arrivare (basta vedere gli ultimi risultati elettorali). Bisogna rappresentarli in modo limpido, e far sì che le loro ragioni siano le nostre ragioni, e viceversa. Occorre, dunque, una sinistra forte, che costruisca una relazione con quei soggetti delusi dalla politica e recuperi nello stesso tempo il rapporto con i movimenti e i sindacati».

– Appunto, si fa sempre più forte l’ipotesi di una riunificazione tra i comunisti e la sinistra. Ciò potrebbe apparire come il primo effetto della nascita del Pd, che spingerebbe gli altri partiti a seguirne, più o meno, l’esempio per la propria sopravvivenza. Ma l’unità della sinistra non rischia, azzerando le varie autonomie e le varie culture e tradizioni, senza una strategia politica e una base programmatica comune, di riuscire solo come un’unificazione politico-organizzativa, priva di contenuti? Sotto quale simbolo vedresti la sinistra riunita?

Io dico che per costruire questo percorso unitario non occorre una sommatoria, un processo burocratico formale. Ma dico sì all’unità di valori e contenuti condivisi e a una pratica comune, che già esiste in larga parte della sinistra. Basta, per farsi un’idea, rivedere le votazioni della scorsa legislatura alla Camera. In quelle occasioni, sinistra Ds, Prc, Verdi e Comunisti Italiani hanno votato allo stesso modo; altrettanto è successo in molti Enti Locali. Un chiaro indice di come esistano valori e contenuti condivisi. Si tratta, ora, di far crescere una pratica comune anche nella base, nei quartieri, nelle lotte. Sono più le cose che condividiamo che quelle che ci separano. Poi, credo sia giusto aprire un confronto serrato quando si presentano opinioni differenti. Questo processo serve per arrivare ad una formazione unitaria in tempi ravvicinati. Per quanto riguarda il simbolo invece, più che la “cosa rossa” vedrei bene l’idea dell’arcobaleno, il simbolo che ci ha già trovati uniti in questi anni. Ci aiuterebbe, anche, a considerare meglio i bisogni degli ultimi del mondo e a farcene carico.

– La nascita del Pd non sembra aver risolto quello stato di “crisi permanente” dell’attuale governo Prodi, il quale non sembra aver risposto, fino ad ora, positivamente alle attese e alle speranze del popolo della sinistra. Qual’è il tuo giudizio sull’opera sin qui espressa dal governo e che tipo di soluzioni ti senti di proporre, per tentare di spostare a sinistra l’asse del governo?

Dirò di più. Il Pd è una delle cause dell’instabilità del governo. Nei mesi trascorsi, si è passato tutto il tempo a discutere della leadership, del timoniere, di chi e come avrebbe dovuto guidare questo partito. Se ci si fosse risolti ad affrontare i temi che ci dividevano, non avremmo avuto difficoltà così gravi. Si è creduto che una parte – la maggioranza del governo – poteva decidere, il resto della coalizione – la minoranza – seguire. Invece c’è un bisogno di sintesi, che si può trovare partendo dal famoso programma, su cui molti di noi hanno lavorato con grande impegno. Voglio ricordare che sul programma abbiamo raccolto il consenso elettorale. L’averlo trascurato, poi, ha causato non pochi problemi. Nel programma era previsto di rivedere la legge Biagi e la precarietà: non l’abbiamo fatto. Era previsto di diminuire gli investimenti in armamenti: li abbiamo raddoppiati. Era prevista la rinegoziazione delle basi militari straniere: abbiamo raddoppiato la base di Vicenza. Esisteva persino un accordo sulle unioni di fatto: oggi troviamo difficoltà persino a far passare i Dico… Di chi è la responsabilità di non aver mantenuto le mediazioni raggiunte nel programma? Secondo me l’onere di tenere insieme spettava soprattutto all’Ulivo, cioè alla maggioranza dell’Unione, che invece si è occupata più del dibattito artificiale sulla sua leadership che di tenere insieme la coalizione. Non è vero che i problemi sono sorti per colpa della sinistra radicale. Per esempio: sulla missione in Afghanistan, noi abbiamo fatto un grande sforzo, con una ferita reale, autentica. La sinistra ha fatto lo sforzo per votare insieme al resto della coalizione sulla base dell’impegno di un mutamento e di una ridefinizione della missione italiana che poi non si è verificato (basta vedere in questi giorni i bombardamenti della Nato sulla popolazione civile).

– L’ultima tornata elettorale ha registrato un considerevole calo di consensi che ha interessato tutta la sinistra italiana. Secondo te, dove si possono rintracciare le ragioni di questa crisi della rappresentanza?

La vedo collegata a come si sono affrontati i problemi del paese. La legge finanziaria conteneva tre punti fondamentali: sviluppo, risanamento, ridistribuzione. E’ mancato quest’ultimo punto, nonostante fosse stato uno dei punti base della campagna elettorale 2006. Ricordo ancora quando denunciavamo: “Non si arriva più alla quarta settimana…!”. Ma proprio questo è venuto meno. Si è detto, poi, a legge finanziaria fatta che, per esempio, con le deduzioni le famiglie avrebbero avuto dei vantaggi. Ma questo valeva solo per le famiglie italiane con almeno tre figli e solo il 7% delle famiglie italiane ha tre figli. La realtà è che tutti hanno visto una riduzione secca sulla propria busta paga. Si è creata una delusione grandissima nel popolo della sinistra, ma non solo in quello. Per questo si è registrato un arretramento non solo sul voto, ma anche della partecipazione. Noi dobbiamo guadagnare la fiducia a partire dai lavoratori, dai pensionati, dai precari e dalle donne che vogliamo rappresentare. Anche se il trend negativo per la sinistra si registra in tutta Europa, quello delle amministrative è stato soprattutto un voto di delusione, che va recuperato al più presto con politiche che affrontino e risolvano il problema della condizione materiale delle persone.