Una lettura critica del documento I (doc. Acerbo) e delle sue contraddizioni

Tra i documenti congressuali presentati in questo 7° Congresso Nazionale del Prc, di particolare interesse mi sembra quello sottoscritto dai compagni Grassi-Ferrero-Mantovani. E questo non per la linea presentata, quanto proprio per la debolezza e la mancanza di una linea politica forte e capace di parlare fuori dal Prc, prospettando quindi una strategia di lungo corso capace (o almeno che si ponga l’ambizione) di uscire dalle secche entro cui Rifondazione si trova ad essere intrappolata. In queste poche righe, infatti, proverò a sottolineare quali sono, a mio avviso, i punti di maggiore debolezza e/o confusione con uno spirito – lo dico sin da ora – certamente di parte, ma assolutamente volto alla ricerca di un confronto e di una chiarezza di posizioni.
In questo documento si afferma che la divisione del gruppo dirigente “riguarda la prospettiva di scioglimento di Rifondazione Comunista in un nuovo soggetto politico”, ma poi non si dice chiaramente quale sia la linea politica che si propone in alternativa a questo scenario. Anzi, tutto sembra far credere che la strategia sia la medesima di quella prospettata dal documento Vendola, eccetto che nella tempistica e nelle modalità con cui portare a compimento il progetto.
Tanto è vero che, in tutto il documento non si afferma mai una volta che si vuole rifondare un “partito comunista”, che non viene citato neanche per sbaglio.
La cancellazione dell’obiettivo di rifondare un partito comunista spiega perché questo documento si scagli violentemente contro la proposta di una costituente comunista. Viene infatti detto: “una «costituente di sinistra» aprirebbe spazi politici alla proposta speculare di una «costituente comunista», altrettanto sbagliata perché fondata esclusivamente su base ideologica e simbolica, priva di respiro programmatico e di apertura ai movimenti, e dunque incapace di incidere positivamente sulla realtà”. Questa affermazione, però, oltre ad essere inconsistente nelle argomentazioni (basta solo andare sul sito www.comunistiuniti.it e leggere i primi firmatari dell’appello per rendersi conto dei legami profondi con realtà di movimento e di lotta) risulta venata dal solito nuovismo imperante nel Prc, che tanti danni ha fatto al partito. Come se la base ideologica di una proposta politica debba necessariamente coincidere con una sbagliata base ideologica da vivere come un’incrostazione del passato incapace di interpretare le dinamiche della nostra società e del nostro tempo. Mi colpisce che i compagni di Essere Comunisti abbiano approvato questo passaggio: ricordo, per avervi personalmente partecipato, che la loro ultima iniziativa nazionale aveva come tema la difesa del simbolo della falce e martello…ed ora si ritrovano a sottoscrivere un documento che per criticare una proposta politica la accusa di essere “simbolica”!
Il cuore di questo Congresso nazionale è il tema dell’unità (quale e con chi) a sinistra. E proprio su questo tema il documento Ferrero-Mantovani-Grassi, mostra i punti di contraddizione maggiore. Perché se da un lato si prendono le distanze dagli “errori e le forzature che hanno caratterizzato la Sinistra Arcobaleno” (definita a tal proposito una “sinistra senz’anima”), dall’altro lato si propone come modello quello della Sinistra Europea. Si afferma infatti: «Ora si tratta di rovesciare il processo, anche valorizzando il percorso della Sinistra europea, costruendo la sinistra dal basso (…)una sinistra plurale non come fase di passaggio a più alte e mirabili sintesi, ma come condizione fisiologica di una sinistra articolata in una pluralità di pratiche, di culture politiche e di riferimenti ideali». Quindi si propone di costruire una sinistra unitaria (un po’ come la Sinistra Arcobaleno) e per poterlo fare, si propone «di costruire in ogni quartiere, in ogni paese «case della sinistra»: spazi pubblici in cui poter socializzare i risultati dell’inchiesta sociale» ed ancora «luoghi in cui –come ci ha insegnato don Milani– i problemi individuali vengono affrontati collettivamente». Non mi pare, questa argomentazione, una linea alternativa a quella del documento Vendola. E questo per diversi motivi. Innanzitutto la retorica sulla non autosufficienza del Prc (in sé non per forza un’analisi “liquidazionista”) unita con la necessità di costruzione di una sinistra “articolata” che costruisce “le case della sinistra” ci ricorda esattamente quanto detto dal gruppo dirigente del Prc, prima di questa divisione congressuale. Tutti, incondizionatamente, descrivevano il processo di costruzione della Sinistra Arcobaleno come una processo a tappe, che passava da un insediamento territoriale del processo di fusione dei 4 partiti, iniziando proprio dal cimento della costruzione delle case della sinistra su tutto il territorio nazionale. E poi questo ritorno al feticcio del modello della Sinistra Europea, mi pare francamente grottesco. Dove è finita la battaglia di anni di Essere Comunisti contro la Sinistra Europea? E l’emendamento alla Conferenza di Carrara? Questo silenzio rischia di alimentare i sospetti e la diffidenza di chi pensa si sia trattato solo di uno specchietto per le allodole. Si assurge a modello da perseguire e rafforzare un progetto politico che si è caratterizzato in Europa nella divisione dei partiti comunisti, su una base –questa si- ideologica e caratterizzata da un metodo ed una gestione in cui non sono mancate forzature e prese di posizioni escludenti che, in alcuni casi, hanno avuto un chiaro segno anticomunista. E poi è bene non dimenticare che in Italia il progetto della così detta «sezione italiana della Sinistra Europea» è stato il precursore de facto della stessa Sinistra Arcobaleno, dando infatti vita ad un cartello elettoralistico con soggetti moderati e di chiara ispirazione iper-governista. Una strada fallimentare, sbagliata e pericolosa, quindi: perché perseverare negli errori? Un vecchio adagio ci ricorda che sbagliare è umano, ma perseverare…
Ed ancora. «Contro il progetto di spaccare la sinistra sotteso alle due proposte di «costituente», proponiamo di dare corpo a una soggettività politica basata su una rete di relazioni stabili tra diversi soggetti organizzati (partiti, organizzazioni sindacali, associazioni, movimenti, comitati di lotta ecc.), basata su regole democratiche che garantiscano la piena partecipazione dei singoli compagni e compagne». Per fare cosa? In questa affermazione di principio sul progetto politico che si presenta al congresso, i compagni Ferrero-Mantovani-Grassi eludono il nodo di fondo ed utilizzano formule un po’ fumose (e mi permetto sommessamente di dire, anche un po’ politiciste) per parlare della propria proposta di progetto politico. Può mai essere possibile, realisticamente, che la proposta sia di creare una rete di relazioni stabili tra soggetti che per natura, funzioni e storia hanno compiti e specificità così diverse, progettualità e finalità (come i sindacati, le associazioni di scopo, i partiti,…) non assommabili semplicisticamente in una soggettività politica a rete? E poi: cosa si intende per soggettività politica? Per anni Bertinotti ha usato questa espressione per nascondere il vero progetto e cioè la costruzione di un nuovo partito. Oggi, con estrema chiarezza si confrontano in questo congresso due progetti politici chiari ed alternativi: la costruzione di un nuovo partito della sinistra e la costruzione di un partito comunista. Qual è quindi la vera proposta che si cela dietro il politichese “dare corpo a una soggettività politica basata su una rete di relazioni stabili”?
Ma in un documento politico di particolare interesse sono sia gli argomenti trattati, che quelli “assenti”. Ed in questo a firma Grassi-Ferrero-Mantovani, a parte qualche flebile cenno e qualche impreciso riferimento, manca del tutto un’analisi e un orientamento sulla questione sindacale e sulle questioni internazionali. Due pilastri necessari nell’analisi dei comunisti ed indispensabili per qualsiasi analisi che dichiari di porsi l’obiettivo della rifondazione comunista.
Sul sindacato non c’è nulla, neanche una critica alla linea concertativa e subalterna della Cgil e nessuna proposta per affrontare la grave assenza in Italia di un vero sindacato di classe, indispensabile oggi più di ieri per affrontare seriamente il tema del rilancio del conflitto sociale e dei movimenti.
Sulle questioni internazionali non c’è nessuna analisi – neppur velata – su quanto sta avvenendo nel mondo, ricalcando solo la sloganistica finto-movimentista e nostalgica: «La risposta alla sconfitta deve ripartire dalla scelta strategica dell’internità al movimento altermondialista, che ha affermato, ad esempio, la propria efficacia nell’impedire che per ben quattro sessioni negoziali della Wto le multinazionali potessero ottenere una generalizzata immissione nel mercato dell’acqua, della sanità e dell’istruzione». Dimenticando così il ruolo di tanti “stati del sud del mondo”, sempre citati nelle frasi di “folklore rivoluzionario” e sempre dimenticati e sottovalutati nell’analisi sull’aiuto concreto che hanno fornito ai movimenti e nella lotte in questi anni. Per non parlare di quanto detto del contesto europeo, dove si sottolinea come: «partiti e movimenti di sinistra alternativa registrano successi e crescite. Ciò avviene in Germania, Olanda, Grecia e Portogallo, senza dimenticare l’Akel di Cipro». Ma qui, ci si guarda bene dal ricordare che su 5 paesi citati, in 3 forte è stata la crescita e l’ascesa (in controtendenza rispetto al resto dei Paesi Ue) dei partiti comunisti, fino al caso straordinario di Cipro, dove Akel esprime addirittura il presidente della Repubblica. Mi auguro davvero che non sia il segno, anche tra i firmatari di questo documento, dell’orticaria a parlare esplicitamente dei partiti comunisti, imperante nel Prc. E poi proprio l’esempio di Grecia e Portogallo, dove alle ultime elezioni si è registrata una tendenza che ha visto una fortissima crescita dei rispettivi Pc (Kke e Pcp) e contestualmente una più contenuta crescita anche delle formazioni di sinistra (Synaspismos e Bloco) dimostra come, avendo un chiaro e dichiarato profilo politico culturale e programmatico, non si viene cannibalizzati da un effetto di “voto utile” o “concorrenza a sinistra”, anche in passaggi elettorali delicati e complessi. Anzi, una moderna forza comunista può vivere e superare passaggi difficili (anche in quei paesi ci sono tendenze al bipolarismo ed alte soglie elettorali) solo mantenendo viva nella società la sua utilità sociale ed alter natività di sistema.
C’è da augurarsi che nelle presentazioni in giro per i vari congressi di circolo questi nodi vengano sciolti ed i dubbi fugati, trasformando così questa lettura critica (il mio, e davvero solo un contributo al dibattito, stimolato dalla lettura dei documenti) in un invito alla chiarezza: indispensabile in un passaggio politico così complesso. Un dubbio però forse rimarrà: che fine ha fatto tutto quel patrimonio teorico, politico, culturale e strategico contenuto nelle tesi del documento Essere Comunisti dello scorso congresso? Perché in questo non vi è proprio traccia, neppure microscopica, nonostante i tanti sottoscrittori…