Una coraggiosa autoriforma comunista

Abbiamo detto che nulla è più come prima. La guerra e le sue conseguenze in Italia non possono non attraversare fortemente la discussione congressuale di Rifondazione Comunista, i suoi documenti e i suoi orientamenti, non possono non accelerare il processo di rifondazione e di ricostruzione di un partito comunista, più autonomo e più forte, sul piano teorico e organizzativo, e contemporaneamente più unitario sia nel movimento no-global che nei confronti di tutte le forze politiche contrarie alla guerra.

Si restringe la democrazia

Gli attentati terroristici negli Usa e la guerra infinita di Bush hanno aperto una situazione nuova non solo nel mondo ma anche nel nostro Paese.
Se la guerra proseguirà, com’è nei propositi strategici della amministrazione americana, è destinato ad accentuarsi anche il clima che abbiamo vissuto dall’11 settembre in avanti. L’Italia non è un paese qualunque. E’ un paese del cosiddetto “occidente” e della NATO, ma non solo. E’, fra i paesi dell’occidente e della NATO, uno dei più vicini all’imperialismo americano, sia per responsabilità del governo Berlusconi (con alcune contraddizioni interne) che per merito della nuova leadership fassiniana del principale partito dell’opposizione (anche qui con forti contraddizioni interne). Per questo motivo il clima nel nostro paese è stato particolarmente aspro contro ogni dissenso e a favore della guerra e degli USA. Abbiamo assistito: alla creazione di una sorta di crociata ideologica a favore della cosiddetta civiltà occidentale e della sua religione cattolica contro le altre civiltà “inferiori”; alla esaltazione bipartizan delle opere buone fatte all’umanità, all’Europa e all’Italia, dagli Stati Uniti d’America; alle fanfare patriottiche (“una bandiera in ogni famiglia”); alla criminalizzazione del dissenso e alla sua equiparazione al terrorismo (molto emblematica l’iniziativa del giornale “Libero” di indicare, con tanto di foto, tutti i parlamentari che hanno votato contro la guerra come conniventi col “nemico” terrorista). Sono fenomeni troppo sottovalutati non solo nella sinistra socialdemocratica (e questo è ovvio), ma anche nella sinistra antagonista e fra gli stessi comunisti (e questo è meno ovvio).
Per parte mia concordo pienamente con la conclusione dell’intervista su Liberazione a Giulietto Chiesa che sintetizza il clima che siamo vivendo citando una frase del filosofo tedesco Hans Magnus Enzerberger: “Ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo”.
Tuttavia, c’è sempre il rovescio della medaglia. Diversamente dai tempi del fascismo non c’è ancora né l’adesione di massa alla guerra né la dittatura aperta. Anzi, la guerra e la gestione che ne sta facendo il governo di centro-destra sta modificando radicalmente il quadro politico e i rapporti di forza nel campo della sinistra.

Imperialismo e globalizzazione

Si allarga nel movimento contro la guerra e nella sinistra la carica antimperialista e antiamericana. In particolare i bombardamenti americani contro strutture e popolazioni civili e il disvelamento delle vere cause della guerra nella strategia americana sia di controllo delle rotte del petrolio che di dominio militare sulle altre potenze del mondo fanno riaffacciare la nozione di imperialismo americano cancellata nella involuzione moderata del PCI nel decennio che ha preceduto e preparato la Bolognina. Pertanto, contrapporre e non voler coniugare le nozioni di “imperialismo” e di “globalizzazione”, cancellare invece di aggiornare la nozione di “imperialismo” proprio mentre cresce in tutto il mondo, e in particolare nel sud del mondo e fra i movimenti di liberazione dei popoli, la carica antimperialista e la lotta contro l’imperialismo americano, sarebbe un errore imperdonabile indotto da una volontà di divisione strumentale di Rifondazione e del movimento1, oltre che un modo per dar ragione alla tesi della sinistra moderata sulla grande alleanza per la guerra2.

Il popolo di sinistra è contro la guerra

Lo straordinario successo prima della marcia per la pace Perugia-Assisi e poi della manifestazione contro la guerra del 10 novembre (100 mila persone, il doppio di quelle portate dal governo e dalle televisioni pubbliche e private), nonostante le pesanti difficoltà politiche e organizzative del movimento no-global dopo l’11 settembre evidenziate nell’assemblea di Firenze, è il segno evidente di un dissenso larghissimo nel paese nei confronti della guerra, dissenso che secondo tutti i sondaggi è a cavallo del 50% della popolazione3 e che è assolutamente indispensabile non disperdere ma saper raccogliere e in parte organizzare, e questo non può essere affidato al solo movimento no-global.

La classe operaia esiste ancora

La piena riuscita, la settimana successiva, dello sciopero e della manifestazione dei metalmeccanici (250 mila persone), nonostante il difficile clima di guerra, il black-out informativo e l’assalto che il governo, una parte dell’Ulivo, padroni e sindacati subalterni hanno scatenato contro la Fiom-Cgil, è il segno di un risveglio della lotta di classe – con buona pace di tutte le pseudo-teorie a destra e a sinistra sulla fine post-fordista della classe operaia – a cui un partito comunista degno di questo nome dovrà dare sponda politica e continuità nelle nuove lotte contro lo smantellamento dello statuto dei lavoratori, la nuova controriforma pensionistica, la privatizzazione della sanità e della scuola. In una situazione sociale che si radicalizza fortemente c’è bisogno (e aumenta lo spazio) di un partito comunista che assuma come suo fondamentale referente sociale il concetto politico di classe operaia, sia pure aggiornato ai cambiamenti della struttura produttiva e della società.

Si è rotto il centro-sinistra

La guerra ha rotto l’Ulivo e il centro-sinistra. Si tratta di un evento di grande importanza che abbiamo auspicato da tempo. Ora che avviene non possiamo sottovalutarlo. I fatti ci dicono che sulla guerra il Pdci, la sinistra DS e la maggioranza dei Verdi sono più vicini a Rifondazione Comunista che a Fassino e Rutelli. E’ necessario lavorare e incalzare con grande propensione unitaria, senza settarismi né fughe in avanti, per mettere assieme in una azione comune e senza cessione di quote di sovranità, sei soggetti politici, sociali e di movimento: Rifondazione Comunista, il movimento no-global, il Pdci, la sinistra DS, i Verdi e le parti disponibili della Cgil. C’è l’occasione per costruire una sinistra di alternativa larga e con un consenso di massa, per la prima volta non minoritaria ma in grado di sfidare la sinistra moderata per l’egemonia sull’intera sinistra e sul movimento dei lavoratori. Vi sono due modi specularmente opposti per perdere questa occasione: l’uno per vocazione settaria nel frapporre ostacoli politici ed ideologici per rapporti unitari con queste forze, l’altro per vocazione fusionistica: se si pensa di costruire un nuovo soggetto politico (necessariamente non comunista) si determinano elementi di divisione e non di unità non solo con altre forze politiche ma persino in Rifondazione. Il congresso del PRC è l’occasione per lanciare questo progetto evitando i due errori suddetti.

L’autoriforma del partito

Per questi motivi, per far crescere il movimento contro la guerra e al suo interno il movimento contro la globalizzazione, per riaprire una nuova fase di lotta di classe, probabilmente con asprezze inedite (Genova docet), per combattere un governo di destra aggressivo e pericoloso per le stesse libertà democratiche, per aggregare in una battaglia unitaria tutte le forze politiche contrarie alla guerra, serve un partito comunista molto più organizzato di come è oggi Rifondazione e con un gruppo dirigente all’altezza. La nuova fase che si è aperta con la guerra di Bush e con le conseguenze italiane di Berlusconi non può vedere ancora tentennamenti o incertezze. Sono necessarie radicali innovazioni politiche ed organizzative, ma poiché la parola “innovazione” non è neutra, ciò di cui abbiamo bisogno è una “innovazione” del tutto opposta a quella moderata, di destra e liquidatoria che ha portato alla Bolognina e allo scioglimento del PCI. Serve una innovazione di sinistra, protesa al rafforzamento dell’identità e dell’organizzazione comunista non allo snaturamento o alla liquidazione.
Quindi: un partito più comunista e organizzato, non meno comunista e meno organizzato; più di classe, non meno di classe; più capace nei fatti, non a parole, di organizzare lotte e movimenti di massa; meno accentrato nelle istituzioni e nel ceto politico e più radicato capillarmente sul territorio, nei luoghi di lavoro e nella società4; con un gruppo dirigente nazionale conosciuto più ampio e più riconosciuto. Sintetizzando, ciò che serve è una coraggiosa autoriforma comunista del partito.

Note

1 Sulla nozione di imperialismo anche nel movimento no-global vi sono, come è ovvio, diverse posizioni. Ha scritto Piero Bernocchi, dirigente dei Cobas Scuola e uno dei leader del movimento, su Liberazione (del 20/9/2001): “Gli Usa, a partire dalla guerra del Golfo, hanno approfittato del crollo dell’Urss per ovviare al proprio declino economico con la potenza militare e politica e quindi con il rilancio in grande stile della guerra permanente e globale… La realtà è che non esiste un Impero pacificato ma un imperialismo dominante sul piano militare e politico, quello Usa, ma fragile sul piano economico (da qui il terrore di un nuovo ’29) che teme non solo l’afasica, politicamente e militarmente ma temibile economicamente, Europa unita, ma anche la possibile rinascita della Russia e la potenza crescente della Cina, e persino l’ingombro in zone-chiave della emergente borghesia nazionale araba (di cui gli afgani o i Bin Laden sono solo il vessillo più estremista). E tutto questo spinge gli Usa ad un apparente delirio bellicista che in realtà è assillo preveggente di chi vuole strozzare gli avversari nella culla, usando l’arma più efficace che ha, quella militare.

2 Ha scritto Giulietto Chiesa sul Manifesto del 10 novembre in una forte ed efficace polemica nei confronti del voto italiano a favore della guerra: “Siamo entrati in guerra illudendoci (e illudendo le nostre opinioni pubbliche) sull’esistenza di una “Grande Alleanza”, che comprenderebbe perfino la Russia e la Cina. Ma a Shanghai nel documento finale non c’è stato il minimo cenno a questa “Alleanza”. La Cina sta a guardare, esprimendo solidarietà mentre la fine annunciata dei taliban taglia l’ossigeno ai terroristi della minoranza islamica degli uiguri. La Russia di Putin si dichiara amica e solidale, ma esclude di partecipare con i suoi uomini, non concede spazi aerei per azioni militari, invita a non pensare che la lotta al terrorismo possa essere risolta solo con metodi militari, infine raccoglie il silenzio definitivo dell’occidente sulla Cecenia”.

3 E’ in particolare il popolo di sinistra contrario alla guerra, a dimostrazione che esistono ancora vaste masse popolari che non hanno rinnegato i tradizionali valori di sinistra, diversamente dalla tesi dell’esaurimento della possibilità di parlare a quel classico popolo di sinistra e di intercettare consensi fra i voti popolari dell’ex-PCI.

4 Serve una forte riforma della vita interna e dell’attività dei Circoli per rafforzarne gli elementi che hanno consentito ai Circoli di reggere la scissione di Cossutta molto meglio dei gruppi istituzionali e del gruppo dirigente nazionale, il quale non fu messo in minoranza da Cossutta nella famosa riunione del CPN che precedette la scissione per la presenza determinante della rappresentanza territoriale diretta costituita dai segretari delle federazioni. Senza i Circoli e senza la rappresentanza territoriale diretta negli organismi dirigenti Rifondazione Comunista non esisterebbe più.