Una nuova generazione in lotta per un sindacato di classe

Milano, 6 luglio, sciopero generale dei lavoratori metalmeccanici indetto dalla sola Fiom: neppure noi, che pure lo avevamo preparato con migliaia di assemblee nei luoghi di lavoro, ci aspettavamo tanta gente.
Era stato definito “lo sciopero della rottura sindacale”. Ma il lungo, appassionato corteo e poi una Piazza del Duomo come da tempo non si vedeva, hanno indicato, anche a chi aveva per giorni accusato la più rappresentativa organizzazione dei metalmeccanici di aver compiuto un errore fatale, che uno strappo, in effetti, c’era stato: quello tra chi, accettando il ricatto di Federmeccanica, aveva firmato un accordo senza averne il mandato, e i lavoratori.
Molti sono rimasti delusi dalle manifestazioni del 6 luglio. Gli imprenditori, anzitutto, che sognano dipendenti, che invece di rivendicare diritti, con il cappello in mano elemosinano favori; il gruppo dirigente della Fim e della Uilm, che ha gareggiato con i padroni nell’antico gioco dell’abbassare le cifre della partecipazione allo sciopero; chi, dentro la Cgil, pensa che la funzione unica del sindacato debba essere quella di compilare dichiarazioni dei redditi e controllare pratiche.
Io ho visto una nuova generazione di lavoratrici e di lavoratori, meno disciplinata e politicizzata, più disincantata e critica; ragazzi e ragazze che non hanno alle spalle anni di mediazioni, arretramenti, cedimenti, sconfitte e che scendono in piazza con la contagiosa voglia di riprendere voce.
Ricacciarli nelle fabbriche, costringerli al silenzio, questo sì sarebbe un errore fatale.

Genova, 21 luglio, manifestazione del GSF cui solo la Fiom e la sinistra sindacale hanno aderito.
Un corteo immenso, uno straordinario incontro di esperienze, culture, storie, sensibilità diverse accomunate dal rifiuto di un mondo diviso tra ricchi e poveri, di una globalizzazione che annulla diritti e produce nuove schiavitù ed ingiustizie, oscurato dal fumo dei lacrimogeni e dei cassonetti bruciati.
Le immagini belle di una moltitudine di donne e di uomini con i propri simboli che si mescolano, sostituite da quelle inquietanti di guerrieri medioevali con vessilli neri su luccicanti lance d’acciaio, e soprattutto da quelle, che speravamo d’esserci definitivamente lasciati alle spalle, di tutori dell’ordine in assetto da guerra che massacrano persone inermi.
Anche a Genova una nuova generazione è scesa in campo. Lo ha fatto portandosi appresso le proprie contraddizioni, la propria rabbia anche, comunque la propria voglia di un mondo più giusto.
Cos’è uno stato democratico, dopo il 21 luglio, per quel ragazzo in ginocchio, le mani alzate, il viso coperto di sangue, accerchiato da poliziotti rabbiosi che lo insultano, che continuano, selvaggiamente, a picchiare?
Cos’è una repubblica fondata sul lavoro per quella giovane terrorizzata, che non parla la nostra lingua, caricata a forza su un cellulare?
Con loro dobbiamo imparare a parlare. Lasciarli soli ora significherebbe spingerli tra le braccia di un manipolo di violenti o ricacciarli nell’apatia.
Erano tanti, a Genova, i lavoratori. Erano tanti anche a Brescia, Milano, Torino, nelle piazze che si sono riempite i giorni successivi per dire un no, forte e spontaneo, alla barbarie e all’idea, troppo a lungo incontrastata, che vuole un mondo pacificato quanto spento e omologato.
Erano tanti, nonostante il vertice nazionale della Cgil non abbia saputo, neppure di fronte alle immagini agghiaccianti che scorrevano sul video, che “invitare le proprie strutture a promuovere delegazioni sindacali presso le prefetture per presentare, in quella sede, le valutazioni sulla necessità del rispetto delle regole costituzionali”, invece che chieder loro di scendere in piazza, almeno per la difesa del diritto democratico a dissentire e manifestare pacificamente, così come, assieme ad altre centomila persone ,molti della Cgil hanno fatto a Milano.
Burocratici balbettii segno di una cecità pericolosa, di un’indifferenza, di un’incapacità di rapportarsi a ciò che avviene fuori dai palazzi, che rischia di trasformarsi in definitivo distacco. Dopo la “contingente necessità” della guerra, una bella delegazione che si incontra con il prefetto, mentre le lavoratrici ed i lavoratori di oggi e di domani prima vengono massacrati di botte tra il fumo dei lacrimogeni e il giorno dopo e riempiono le piazze.
Complimenti.
A settembre, con le assemblee nei luoghi di lavoro, prenderà avvio il Congresso della Cgil sulla base di due documenti contrapposti che propongono una diversa lettura di quanto è accaduto negli ultimi anni, e che divergono sulla prospettiva futura, evidenziano due linee di pensiero.
In estrema sintesi. Mentre la maggioranza che governa la Cgil pensa che la più grande organizzazione dei lavoratori possa proseguire il suo cammino sulla via tracciata nel 1996, che si possa ancora parlare di concertazione e quindi fare contrattazione nel recinto segnato dall’accordo del 23 luglio, che l’autonomia da partiti e governi sia una variabile dipendente dagli esiti elettorali, che al rifiuto della guerra come strumento di soluzione dei conflitti si possa rinunciare in caso di bombe umanitarie, a tutto questo la sinistra sindacale che si riconosce nel documento alternativo sostiene la necessità di una netta discontinuità con le teorie e le prassi fin qui seguite.
Non mi preoccupa che in Cgil due tesi si confrontino, mi inquieta invece che una sorta di autismo porti molti dirigenti del mio sindacato a non fare i conti con la realtà.
Che lo schema dell’accordo del 23 luglio non sia più proponibile, lo dice la differenza abissale tra l’impressionante aumento delle rendite delle imprese e la perdita di potere reale dei salari; che i rapporti di forza siano cambiati lo dice l’arroganza padronale e il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori; che l’autonomia sia un elemento vitale da reinventare lo dicono i frutti che oggi raccogliamo di un’accondiscendenza troppo a lungo praticata; che non si possa definire “umanitaria” una guerra lo dice la storia, oltre che il vocabolario.
Su questo Congresso che correva il rischio di ridursi a un confronto un po’ scontato e comunque teorico sono caduti due macigni: la lotta dei metalmeccanici e quel G8 contestato e insanguinato.
Eventi diversi legati da un filo: il rifiuto (che spesso non è il risultato di elaborati studi ma dall’impatto con le condizioni materiali) della filosofia secondo cui questo è il migliore dei mondi possibili, e che tutto, compresa la vita, si può tradurre in denaro.
Il 6 e il 21 luglio stanno lì ad indicare che i padroni delle fabbriche e quelli del mondo (in fondo poi sono gli stessi, su diversa scala) non sono ancora riusciti a realizzare il loro sogno: muoversi indisturbati, senza trovare ostacoli.
Ma la voglia d’essere visibili, d’avere parola, di riconoscersi e di contare emersa con tanta forza, toglie ogni alibi anche a quella parte troppo consistete del sindacato che sostiene ancora, sulla base del numero delle tessere, che tutto va per il meglio.
Ciascuno di noi, al Congresso e dopo, con quel che è accaduto di recente dovrà fare i conti.
Perché un’impermeabile organizzazione burocratica non sa parlare, e quindi non può rappresentare né il giovane turnista né lo studente, né chi frequenta i centri sociali o le associazioni del volontariato. Perché un sindacato incapace di sentire la rabbia, la passione, i desideri, le aspirazioni della parte migliore di una generazione, di chi ha ancora voglia di lottare, sancisce la propria fine.

Vorrei vedere in quel Congresso le migliaia di lavoratori che hanno rifiutato un accordo che non avevano potuto discutere né votare, ed anche i 300.000 che a Genova hanno rifiutato l’idea che le sorti del mondo possano essere decise da un’oligarchia vestita di scuro.
Solo così la Cgil potrà ritrovare un’anima e uno scopo, invece che diventare una gerarchia sorda ed arrogante.