Una Nuova Nato tra Asia e Pacifico?*

*studioso di questioni geopolitiche

Sebbene Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud e Giappone non siano formalmente componenti della Nato, sono legati a quest’ultima attraverso accordi formali di partenariato e, indirettamente, attraverso un network di accordi bilaterali di natura militare anche con Stati Uniti e Gran Bretagna. La creazione di una organizzazione parallela simile alla Nato nel Sud-est del Pacifico è parte della nota strategia, già in voga durante la Guerra Fredda, “del rischio calcolato”, strategia che ha come fine ultimo quello di creare un’alleanza militare globale. Ellen Bork, direttore esecutivo del progetto New American Century (PNAC), ha analizzato la creazione di una rete militare in Asia simile a quella della Nato sulla base di un documento inerente la politica estera redatto dalla Corea del Sud lo scorso dicembre 2006. Il PNAC è un think tank di cui fanno parte Dick Cheney, George Bush, Richard Perle, Lewis Libby, Karl Rove Zalmay Khalilzhad, Richard Armitage e Paul Wolfowitz.

LA MILITARIZZAZIONE DEL GIAPPONE

“… il Giappone e gli alleati della Nato stanno facendo fronte ad alcune minacce”: così si è espresso di recente il Segretario Generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer Tokyo sta gradualmente armonizzando e coordinando la politica militare con quella statunitense, attraverso accordi bilaterali e multilaterali. Dopo essere stato posto sotto il controllo militare americano per diversi anni al termine della Seconda guerra mondiale, nel 1951 il governo giapponese ha siglato un primo trattato di sicurezza con gli Usa, per poi sancire dieci anni dopo con un secondo accordo bilaterale. Giappone e Corea del Sud sono entrambi parte di un grande progetto militare americano che prevede lo stazionamento di sistemi missilistici e di forze militari rapide, come previsto negli accordi siglati già con l’amministrazione Reagan. Questa alleanza militare è stata sostenuta in Asia per contenere la sospetta minaccia di un attacco missilistico da parte della Corea del Nord, così come la Cina è divenuta il pretesto per giustificare lo sviluppo di una tale strategia, in grado di coinvolgere tutti i paesi della costa asiatica del sud e sud-est. Il governo giapponese ha siglato anche un trattato di sicurezza bilaterale con l’Australia, con l’obiettivo di rafforzare le relazioni militari e garantire la reciproca sicurezza. L’Australia, è bene ricordarlo, sotto il governo di John Howard si è impegnata a fondo in progetti di alleanze militari con i paesi della regione del Pacifico con l’obiettivo dichiarato di accerchiare la Cina in prossimità dei suoi confini orientali. Lo scorso gennaio, l’allora primo ministro nipponico Shinzo Abe ha visitato il quartier generale della Nato a Bruxelles, incontrando funzionari di Germania e Gran Bretagna, potendosi anche rendere conto del dibattito interno all’alleanza (asse franco-tedesco – ciò che ne resta – e asse Usa-Gbr). Durante la visita, Abe ha affermato che il Giappone avrebbe lavorato con la Nato in Afghanistan e ha di seguito sottoscritto un accordo di cooperazione militare con l’alleanza.

Nel 1999, al tempo dell’espansione Nato e dell’offensiva militare nella ex Jugoslavia, Giappone e Stati Uniti lanciarono un programma di ricerca congiunta sulla difesa antimissile e Tokyo ha convertito la sua agenzia di difesa in un ministero a tutti gli effetti, elemento che costituisce un chiara violazione della Costituzione nipponica. Il governo giapponese sta anche cercando di dispiegare i Patriot PAV-3 e i missili “Aegis standard”, permettendo lo stazionamento di radar militari all’interno del progetto dello scudo globale antimissile. Funzionari giapponesi vorrebbero modificare la Costituzione per permettere al paese di uscire dalle angustie del non riarmo imposto al termine del Secondo conflitto mondiale e di instaurare più liberamente alleanze militari sul modello di quella con la Nato, sostenuti in questo da Stati Uniti, Unione Europea e Australia, favorevoli ad una nuova militarizzazione del Giappone. D’altra parte, già da tempo il governo giapponese agisce in chiara violazione dell’articolo 9 della Costituzione, che vieta di avere truppe militari proprie (con il solo limite di “forze di autodifesa”) e di intervenire in missioni all’estero. In questo senso, sono già state avviate le procedure per emendare la Costituzione, scenario che aprirebbe la strada alla formazione di un vero esercito giapponese, mentre il paese ha già iniziato a sviluppare le proprie capacità militari e le proprie forze armate. Il passaggio legislativo ha la funzione di mettere nero su bianco quello che in verità è già in corso d’opera. Il governo nipponico è andato avanti nel suo progetto di militarizzazione, nonostante la maggioranza dei suoi cittadini sostenga il carattere pacifista della Costituzione. Il progetto di legge è in Parlamento e, secondo l’ex primo ministro Abe, questo permetterà al Giappone di “rimuovere i limiti sull’auto difesa collettiva e aiutare i propri alleati sotto attacco”.

L’AUSTRALIA RAFFORZA LE ALLEANZE MILITARI NEL PACIFICO

Australia e Giappone hanno stabilito legami di cooperazione già a partire dalla Guerra Fredda. Le truppe australiane hanno avuto la funzione di integrare le operazione militari e la missione anglo-statunitense in Iraq, insieme alle truppe giapponesi, classificate come “personale non combattente”. L’Australia e il suo governo sono parte a pieno titolo del progetto militare globale Usa. Sin dall’inizio, il governo australiano è stato al passo con Washington nella “guerra al terrore”, con le proprie truppe presenti nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan, mentre la marina ha posizionato la propria flotta nel Golfo Persico e nell’Oceano Pacifico. Così come Sydney è un partner importane nel progetto di scudo missilistico e in diversi progetti di ricerca militare. In questo contesto gli Usa hanno costruito una nuova base militare nella città di Geraldton parte ovest dell’Australia, collocata a ridosso di Indonesia e Malaysia e rivolta verso la parte orientale dell’Africa. Tale base si trova nella costa di rimpetto al subcontinente indiano e fornisce un importante collegamento per un nuovo network di satelliti militari internazionali che saranno usati dagli Usa e dai suoi alleati per combattere in Medio Oriente e Asia. Lo stesso direttore del programma di sicurezza Usa in Asia ha affermato al “Royal United Services Institute” di Londra che: “questo accordo guarda al futuro riallineamento della cooperazione militare in materia di sicurezza nell’est asiatico, in particolar modo facendo fronte alla continua crescita della Cina”. L’Oceano Indiano sta diventando sempre più terreno di scontro militare per Washington nel tentativo di contrastare la Cina e i suoi progetti di accrescere gli approvvigionamenti energetici provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa. Corea del Nord, Russia e Cina vengono demonizzate per giustificare la sempre crescente integrazione militare tra Australia, Giappone e altre nazioni del Pacifico asiatico con gli Usa e la Nato. Isabel Reynolds, corrispondente internazionale della Reuter, rivela in un articolo che l’atmosfera che si respira in Giappone è quella di un rafforzamento dell’alleanza militare in funzione anticinese. “Che ci sia o meno un’aperta minaccia, il Giappone e i suoi alleati cosiddetti litoranei (Singapore, Taiwan, Filippine) si indirizzano verso questa direzione” ha detto l’analista militare Alex Neil. “I test nucleari della Corea del Nord lo scorso anno sono stati fonte di preoccupazioni – ha proseguito -, cosi come l’abbattimento di un satellite con un missile balistico da parte della Cina nel gennaio di quest’anno ha aumentato la preoccupazione in molte capitali”. “Siamo in un periodo dove sia il Giappone che l’Australia possono fare affidamento esclusivamente sull’alleanza con gli Stati Uniti”, ha sostenuto l’analista militare Tetsuya Ozeki, che ha ribadito il concetto secondo il quale Russia e Cina sono destinate ad essere egualmente influenti sull’intera regione. Così come il primo ministro australiano ha affermato che l’alleanza con il Giappone danneggerà inevitabilmente i legami con la Cina.

* tratto da Global Research del 10 maggio 2007. Traduzione a cura della redazione