Un situazione aperta

1. Tra gli aspetti più sconfortanti dello stato di cose determinatosi in seguito alle elezioni del 13 maggio va annoverata la pervicacia di gran parte della dirigenza politica della sinistra moderata, indisponibile a mettere in discussione le analisi e la linea politica che hanno preparato quell’esito. È vero, tutti gli avvenimenti possono essere interpretati da almeno due punti di vista contrapposti. In questo caso si può sostenere che la perdita di consenso da parte della sinistra italiana è la diretta conseguenza della “mutazione genetica” che ha trasformato il più grande partito comunista dell’Occidente in uno zelante battistrada della “rivoluzione conservatrice” post-reaganiana, inducendolo ad abbandonare al loro destino le fasce sociali subalterne; ma si può anche dire – come fanno D’Alema, Fassino e, naturalmente, Morando e l’area liberal dei Ds – che il centro-sinistra ha perso perché non ha osato abbastanza sulla via delle “riforme” e della “modernizzazione”: sulla strada, cioè, per intenderci sugli eufemismi, delle politiche che stanno ricacciando le masse dei lavoratori nella condizione premoderna della cronica precarietà, dell’assenza di garanzie sociali, della povertà di massa. C’è solo un aspetto che, nonostante il credito di cui gode, quest’ultima tesi non riesce a spiegare: la caduta libera della forza elettorale del Pds prima e dei Ds poi, da quando hanno imboccato la deriva “riformistico-modernizzante”. Onestà intellettuale vorrebbe che l’attuale dirigenza diessina indicasse una soglia minima di consenso elettorale, raggiunta la quale anche i più accaniti sostenitori del “liberismo di sinistra” rinuncerebbero a perseverare nella rincorsa degli interessi confindustriali. Tutto però induce a ritenere che nulla di simile accadrà, almeno per un bel pezzo.
Ciò non toglie che qualcosa di nuovo avviene anche nel contesto delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra moderata, in vista dei grandi congressi d’autunno dei Ds e della Cgil. La formazione di una corrente di minoranza che fa capo alla candidatura di Giovanni Berlinguer alla segreteria dei Ds da un lato; il riposizionamento del segretario generale della Cgil sui due fronti del confronto col governo e della battaglia congressuale dei Ds dal-l’altro; la decisione della segreteria nazionale della Fiom di aprire un duro scontro sui contratti dall’altro ancora, introducono elementi di novità in un quadro che era apparso, sino alla fine della passata legislatura, sostanzialmente ingessato. Elementi che vedono riproporsi, dopo lunga assenza, una prospettiva autenticamente critica nei confronti di una gestione della società e dell’economia italiana che ha determinato una impennata di rendite e profitti (+78% nel 1999 a fronte di una crescita di salari, stipendi e pensioni inferiore al tasso di inflazione programmata) e una inedita crescita della produttività del lavoro (nel 2000 l’Italia è in testa tra i paesi dell’Ue, staccando di 5 punti percentuali la Francia e di oltre 15 punti Germania e Regno Unito) a fronte del dilagare di disoccupazione e povertà. Certo il riemergere, nel quadro della sinistra politica e sindacale moderata, di tematiche e accenti caratteristici della cultura di classe, non cancella ritardi e responsabilità. La scelta di collocare il più grande sindacato confederale nel quadro della concertazione e di sposare acriticamente le strategie “riformistiche” dei governi Prodi e D’Alema resta, in tutta la sua gravità, un tratto qualificante del-la segreteria Cofferati. Ma non sarebbe sensato nemmeno ignorare il mutamento di rotta. Altrettanto vale per la componente di minoranza dei Ds.
Il fatto che molti suoi dirigenti siano stati organicamente legati alla segreteria e all’esperienza di governo di D’Alema non riduce il rilievo delle recenti dichiarazioni di Berlinguer, il quale senza tentennamenti indica in un “deficit di sinistra” il maggior limite del proprio partito e nei “lavoratori in varia forma dipendenti” la “base della società e della sinistra”. Né si tratta solo di movimenti interni al ceto politico e ai gruppi dirigenti di partiti e sindacati. Il travaglio della sinistra moderata coinvolge l’intero corpo sociale che fa riferimento al sindacato e ai Ds, milioni di persone, di lavoratori e pensionati, un intero popolo alle prese con l’offensiva delle classi dominanti. Il profilarsi di nuove posizioni e l’approfondirsi della dialettica politica inducono alla riflessione, mettono in discussione certezze acquisite, pongono domande, generano dubbi. In una battuta, costituiscono una grande occasione per la maturazione di una nuova coscienza critica e di classe. Per questo sarebbe insensato, da parte di Rifondazione, assumere un atteggiamento di indifferenza e di sussiego, dichiarare irrilevante il rapporto con le forze esistenti nel panorama della sinistra italiana. Bisogna dire con chiarezza che il vero (e angusto) politicismo non è di chi si propone di seguire attentamente il dibattito interno alla sinistra moderata e di condizionarne, nei limiti del possibile, lo sviluppo attraverso l’interlocuzione con le componenti più avanzate; ma di chi – identificando immediatisticamente dirigenza e base di massa e perdendo di vista l’opportunità di entrare in relazione con quest’ultima anche attraverso il dialogo con i gruppi dirigenti – chiude ogni rapporto, consegnando la sinistra italiana alla lacerazione e forse se stesso all’isolamento.

2. Detto questo, è tuttavia evidente che la più importante novità di questi mesi è rappresentata dal movimento no-global, saldamente insediatosi, dopo i giorni di Genova, al centro della scena sociale e mediatica. Il gran discutere dei “fatti di Genova” e delle violenze che li hanno caratterizzati ha però oscurato l’aspetto politicamente più rilevante della irruzione di questo nuovo soggetto, l’elemento che fa del movimento stesso un soggetto politico: la diffusa e sempre più vasta percezione della non-sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo capitalistico, insostenibilità legata ai contraccolpi sociali, politici, economici, ambientali di una “globalizzazione” che semina miseria, malattie e guerra, mettendo a repentaglio lo stesso equilibrio dell’ecosistema planetario.
Di questo movimento siamo parte, consapevoli della sua importanza vitale per il movimento di classe e per la stessa critica al dominio capitalistico. Non è eccessivo sostenere che la discesa in campo del movimento no-global rappresenta il ritorno, dopo un trentennio, di un grande movimento conflittuale di massa e la fonte potenziale di un processo rivoluzionario in grado di aprire davvero un processo di transizione verso nuove forme di società. Ma proprio perché siamo convinti della portata storica di questo movimento e delle sue straordinarie potenzialità, riteniamo indispensabile al tempo stesso interloquire con tutte le sue componenti e manifestare con spirito costruttivo – epperò senza reticenze – critiche e perplessità. Limitiamoci, a questo riguardo, a due considerazioni.
La prima concerne l’analisi della cosiddetta “globalizzazione”. L’impressione è che vaste componenti del movimento abbiano precipitosamente recepito l’analisi della fase attuale della mondializzazione capitalistica elaborata da Toni Negri e affidata al ponderoso volume da lui scritto a quattro mani con Michael Hardt. Di qui il rigetto della “vecchia” categoria di imperialismo e la propensione a tradurre gli eventi bellici (le guerre che sono tragicamente tornate ad occupare la scena politica mondiale sin nel cuore dell’Occidente) in “operazioni di polizia internazionale”. Riteniamo questa analisi infondata, causa di sottovalutazione della gravità della situazione internazionale e fonte di atteggiamenti involontariamente apologetici.
Dalla caduta dell’Urss in poi, la politica di aggressione degli Stati Uniti è venuta registrando una costante radicalizzazione nel segno di una indiscriminata e irresponsabile escalation militare in tutti i teatri “geopoliticamente” ed economicamente strategici. Non si comprende nulla della Guerra del Golfo, delle guerre balcaniche, della recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, dell’espansione della Nato verso est, del progetto di scudo stellare, per non citare che gli avvenimenti più noti e macroscopici, se non sullo sfondo del tentativo statunitense di im-porre, in un mondo tutt’altro che unificato e pacificato nel segno del dominio capitalistico, l’egemonia Usa su nuovi territori e popolazioni e su aree cruciali per il controllo di risorse energetiche e idriche e dei principali giacimenti metalliferi.
Discorrere con allegra disinvoltura di “Impero” è di moda, ma impedisce di cogliere il carattere politico e l’essenziale parzialità delle campagne militari scatenate dagli Stati Uniti e dai loro alleati: la particolarità degli interessi ai quali questa politica di guerra obbedisce e l’esistenza, per contro, di Stati e popoli che resistono a questa strategia imperialistica che rischia di sprofondare nuovamente il mondo in una catastrofe di inimmaginabili dimensioni.
3. La seconda osservazione critica relativa a talune analisi diffuse nel movimento no-global concerne la lettura dei processi di riproduzione che caratterizzerebbero la “globalizzazione”. Si dice: “anti-liberismo”. Ma in questo modo non si rischia soltanto di non comprendere il carattere composito (contraddittorio e coerente) delle politiche economiche attraverso le quali il capitalismo sta riorganizzandosi e consolidando l’offensiva inaugurata con l’era Thatcher-Reagan: non si rischia, cioè, soltanto di perdere di vista che il liberismo funziona se e finché conviene agli Stati più forti, i quali non esitano, per contro, a ricorrere a misura protezionistiche per impedire che i propri mercati siano invasi dai prodotti provenienti dal sud del mondo. Ciò che l’enfasi unilaterale sul neoliberismo rischia di produrre è una falsa ideologia, in base alla quale si ritiene che i devastanti contraccolpi della “globalizzazione” discendano da una specifica forma dell’accumulazione capitalistica e non dal capitalismo medesimo, il quale, al contrario, parrebbe costituire un sistema accettabile, “sostenibile”, se solo rinunciasse alle scia-gurate dottrine di Milton Friedman e dei Chicago Boys.
Non sono qui in gioco mere questioni teoriche o dottrinali, ma la ricaduta politica di tali posizioni. La mancata tematizzazione del connotato capitalistico della “globalizzazione” e del fatto che alla base dello stesso neo-liberismo agisca la logica della valorizzazione disto-glie l’attenzione dai meccanismi fondamentali della riproduzione capitalistica e incoraggia vie di fuga di stampo utopistico. Da una parte tornano di moda illusioni neo-proudhoniane di fuoriuscita locale dal capitalismo, affidate alla buona volontà di chi ritiene di poter decidere la revoca della legge del valore. Dall’altra, si diffondono letture sovrastrutturali della “globalizzazione”, incentrate sulle dinamiche della circolazione e scarsamente attente a quanto avviene nella sfera della produzione. In una parola, non è più di moda parlare di lavoro, di conflitto di classe, di comunismo. Le innovazioni dei sistemi produttivi hanno spinto vasti settori dell’intellettulità “antagonistica” a discorrere di “fine del lavoro”, mentre in realtà la generalizzazione della dipendenza dal comando capitalistico tende a trasformare l’intera forza-lavoro sociale in una nuova classe operaia. La scoperta di nuovi terreni di conflitto (l’ambiente, il “genere”, la “razza”) ha indotto a considerare “obsoleta” la contraddizione di classe, proprio mentre l’offensiva del padronato fornisce la più eclatante dimostrazione del perdurare della “centralità operaia”.
Se le cose stanno così, è necessario spendersi per il rilancio del dialogo e della collaborazione tra tutte le componenti del movimento di classe (partiti, sindacati, movimenti, intellettualità diffusa, ecc.) ancora legate alla prospettiva della lotta anticapitalistica con specifico riferimento al tema della tutela delle garanzie del lavoro dipendente in tutte le sue forme. Proprio perché la “globalizzazione” capitalistica avanza, si richiede ogni sforzo per cogliere, rendere visibile e trasformare in fattore politico l’unità immanente del proletariato mondiale: non si tratta di assolutizzare le distinzioni tra salariato classico e atipico, tra lavoro autonomo eterodiretto, sommerso e irregolare, tra forza-lavoro maschile e femminile, indigena e immigrata, bensì di cogliere, al di là di queste differenze, l’essenziale organicità della nuova condizione operaia.

4. Mentre scriviamo siamo raggiunti dalla notizia del devastante attacco alle torri gemelle di New York e al Pentagono, davvero un “evento” in grado, forse, di segnare una cesura “politico-storica”. Appare prematuro azzardare interpretazioni a caldo sulla scorta delle pochissime informazioni disponibili. Ma poche cose vanno dette con serena nettezza, discostandosi dal coro pressoché unanime della chiamata a raccolta per l’ennesima crociata in difesa della Civiltà.
Surclassando i toni misurati della grande stampa americana (il New York Times del 12 settembre parlava, come già la Cnn, di “attacco agli Stati Uniti”), quasi tutti i nostri quotidiani hanno preferito eccitare le passioni, evocando il clash of civilisations di Huntington, discorrendo di un “attacco alla civiltà” (l’unica, evidentemente, degna di questo nome), esaltando i proclami del presidente americano sulla “prima guerra del XXI secolo” e invocando senza mezzi ter-mini giri di vite di stampo maccartista. Bisogna farla finita “alla svelta”, ha scritto Franco Venturini sul Corriere della sera, con “un anti-americanismo ideo-logico che nulla ha in comune con il diritto di critica”. A sua volta il grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha osservato che “troppi paesi democratici, pur condannando gli attentati contro Israele, si sforzano di capire le ragioni di chi li compie”: insomma, la condanna non basta, la colpa è cercare di mettere al lavoro la razionalità, giacché anche “la comprensione diventa incitamento”.
È evidente che, in questo clima, il minimo che possa accadere a chi non si allinei agli appelli alla guerra santa (Bush ha puntualmente rispolverato la dottrina reaganiana della “lotta del Bene contro il Male”) è di essere sospettato di intelligenza con un nemico barbaro e feroce. Questo è avvenuto, per esempio, a Riccardo Barenghi e a Gianni Minà, rei di avere ricordato che i fatti dell’11 settembre non sono avvenuti nel vuoto pneumatico ma in un preciso contesto politico mondiale. Con ammirevole puntualità è arrivata la denuncia di “complicità” da parte di Giuliano Zincone, che ha rilevato come dietro le condanne ufficiali “vibrino anche i consensi per i criminali suicidi”: chissà cosa avrà pensato, lo stesso Zincone, leggendo l’articolo del New Yorker nel quale Susan Sontag osa addirittura paragonare il “coraggio” dei terroristi suicidi alla “viltà” di chi (il riferimento ai bombardieri Usa tuttora attivi sull’Iraq è esplicito) “uccide dall’alto dei cieli, al di fuori del raggio di possibili reazioni”!
Con buona pace dei fondamentalisti atlantici, è insensato pretendere di ignorare il quadro politico generale in cui è maturato l’attacco terroristico: da un lato l’immane divario di ricchezza e potenza tra una ristretta minoranza di privilegiati e l’enorme massa di dannati della terra; dall’altro la sordità delle grandi potenze nei confronti delle richieste economiche dei paesi più poveri e delle istanze politiche delle popolazioni oppresse. Piaccia o meno, di questa sordità gli Stati Uniti rappresentano, agli occhi di mezzo mondo, l’emblema, se non altro per il loro ruolo di massima superpotenza. Forse pochi sanno che metà del bilancio militare statunitense basterebbe a eliminare la fame del mondo, ma certo moltissimi intuiscono verità di que-sto genere. Non c’è bisogno di essere accecati da furore ideologico per ricordare che la sicurezza dei paesi ricchi è semplicemente impossibile in un mondo in cui un miliardo e 300 milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno e nel quale gli Stati occidentali più potenti (i “Grandi della terra”) pretendono di stabilire arbitrariamente pesi e misure per la risoluzione delle controver-sie internazionali. Con buoni argo-men-ti molti osservatori pongono il duplice attacco alle torri ge-melle di Manhattan e al Pentagono in connessione con il conflitto israelo-palestinese, e non c’è bisogno di essere affetti da “antiamericanismo ideologico” per puntare il dito – come fa William Pfaff sullo Herald Tribune del 12 settembre – sul più che trentennale rifiuto degli Usa di “sforzarsi per trovare una soluzione realmente imparziale a questo conflitto”.

5. Quello sin qui svolto è un ragionamento sereno, che può dispiacere soltanto a chi per principio si rifiuta di riconoscere le ragioni degli altri. Ma non è il solo ragionamento possibile. Un altro ordine di considerazioni concerne il tragico fallimento dei sistemi di intelligence statunitense, tanto sconvolgente da apparire sospetto. Anche se nessuno si azzarda a formularla, è evidente che diversi commentatori non escludono l’atroce ipotesi di una strategia intestina, di una complicità con i commando terroristi da parte di apparati “deviati” interni agli Stati Uniti o ad altri paesi occidentali.
Sorprende, a torto o a ragione, una interminabile serie di circostanze: la penetrazione simultanea degli autori degli attentati nei più sofisticati sistemi di sicurezza, dagli aeroporti al Pentagono; il fatto che il “grande orecchio” di Echelon non abbia captato nulla di un piano criminale che deve aver coinvolto per un lungo periodo di preparazione (si parla di almeno sei mesi) svariate decine di persone; la pervicace sottovalutazione di numerose informative concernenti un salto di qualità nella strategia terroristica anti-americana; il fatto che il numero delle vittime sia miracolosamente contenuto (le stime a tutt’oggi parlano di 5mila “dispersi” a fronte delle 50mila persone quotidianamente presenti nelle Twin Towers); la sconcertante rapidità con cui gli investigatori americani hanno individuato i presunti complici degli attentatori, mostrando di essere in possesso di mappe aggiornate delle organizzazioni terroristiche; la lunga inerzia della contraerea, che ha lasciato procedere indisturbata, a distanza di una ventina di minuti dal primo attacco, la corsa del secondo aereo verso New York. Ce n’è abbastanza perché attenti osservatori affermino che “nulla è chiaro nella completa passività dell’Fbi e del-la Cia”.
Da questo punto di vista, come ha notato Michel Collon, il parallelo con Pearl Harbor, ripreso con grande insistenza all’indomani dell’11 settembre, somiglia a un lapsus, considerato che buona parte della storiografia avanza l’ipotesi che il piano d’attacco giapponese contro le navi americane fosse tutt’altro che sconosciuto alle autorità militari e politiche statunitensi.
Fantasie? Sta di fatto che ad accreditarle sono le fonti più autorevoli, non soltanto il braccio destro di Carlos “lo sciacallo”, Anis Naccache, che si dice convinto che gli attacchi terroristici “siano il risultato di una manipolazione”. Se un esperto di questioni mediorientali come Mohammad Reza Djalili si limita prudentemente a ipotizzare che il mandante degli attentati abbia goduto dell’”appoggio dell’intelligence di alcuni Paesi”, il segretario generale della Nato, Robertson, non esita a dichiarare che “gli inquirenti debbono ancora capire se l’attacco è arrivato dal cuore della nazione o se ad agire sia stato un commando esterno”. In un’intervista a Liberazione, Giulietto Chiesa ha parlato di “una cellula impazzita dello stesso meccanismo globale” e della necessità di cercare gli ideatori degli attentati “in direzioni che possono apparire insospettabili”. John Perry Barlow ha evocato la messinscena dell’incendio del Reichstag da parte dei nazisti e il “ruolo indiretto” giocato dalle “forze al potere in America” nei fatti dell’11 settembre. Quasi a fargli eco, lo stesso New York Times del 14 settembre osservava come “la conoscenza del linguaggio cifrato e del luogo in cui si trovava il presidente, e il possesso delle procedure segrete indichino che i terroristi possono avere una talpa nella Casa Bianca o informatori nei servizi segreti, Fbi, Faa o Cia”.

6. Sarebbe certamente incauto fondare castelli interpretativi su simili congetture, niente più di un monito a diffidare di conclusioni precipitose. Ma non si può nemmeno trascurare quanto sottolineava Noam Chomsky all’indomani dell’attacco, e cioè che esso “è un regalo all’estrema destra sciovinista”. Chiunque stia dietro agli attentati, è un fatto che essi hanno prodotto effetti politici tutt’altro che sgraditi all’establishment politico-militare statunitense. La popolarità del presidente Bush, precipitata a livelli preoccupanti dopo la cattura dell’aereo spia da parte dei cinesi e l’aggravarsi del conflitto israelo-palestinese, si è rapidamente impennata, raggiungendo vette in passato toccate soltanto da Franklin Roosevelt e da Harry Truman. Si capisce l’entusiasmo del solito Venturini, che sulla prima pagina del Corsera del 14 settembre saluta il ritorno di una nuova guerra fredda e annuncia la “resurrezione dell’Occidente”.
Tutto sembra oggi nuovamente possibile. Lo scudo stellare (benché palesemente inutile contro attacchi portati da aerei di linea in mano a dirottatori); la minaccia nucleare; la schedatura di massa di migranti e stranieri (e, perché no, anche di avversari politici); la riduzione delle libertà civili e della privacy; la rilegittimazione dell’”omicidio legale” da parte della Cia; l’ipotesi di un attacco all’Afghanistan, non solo sede di un regime fondamentalista (a suo tempo sostenuto dagli Usa contro l’Unione Sovie-tica) ma anche crocevia naturale verso immensi giacimenti petroliferi; il rilancio di un’economia in recessione, le cui sorti potrebbero essere salvate da un nuovo ciclo di “keynesismo militare” (Raskin) che, oltre a fungere da volano per il sistema militare-indu-striale statunitense (e occidentale), avrebbe anche il vantaggio di giustificare ulteriori riduzioni del costo del lavoro nel sacro nome della difesa nazionale, e dunque di rilegittimare l’opzione neo-liberista dinanzi a un’opinione pubblica sempre più perplessa; persino la distruzione fisica dei palestinesi e la drastica risoluzione della questione cipriota a tutto vantaggio del fedelissimo alleato turco.
Intervistato all’indomani degli attentati, Suheil al Natour, leader del Fronte democratico per la libe-razione della Palestina, non si è limitato a dichiarare che “atti di que-sto tipo possono avere origini ben diverse da quelle del Medioriente”, ha altresì sottolineato che “una guerra devastante sarebbe una manna per l’economia americana in difficoltà”. Ancor più esplicitamente, sul manifesto del 19 settembre, Augusto Graziani osserva che la ripresa in grande stile della guerra determinerebbe una “ripresa generale dell’economia”, in quanto solle-citerebbe “non soltanto il settore degli armamenti, ma tutto l’insieme illimitato di industrie che riforniscono la truppa americana nei suoi spostamenti”. Graziani fa riferimento anche al quadro “geopolitico” complessivo nel quale si collocherebbe un intervento americano in Afghanistan. Conviene soffermarsi, in chiusura, su questo tema, trascurato da quanti, anche nella sinistra “critica”, guardano al tema della guerra con sconcertante superficialità.

7. Osserva Graziani come Bush figlio si mostri fermamente intenzionato a procedere lungo la via segnata,con la guerra del Golfo, da Bush padre, tuttora grande regista della politica internazionale della Casa Bianca. Se si considera che nella zona in cui si combatté il conflitto contro l’Iraq stazionano ancora cospicui contingenti armati statunitensi, la nuova spedizione “antiterroristica” non segna l’inizio di una nuova guerra, ma la continuazione coerente della guerra del Golfo, proseguita nello scorso decennio in area balcanica. In questo quadro, una eventuale occupazione militare dell’Afghanistan (iscritto dagli Stati Uniti nel libro nero dei nemici da quando i taliban hanno fatto saltare l’accordo per un megaoleodotto da otto miliardi di dollari stipulato tra il governo turkmeno e la società petrolifera californiana Unocal) sancirebbe una rivoluzione nella carta geografica mondiale. “Oggi – scrive Graziani – potrebbe profilarsi l’occasione per estendere l’operazione e collocare una presenza armata fino al Pakistan e al-l’Afghanistan. Il collegamento con la presenza militare nei Balcani seguita alla guerra del Kosovo creerebbe una cintura completa, una nuova frontiera fra oriente e occidente, e al tempo stesso una salda protezione per gli oleodotti che in avvenire dovranno convogliare sulle sponde del Mediterraneo il greggio estratto dal Caspio e dai paesi circonvicini”.
Questo è, in effetti, il solo quadro che consenta di comprendere la situazione odierna. Sullo sfondo della guerra santa americana contro il “terrorismo” si intravede la questione cruciale del nuovo bipolarismo che viene profilandosi all’orizzonte.
Da tempo gli analisti del Pentagono pronosticano che, ai ritmi attuali di crescita, la Cina raggiungerà al più tardi nel 2017 una potenza economica e militare pari a quella statunitense, e sarebbe insensato immaginare che gli Stati Uniti rinuncino a sfruttare l’attuale vantaggio occupando aree strategiche, insediando basi militari ai confini delle potenze nucleari non allineate (Cina e Iran in testa), e imponendo agli avversari una accelerazione della corsa al riarmo analoga a quella che portò l’Urss alla catastrofe economica. “Autodifesa preventiva”: pendant, in chiave imperialistica, dell’offensiva interna lanciata dai carri armati di Sharon. Certo, la caduta del Muro di Berlino è stata un evento storico di importanza epocale, che ha segnato la fine del bipolarismo ereditato da Yalta. Ma – con buona pace delle mitologie “imperiali” – vale la pena di chiedersi se la rapidità dei mutamenti non sia a tal punto aumentata da decretare già, a distanza di un decennio, il tramonto di quell’epoca e l’alba di una fase nuova, piena di incognite. A proiettare un’ombra minacciosa sul nuovo secolo non è un mitico Impero ma forse, molto più prosaicamente, una nuova inquietante sfida tra Oriente e Occidente.
Mostra di averlo ben chiaro chi istituisce un parallelo tra la guerra del Golfo e la prossima “guerra antiterroristica americana”, augurandosi che proprio dal “timore degli Stati Arabi” possa sbocciare un nuovo “fiore”, così come dalla guerra contro Saddam “nacque il Processo di pace” in Medio Oriente (Nirenstein su La Stampa del 14 settembre). Mostra invece di non vederlo chi, a sinistra, accantona i contrasti che fortunatamente insorgono tra le maggiori potenze mondiali (Usa, Ue, Russia e Cina) e che hanno sinora avuto l’effetto di dissuadere il presidente degli Stati Uniti da una reazione militare immediata e indiscriminata. Si dice: nessun freno all’azione dell’Occidente potrebbe derivare dalla Cina o dalla Russia in quanto anche questi paesi sono ormai interni al “polo della globalizzazione”. Giudizi di questo genere rivelano che si è smarrita ogni capacità di orientarsi di fronte ai processi politici fondamentali di questa fase storica. Così l’economicismo della “teoria imperiale” (oltre a un’avversione a dir poco ideologica nei confronti del “socialismo reale”) consegna ogni accadimento alla più classica notte delle vacche nere. Ha torto Brzezinski quando da anni predica la guerra contro “altre potenze antagoniste”, si attarda in schemi arcaici Kissinger nell’auspicare una “guerra di lungo periodo” contro i paesi del terzo mondo “troppo indipendenti”: né l’uno né l’altro deb-bono essersi accorti che ormai l’Impero ha unificato il mondo e mandato in archivio la competizione “geopolitica” tra grandi potenze nucleari e il pericolo di un devastante scontro militare.
Qualcuno di sicuro provvederà a informarli. Intanto, in attesa di un loro rinsavimento, osserviamo il singolare andamento della discussione sul tema del tramonto della reale o pre-sunta invulnerabilità statunitense. È indubbio che un attacco in grande stile condotto con aerei di linea contro i simboli della potenza economica e militare americana costituisca la prova provata della vulnerabilità della maggiore superpotenza, nel momento stesso in cui ridicolizza la strategia antimissile cara al presidente Bush e ai suoi più fedeli alleati della Nato. Ed è anche verosimile che l’11 settembre abbia segnato una svolta storica nelle relazioni politiche internazionali, l’inizio di un nuovo “grande disordine” (Chiesa), forse di una fase di “disequilibrio del terrore” (Virilio). Colpisce tuttavia che a nessuno, su questo sfondo, venga in mente di evocare la lezione di quello che suole essere considerato il padre della filosofia politica moderna, Thomas Hobbes. Il quale proprio in base al riconoscimento del fatto che nella società moderna nessuno possa dirsi realmente al sicuro trae la conseguenza della necessità di giungere a un accordo tra tutte le parti in conflitto. Nella modernità gli individui si scoprono uguali precisamente perché nessuno è tanto de-bole da non poter nuocere ad altri né forte al pun-to di poter prevenire con sicurezza ogni altrui minaccia. Di qui, secondo Hobbes, il tramonto del modello autocratico e la necessità – pena lo scatenarsi di conflitti ingovernabili – di dar vita a una nuova forma di sovranità, frutto della decisione unanime dei sudditi. Oggi questa esperienza riguarda i popoli e gli Stati e potrebbe liberare un effetto progressivo, costringendo tutti i governi a riconoscere la necessità della pace, pena l’innescarsi di una catastrofica “guerra di tutti contro tutti”.
Ma non è questo ciò che accade nel civile Occi-dente. Mentre si piangono le vittime dell’11 settembre e ci si rallegra per la discreta tenuta dei mercati, non ci si decide ad abbandonare l’illusione di poter risolvere le crisi internazionali con la forza. A suon di guerre, o agitando lo spettro di “scontri tra civiltà” e di armamenti sempre più sofisticati.