Una battaglia da vincere

Non abbiamo ancora la certezza, mentre scriviamo (23 ottobre 2002), se vi sarà la guerra all’Iraq. È in atto nel Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite un braccio di ferro che ci dice che la partita non è chiusa; che l’Onu non è un guscio vuoto, privo ormai di ruolo internazionale (anche se ovviamente, come ogni istituzione, esso riflette i rapporti di forza reali che esistono nel mondo); che Francia, Russia e Cina non sono burattini alla corte di Bush; e che non esiste alcun “direttorio mondiale unificato”, nessun “asse strategico” tra Usa, Russia e Cina, tutto interno e omogeneo alla globalizzazione capitalistica, che ormai governerebbe il mondo.

E se guerra comunque sarà, non conosciamo le forme concrete né gli scenari politico-militari entro cui essa si produrrà, per non parlare delle conseguenze sullo scenario globale e segnatamente mediorientale (“si apriranno le porte dell’inferno?”).

Non sappiamo neppure, nel caso, se essa avverrà come attacco unilaterale degli Usa e di qualche fedele alleato, senza l’avallo dell’Onu, o se viceversa essa riceverà, al di là delle risoluzioni formali, un qualche tacito, ambiguo “disco verde” da parte di quei membri del CdS con diritto di veto (Francia, Russia e Cina) che fino ad ora hanno agito per evitare uno sbocco militare.

Forse non ci rendiamo conto che questa stessa incertezza, che in misura maggiore o minore alberga in ognuno di noi, rappresenta di per sé un fatto politico enorme. Essa è il segno, a oltre un decennio dal crollo dell’Urss, del carattere non onnipotente dell’imperialismo Usa (uscito vincente dalla competizione del ‘900) e delle sue velleità di fare del 21° secolo il secolo dell’ “impero americano”.1

Non è invincibile la linea dei settori più aggressivi dell’ imperialismo Usa: quelli che puntano a vincere la competizione globale con le altre potenze emergenti perseguendo una linea di unilateralismo assoluto, di schiacciante superiorità militare sul resto del mondo. Una prospettiva che Fidel Castro, già all’indomani dell’11 settembre 2001, aveva definito di “dittatura militare planetaria”. E che ha indotto un uomo acuto e intelligente come Luigi Pintor a scrivere: “la mia generazione è convinta di aver vissuto in un secolo tragico, ma può dirsi fortunata. Il genocidio era in fondo ancora episodico e circoscritto e non ancora duraturo e pianificato su scala planetaria”.

È decisivo sottolineare questo aspetto: non siamo in presenza di una iniziativa inarrestabile della maggiore potenza imperialista mondiale (la cui gravità non è certo il caso di ribadire nell’editoriale di una rivista che ne ha intravisto per tempo le linee portanti)2. Siamo di fronte ad una linea di tale pericolosità per l’insieme della comunità mondiale, di tale disprezzo del diritto internazionale e dei diritti sovrani dei popoli e delle nazioni, da suscitare una opposizione – diversamente graduata – non solo nelle componenti più progressive dell’opinione mondiale, ma tale da suscitare riserve anche in ambienti tradizionalmente conservatori, per nulla propensi al pacifismo o a qualsivoglia cultura di pace. Si pensi ai gruppi dominanti di paesi come la Germania, la Francia, il Giappone, che sono parte integrante del sistema imperialistico, membri della Nato o affini, che fino a ieri hanno condiviso, taluni anche operativamente, l’aggressione alla Yugoslavia (senza uno straccio di mandato Onu), o l’intervento militare in Afghanistan, ma che non accettano un unipolarismo americano che pretende di sottometterli alle velleità egemoniche di un solo padrone (Lenin le avrebbe definite “contraddizioni inter-imperialistiche”…)3. Dubbi e riserve si manifestano persino all’interno dell’amministrazione Bush. La strategia dei “falchi” di Washington, così inquietante e densa di incognite per i suoi stessi promotori (chi si ricorda la fine del Terzo Reich?), suscitare una opposizione così diffusa nel mondo, da far ritenere non solo necessario, ma possibile, che essa venga imbrigliata e almeno in parte fatta retrocedere. Una opposizione così diffusa da aprire spazi immensi ad un “nuovo movimento mondiale di partigiani della pace”, che in queste contraddizioni sappia inserirsi per far pendere l’ago della bilancia dalla parte della pace e del disarmo.

Parliamo innanzitutto del disarmo graduale e bilanciato delle maggiori potenze, ampiamente dotate di armi nucleari, chimiche e batteriologiche, di cui non si comprende perché dovrebbero avere il monopolio. Per cui un paese come l’Iraq, che sulla base di prove mai fornite, lavorerebbe per poter disporre tra qualche anno (come dice la Cia) di alcune testate nucleari rudimentali, dovrebbe essere bombardato “preventivamente”, mentre uno Stato “canaglia” come Israele, che non rispetta da decenni le risoluzioni dell’Onu, massacra impunemente il popolo palestinese e dispone, come è noto, di alcune centinaia di testate nucleari, non dovrebbe essere chiamato a render conto dei suoi atti, e sottoposto – perché no – a rigorosissime ispezioni Onu per verificare la consistenza delle armi di sterminio di cui esso già dispone in abbondanza nei propri arsenali.

Ha detto bene in proposito il segretario del Prc, “che noi qui in Europa, in Italia, dobbiamo trasformare l’autunno in una straordinaria stagione contro la guerra. Cercando di allargare il fronte quanto più possibile, trasformando la battaglia per la pace nella nostra principale battaglia strategica. Non solo una battaglia di principio, una battaglia da vincere”.

Si aprono spazi grandi per un movimento mondiale antimperialista (comunque lo si voglia chiamare), che organizzi uno schieramento più qualificato (certo non vi troveremo Andreotti o Formigoni, e neppure Schroeder o Chirac…), ma che per “vincere” non deve separarsi dalle grandi masse e dalle forze popolari, come ad esempio la Cgil, che oggi dicono comunque “no alla guerra”. Uno schieramento che comprenda i settori più avanzati dei movimenti operai e di liberazione, di cui è parte integrante e propulsiva (non esclusiva né autosufficiente) il movimento che ha preso avvio a Porto Alegre e che vedrà nelle giornate di Firenze del Forum sociale europeo un suo momento importante, anche se ancora molto parziale e provvisorio, di strutturazione continentale4.

Trovo emblematico in proposito l’appello internazionale contro la guerra, promosso dal premio Nobel Josè Saramago, con Pedro Almodovar, Carlos Taibo, James Petras, Julio Anguita e altri 200 artisti e intellettuali, a nome di una “Alleanza di intellettuali antimperialisti”. Un appello “contro una nuova aggressione imperialistica che si propone di consolidare, a qualunque prezzo, l’egemonia nord-americana”. Andrebbe rafforzato e generalizzato in ogni Paese del mondo (quanti altri Nobel potrebbero firmare?), facendo convergere il tutto in una grande campagna mondiale per la raccolta di centinaia di milioni di firme, a tutte le latitudini.5

Grandi spazi si aprono anche alla peculiare iniziativa dei comunisti – nel quadro della più larga unità contro la guerra – per riscoprire e diffondere nelle nuove generazioni, tra i lavoratori e i popoli, la consapevolezza dei nessi che esistono tra capitalismo e guerra, “dove l’uno porta l’altra con sé, come la nube la tempesta”. E riscoprire anche per quella via l’esigenza del socialismo nel mondo contemporaneo, e la consapevolezza che un sistema sociale che si regge sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un mondo che si regge su crescenti squilibri economici e sociali tra un pugno di paesi ricchi (in competizione tra loro) e un oceano di paesi poveri, non sarà mai un mondo liberato dal pericolo della guerra.

Nel mese di novembre si terranno in Europa due importanti iniziative contro la guerra, a carattere continentale. Mi riferisco al Fse di Firenze, che in particolare vedrà il 9 novembre una importante manifestazione europea contro la guerra. Ed un secondo meeting europeo, meno conosciuto ma non per questo meno significativo, che si terrà una decina di giorni dopo a Praga, in occasione del vertice della Nato del 21-22 novembre, che deciderà una sua ulteriore espansione ad Est, con l’ingresso di nuovi Paesi; e dove i rappresentanti Usa premeranno per un coinvolgimento dell’Alleanza nella dottrina della “guerra preventiva”.

Nei due giorni precedenti si terrà a Praga un contro-vertice (19 novembre), promosso dal Partito comunista ceko (Kscm), cui prenderanno parte la quasi totalità dei partiti comunisti e di sinistra anticapitalistica di tutta l’Europa, dell’Est e dell’Ovest (dal Portogallo agli Urali, passando per i Balcani). Un incontro continentale, il primo di questo genere dopo il terremoto del 1989, in cui forze politiche che rappresentano alcune decine di milioni di cittadini di ogni parte d’Europa, discuteranno di come contribuire allo sviluppo di un movimento continentale di massa, articolato e continuativo, paese per paese, contro la guerra, per lo scioglimento della Nato e la costruzione di un sistema di sicurezza europea alternativo, non aggressivo (una sorta di Onu europea), senza basi militari straniere, coerente con l’idea di un’Europa autonoma e neutrale, di pace, di giustizia sociale, di amicizia tra i popoli.

Il giorno dopo (20 novembre) le stesse forze terranno una manifestazione europea nel centro storico di Praga, aperta a tutte le realtà politiche, sociali e di movimento che si riconoscono nelle sue parole d’ordine: contro la guerra, per lo scioglimento della Nato.

Forse non si è fatto abbastanza per costruire nei mesi scorsi una adeguata sinergia tra questi due appuntamenti di grande valore strategico. Auguriamoci che ciò sia possibile in futuro, a partire dalle prossime giornate di Firenze e di Praga. E che ogni sforzo sia messo in campo per superare incomprensioni, distanze, pregiudiziali ideologiche, piccole logiche di gruppo, che ostacolano la massima convergenza di tutte le forze che si riconoscono nelle due fondamentali discriminanti dell’anti-liberismo e del “no” alla guerra. Vi sono oggi le condizioni, anche in Europa, senza più muri tra Est e Ovest, per la costruzione di un grande movimento popolare, con forme flessibili ma efficaci di coordinamento, collocato su posizioni socialmente avanzate, aperto alle convergenze con chiunque sia comunque disponibile a dire “no” alla guerra. Lo dimostra la straordinaria manifestazione di fine settembre a Londra contro la guerra (450.000 persone), svoltasi in concomitanza con la riuscita manifestazione di Roma, promossa e organizzata dal Prc (dal nostro partito), ma che nei comizi ha dato ampio spazio ad altri (no-global, sinistra Ds, movimento dei lavoratori, associazioni di immigrati); la manifestazione enorme, a metà settembre, del popolo dei “girotondi”, nella quale l’intervento di Gino Strada contro la guerra è stato accolto da una autentica ovazione; la grande riuscita dello sciopero generale del 18 ottobre e delle manifestazioni di piazza, promosse dalla Cgil e dai settori più avanzati del sindacalismo extra-confederale, che hanno visto anche una massiccia partecipazione di studenti, e in cui il tema del “no” alla guerra era fortemente presente e condiviso; il documento contro la guerra firmato da 131 parlamentari del Prc, del Pdci, dei Ds, dei Verdi, della Margherita…che rappresentano insieme quasi il 15% del Parlamento e che esprimono, senza ambiguità, un orientamento contrario alla guerra che tutti i sondaggi ci dicono essere larghissimamente maggioritario nel paese. Un documento che opportunamente raccoglie il richiamo di Pietro Ingrao (e persino di un ex Presidente della Repubblica democristiano come Oscar Luigi Scalfaro) all’articolo 11 della Costituzione.

Vi è qui un bel pezzo di “sinistra alternativa”, sociale, politica, di movimento, che può crescere e bilanciare la recente (ennesima) torsione centrista e moderata della maggioranza del gruppo dirigente dei Ds. A condizione che si rispetti l’autonomia di ognuno, che si evitino come la peste ipotesi confuse, velleitarie (e che alla fine dividono, più che unire) di “nuovi soggetti politici” che pretenderebbero di fondere o impastare tutte quelle forze in un unico calderone, invece di operare – senza forzature organizzativistiche – sul terreno assai più produttivo dell’unità d’azione, del coordinamento flessibile di tutte le iniziative condivise, con una convergente elaborazione programmatica e progettuale. Dove la piena autonomia politica, teorica e organizzativa del partito comunista sia non già sinonimo di settarismo e autosufficienza, bensì fattore propulsivo di più larghe convergenze a sinistra. Partito comunista che si conferma, pur con tutti i suoi difetti, strumento sempre più prezioso e insostituibile di dinamismo politico e sociale nel contesto italiano, su cui davvero vale la pena di investire grandi forze ed energie, senza alcuna boria autoreferenziale, con maggiore spirito di unità e solidarietà interna, a partire dai gruppi dirigenti e dalle modalità della loro costruzione.

Noi non abbiamo dubbi o esitazioni (non dobbiamo averne, pena l’auto-emarginazione dal senso comune del nostro popolo) su alcune priorità del momento: no alla guerra, sostegno alle lotte dei lavoratori, opposizione convergente al governo Berlusconi, intese tattiche – ovunque possibile – anche sul terreno elettorale, per battere le destre e le componenti più reazionarie del quadro politico italiano. Ma sappiamo anche che un abisso strategico ci distingue dal nuovo craxismo della governabilità a qualunque costo, che sta nuovamente prevalendo nell’Ulivo e nella direzione dei Ds. E non diventeremo – non siamo nati per questo – né l’ala sinistra, inevitabilmente subalterna e minoritaria, di questo nuovo Ulivo in gestazione (non faremo la fine di altri…), né una forza marginale e minoritaria, estranea al movimento operaio in carne ed ossa e alle componenti democratiche e progressive che contraddittoriamente agiscono nel “popolo della sinistra”, perché questa sarebbe un’altra forma, speculare ma non meno fallimentare, di subalternità.

Condivido in proposito alcune recenti sottolineature del segretario del Prc (Liberazione, 19.10. 2002). È vero: “l’onda lunga oggi è quella del conflitto sociale e del protagonismo dei lavoratori”, dove emerge “una presenza ricca e composita : classe operaia tradizionale, giovani studenti e giovani lavoratori precari”, con “una forte volontà di opposizione politica e sociale alle scelte del governo Berlusconi”. Per cui, “dopo il successo di questo sciopero, la normalizzazione della Cgil e del conflitto sociale sarà più difficile…nonostante lo spostamento a destra del centrosinistra …e del baricentro politico dell’Ulivo”. “Bisogna prendere atto del fallimento dell’ipotesi di chi aveva puntato tutto sullo spostamento dell’insieme del centro-sinistra”, o di chi puntava ad una sua “rigenerazione dall’interno, ad una sua rifondazione programmatica e di leadership : la strada indicata da Cofferati nell’intervista di agosto al Corriere”. Il punto è quello della “costruzione di una sinistra di alternativa, stando ciascuno dove sta, evitando fughe di tipo organizzativistico, e produrre iniziative e lotte comuni”. E riprendere con forza il tema della “fine della cultura dell’alternanza”, con il “mutamento del sistema elettorale”, trovando le forme e le convergenze necessarie per un “rilancio della proporzionale”.

Sul piano sociale, si impone la vertenza Fiat, e qui bisogna “far leva su un intervento pubblico… che rompa i tabù imposti dall’egemonia neo-liberista, sul ruolo dello Stato e sul Patto di stabilità europeo”. Dove il dibattito sulla “nazionalizzazione” e sul “rilancio dell’intervento pubblico in economia”, allude prospetticamente alla riapertura di una riflessione non velleitaria su : “Quale socialismo per il XXI° secolo”, dopo il crollo di un modello di statalismo integrale. E quindi: quale economia mista, con una prevalenza del pubblico nei settori strategici, in un processo di lunga transizione al socialismo, su scala mondiale e nelle sue articolazioni nazionali e regionali; quale rapporto tra pubblico e privato. E ancora : come costruire, in un quadro di regionalizzazione crescente delle relazioni economiche, un polo pubblico sovranazionale che sappia reggere la competizione delle multinazionali private.

Si tratta cioè di riaprire, con una visione mondiale, senza fughe in avanti né regressioni utopistiche, la questione del socialismo.

Note

1 Le due nozioni – imperialismo e logica “imperiale” – se correttamente intese, possono coesistere e descrivere fenomeni tra loro complementari, non escludentesi, a condizione di fuoriuscire dallo schema negriano. La questione non è nominalistica.

2 E questo quando altri, anche in Rifondazione, esitavano a cogliere il salto di qualità e la peculiera pericolosità per la pace mondiale rappresentati non tanto e non solo da una generica e indistinta “globalizzazione capitalistica”, senza nome e indirizzo, ma soprattutto dalle nuove scelte strategiche di politica estera degli Stati Uniti, fino alle più recenti teorizzazioni sulla “guerra preventiva”, sintetizzate in un opuscolo diffuso il mese scorso dalla Casa Bianca, e che il quotidiano Liberazione, unico tra i giornali italiani, ha avuto il merito di tradurre e pubblicare integralmente (e tempestivamente) nella sua edizione del 10 ottobre 2002 (www.liberazione.it) e che rappresenta un’autentica miniera di argomenti.

3 La Stampa (3.9.2002) pubblica in proposito una significativa dichiarazione di Tareq Aziz, vicepremier irakeno: “l’animosità americana contro di noi si spiega con il fatto che se distruggeranno l’Iraq controlleranno il petrolio di tutto il Medio Oriente, che rappresenta il 65% delle riserve mondiali, e quindi saranno in grado di governare la crescita economica di ogni nazione del mondo intero. L’Europa è solidale con noi non solo per ragioni umanitarie, ma perché così protegge i suoi interessi”. E più recentemente (La Stampa, 23.10.2002): “la Corea del Nord ha ammesso di avere un programma nucleare. Gli Usa non hanno chiesto ispezioni Onu come per l’Iraq. Perché? Perché due cose mancano in Corea del Nord: il petrolio e Israele”.

4 Mentre l’Europa occidentale è largamente rappresentata nel Forum sociale europeo, nonostante permangano veti assurdi alla presenza dei partiti in quanto tali, le forze sociali e politiche che nell’Europa dell’Est, nei Balcani e nei paesi dell’area ex-sovietica, a partire dalla Russia, rappresentano le istanze fondamentali del Forum (anti-liberismo e opposizione alla guerra) sono praticamente assenti, salvo rarissime eccezioni. Questi paesi, in cui vive circa la metà dei 700 milioni di cittadini che popolano il continente, sono per lo più rappresentati nel Fse da piccoli o piccolissimi gruppi, il cui consenso sociale e politico nei rispettivi popoli è assolutamente marginale. Il caso più eclatante è quello delle grandi organizzazioni legate ai comunisti e ai socialisti di sinistra di questi paesi, dove essi rappresentano in molti casi il 30-40% dei rispettivi popoli (stiamo parlando – a spanne – di una sessantina di milioni di persone, di cui una buona parte solo in Russia, Ucraina, Bielorussia…) e che a Firenze non saranno in alcun modo rappresentate. Mancanza di contatti o assurde pregiudiziali ideologiche di alcuni settori del Forum verso i comunisti dell’Est ? Varrebbe la pena di discuterne e di saperne di più.

5 Il testo dell’appello (in spagnolo) e le adesioni, nonché la lettera aperta di queste personalità europee agli intellettuali ed artisti statunitensi, firmatari di un analogo manifesto, sono reperibili in: www.nodo50.org/ csca , oppure scivendo a : [email protected]