Una inquietante Metamorfosi

LE BASI MATERIALI DELLE GUERRE STATUNITENSI E DEGLI ATTACCHI ALLO STATO DI DIRITTO NEGLI USA E IN EUROPA NELL’ULTIMO LIBRO DI ALBERTO BURGIO, GUERRA. SCENARI DELLA NUOVA “GRANDE TRASFORMAZIONE”, ROMA, DERIVEAPPRODI, 2004, PP. 234, 13,00 EURO.

É triste dover constatare come la gran parte dei libri pubblicati sugli eventi degli ultimi anni sia incapace di inserire gli avvenimenti entro cornici concettuali complessive ed in grado, non diremo di fornire una guida per l’azione, ma anche solo di offrire chiavi di lettura persuasive di quanto sta avvenendo. Questo vale, ovviamente, per la produzione storico-giornalistica rivolta al grande pubblico (che spesso meriterebbe di essere chiamata con suo nome: “propaganda di guerra”). Ma vale purtroppo anche per molte opere di orientamento critico, che spesso si esauriscono nella demistificazione delle versioni ufficiali degli eventi, senza però riuscire ad offrire un quadro interpretativo alternativo.
Il libro di Alberto Burgio si stacca con forza da questo sfondo poco confortante. Esso ci offre infatti un’interpretazione di quanto va accadendo che inserisce in uno stesso orizzonte le più recenti avventure militari statunitensi e l’attacco allo Stato di diritto tanto negli Usa quanto in Europa. Ad avviso di Burgio è “in atto, in alcuni grandi paesi occidentali, una svolta autoritaria, una ‘grande trasformazione’ in senso repressivo dei sistemi politici e delle relazioni di potere”. In questo orizzonte va inserito anche l’infittirsi di avventure belliche, tale per cui la guerra ha ormai “riconquistato un posto stabile nella cronaca politica dell’Occidente” (cosa impensabile ancora negli anni Ottanta).
Lo scenario è questo: la caduta del muro di Berlino non ha affatto significato la “fine della storia”, come pretendevano alcuni rozzi propagandisti. Al contrario, ha accentuato la competizione tra gli Usa – in profonda crisi economica – e poli che già si pongono in aperta competizione (come l’Unione Europea, che con l’euro ha insidiato il primato valutario statunitense), o che si preparano a porsi in concorrenza con gli Usa (in particolare la Cina). La risposta degli Stati Uniti, esplicitamente teorizzata – ben prima dell’11 settembre – in documenti dei neoconservatori americani che Burgio analizza in dettaglio, è stata rivolta (cito da questi documenti) a “impedire a ogni potenza ostile di dominare regioni le cui risorse potrebbero consentire agli Stati Uniti di aumentare il proprio status di potenza”, a “scoraggiare i tentativi, da parte di nazioni industrializzate, di sfidare la leadership americana o di modificare l’ordine politico ed economico costituito”, insomma ad “impedire il riemergere di un nuovo concorrente globale”.
Questa è l’origine della teoria della “guerra preventiva” e delle aggressioni all’Afghanistan ed all’Irak: ossia del tentativo statunitense di porre sotto controllo l’Asia Centrale, di balcanizzare il Medio Oriente e di spaccare l’Unione Europea, che è stato operato dietro lo schermo della “guerra al terrorismo”. Non solo. La “guerra al terrorismo” ha consentito di cogliere anche altri risultati, ed in particolare di operare una strisciante “militarizzazione della società”, che Burgio vede procedere “lungo due direttrici fondamentali”: “l’aggressione nei confronti dei diritti sociali e delle libertà civili; e la modificazione in senso autoritario della struttura istituzionale e della relazione tra Stato e corpi sociali”. A questo tema sono dedicate alcune tra le pagine più interessanti del volume: in esse Burgio mostra con ricchezza di dati i caratteri della legislazione Usa “di emergenza” (di fatto liberticida); ma pone giustamente in rilievo anche che “l’Unione Europea ha fatto propria la dottrina Bush della ‘guerra al terrorismo’, in quanto ne ha introiettato i due capisaldi: l’idea che la minaccia terroristica sia grave al punto da giustificare la sospensione dei diritti fondamentali, e la propensione ad assimilare (sulla base di presupposti razzisti) lotta al terrorismo e gestione dei movimenti migratori”.
Sulla base di queste premesse, sostenute da elementi fattuali inop-pugnabili, la conclusione è obbligata: ancora una volta, come già nei primi decenni del secolo scorso, le classi dominanti dei paesi occidentali “tornano a fare massicciamente ricorso al potere politico, riaffidando agli apparati coercitivi dello Stato il compito della regolazione autoritaria dell’economia e del conflitto sociale e alla forza militare la funzione di arbitro delle relazioni internazionali”. In riferimento in particolare all’uso degli apparati coercitivi all’interno dei singoli Stati, Burgio ci propone un’osservazione di grande interesse: a differenza di quanto l’ideologia liberista ci ha abituato a credere, “non c’è Stato ‘minimo’ che non sia anche forte: anzi, proprio la riduzione degli interventi in economia rende inevitabile una espansione dell’intervento sul terreno dell’ordine pubblico al fine di arginare le turbolenze conseguenti alla d e regulation economica” ed al crescere delle ingiustizie sociali. Pertanto, liberismo economico e deriva autoritaria dello Stato vanno di pari passo: ecco quindi la distruzione dei sistemi costituzionali in nome dell’“efficienza” delle decisioni (si veda l’eccellente disamina delle forme di “sospensione surrettizia della Costituzione” nel nostro Paese), e l’emergere di nuove forme di “populismo autoritario” e paternalistico, per le quali diventa strategico il controllo dei mezzi di comunicazione.
Non meno importanti sono le conclusioni politiche che Burgio trae dall’analisi del processo di militarizzazione. In primo luogo, trovando la propria ragion d’essere “nella competizione strategica tra gli Stati Uniti e le altre potenze virtualmente globali”, il processo di militarizzazione delle società occidentali “non costituisce un’‘emergenza’ di breve periodo né appare destinato a una imminente inversione di tendenza”. In secondo luogo, “oggi nuovamente – come già negli anni Trenta del Novecento – la battaglia democratica contro lo strapotere degli esecutivi, a salvaguardia dello Stato costituzionale di diritto, dell’autonomia della magistratura, dei principi di libertà e di autodeterminazione, si lega inestricabilmente alla lotta per la pace e contro la guerra”.