Unione Europea: una ambizione globale sempre più reazionaria

*Direttore di Contropiano per la rete dei comunisti

Gli stati uniti d’Europa o saranno reazionari o non saranno”. Poco meno di un secolo fa, Lenin aveva radiografato così le aspettative di alcuni suoi contemporanei sull’unificazione – all’epoca – dei principali paesi europei. Era un giudizio perentorio e tagliente, come molti espressi dal personaggio nella sua vita politica, ma occorre riconoscere che era un giudizio estremamente lungimirante. Se un osservatore imparziale guardasse ai processi in corso nell’Unione Europea negli ultimi quindici anni, dovrebbe ammettere che le debolezze della “piccola Europa” sono state in gran parte superate ed anzi marciano a ritmi sostenuti verso la costituzione unitaria di un polo strategico, diverso e per certi aspetti rivale degli Stati Uniti. Sul piano economico e valutario tale processo è, per molti aspetti, impetuoso. A cinque anni dalla sua entrata in vigore, l’Euro si sta imponendo come valuta rilevante non solo nelle obbligazioni o come moneta di riserva delle principali economie, ma anche nelle transazioni internazionali. I segnali che arrivano da importanti paesi petroliferi come Venezuela, Iran e paesi arabi del Golfo sul ricorso all’Euro indicano che l’ininterrotto signoraggio del dollaro avutosi dal dopoguerra a oggi, è destinato ad essere seriamente rimesso in discussione. A ben guardare non è un dettaglio da poco, anche perché le stesse economie emergenti dell’Asia da tempo stanno discutendo di dotarsi di una propria moneta unica e la Russia si è orientata alla convertibilità del rublo approfittando del surplus accumulato in questi anni con gli introiti dei prodotti energetici. Indicativo, in tal senso, è il ripetuto aumento dei tassi di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea in modo inversamente proporzionale alle decisioni della Federal Reserve statunitense, decisione intrapresa dal nuovo presidente Bernanke proprio mentre il presidente uscente Greenspan – ormai con le mani libere – profetizzava la crisi dell’economia statunitense, la più squilibrata tra le maggiori economie capitalistiche del mondo.

UN IMPRESSIONANTE PROCESSO DI CONCENTRAZIONI MONOPOLISTICHE IN EUROPA

Sul piano industriale e dei servizi strategici, un recente rapporto segnala che nel settore delle Public Utilities in Europa, nel solo 2006, ci sono stati 221 accordi tra alleanze, fusioni e aggregazioni, dando vita ad un processo di concentrazione monopolistico impressionante. Secondo questo rapporto, il mercato europeo dell’energia sarà presto dominato da tre/cinque grandi gruppi con un fatturato superiore ai 50 miliardi di euro. Un effetto di questa tendenza alla concentrazione monopolistica in Europa, lo stiamo verificando anche in Italia: da Telecom all’Alitalia, dalle banche alle industrie ad alta tecnologia, dall’Enel all’Eni, il processo non solo è evidente agli occhi dei più distratti, ma sta dando vita a concentrazioni rilevanti sul piano globale. Unicapitalia, ad esempio, diventa la seconda banca in Europa, mentre Finmeccanica – in attesa di fusioni con altri gruppi – si piazza tra i primi dieci gruppi industriali-militari del mondo davanti a colossi come General Electric e Thales. Se le grandi multinazionali statunitensi mantengono ancora la vetta nella capitalizzazione di Borsa (Exxon-Mobil, General Electric), è decisamente sorprendente registrare come il terzo gruppo sia la russa Gazprom seguita dalla giapponese Toyota. Sul piano dell’attivo, sono proprio Toyota e Daymler-Chrysler a spodestarle dalla vetta, superando Royal Dutch Shell, Exxon-Mobil e Britih Petroleum, che pure vengono da cinque anni di grazia con profitti stellari dovuti al boom dei prezzi petroliferi. Non solo. Nei casi in cui i grandi gruppi europei non mostrano la sufficiente spregiudicatezza, è pronto a sostituirli ed agevolarli l’intervento pubblico. Nel caso del progetto satellitare europeo “Galileo”, anche il 40% degli investimenti che dovevano essere assicurati dai gruppi privati sarà assunto dalla Commissione Europea con i finanziamenti pubblici. Insomma, il polo strategico europeo si è mosso e si sta muovendo pesantemente sul piano delle ambizioni globali, riuscendo anche a stabilire un tasso di produttività delle imprese europee superiore a quelle statunitensi.

UNA CLASSE DIRIGENTE “EUROPEA” ANCORA INADEGUATA

Siamo dunque ancora in presenza dello schema “Europa gigante economico ma nano politico?”. Per un verso tale schema mantiene la sua veridicità, per un altro fotografa il passato e il presente ma non il futuro, nemmeno nel medio periodo. La divaricazione tra le potenzialità e la possibilità del progetto di rendere l’Unione Europea un polo strategico del “multilaterialismo” agisce ancora dentro l’arretratezza della classe dirigente dei diversi paesi dell’Unione rispetto ai tempi e alle ambizioni del capitale finanziario e del complesso militare-industriale europeo. Di questa arretratezza – ben visibile in Italia nella reprimenda di Montezemolo alla politica o nella annunciata ipotesi di un “governo dei migliori” trasversale, tecnico e rigidamente bipartizan – si comincia ad essere ben consapevoli in tutti gli ambiti decisionali europei: dalla Banca Centrale Europea alla European Round Table, dal Transatlantic Board ai gruppi esclusivi che si confrontano a Davos, a Cernobbio o alle riunioni del Bildeberg o della Trilateral. Come ha dovuto amaramente ammettere Kissinger, l’Europa si è dotata di un “Mr. Europe” (Javier Solana), che ne coordina la politica estera e di sicurezza, ma ha dovuto affidare le sue doglianze verso l’unilateralismo Usa a un leader politico europeo ma extracomunitario come Putin. I discorsi di Putin alla annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco e poi al vertice del G8, non solo sono stati di una durezza inusitata verso gli Usa, ma hanno silenziosamente raccolto i consensi dei principali governi europei, ancora incapaci di parlare un linguaggio altrettanto esplicito verso il superpartner statunitense. Non è un caso che tutti gli incontri bilaterali tra leader europei “storici” e i leader dei nuovi entrati (Polonia e Repubblica Ceca soprattutto) sono stati piuttosto aspri. Lo stesso Prodi ha ammesso pubblicamente le ruvidezze del suo confronto con il presidente ceco Klaus sulle modifiche ai processi decisionali nell’Unione Europea. Le stesse asprezze e sullo stesso tema si sono registrate nell’incontro tra la cancelliera tedesca Merkel e i “due gemelli Kaczynski” che spadroneggiano in Polonia. E’ chiaro che sulla geometria variabile (decide chi è d’accordo sull’obiettivo) e sulla fine dell’obbligo dell’unanimità delle decisioni dell’Unione Europea si andrà ad una accelerazione pesante. A rendere più forte questo pressing sarà anche l’arrivo al potere in Francia di Sarkozy, uno che non vuole litigare per forza con gli Usa, ma che ha un’idea molto precisa e decisa dell’Europa come potenza globale. A fermare questo trend non saranno certo gli improbabili leader politici dei paesi dell’Europa dell’- Est – legati mani e piedi all’amministrazione Usa e da questa usati come ostacoli al processo di rafforzamento globale dell’Europa. Tali leader rischiano ancora una volta di svolgere un ruolo tragico per i rispettivi popoli presi in mezzo ad una duplice tenaglia – relazione speciale tra potenze europee e Russia per via delle risorse energetiche, fedeltà agli Usa che li mette in collisione a Est e a Ovest. Questi governi reagiscono all’incertezza andando sempre più a destra (vedi Polonia, Repubblica Ceca, Estonia etc.) e cercando sicurezza nella subalternità agli Usa.

DA EST A OVEST L’EUROPA VA VERSO IL CENTRO-DESTRA

Non hanno suscitato l’allarme dovuto le decisioni assunte dai governi di destra in Estonia, Polonia e Repubblica Ceca che hanno scatenato una sorta di caccia alle streghe anticomunista sedici anni dopo la dissoluzione dell’Urss. Eppure quei brutti segnali non erano delle “esuberanze” degli ex paesi del socialismo reale, erano in realtà simmetriche a quanto sta avvenendo anche nella vecchia Europa dell’Ovest. Sarkozy stravince in Francia, la Spd tedesca va sempre più a destra e si è perfettamente adeguata al governo della “Gross Koalition” con uno dei partiti democristiani più reazionari d’Europa; i democristiani e le destre hanno vinto le elezioni in Belgio; Zapatero è costretto a rilanciare il patto bipartizan con il reazionario Partido Popular contro i baschi; in Gran Bretagna i conservatori si apprestano a mettere nuovamente fine all’epoca dei neolaburisti e in Italia il governo Prodi sembra destinato a cambiare geo- metria politica e riconvertirsi o in un esecutivo istituzionale, o in un governo neocentrista. Del tutto specularmente a questo spostamento verso il centro-destra, anche le forze della sinistra europea stanno imboccando una deriva moderata che, nella migliore delle ipotesi, cerca di rinverdire una ipotesi socialdemocratica (quella di Bad Godesberg o di Epinay, come invocato da qualcuno), ipotesi che non può più contare però né sul blocco storico che consentì il compromesso sociale del dopoguerra intorno al welfare state, né salvaguardare i residui del “modello renano” oggi frantumato dagli spiriti animali delle ambizioni europee nella competizione globale. E’ prevedibile che nel prossimo periodo, l’intera classe dirigente europea sia conforme ad un modello ultraliberista in economia e profondamente reazionario in politica. Lo spauracchio dunque non sarà solo Berlusconi, ma un intero processo storico che ha visto nell’unificazione europea sul piano economico e politico e nel dogma dei Trattati di Maastricht o della Costituzione Europea (sostenuti acriticamente dal centro-sinistra e dalla socialdemocrazia) il loro punto di forza. Sarà una bruttissima Europa quella dentro cui dovremo lottare nei prossimi anni. E’ bene esserne consapevoli sin da subito e non consolarsi con boutade pubblicitarie che non sostanziano forze sociali reali né un’idea di conflitto di classe capace di invertire la tendenza. E’ dell’idea della funzione “comunque progressiva” dell’Europa che dobbiamo liberarci… e in fretta. Il mercato europeo dell’energia sarà presto dominato da tre/cinque grandi gruppi con un fatturato superiore ai 50 miliardi di euro.

L’arretratezza della classe dirigente dei diversi paesi dell’Unione rispetto ai tempi e alle ambizioni del capitale finanziario e del complesso militare-industriale europeo è ancora un dato di fatto.

I discorsi di Putin alla annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco hanno silenziosamente raccolto i consensi dei principali governi europei.