Un progetto alternativo oltre l’Unione Europea

Aprendo una riflessione sull’Unione europea (Ue) la prima questione che ci sentiremmo di mettere in chiaro, a mo’ di puntualizzazione rispetto ad una ambiguità semantica non certo ingenua, è che l’Ue non è “l’Europa”, né in termini geografici, né in termini geo-politici.
L’Ue è sorta come progetto di integrazione sovranazionale guidato dai gruppi dominanti delle maggiori potenze capitalistiche e imperialistiche dell’Europa occidentale, progetto volto a rendere quest’area capitalistica più forte, dinamica e concorrenziale nella competizione internazionale e nella lotta contro il movimento operaio dei rispettivi Paesi e contro le forze rivoluzionarie e antimperialiste su scala mondiale.
I capisaldi politico-programmatici e strategici (non congiunturali) di questo progetto, imperniato in primo luogo sull’asse franco-tedesco (che è al tempo stesso il più forte e il più autonomo dagli Usa), possono essere, sinteticamente, così elencati :
– per ciò che riguarda il terreno economico e sociale : un disegno neoliberista ( per un neoliberismo più o meno regolato), segnato da privatizzazioni massicce, moneta unica, Banca centrale, patto di stabilità, ridimensionamento dello Stato sociale, flessibilità del mercato del lavoro;
– sul terreno politico-istituzionale: la costruzione di un potere politico sovranazionale, un “semi-Stato” di tipo federale (con ipotesi federali più o meno accentuate), con una sua formalizzazione costituzionale; ovvero, un “direttorio” subordinato al controllo dei gruppi economici e finanziari e delle potenze imperialiste più forti, in cui la sovranità degli Stati e dei Parlamenti nazionali dei Paesi piccoli e medi sia ridimensionata, a favore di un nucleo
centrale di “poteri forti” che si strutturano su scala sovranazionale;
– sul terreno della difesa e della sicurezza: costruzione, nell’ambito della solidarietà atlantica, di un pilastro europeo della Nato, di un potere militare più autonomo dagli Usa, a sostegno di una politica estera meno subalterna a quella americana, con una capacità di proiezione internazionale e di intervento militare fuori dai propri confini, a difesa degli interessi del capitalismo europeo, dei suoi gruppi più forti e aggressivi nella competizione globale (vedi ad esempio la competizione interimperialistica tra Francia e Usa in Africa, o tra Germania e Usa nei Balcani).

Questi capisaldi strategici sono sostanzialmente fatti propri sia dalle forze di centro-destra che dalle forze di centro-sinistra (dai settori largamente maggioritari della socialdemocrazia europea), sia pure con accentuazioni diverse alle quali i comunisti non sono certo tatticamente indifferenti (soprattutto di fronte al pericolo rappresentato dall’attuale politica estera Usa), ma ai quali non debbono essere strategicamente subalterni, se non vogliono diventare una variante di sinistra della socialdemocrazia europea e in essa essere riassorbiti (una eventualità che per alcuni partiti comunisti europei appare tutt’altro che fantascientifica…).
La socialdemocrazia europea accetta (nella sua grande maggioranza) questi capisaldi, come condizione necessaria per potersi candidare ad essere forza di governo nei Paesi dell’Unione europea, in una fase storico-politica di non breve periodo e con rapporti di forza e di classe in questa parte del mondo, in cui le forze dominanti del capitalismo dettano le compatibilità e sono largamente egemoni rispetto ai movimenti operai e a quei settori minoritari della sinistra (comunista e non) portatori di un progetto alternativo di società e di Europa.
Anche nel Parlamento Europeo (PE), tali “compatibilità” strategiche sono condivise e presumibil-mente lo saranno per una fase non breve, da un arco di forze che esprime il 70-80% di tale organismo, mentre i comunisti e le forze cosiddette della “sinistra di alternativa”, peraltro assai divisi, con fatica esprimono un 10%. E la situazione nel prossimo PE non sembra certo destinata a migliorare, anzi.

E’ vero che, in conseguenza della politica di Bush, sono emerse nell’Ue, nella Nato e nei rapporti con gli Usa divisioni profonde sulla guerra all’Iraq e sulla politica estera unipolare degli Usa e che tali divergenze sono destinate a durare nel tempo (e non saranno certo i comunisti a sottovalutare la necessità di sfruttare ogni contraddizione interimperialistica per isolare le forze più pericolose in materia di pace e guerra). Ad esempio : in Italia ci è ben chiaro che il governo Berlusconi è un pilastro della politica Usa in Europa e che la caduta di questo governo e la formazione di un governo anche moderato di centro-sinistra creerebbe condizioni più favorevoli allo schieramento internazionale che si oppone alla “guerra infinita”. E la stessa cosa si potrebbe dire per la Spagna. Ma è altrettanto chiaro che un governo come quello della Francia di Chirac, o quello della Germania di Schroeder, nonostante l’apprezzabile atteggiamento critico verso Bush, non sono certo portatori di un progetto alternativo di Europa, e si muovono con assoluta coerenza dentro le compatibilità capitalistiche e neo-imperialiste sopra descritte a proposito del progetto Ue, ne sono anzi i più coerenti sostenitori. Vi è, addirittura, da chiedersi : se in Francia vi fosse stato Jospin al posto di Chirac, la determinazione nella critica alla guerra Usa in Iraq sarebbe stata altrettanto ferma?
Le forze progressiste, in primo luogo i comunisti, che vogliono un’Europa davvero autonoma dagli Usa e dal suo modello di società, debbono pensare ad un progetto alternativo, che vada oltre l’Unione europea e le basi su cui essa è venuta formandosi, dai trattati di Maastricht alla nuova Costituzione europea, fino al recente vertice di Salonicco.
Va elaborato cioè un progetto credibile, oggi quasi del tutto assente, di un’Europa che comprenda tutti i paesi del continente (anche Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia…). Un progetto che:

– sul piano economico contrasti la linea delle privatizzazioni e prospetti la formazione di poli pubblici sovranazionali (interessante la proposta, in altro contesto, che il presidente venezuelano Hugo Chavez ha sottoposto a Lula per la formazione di un polo pubblico continentale per la gestione delle risorse energetiche, collegato ad una banca pubblica regionale che serva a finanziare progetti di sviluppo e con finalità sociali);

– sul piano politico-istituzionale, contrasti ipotesi federali volte a svuotare la sovranità dei Parlamenti nazionali (si pensi al dibattito sul diritto di veto) e sostenga un’ipotesi di Europa fondata sulla cooperazione tra Stati sovrani, non subalterna ai poteri forti delle maggiori potenze imperialistiche che dominano l’attuale Ue, con una comune e coordinata collocazione di pace e di cooperazione multilaterale in campo internazionale (il che suppone che orientamenti di questi tipo si affermino innanzitutto nei singoli paesi);
– sul terreno (delicatissimo) della dimensione militare, preveda un patto di sicurezza e di difesa pan-europeo, alternativo alla Nato, comprensivo della Russia (una sorta di Onu europea), che già oggi – considerando il potenziale nucleare di Francia e Russia – disporrebbe di una forza difensiva sufficiente a dissuadere chiunque da un’aggressione militare all’Europa. Un patto di sicurezza, non un esercito Ue, per cui se un Paese del continente viene attaccato militarmente, gli altri si impegnano a venire in sua difesa.
Dunque, un progetto opposto a quello di un riarmo dell’Unione europea, di una sua militarizzazione e vocazione imperialistica, volta a rincorrere gli Usa sul loro stesso terreno.

La tesi di un riarmo dell’Ue è presente anche a sinistra, con l’argomento – in sé vero – che oggi l’imperialismo europeo (franco-tedesco) è assai meno pericoloso per la pace mondiale di quello americano. L’argomento è giusto, ma sbagliata e pericolosa è la terapia: un riarmo di “questa” Ue, un polo dal carattere chiaramente imperialista, costituitosi essenzialmente attraverso l’unificazione del grande capitale transnazionale europeo, dalle istituzioni ancora non democratiche e completamente “altra cosa” dai popoli europei, rischierebbe fortemente di consegnare alle politiche di espansione economica dell’Ue un braccio armato dalla natura aggressiva e neo colonialista e al governo dell’Ue un formidabile strumento di repressione contro le lotte dello stesso movimento operaio e pacifista europeo. Occorre capire che sul piatto della bilancia oggi pesa molto di più questo pericolo che l’eventuale elemento positivo di una militarizzazione europea in grado di contrapporsi agli Usa. Essenzialmente: i movimenti operai e i popoli europei, e qualsivoglia progetto di Europa sociale e democratica, verrebbero colpiti al cuore da una politica di riarmo del continente su basi neo-imperialistiche. A parte ogni altra considerazione, chi pagherebbe il costo di una crescita esponenziale delle spese militari, in un’Europa neo-liberista dove già oggi vengono colpite duramente le spese sociali? Che fine farebbe quel poco che rimane dell’Europa del Welfare?

Il progetto di “un’altra Europa” non è realizzabile a breve termine. Richiede lotte, accumulazione di forze, iniziative politico-diplomatiche lunghe e pazienti; presuppone una conquista graduale della maggioranza dell’opinione pubblica eu-ropea e il sostegno di una parte delle classi dirigenti dei maggiori paesi del continente, Russia compresa. Su di esso può realizzarsi nel tempo una convergenza tra forze politiche e sociali assai diverse, dell’Est e dell’Ovest. Su di esso vale la pena di cominciare a ragionare in modo meno vago di quanto non si sia fatto finora, a partire dai comunisti europei. Ma cioè presuppone che ci si ponga in modo strategicamente alternativo all’Unione europea. Non nel senso di sostenere tesi autarchiche, o di chiedere l’uscita dei rispettivi Paesi dall’Ue (una tesi che, almeno in Italia, dove prevale anche a sinistra un europeismo acritico, non sarebbe compresa). L’Unione europea esiste e va assunta come terreno imprescindibile di iniziativa e di lotta, ma non ponendosi all’interno delle sue compatibilità strategiche e della sua logica (come fa la socialdemocrazia e anche qualche settore di “sinistra alternativa”), ma sempre prospettando un progetto alternativo che comprenda tutto il continente.

Ciò vale anche per le relazioni tra le forze politiche. Un “partito europeo” della “sinistra di alternativa” che nascesse precipitosamente e senza queste discriminanti strategiche, è destinato a determinare divisioni profonde nel movimento comunista europeo unitariamente inteso, e cioè comprensivo dei partiti dell’Europa dell’Est, della Russia, delle repubbliche europee dell’ex Urss, dove oltretutto i comunisti sono assai più forti e influenti che in Europa occidentale.
Divisioni tra partiti e all’interno di molti partiti. Un tale “partito europeo” rappresenterebbe poco più che una variante di sinistra della socialdemocrazia dell’ Ue, una sua componente “esterna”, oltretutto poco influente. Sarebbe una sorta di replica su scala Ue di quello che ad esempio in Grecia è il rapporto tra Synaspismos e Pasok.
Anche sul terreno immediato delle relazioni internazionali e del rapporto con gli Usa, l’Ue non può fare da sola.
Se vuole reggere il confronto con gli Stati Uniti ed uscire dalla morsa della subalternità transatlantica, deve essere aperta ad accordi di cooperazione e di sicurezza con la Russia (che è parte dell’Europa), la Cina, l’India; e con le forze più avanzate e/o non allineate che si muovono in Africa, in Medio Oriente, nel Mediterraneo, in America Latina.

UN’EUROPA EURO-ASIATICA E NON EURO-AMERICANA.
Infine, ma in modo solo accennato: solo una rete di unioni regionali, non subalterne agli Usa (di cui l’Europa sia parte essenziale), per un mondo multipolare, può modificare i rapporti di forza globali e condizionare la politica Usa.
Anche sul piano del deterrente militare (convenzionale e nucleare), la presenza in questa “rete” di paesi come Russia, Cina, India, Francia, Germania, Brasile, Sudafrica… avrebbe una forza tale da poter credibilmente negoziare con gli Usa, da posizioni di non eccessiva debolezza Partendo dal fatto che la politica degli Usa, la sua irrefrenabile pulsione alla guerra è, come è stato detto, una “lucida follia”, che rimarrebbe però solo follia, follia pura, se gli Usa dichiarassero guerra al mondo intero.