Una Rifondazione in quattro atti

COME È CAMBIATO IL PRC, DALL’EREDITÀ DEL PCI ALL’ALLEANZA CON PRODI. PROPONIAMO UN INTERESSANTE ARTICOLO DELLA COMPAGNA ROSSANDA TRATTO DA IL MANIFESTO DELLO SCORSO 20 MARZO

Dare una nuova identità alle pratiche anticapitalistiche: è un difficile travaglio che mette in gioco il merito della politica, ma chiama in causa anche il metodo e la democrazia interna a un partito «antisistema». Con qualche contraddizione tra il dire e il fare.

Non credo che si possa capire Rifondazione comunista soltanto attraverso la difficoltà di darsi un gruppo dirigente, le lotte interne, gli esiti elettorali. Sono paramenti ineludibili, ma impossibili da leggere se ne tagli fuori la questione di fondo. Che fin dall’inizio è stata la possibilità di tenere in piedi, dopo la svolta di Occhetto, un partito che svolgesse il ruolo un tempo svolto dal Pci, capace di raccogliere una forza di massa tale da pesare sugli indirizzi del paese e, se non di abbattere il capitalismo (e poi, una seconda volta in un solo paese?), almeno di condizionarne potere e forme. Era un interrogativo non scontato e tale resta per chiunque non celi, dietro il leit-motiv dell’obsolescenza della forma partito, l’accomodarsi a un capitale da regolare un tantino e alla protesta sulla sempre maggiore autoreferenzialità delle istituzioni: deriva incoercibile in occidente, alla quale cedevano i Ds, che i socialisti avevano già introiettato, che per i Verdi non era mai stata un problema e che le nuove sinistre davano per inutile. Soltanto una minoranza del Pci rispondeva positivamente lanciando Rifondazione comunista.

Era una scommessa rischiosissima: non si era più nel 1921 ma nei primi anni Novanta, l’Urss implodeva, il capitalismo diventava un sistema globale, al punto da penetrare anche nei regimi sedicenti socialisti. A torto Fukuyama vi vedeva la fine della storia; ma la fine di un’epoca, lo era. Inoltre, il sistema del capitale, trovandosi senza avversari in grado di competere e con la sola potenza rimasta – gli Stati uniti – dalla sua parte, non accettava più i compromessi che avevano governato gran parte dell’Europa keynesiana, abbattuto i regimi fascisti in Spagna e in Portogallo, e sui quali si basava la piattaforma postbellica del diritto internazionale. «Rifondare» dunque si doveva, se si voleva far fronte a una spinta devastante e fin riportatrice di guerra. Ma rifondare come? E facendo leva su chi?

ATTO PRIMO, PRESERVARE

La prima rifondazione comunista fu di conservare quel che aveva resistito al cambio del nome e dell’identità del Pci, e non molto altro. Tanto più che Cossutta aveva deciso la rottura anche se gli era venuta a mancare la parte più modernamente critica del Pci, che faceva capo alla mozione due di Pietro Ingrao. Puntava sull’emozione e sugli affetti più che sull’analisi del presente e non faceva troppa differenza fra quel che era morto – giustamente morto, con l’Urss di Stalin e Breznev – e quel che poteva restare un progetto per un occidente sconvolto nei suoi equilibri dal venir meno della contesa Usa-Urss. Ma le famose masse dubitavano che quel che era imploso così drammaticamente conservasse un qualche appeal sotto lo slogan: meglio un brutto socialismo che un bel capitalismo. L’Unione sovietica non era un partitino che si era sciolto per caso.
Dopo un primo successo della scissione, la domanda «chi siamo, a chi ci rivolgiamo e per quale fine» è stata impellente, e si capisce che abbia tormentato il giovane partito. A Garavini, che forse l’aveva abbozzata, non fu dato tempo, la componente de il manifesto che vi era confluita con un patrimonio non da poco non riuscì a prenderne le redini, puntò su Bertinotti e fu esclusa alla prima occasione di «far politica » in una torbida transizione come quella del governo Dini. Neanche il duo Bertinotti-Cossutta sarebbe durato a lungo. Il nuovo segretario tentò un allargamento della base perdendo i «vecchi» e prendendo per referente il solo Berlinguer, che aveva lasciato un’immagine amata e rispettata non solo nel suo partito. Ma Berlinguer aveva sbagliato nell’analisi della minaccia fascista in Europa (che allora non c’era) e nel progetto di allearsi contro di essa con la parte più intelligente della Democrazia cristiana. La quale non era né unita né pronta a fare questo salto e, contrariamente all’angelizzazione che se ne fa oggi, Moro non era né materialmente né caratterialmente in grado di farglielo fare; con Berlinguer, egli avanzava e recedeva come con Nenni nel 1963, logorando i comunisti. L’ipotesi di Berlinguer era venuta meno prima che le Br lo uccidessero. E l’ultimo Berlinguer, che chiude con la solidarietà nazionale e «occupa» la Fiat, tentava invano di recuperare quello che dirigenti e corpo del partito avevano perduto in quel fatale decennio, come per altre ragioni con ce la fece in Urss Mikhail Gorbaciov. Rifondazione comunista non poteva reggere nella sola evocazione di quella onesta figura.

ATTO SECONDO, ALLEANZA E ROTTURA

Il bipolarismo non aiuta una forza piccola a crescere. Nel 1996 Bertinotti non poté che allearsi con il centrosinistra e non poté che rompere con esso due anni dopo. Come che sia stata avvertita questa rottura da una opinione speranzosa, è un fatto che Prodi e D’Alema s’erano impegnati, una volta raggiunto l’euro, a passare a una politica sociale meno restrittiva. Ma la promessa «fase due» non ebbe luogo. Forse anche per la difficile contingenza economica, per l’avanzare della globalizzazione, perché la nuova Europa si delineava non molto più che una rigida politica monetaria. Che il tirarsi fuori di Rifondazione sia stato un errore tattico, che il paese non capisse, che più comprensibilmente si sarebbe potuto rompere due mesi più tardi sulla guerra nel Kosovo o che sia stato addirittura un calcolo sbagliato, si può discutere; ma nel merito, ogni domanda di Rifondazione era stata respinta, senza che le esigenze avanzate da Bertinotti fossero eversive: non sarebbero state granché le 35 ore, con le quali la Francia è cresciuta mentre noi, senza di esse, siamo andati declinando, e non era granché, se mai troppo poco elaborata e soltanto assistenziale, la difesa dei lavori socialmente utili. Negarlo significava togliere ogni credibilità a Rifondazione – e non innocentemente.

Su questa strada il centrosinistra danneggiava anche se stesso. Arrivava alle elezioni del 2001 dopo aver chiesto molti sacrifici, dato ben poco e con la tentazione irrefrenabile – che una volta D’Alema riconobbe – di credere alle sirene liberiste dell’impresa sulle privatizzazioni e sulla scuola. Che la tattica della desistenza abbia danneggiato le sinistre nel 2001 può essere vero ma non è lecito dimenticare che il governo di centrosinistra aveva mancato a ogni speranza che in esso era stata riposta, rinunciando a esercitare qualsiasi pressione anche sulla Costituzione europea in fieri e addirittura entrando in guerra.

Il tentativo di strangolare Rifondazione ci fu, ed esplicito. E non stupisce che Rifondazione votasse agli inferi quel centrosinistra che così l’aveva trattata. Ma, scampato il pericolo di scomparire dalla scena politica per non aver raggiunto il 5 per cento, Bertinotti ricominciava a dibattersi. E c’era di che. Neanche la sconfitta era servita da ammonimento alle sinistre moderate, non riusciva a disincagliare neanche le loro sinistre interne. Al tentativo di Cofferati, assai rispettoso delle regole, venne opposta una resistenza che lo indusse a cercar radici altrove prima di essere schiacciato da un congresso.
Rifondazione era viva ma su chi puntare per una ripresa? Il bacino tradizionale della sinistra appariva confuso e fin corrotto, giacché molti operai del nord avevano votato la Lega. La proposta che avanzava ne la rivista del manifesto, puntare a un programma ambizioso e possibilmente unitario per rigalvanizzare forze politiche ed elettorato, non convinse Bertinotti che aveva bisogno di una affermazione a tempi brevi.

E’ a questo punto che viene la felice sorpresa del popolo di Seattle: qualcosa si muove, anzi molto, ma fuori del quadro politico. Bertinotti lo chiama il movimento dei movimenti (non nel senso di «madre di tutti i movimenti» ma del «muoversi dei movimenti») e appare non solo a lui ma a tutto il mondo come una soggettività inattesa e di inattese dimensioni e durata. E anche una nuova cultura. Alla quale Rifondazione si propone come interlocutore politico interno e esterno.

ATTO TERZO, I MOVIMENTI

Al penultimo congresso fa un salto per andare incontro a un movimento che è contro le ingiustizie più che contro il capitale – il quale gli resta arcano e invisibile se non nei suoi effetti – e si propone un distacco radicale dalla tradizione del movimento operaio. Incontrando su questa strada da Latouche a Revelli a Negri. Siamo al terzo millennio e il movimento segna la sua più alta presenza nei milioni di persone che protestano contro la guerra, ma non riesce a impedirla né a condizionarla. Pesa di più perfino la vecchia Europa.

Non so se oggi i movimenti abbiano realizzato che fuori dalle istituzioni non si riesce ad agire sul sistema economico e politico. Il grimaldello per agirvi resta, piaccia o no, la rappresentanza: con tutti i suoi vizi. Il palazzo d’inverno è ormai diffuso ma non sarà soltanto una moltitudine inorganizzata ad averne ragione.

D’altra parte, è stato un errore credere alla fine della contraddizione capitale-lavoro a vantaggio di altri conflitti. Il capitale non si può dare se non in contraddizione con il lavoro che deve alienare e mercificare, non può crescere soltanto esponenzialmente sulle rendite; ma finché il lavoro gli è necessario, la contraddizione si personificherà nei corpi e nelle vite dei vecchi e nuovi proletari. Ai quali il padronato multinazionale tenta di togliere non a caso qualsiasi conquista di diritto. Aver identificato la contraddizione capitale-lavoro nella mera tradizione comunista, antistaliniana, è stata una bufala.
Bisogna dire che fra il penultimo e l’ultimo congresso, Rifondazione se ne è ripresa, specie grazie alla Fiom, ma non solo. Ha pesato certamente l’opposizione del gruppo de l’ernesto. Ma soprattutto il tentativo di Cofferati ha lasciato una traccia e la scarsa crescita o addirittura il declino, nonché la liberalizzazione dei capitali, fanno il resto. La lotta operaia riprende con la stessa forza e gli stessi limiti. Ribattezzarla come «nuovo movimento operaio» è un espediente. La verità è che l’estendersi della globalizzazione estende lo sfruttamento e l’esclusione – ha un bel negarlo chi insiste che è cambiato il paradigma del Novecento e che va non arricchito, ma sostituito. Noi europei dell’ovest possiamo scordarlo solo perché vi siamo inclusi fra i privilegiati, malmessi ma vivi.

L’ultima Rifondazione dunque ritorna su due punti: far valere la propria forza nelle istituzioni e ricomporre i nuovi soggetti dell’altermondialismo con il movimento operaio. E cerca anche di dar voce – cosa mai riuscita a nessun partito – al conflitto fra i sessi. Certo pensa a un’opinione diffusa, piuttosto che al proprio interno, quando lancia in forme apodittiche il tema della non violenza (sul quale ho già detto quel che penso in altra sede).

ATTO QUARTO, DI LOTTA E DI GOVERNO

Ma per il resto, Bertinotti è stato convinto da una parte della sua opposizione, mentre è riuscito assai meno a convincerla sulle conclusioni che essa stessa aveva auspicato. E’ proprio a questo punto che la stretta sulla gestione del partito appare più un gesto di stanchezza che non un ragionamento. La più grande, anche se non la sola, delle minoranze, ricorda che stare in un governo è per una piccola forza assai rischioso. E insiste perché prima di entrarci ci siano accordi su di un programma riformatore autentico.

Perché, si osserva, il nodo delle scelte, se viene evitato ora, si ripresenterà in caso di vittoria e Rifondazione rischia di trovarsi nelle condizioni del 1998, ingoiare o andarsene. Che l’Ernesto lo dica fin da ora non è davvero un delitto. Che Bertinotti obietti che oggi come oggi un progetto si può fare solo strada facendo, con gli altri partecipi nel tentativo di governo, è del tutto lecito. Non ci sono molte altre strade, oggi come oggi e in Italia, per una forza che non si proponga solo un ruolo di testimonianza a futura memoria. Perché affrontare questo genere di opposizione fino a un congresso dove ci si è molto feriti proponendo una sorta di dittatura della maggioranza? Come si può sostenere che i residui di stalinismo, attribuiti a l’ernesto, si liquidino con gli stessi argomenti usati dal defunto Stalin e da tutti i pc del mondo verso le loro opposizioni? Un partito deve poter agire senza intralci, un partito non è un circolo di discussione, non abbiamo tempo da perdere – chi è stato nel Pci conosce questo ritornello a memoria. Mi fa specie che Rina Gagliardi mi scriva quel che a suo tempo mi disse Armando Cossutta e che forse oggi non direbbe più.

E’ una falsa semplificazione. Come si verifica la propria linea sull’insieme del partito se non di fronte a questa o a quella sede concreta? E come possono giudicarne delle minoranze che ne sono escluse, concedendo loro di essere non più che osservatrici da una certa distanza? Una maggioranza può sempre decidere anche in presenza di organismi dove tutta la base del partito sia rappresentata. Ma dove questa non è rappresentata non si misura con quella parte che essa non è. Non ci sono cento maniere diverse di governare un collettivo politico – per di più isolato e per di più di lotta – permettendo anche ad altri, che si trovano a disagio dove ora sono, di aderirvi senza sospetto. Gramsci aveva ragione osservando che un partito rappresenta in nuce un modello di stato cui tende.

E’ assai lontano da noi sottovalutare la vastità dell’impegno che Rifondazione si prende. Proprio per questo non pensiamo che le giovi mutilarsi nella prova più difficile, quella di un governo di forze assai differenti per strutture e obiettivi. Né ci scandalizza che Bertinotti abbia cominciato dal rapporto con Prodi, che non potrà essere se non un impegno reciproco: io non ti ammazzo, tu non mi ammazzi. Non credo che i Ds glielo avrebbero dato e che avrebbe contato altrettanto. Ci auguriamo che esso riesca a liberarci dal Cavaliere e a spostare la discussione sul che fare dell’Italia a un livello meno sconfortante di quello cui è ora.