Una crisi nella crisi. Il disastro italiano nella recessione mondiale

A poco più di due anni dallo scoppio della peggiore crisi economica dai tempi del 1929, il bilancio della situazione è decisamente sconfortante. Tutti gli indicatori economici presentano andamenti che non hanno alcun riscontro nelle serie storiche disponibili degli ultimi decenni. Ma gli stessi confronti con il decorso della crisi del 1929 sono impressionanti: il calo della produzione industriale ricalca quello della Grande Depressione, il volume del commercio mondiale è diminuito in misura ancora maggiore – soprattutto per il crollo della domanda di prodotti industriali [1]. Per molti mesi le Borse hanno conosciuto perdite paragonabili al post-’29. Soltanto dal mese di marzo il loro andamento è migliorato. Ma a ben vedere di indicatori di un recupero dell’economia non ce ne sono molti altri. Certo, per un riflesso condizionato (errato) si continua a scrutare negli andamenti dei listini di Borsa per leggervi segnali anticipatori del recupero dell’economia. Ma i numeri ci dicono cose diverse, e meno liete.

UNA CRISI DI PORTATA EPOCALE

Secondo le ultime stime del FMI – che però in questa crisi ha già più volte dovuto rivedere al ribasso le proprie stime – la riduzione dell’attività economica a livello mondiale per il 2009 si attesterebbe sul –1,5%: il peggiore risultato del dopoguerra. Del resto, le previsioni sul calo del prodotto interno lordo mondiale nel 2009 elaborate dalla Banca Mondiale evidenziano una media di calo dei paesi ad alto reddito del 4,2% (-4,5% la media nell’eurozona, -6,8% il Giappone); ma anche i paesi emergenti, se si eccettuano Cina e India, vedranno il loro Pil calare di un –1,6%. La domanda di beni di investimento nel primo trimestre 2009 è letteralmente crollata negli Stati Uniti (-37,3%), Giappone (-27,5%) e Germania (-28,6%) [2]. Quanto al settore bancario, le principali 31 banche commerciali europee avevano a fine 2008 una leva finanziaria di 43,3, ossia più di 43 euro di debiti per ogni euro di capitale. La stessa Banca Centrale Europea ha stimato in 283 miliardi di dollari le ulteriori perdite attese da queste banche tra il 2009 e il 2010[3]. Quanto all’attività industriale, basti dire che a maggio 2009 negli Stati Uniti il tasso medio di utilizzo degli impianti è sceso al 68,3% [4]. Da ottobre 2008 al marzo 2009 – in soli sei mesi – la produzione industriale a livello mondiale è crollata del 30%: qualcosa di assolutamente inaudito [5]. La disoccupazione in Europa e negli Stati Uniti è già salita oltre il 9,5% (ma probabilmente alle cifre ufficiali va aggiunto un altro 3% di persone che non cerca neppure più un’occupazione, e quindi non entra nelle statistiche). Qualcuno ha osservato che in Europa i disoccupati sono ormai uno Stato, essendo giunti alla ragguardevole cifra di 21 milioni di persone. Infine, quest’anno un altro triste record sarà battuto: nel mondo gli affamati in più saranno 100 milioni, superando per la prima volta nella storia umana il miliardo di persone; a differenza di quanto accaduto in passato, questo incremento non è dovuto a carestie, ma alla crisi [6]. Tutte le volte che sentiamo parlare di “recupero dell’economia”, bisogna tenere presente che gli eventuali miglioramenti di cui ci daranno testimonianza i prossimi trimestri saranno miglioramenti rispetto a que – ste cifre. L’economista francese Jean- Paul Fitoussi ha osservato con ragione che è assurdo esultare perché l’Europa, che ha perso 6 punti percentuali di Pil in un anno, oggi ha recuperato lo 0,3%[7].

IL PEGGIO NON E’ ALLE NOSTRE SPALLE

Come è noto, il ministro Tremonti va dicendo (dal mese di marzo!) che il peggio è passato. Non è così. L’onda dei licenziamenti non si arresta né negli Stati Uniti, né in Giappone ed Europa. Nel luglio scorso la Banca d’Italia sottolineava a questo proposito che “restano incerte la cadenza temporale e la forza della ripresa. Soprattutto, non è venuto meno il rischio che le ricadute della recessione sul mercato del lavoro possano ancora ripercuotersi in misura significativa sulla domanda finale”[8]. È quanto sta già avvenendo. Negli Stati Uniti i pignoramenti immobiliari sono da tempo a livelli record. Per avere un’idea della gravità della situazione bisogna considerare le cifre: ad agosto, per il sesto mese di fila, è stato registrato l’avvio di oltre 300.000 procedure; un proprietario su 357 ha già ricevuto una notifica per inadempienza nei pagamenti delle rate del mutuo[9]. Dal punto di vista dell’occupazione, se gli Stati Uniti evidenziano una flebile ripresa senza creazione di posti di lavoro (che anzi continuano ad essere distrutti), in Europa le cifre dei senza lavoro sono sottostimate per uno specifico motivo: perché la riduzione dell’orario di lavoro in Paesi come la Germania ha tenuto per ora artificialmente bassa la quota dei disoccupati. Ma proprio in Germania c’è un tacito patto tra imprese e governo per procedere ai licenziamenti dopo le elezioni del 27 settembre, per evitare di dare troppa forza alla Linke (non si tratta di complottismo paranoico, ma di una notizia su cui il «Financial Times» ha fatto un articolo di 5 colonne in prima pagina)[10]. Si potrebbe sperare che almeno i problemi di stabilità delle banche siano stati risolti, vista l’enorme iniezione di fondi pubblici nel sistema finanziario mondiale (oltre 14.000 miliardi di dollari secondo la Banca d’Inghilterra). Niente affatto. Negli Stati Uniti sono fallite sinora 60 banche, l’agenzia governativa che assicura i depositi ha bruciato nei primi sei mesi dell’anno il 40% delle proprie risorse, e si stima che altri 111 istituti siano a rischio crack[11]. In Germania le cose non vanno meglio. L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha stimato in qualcosa come 80 miliardi di euro le sofferenze bancarie entro il 2011 (in media il 3,5% dei crediti; ma per le banche maggiori la proporzione sale al 4-5%)[12]. Frattanto, a metà agosto, i quotidiani tedeschi hanno dato notizia dei lavori in corso per creare la prima “bad bank” (pubblica) dove ficcare titoli tossici, che attualmente sono nel portafoglio della banca West LB, per un valore di 6,4 miliardi di euro [13]. Fanno un po’ più di 12.000 miliardi delle vecchie lire: la cifra che Stato italiano e fondo interbancario di garanzia sborsarono nel 1996 per salvare il Banco di Napoli (che dopo il salvataggio fu rivenduto per soli 60 miliardi di lire alla BNL…). Ma ce n’est qu’un debut, se si considera che per il Fmi i titoli tossici che le banche tedesche hanno in carico arrivano a 1.500 miliardi di euro (le stime della Bce sono più ottimistiche: “appena” 300-400 miliardi…) [14]. Gli stessi dati positivi che le banche hanno reso noti negli ultimi tempi, quali gli utili realizzati sinora nel 2009, vanno presi con le pinze: questi utili infatti provengono per il 59% da attività finanziarie e speculative a breve termine, rese possibili anche dagli aiuti pubblici. Un esempio concreto: siccome oggi la Bce presta i soldi alle banche all’1%, è sufficiente che esse comprino titoli di Stato tedeschi, che rendono l’1,21%, per fare profitti senza rischi. In compenso, nessuno dei problemi strutturali del sistema finanziario è stato risolto. Le regole contabili sono tuttora “ammorbidite”, e la stessa modifica delle regole di Basilea è stata rinviata al 2010. I proclami con cui si chiudono tutti gli incontri dei G8 e dei G20, riferiti alla necessità di regole comuni e di una supervisione internazionale nel campo della finanza, restano poi regolarmente lettera morta. Dai paradisi fiscali, ai bonus ai dirigenti, per venire ai requisiti di capitale delle banche: nessun impegno solenne si è ad oggi tradotto in realtà [15].

L’ITALIA: UNA CRISI NELLA CRISI

E veniamo all’Italia. Una delle numerose favole che il governo nei mesi scorsi ha cercato di vendere all’opinione pubblica è quella secondo cui l’Italia sarebbe meno colpita di altri Paesi dalla crisi. I dati dimostrano che è vero il contrario. Vediamo. Secondo il centro studi di Confindustria – non a caso ripetutamente accusato di catastrofismo da Tremonti – a consuntivo il Pil italiano segnerà nel 2009 un –6% (a fronte di una media della zona euro del 4,8%). Per avere un’idea della gravità della situazione basta avere presente che la produzione industriale è tornata ai livelli del 1987: siamo tornati indietro di 22 anni. Si tratta di un dato per cui è difficile trovare un precedente storico. Il fatturato, a seconda dei settori, ha accusato crolli che vanno dal 20% al 40%. Nel settore macchine utensili, tradizionalmente il settore di punta del made in Italy, la produzione a fine 2009 sarà crollata del 33,7% rispetto all’anno precedente[16]. Secondo il bollettino di luglio della Banca d’Italia l’export ha fatto registrare complessivamente un -20%. A ben vedere, è proprio quest’ultimo dato che ci consente di capire per quale motivo la crisi attuale sia la peggiore del dopoguerra: in tutte le crisi precedenti, infatti, era stato sempre l’export la chiave della ripresa. Questa volta è avvenuto il contrario: ad una domanda interna già depressa da tempo si è infatti sommata una crisi gravissima del commercio mondiale. A questo punto le subforniture che l’Italia fornisce alla Germania sono state tagliate. E lo stesso è avvenuto in Italia nei rapporti tra imprese del nord e subfornitori del sud. A fronte di questo, non può davvero stupire che l’accumulazione di capitale abbia segnato un –15%. Né che – come rilevato dall’istituto Prometeia – le procedure fallimentari siano cresciute del 42%, e i crediti in sofferenza si siano impennati del 10% nel solo primo trimestre dell’anno. Le perdite sui crediti attese nei prossimi tre anni ammontano a 50 miliardi. E gli analisti delle grandi banche internazionali già valutano che il valore dei crediti erogati si stia deteriorando addirittura “più velocemente in Italia che nell’Europa centrale e dell’Est”[17]. Il che è tutto dire. Ma soprattutto, siccome il rapporto tra capitale ed impieghi per le banche italiane è tuttora molto elevato, nuovi rischi sono in arrivo per la stabilità del nostro sistema bancario. Alla luce di tutto questo la stessa ripresa del mercato azionario negli ultimi mesi si rivela per quello che è: niente più che un fuoco di paglia. Allo stato attuale il rapporto tra prezzo di borsa e utili attesi è di 22 volte per Unicredit, 48 per l’Espresso, e addirittura di 65 per Fiat e 80 per Bulgari[18]. Si tratta di quotazioni inverosimili, roba da bolla speculativa della “new economy”. Per fortuna qualcuno ogni tanto fa i conti con la realtà dei fatti (e dei numeri), e dice come stanno le cose. Ecco ad esempio cosa scriveva qualche settimana fa su «la Stampa» Mario Deaglio: “Occorre dire tranquillamente una verità scomoda: non è vero che, dal punto di vista esclusivamente produttivo, il Bel Paese stia sopportando meglio degli altri i colpi della crisi. Le cadute degli indici italiani di produzione sono tra le più marcate di tutti i paesi avanzati e l’Italia si salva grazie alla sua flessibilità sociale, alle varie reti di solidarietà, a cominciare da quella famigliare, e probabilmente anche perché una parte della produzione ufficialmente perduta viene in realtà ‘sommersa’: quando gli affari non vanno bene, un gran numero di piccole e piccolissime imprese sono tentate di farsi pagare parzialmente in nero e di pagare parzialmente in nero i propri dipendenti… Queste distorsioni salvano l’Italia dalle sofferenze più evidenti ma ne impediscono o rallentano la crescita. Lo dimostra il fatto che sono circa 15 anni che l’Italia si limita a galleggiare e viene lasciata indietro dagli altri paesi avanzati”[19].

LA CAUSE STRUTTURALI DELLA CRISI ITALIANA

Quest’ultimo dato, che del resto era già stato reso pubblico dal governatore della Banca d’Italia nella sua relazione annuale, offre la chiave migliore per intendere la drammaticità e peculiarità della crisi italiana. Quindici anni: non è una cifra casuale. A metà degli anni Novanta, infatti, finiscono le svalutazioni competitive, una delle fondamentali leve della competitività delle imprese italiane sui mercati esteri. La penultima svalutazione della lira (del 30%) è del 1992, l’ultima (del 10%) è del 1995. Poi comincia la marcia di avvicinamento all’euro. Dal 1999 le svalutazioni sono rese impossibili dalla nascita dell’euro (i rapporti di cambio irrevocabili tra le diverse valute nazionali e l’euro entrarono in vigore il 1° gennaio 1999, anche se solo dal 2002 l’euro le sostituì come moneta fisica). E dal 1999 al 2009 il divario di reddito medio tra l’Italia e gli altri paesi della zona euro triplica: era pari a 1.300 dollari pro capite nel 1999, sarà pari a 3.500 dollari a fine 2009. In questo decennio, a fronte di una crescita del 5,5% in termini reali del Pil italiano, l’area dell’euro cresce del 13,5%[20]. E questo, si noti bene, nonostante che tutti, ma proprio tutti, i dettami del pensiero unico neoliberista siano stati seguiti con diligenza da scolaretti modello: privatizzazioni, moderazione salariale, flessibilità (cioè precarizzazione) dei rapporti di lavoro, smantellamento del sistema pensionistico pubblico. Gli anni Novanta sono gli anni delle privatizzazioni di gran parte delle imprese di Stato e di praticamente tutte le banche pubbliche. Sono anche gli anni dei accordi neocorporativi tra padronato e sindacati (1992 e 1993). Sono gli anni in cui si apre la breccia della precarizzazione del lavoro (che nel nuovo secolo farà crollare il potere contrattuale dei lavoratori e aprirà un solco tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori – perlopiù giovani – costretti al lavoro precario come condizione esistenziale permanente). Infine, sono gli anni delle prime fondamentali controriforme delle pensioni, che abbattono le prestazioni pensionistiche attese e forzano l’introduzione anche in Italia dei fondi pensione. Ma nello stesso decennio, come è stato osservato, è successo anche qualcos’altro di importante: l’Italia “ha perso la sua grande industria manifatturiera”[21]. Anche qui, la coincidenza non è affatto casuale: le grandi famiglie del padronato italiano abbandonano la nave in difficoltà dell’industria tradizionale, e si tuffano nei servizi pubblici in via di privatizzazione, facendo soldi a palate. La fuga dal manifatturiero è del resto una tentazione ricorrente per i capitalisti nostrani: basti pensare che in queste settimane Exor, la finanziaria degli Agnelli, di fronte alla crisi dell’auto (Marchionne ha affermato di recente che se non fossero prorogati gli incentivi pubblici all’acquisto di autovetture ci si dovrebbe attendere uno scenario “disastroso”), sta pensando bene di acquistare la società di gestioni patrimoniali Fideuram da Intesa Sanpaolo alla modica cifra di 3 miliardi di euro (perdipiù avendo in cassa soltanto un terzo di tale cifra)[22]. Ma torniamo ai “meravigliosi anni Novanta”: venuta meno la leva competitiva rappresentata dalle svalutazioni periodiche della lira, il padronato spinge l’acceleratore sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: l’evasione fiscale e il basso costo del lavoro. Questo è vero in particolare per la miriade di piccole imprese, che caratterizzano il panorama industriale italiano. Sono imprese che da decenni ricevono oscuri nomignoli vezzeggiativi (il più noto è quello di “distretti industriali”, assolutamente privo di ogni valore scientifico) e vengono vantate e portate ad esempio nel mondo dai governanti di turno. Addirittura, sino a qualche anno fa, è impazzata la retorica del “piccolo è bello”, che presupponeva che in Italia – e solo in Italia – le economie di scala non rappresentassero un vantaggio competitivo. La verità è un’altra: il Italia il consolidamento industriale capitalisticamente necessario viene evitato grazie al “keynesismo delinquenziale” (Marcello De Cecco) consistente in quel peculiare abbattimento dei costi di produzione rappresentato dall’evasione fiscale e contributiva. Di fatto, imprese che sarebbero fuori mercato se pagassero le tasse dovute, si autoriducono questo fattore di costo e riescono a tirare a campare. In parallelo, i profitti dell’impresa, quando ci sono, sono dirottati sul patrimonio personale e familiare dell’imprenditore. Anche qui, gettare la croce sulle sole piccole imprese sarebbe sbagliato: se soltanto pensiamo ai processi per evasione fiscale che coinvolgono gli attuali vertici di Confindustria, è evidente che le cose non stanno così. Quanto al costo del lavoro, il trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti che si è verificato negli ultimi trent’anni è così incontrovertibile che non occorre dilungarsi sul punto. È sufficiente citare un dato riportato in una ricerca della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: dal 1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8 punti percentuali di reddito, andati in maggiori profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale)[23]. Il risultato complessivo è stato il perpetuarsi di un modello di competitività miserabile, caratterizzato da bassissimi investimenti in innovazione tecnologica (in particolare di processo). E questo, ancora una volta, vale non soltanto per le piccole e piccolissime imprese. Basti pensare che gli investimenti delle grandi imprese in immobili tra il 2000 e il marzo 2009 sono aumentati del 104,1%, mentre quelli in macchinari nello stesso periodo sono cresciuti soltanto del 13,4%: e sono quindi risultati, se commisurati all’inflazione del periodo (+21,5%), addirittura negativi[24].

INVERTIRE LA ROTTA

Qui va sottolineato un aspetto importante. Questo modello di competitività non è soltanto un modello classista, predatorio e ingiusto. È un modello che risulta fallimentare anche sotto il profilo della competitività di sistema. È qui la vera radice della stagnazione economica del nostro Paese e dell’autentica batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando l’entrata in vigore dell’Accordo Multifibre – che riduceva gli elevatissimi dazi all’importazione sino ad allora vigenti – ha gettato in una crisi probabilmente irreversibile interi settori, a cominciare dal tessile. È su questa crisi che la recessione mondiale iniziata nel 2007 sta ulteriormente infierendo, desertificando il panorama industriale italiano. Sulle cause di lungo periodo della crisi ora citate esiste a sinistra una letteratura piuttosto consolidata, fatta di analisi quantitative minuziose e documentate[25]. Purtroppo, ma comprensibilmente, poco o nulla di queste analisi è “passato” sui media, che in questi anni hanno preferito baloccarsi con la “bassa produttività del lavoro”, addebitandola ai lavoratori anziché agli insufficienti investimenti in ricerca e tecnologia delle imprese, e trovando la soluzione di tutti i problemi nella “flessibilità” del lavoro, ossia in un ulteriore abbattimento del potere contrattuale e dei redditi dei lavoratori. Nella stessa direzione si inquadrano tutte le misure assunte dall’attuale governo. Che da un lato ha sferrato un violento attacco alla contrattazione nazionale e allo stesso diritto di sciopero, e pensa di reintrodurre anche le gabbie salariali. Dall’altro, ha varato l’ennesimo condono fiscale. Si tratta della misura che sui nostri giornali finanziari è chiamata “scudo fiscale” o – ancora più garbatamente – “rientro dei capitali”. Sul «Financial Times», invece, è stata chiamata con il suo vero nome: “tax amnesty”[26]. In realtà è qualcosa di ancora peggiore di questo, dal momento che con i soliti emendamenti dell’ultim’ora la maggioranza di governo ha trasformato questa misura in una sanatoria al falso in bilancio, con tanto di tutela contro la normativa antiriciclaggio e protezione del ladro fiscale anche in caso di procedimenti penali in corso[27]. Comunque la si chiami e comunque la si valuti sotto questi ulteriori aspetti, il significato fondamentale di questa normativa è chiaro: si tratta dell’insistenza pervicace su un modello competitivo assolutamente rovinoso. Recentemente il ministro Tremonti, in uno dei suoi confusi discorsi infarciti di slogan ad uso delle telecamere, ha affermato che “la crisi ha bruciato il falò della stupidità e ci sta dando un dividendo positivo: è finito il conflitto sociale”[28]. Si tratta di un’affermazione due volte falsa. In primo luogo perché di proposte stupide (o peggio) questo governo continua a sfornarne a getto continuo: a cominciare dalle fumose proposte di “partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali” – guarda caso avanzate, tanto per sviare l’attenzione dalle cose serie e confondere un po’ le acque, proprio in un momento in cui di utili aziendali se ne vedono pochissimi. In secondo luogo perché il conflitto sociale non può essere abolito per decreto – neanche dalla megalomania mussoliniana di un presidente del Consiglio ormai ridotto alla macchietta di se stesso e dalla creatività lessicale del suo ministro del tesoro. Ovviamente, oggi, sulla possibilità di una ripresa del conflitto sociale, pesa in primo luogo il ricatto occupazionale. Altrettanto ovviamente, gli appelli al “senso di responsabilità” dei lavoratori “in questo momento di crisi” si sprecano. È compito dei comunisti rovesciare questi appelli interessati e riaffermare una semplice verità. Oggi è proprio alla ripresa del conflitto sociale che sono affidate non soltanto la difesa dei posti di lavoro e di condizioni decenti di vita dei lavoratori, ma anche la stessa possibilità che l’economia italiana risalga la china: invertendo la rotta che ha rovinosamente intrapreso negli ultimi decenni, e che sta sprofondando un Paese un tempo industrialmente avanzato in un deserto sociale in cui trionfano la rendita e il plusvalore assoluto. Ogni lavoratore che lotta e che resiste, oggi, non difende soltanto (e sacrosantamente) i suoi diritti, ma anche la prospettiva di un’uscita non regressiva da questa crisi. È il conflitto, oggi, il migliore “stimolo” all’economia.

Note

1 Vedi i grafici riportati in B. Eichengreen, K. O’ Rourke, A Tale of Two Depressions, 4 giugno 2009(http://www.voxeu.org/index.php?q=node/3421), e il commento di M. Wolf, How today’s global recession tracks the Great Depression, «Financial Times», 17 giugno 2009.

2 Vedi Global Development Finance. Charting a Global Recovery, The World Bank, Washington 2009, pp. 9 (table 1.1.), 11 (table 1.2.).

3 M. Mucchetti, Banche, il ritorno della parola “divieto”, «Corriere della Sera», 16 giugno 2009; I. Bufacchi, BCE alza il prezzo della crisi, «Il Sole 24 Ore», 16 giugno 2009.

4 Il tasso di utilizzo degli impianti del settore automobilistico statunitense, in compenso, è risultato pari al 59%: vedi i dati del PWC’s Automotive Institute riportati in Car industry capacity, «Financial Times», 10 giugno 2009.

5 C. Vaciago, Tornare alla normalità dopo tagli del 40%, «Il Sole 24 Ore», 9 settembre 2009.

6 Eurozone jobless reach 10-year high, «Financial Times», 3 giugno 2009; M. El-Erian, American jobs data are worse than we think, « Financial Times», 3 luglio 2009; C. Sarno, I disoccupati sono ormai uno Stato, «MF», 2 settembre 2009; 1.02 billion people hungry, FAO, press release, 19 giugno 2009.

7 “Dati preoccupanti, serve un piano di rilancio”, intervista di F. Pierantozzi, «Il Messaggero», 2 settembre 2009.

8 Banca d’Italia, Bollettino economico n. 57, luglio 2009, p. 5.

9 Dati riportati in «Finanza & Mercati Sette», 12 settembre 2009.

10 A. Rappeport, US data add to evidence of “job-less recovery”, «Financial Times», 4 settembre 2009; Ve rdeckte Arbeitslosigkeit in deutschen Unternehmen, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 13 agosto 2009. D. Schäfer, R. Milne, German “pact” on job cuts, « Financial Times», 24 agosto 2009.

11 D. Roveda, Negli Usa le banche tornano in rosso, «Il Sole 24 Ore», 28 agosto 2009.

12 J. Wilson, Bad loans to hit Landesbanken, «Financial Times», 24 agosto 2009.

13 West LB muss die erste Bad Bank gründen, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 14 agosto 2009.

14 C. Bastasin, Le crepe nascoste delle banche tedesche, «Il Sole 24 Ore», 5 luglio 2009.

15 A. De Mattia, Ma delle vere riforme, nessuna ha ancora visto la luce, «MF», 15 settembre 2009.

16 Stime dell’Ucimu riportate in P. Bricco, Un anno da dimenticare per le macchine utensili, «Il Sole 24 Ore», 9 luglio 2009.

17 Finis terrae, «Finanza & Mercati Sette», 5 settembre 2009.

18 Fabrio non ci crede e vede nero nel futuro, «Borsa & Finanza», 5 settembre 2009.

19 M. Deaglio, Il pericolo delle illusioni, « La Stampa», 22 agosto 2009.

20 Elaborazione Nens su dati Fmi, riportata in G. Parente, Reddito pro capite, l’Italia perde quota, «La Repubblica», 6 settembre 2009.

21 M. Mucchetti, Licenziare i padroni?, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 160.

22 A. Giacobino, Il casinò mondiale e la foresta pietrificata, «Borsa & Finanza», 12 settembre 2009; Fideuram e il ritorno della banca di fami – glia, «CorrierEconomia», 14 settembre 2009; The Agnellis, «Financial Times», 16 settembre 2009.

23 L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007. In argomento vedi M. Ricci, Il declino degli stipendi, la Repubblica, 3 maggio 2008, e M. Mucchetti, “Torna il tema della redistribuzione”, Corriere della Sera, 24 agosto 2008.

24 Dati di un’indagine della CGIA di Mestre pubblicata il 16 settembre 2009.

25 Si vedano le meritorie indagini del Cestes, molte delle quali pubblicate sulla rivista «Proteo», e i contributi economici ospitati sulle pagine de «la Contraddizione». Tra i volumi si segnala almeno Lavoro contro Capitale. Precarietà, sfruttamento, delocalizzazione, a cura di L. Vasapollo, Jaca Book, Milano 2005.

26 Lex column, «Financial Times», 16 settembre 2009.

27 R. Petrini, Scudo, sanato il falso in bilancio e niente segnalazione di riciclaggio, « La Repubblica», 18 settembre 2009; M. Sensini, Lo scudo fiscale adesso si allarga, «Corriere della Sera», 18 settembre 2009.

28 Dichiarazioni riportate in R. Mania, Capitali all’estero, Tremonti attacca. “E grazie a noi addio conflitto sociale”, «La Repubblica», 13 settembre 2009