Una nuova tappa nella storia del mondo

Incontriamo per l’ernesto Samir Amin, presidente del Forum Mondiale delle Alternative. Fra i temi toccati quello – assai scabroso anche a sinistra – relativo all’inconsistenza di un progetto europeo (l’Unione Europea) alternativo al mo – dello USA e alla NATO. Lontano dalla prudente retorica del politically correct, instancabile promotore di alternative politiche ed economiche al dogma neoliberista dominante, l’economista egiziano Samir Amin ha fatto del linguaggio schietto, del rigore analitico e della passione militante gli strumenti della sua decennale battaglia anti-capitalistica e antimperialista.

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– Secondo la tua analisi, il capitalismo e la globalizzazione esistono da secoli, ma dopo la seconda guerra mondiale saremmo entrati in una nuova fase, all’interno della quale va collocata la strategia degli Stati Uniti che estende la dottrina Monroe all’intero pianeta. Quali sono, a tuo parere, le caratteristiche di questa nuova fase, e quali gli obiettivi prioritari della strategia statunitense?

Alla base di questa nuova fase c’è una trasformazione della natura dell’imperialismo (parlo di imperialismo, e non di «impero », come fa Toni Negri): se fino alla fine della seconda guerra mondiale le potenze imperialistiche erano in conflitto permanente tra loro, dopo abbiamo assistito a una trasformazione strutturale, che ha dato vita a quello che io chiamo l’imperialismo collettivo della «triade» – semplificando un po’, Stati Uniti, Unione Europea e Giappone – ovvero l’insieme di quei segmenti dominanti del capitale che, pur tra contrasti e competizioni, avevano ieri un interesse comune ad opporsi alla minaccia rappresentata dal sistema sovietico. E oggi, dopo il crollo dell’Urss, hanno interessi comuni nella gestione e conservazione di un certo ordine mondiale dove essi possano continuare a detenere una funzione dominante. Questo ordine mondiale, che rappresenta una forma di nuovo imperialismo verso l’ottantacinque per cento della popolazione mondiale, «richiede» la guerra. Proprio questo è il punto in cui si evidenzia il progetto dell’establishment americano, che riflette l’orientamento della maggioranza della classe dirigente statunitense, di controllare militarmente il pianeta. E qui si evidenziano le esitazioni e debolezze di UE e Giappone nel contrastarlo nei suoi presupposti fondamentali; che sono poi quei presupposti su cui si fonda la cosiddetta solidarietà atlantica (che in senso lato comprende anche il Giappone, Israele, l’Australia). Gli Stati Uniti hanno scelto di sferrare il primo attacco in Medioriente (e oggi minacciano l’Iran) per una serie di motivi, due in particolare: per il petrolio e, attraverso il controllo militare delle principali regioni petrolifere del pianeta, per esercitare una leadership incontestata, per costituirsi come una minaccia permanente nei confronti di tutti i potenziali concorrenti economici e politici. Ma anche perché dispongono nella regione di quella che io definisco la loro portaerei permanente, lo stato di Israele, attraverso cui si assicurano uno strumento di pressione continuativa, funzionale alla occupazione della Palestina e, come si è visto, anche all’aggressione del Libano.

– Tu hai sostenuto che il militarismo aggressivo degli Stati Uniti non è tanto un sinonimo di forza, quanto, piuttosto, un mezzo per bilanciare la loro vulnerabilità economica. Puoi spiegarci meglio cosa intendi?

Secondo la retorica dominante, di cui sfortunatamente è vittima anche gran parte dell’opinione pubblica europea, la supremazia militare degli Stati Uniti rappresenterebbe la punta dell’iceberg di una superiorità in termini di efficacia economica e di egemonia culturale. La realtà, invece, è che gli Stati Uniti si trovano in una posizione di estrema vulnerabilità, che si manifesta nel deficit enorme contratto nel commercio estero, e da questa fragilità deriva l’opzione strategica della classe dirigente degli Stati Uniti che si risolve nell’uso dell’arma militare. Esistono persino documenti del Pentagono che dimostrano come gli Stati Uniti abbiano considerato possibile una guerra nella quale le vittime della loro aggressione atomica potrebbero arrivare a seicento milioni.

– Di fronte al protagonismo degli Stati Uniti, l’Unione Europea sembra ancora incapace (o forse sarebbe meglio dire : priva di volontà politica) di articolare un progetto realmente alternativo. Cosa ne pensi?

Per il momento, nonostante i tanti europei che se lo augurano, non credo proprio che l’Unione Europea (e tanto più una UE che non sa o non vuole costruire un progetto comune e strategico con la Russia, nei confronti della quale al contrario rinfocola elementi di ostilità) sia in grado di diventare un elemento alternativo all’egemonia degli Stati Uniti. Dovrebbe uscire dalla Nato, rompere l’alleanza militare con gli Stati Uniti, emanciparsi dal neo-liberismo.

FUORI DALLA NATO

Attualmente, però, la grande maggioranza delle forze politiche europee – sia di centro-destra che di centro- sinistra – sembrano tutt’altro che interessate a un simile progetto, tanto che hanno rinforzato piuttosto l’atlantismo e l’allineamento alla Nato e al liberalismo. Oggi non c’è – al di là della retorica che anche a sinistra si ode spesso sull’argomento – “un’altra Europa” all’ordine del giorno. In questo senso l’Europa non esiste: sulle questioni di fondo, il progetto UE è semplicemente il risvolto europeo, con qualche minor oltranzismo, del progettoamericano.

– Eppure, i riferimenti per costruire un’«altra Europa» tu li hai spesso individuati proprio nel conflitto di culture politiche che storicamente ha differenziato l’Europa dagli Stati Uniti…

Le culture politiche dell’Europa si sono formate nel corso degli ultimi secoli attorno alla polarizzazione del contrasto tra destra e sinistra: chi era a favore dell’Illuminismo, della rivoluzione francese, del movimento operaio, della rivoluzione russa, a sinistra; chi era contro, a destra. La storia dell’Europa è la storia di culture politiche del «non consenso», che estende il conflitto ben oltre una versione riduttiva, meramente economicistica, della lotta di classe, per farne anche conflitto di civiltà, di modello sociale, di valori. La cultura degli Stati Uniti ha invece tutta un’altra storia, e si è for mata come una cultura del consenso: consenso sul genocidio degli indiani, sullo schiavismo, sul razzismo. E sul capitalismo, dal momento che negli Stati Uniti esso non viene messo in questione e, se c’è lotta di classe, non esiste tuttavia nessuna politicizzazione di questa lotta. Le migrazioni successive, grazie alle quali si è costruito il popolo nordamericano, infatti, hanno sostituito alla formazione di una coscienza politica quella di una coscienza comunitarista. Oggi assistiamo a un tentativo di «americanizzare » l’Europa e di sostituire alla cultura del conflitto quella del consenso: si pretende che non ci sia più né destra né sinistra, non più classi o ceti sociali, ma “cittadini” consumatori più o meno ricchi.

– Il Forum sociale mondiale, di cui sei stato e sei uno dei protagonisti, secondo una ricostruzione superficiale dotata di una certa eco, sarebbe nato sulla scia delle manifestazioni altermondialiste di Seattle. Eppure, la storia del Forum ha una derivazione molto meno «occidentale » di quanto si creda. O no?

Il Forum sociale mondiale non è una creazione dell’Occidente. Il primo appuntamento è stato in Brasile; poi – non per caso – gli altri incontri più significativi si sono svolti a Mumbai, Bamako, Caracas, Karachi, Nairobi. Mentre il movimento altermondialista incontra proprio oggi una fase di crisi soprattutto in Occidente. Non bisogna dimenticare, inoltre, che a Seattle il WTO è stato messo fuori gioco non dai manifestanti nordamericani, ma dal voto della maggioranza dei paesi in via di sviluppo. E’ da questi Paesi, e più in generale dalle nuove potenze emergenti (Brasile, Venezuela, Sudafrica, Russia, Cina, India, Iran…) che oggi viene la spinta maggiore ad una modifica dei rapporti di forza planetari a detrimento della tradizionale supremazia di quello che io chiamo l’imperialismo della “triade” (USA, UE, Giappone).

– Eppure dopo il crollo dell’URSS è potuto sembrare a molti, anche a sinistra, che la vittoria del capitalismo e dell’imperialismo su scala mondiale fosse ormai irreversibile, per una lunga fase storica…

Non c’è dubbio che il capitalismo e l’imperialismo, passati all’offensiva dopo il crollo del sistema sovietico, hanno vissuto una fase di grande euforia, almeno fino alla metà degli anni ’90. Sono gli anni della mondializzazione neo-liberista indicata come unica prospettiva, gli anni del “pensiero unico”. Ma questa fase è finita presto, perché le classi popolari, i popoli, le forze politiche e statuali non omologate – certo con modalità e intensità assai diverse da continente a continente – hanno intrapreso una lotta di resistenza a tale offensiva che ha assunto forme assai diversificate: resistenza al neo-liberismo economico, allo smantellamento delle conquiste sociali, alle aggressioni militari e alle guerre dell’imperialismo USA e dei suoi alleati. In questo senso le rivendicazioni per una regolamentazione del mercato, per la promozione dei diritti delle donne, per la difesa dell’ambiente, per la difesa del ruolo dell’economia e dei servizi pubblici, così come le resistenze popolari armate alle aggressioni degli USA e dei loro alleati in Medio Oriente (Iraq, Palestina, Libano) non sono meccanicamente separabili le une dalle altre. Purtroppo sono molte le forze politiche – che storicamente appartenevano alla sinistra – che non hanno partecipato a queste lotte, che sono rimaste timide di fronte alle aggressioni militari, se non addirittura partecipi delle opzioni liberiste e imperialiste.

– Qual è il bilancio che tiri da questa ripresa di lotte e resistenze, sviluppatesi a partire dalla seconda metà degli anni ’90?

Molte di queste lotte hanno registrato successi incontestabili e hanno messo in crisi quell’offensiva del capitale e dell’imperialismo che sembrava incontenibile. Il progetto USA di controllo militare del pianeta, indispensabile per garantire il pieno successo della mondializzazione liberista, e le guerre “preventive” condotte per metterlo in pratica (invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, occupazione della Palestina, aggressione al Libano) sono già oggi caratterizzati da una crisi profonda, non sono riusciti ad affermarsi compiutamente, sono costretti ad arretrare e a fare i conti con resistenze popolari crescenti. Anche il progetto economico-sociale neo-liberista, concepito per dare una forte e durevole stabilità al processo di accumulazione del capitale, e gli strumenti di cui si è servito (Banca Mondiale, FMI, WTO, Unione Europea) non riescono ad imporre le loro condizioni in vaste e crescenti aree del mondo (America Latina, Russia, Asia, Africa…). Si affermano processi democratici e nazionali alternativi che si propongono di sostituire i poteri sociali e politici dominanti fondati sull’alleanza tra imperialismo e borghesie nazionali compradore ad esso asservite, con nuove alleanze alternative, fondate su nuovi e più avanzati compromessi sociali e di classe : democratici, nazionali, progressivi, e che in alcuni casi alludono persino a prospettive di tipo socialista. Si tratta di un processo a tappe, in cui il tema della democratizzazione è posto come processo senza fine e senza confini, inseparabile dal progresso economico-sociale, e non come assimilazione del modello della democrazia politica rappresentativa occidentale. Un processo di piena affermazione della sovranità degli Stati, delle nazioni e dei popoli, che sappia imporre forme negoziate di mondializzazione e non imposte unilateralmente dal

– Tali processi di affermazione di una propria identità e sovranità nazionale si associano a volte a movimenti di ispirazione religiosa (ad es. islamici) che in Occidente anche molte forze di sinistra considerano assolutamente “non democratici”. Come vedi il problema?

La “democrazia”, intesa in senso lato, non è qualcosa che possa essere né esportata (dall’Europa) né imposta (dagli USA). Essa non può che essere il prodotto di una conquista dei popoli medesimi del Sud del mondo attraverso le loro lotte per il progresso sociale, così come storicamente fu (ed è) il caso dei popoli d’Europa, attraverso un lungo processo storico. Non ci sono scorciatoie.

– Questa tua insistenza sul tema della sovranità nazionale degli Stati è visto da molti, anche nella sinistra europea, come un approccio superato nell’epoca della mondializzazione…

So bene che il solo menzionare il concetto di nazione, di indipendenza e sovranità nazionale provoca in alcuni ambienti acute crisi di orticaria… Il cosiddetto “sovranismo” viene qualificato come una sorta di “tara passatista”. Il concetto di nazione sarebbe da buttare alle ortiche, ormai travolto dalla mondializzazione. Questa tesi bizzarra, assai popolare nelle classi medie europee (per ragioni evidentemente collegate alla necessità delle classi dominanti di legittimare la costruzione dell’Unione Europea), non trova alcun riscontro nei Paesi e nei popoli del Sud del mondo (e, sia detto per inciso, neppure negli Stati Uniti e in Giappone…). Non sto certo sostenendo tesi autarchiche. Ma ogni convergenza a livello mondiale e continentale è priva di sostanza e di fondamento concreto se essa non è prima di tutto costruita a livello nazionale, e consolidata in un nuovo potere politico statuale. Lo si voglia o no, è ancora e innanzitutto a questo livello che possono essere modificati con la lotta i rapporti di forza sociali, politici, statuali a favore delle classi popolari. Il livello mondiale o continentale può riflettere le avanzate nazionali, senza dubbio facilitarle (o quanto meno non ostacolarle), ma niente più. Il punto di partenza è sempre nazionale.

– Anche tu citi però una peculiarità del contesto europeo…

In Europa, l’aver accordato – anche da parte della maggioranza delle forze di sinistra – una priorità al tema della “costruzione dell’ Unione Europea” ha favorito e favorisce uno scivolamento progressivo verso il social- liberalismo, verso le illusioni alimentate dalla retorica della “terza via” e del “capitalismo dal volto umano”. Personalmente penso che una modifica negli orientamenti politici nazionali di questo o quel Paese europeo e in particolare la rottura con l’atlantismo (che significa subordinazione agli USA) é la condizione preliminare per ogni discorso sull’autonomia dell’Europa e dei singoli Paesi del continente. La NATO è il primo nemico dell’indipendenza dei popoli europei. Ciò suppone peraltro un rapporto di cooperazione strategica con la Russia, per un’altra Europa, e quindi il superamento di una concezione che identifica l’Europa con l’Unione Europea.

L’UE NON E’ L’EUROPA

Un asse privilegiato tra Francia, Germania e Russia sarebbe un passo importante in questa direzione; ma l’evoluzione della situazione politica in Francia e in Germania si muove oggi in senso inverso, verso un recupero della solidarietà atlantica (per non parlare della politica economica). Per questo considero sbagliata e retorica ogni enfasi sul ruolo “progressivo” dell’Unione Europea nell’attuale contesto mondiale. Non sottovaluto il ruolo e il valore delle lotte delle forze progressiste presenti nei Paesi dell’UE, ma bisogna guardare in faccia la realtà, e non è certo lì che oggi troviamo l’epicentro del processo rivoluzionario e di trasformazione progressiva su scala mondiale.

– Dove individui dunque le componenti trainanti di un processo di trasformazione su scala mondiale?

Penso che la ricostruzione di quello che io chiamo “un fronte dei Paesi e dei popoli del Sud del mondo” (ovvero dei Paesi e dei popoli nonallineati, che non fanno parte della triade imperialista) sia una delle condizioni fondamentali per l’emergere di un “altro mondo”, non imperniato sul dominio imperialista. Senza sottovalutare l’importanza delle trasformazioni di varia natura che hanno avuto la loro ori- gine nelle società del Nord del mondo, esse sono rimaste fino ad oggi fortemente e fondamentalmente intrecciate col sistema di dominazione imperialista. Non dovremmo dunque stupirci che le grandi trasformazioni su scala mondiale abbiano trovato la loro origine nelle rivolte dei popoli della periferia, dalla Rivoluzione russa (l’ “anello debole” dell’epoca) a quella cinese e alla formazione successiva del fronte dei Paesi Non Allineati (Bandoung), che hanno costretto l’imperialismo ad adattarsi a una serie di esigenze in contrasto con la logica della sua espansione. Nel nuovo contesto mondiale del XXI secolo, la dinamica propulsiva viene da tutti quei popoli e Paesi che perseguono un progetto “nazionale”, che entra obbiettivamente in contrasto con le strategie dell’imperialismo, come è il caso della Cina o dei paesi emergenti dell’Asia e dell’America Latina. Una serie di alleanze a geometria variabile sono in via di costruzione tra Stati e governi dei diversi continenti, di cui abbiamo visto l’emergere anche all’interno del WTO. Senza farsi illusioni, non dobbiamo però sottovalutare le possibilità nuove che tali nuove alleanze in formazione possono offrire ai movimenti e alle lotte dei popoli, offrendo ad essi un terreno più favorevole su cui svilupparsi e riorganizzarsi. E’ in questa nuova dialettica tra lotte dei popoli e nuovi sistemi di alleanze tra classi dirigenti di Paesi non-allineati, non omologati al sistema di dominazione imperialista, che vedo la possibilità dell’emergere di una nuova dinamica internazionale progressiva. Che può spingere anche alcuni Stati che dispongono di un “progetto autonomo” per il mondo di domani ad evolvere in una direzione più risolutamente antimperialista. Dobbiamo augurarci e lavorare perché l’emergere di queste nuove dinamiche sia compreso e sostenuto (non osteggiato) dalle forze progressiste dei Paesi del Nord del mondo.

a cura della redazione