Un passo indietro il capitale. Due avanti i lavoratori

Degli accadimenti dell’estate uno balza in evidenza, oltre il procedere della sporca guerra in Iraq: è New Orleans. Tragedia ambientale certo ma, e soprattutto, tragedia sociale. Anzi, tragedia di classe e di razza, perché l’uragano Katrina non ha colpito alla cieca. No, è stato consentito che colpisse scientificamente quanti non potevano scappare, ossia neri e poveri che sono poi la stessa cosa nella ricca, cattolica, democratica America, culla della civiltà Occidentale.
Se dopo ogni tragedia, come l’ultima terrificante dello “tsunami” asiatico, scatta una solidarietà, una coesione sociale tra chi è scampato, in Louisiana questo non è successo.
E’ esplosa la rabbia degli ultimi, è sceso in istrada quello che Jack London chiamava “il popolo degli abissi”, è deflagrata la ribellione dei “lumpen”.
Che, come sempre, si esaurisce in fiammate ma fa capire.
Fa capire che la protervia dell’imperialismo ha due volti: l’uno rivolto verso l’esterno quando si bombarda, si avvelena, si tortura un popolo lontano; l’altro rivolto all’interno, dentro le mura stesse dell’impero ove si lascia morire e affamare il popolo vicino, il popolo degli esclusi. Eppure v’è chi ancora insiste nel sostenere che questo è il modello e, da sudditi, bisogna seguire sempre il capo branco – siamo tutti americani o no? – sia quando va a Bagdad sia quando abbandona New Orleans. Ma, se proprio non si è ciechi e sordi volontari, Bagdad e New Orleans ci forniscono la chiave di lettura del mondo.

Primarie e questione programmatica

La nostra riflessione si va a circoscrivere. In Italia, infatti, si potrebbe votare fra 200 giorni. Certo, al voto politico, sarebbe meglio andarci subito per almeno dare un taglio netto agli orrendi traffici emersi anche in Agosto. Ma, prima o dopo, si renderà pur sempre necessario un successivo e non breve periodo utile per porre rimedio alle tante malefatte che, in 1600 giorni, questo Governo ha già allineato: portandoci in guerra; stracciando la Costituzione; mortificando lavoro e giustizia; moltiplicando le fortune del suo premier e quelle dei “rentiers” e dei palazzinari suoi grandi elettori. Questo Governo in pratica ha fatto, in 1600 giorni, vera e propria lotta di classe, saldando attorno a sé un blocco sociale sugli interessi: quelli dei ricchi e degli arricchiti. Bisogna fermarlo. Rovesciarlo, cambiando però musica e musicanti, politica e politici.
Ora, mi domando se, tra quanti oggi (alla buon’ora!) vogliono cacciarlo, siano poi in maggioranza quelli che pensano per davvero di cambiare musica o, di converso, non siano di più quelli che, gattopardescamente, si accontenteranno dello “spoil system”, ossia del solo ricambio dei musicanti, intesi come personale politico con folto codazzo di consulenti e portaborse di complemento al traino. Questo nodo non è sciolto. Al bivio tra il cambiamento delle politiche e il solo miglioramento di quelle in corso, l’Unione non ha ancora scelto la via da imboccare. Né si annuncia questa scelta con le primarie di ottobre. Primarie invero bizzarre, in cui non si corre per arrivare primi, ma per arrivare secondi e ognuno che vi partecipa lo fa per ritagliarsi uno spazio nel Governo che sarà. In verità Prodi ha un motivo in più: quello di liberarsi del competitore Rutelli. Primarie inutili allora o, anzi, dannose come sostiene anche Giuseppe Chiarante nei suoi lucidi articoli apparsi su il Manifesto? Certo, sarebbero state utili, per scegliere la strada a quel bivio, ben altre primarie: delle “primarie programmatiche” ad esempio. Ritengo invece discutibili i due tempi come anche appaiono nel libro intervista di Fausto Bertinotti che dice: “le primarie, eppoi una forma di consultazione sul programma”. Comunque, a differenza di Chiarante, noi a votare ci andremo, con un accorgimento però: si utilizzi questa campagna per discutere proprio del “che fare” dopo aver cacciato Berlusconi, ammesso ci si riesca. Ma dobbiamo dire prima quel che faremo dopo, provandoci subito a far collimare le nostre idee di cambiamento con il sostegno dato alla candidatura di Fausto Bertinotti.
Votando per il Segretario di Rifondazione Comunista votiamo per un progetto. Un desiderio di progetto.

Un passo indietro ricchi e arricchiti, due passi avanti lavoratori e pensionati

Quale dovrebbe essere un progetto della sinistra, perché, come dice Tortorella su Liberazione del 30 agosto “la sinistra è senza progetto”? Innanzi tutto bisogna proporsi di raccogliere un consenso di massa attorno a messaggi semplici e mobilitanti da spedire, non solo ad un sito w.w.w, ma ai tanti che in questi anni stanno stringendo la cinghia nell’indifferenza di troppi. Cambiamo l’indirizzo. E’ questa la precondizione per costruire un consenso di massa teso a costringere almeno ad un passo indietro quanti hanno accumulato immensi capitali magari senza muovere un dito se non per “cliccare” sul mouse. E, quindi, un passo indietro per finanzieri, scalatori, speculatori delle cartolarizzazioni (perché oggi si può diventare anche molto ricchi senza lavorare, ma solo distruggendo ogni giorno un po’ di lavoro e un po’ di stato sociale), ma anche un passo indietro da imporre alle “cavallette del liberismo”, a quei post-industriali passati dal fare impresa alle bollette dei servizi pubblici a cliente garantito della luce, dell’acqua, del gas, regalate loro dal Governo, questo e anche il precedente in verità. In cosa consisterebbe il passo indietro? Niente di rivoluzionario: si tratta di far pagare loro le tasse, per almeno invertire la tendenza in atto del trasferimento della tassazione dai redditi da capitale ai redditi da lavoro, che oggi fa sì che le tasse pagate dalle famiglie rappresentino ben il 43% delle entrate primarie dello Stato, mentre quelle delle imprese rappresentano solo il 6%. Questa inversione è l’unico mezzo, appunto se imposto, che può consentire facciano contemporaneamente due passi avanti i lavoratori (perché oggi si può diventare molto poveri anche lavorando molto), i pensionati, i precari e disoccupati. E’ a tutti costoro, “i nostri” di una scomposta classe operaia, che va inviato il messaggio, semplice semplice, di una griglia di “voglio” che diventano appunto il progetto, il progetto dei bisogni e dei diritti: il lavoro certo e deprecarizzato, il salario e la pensione rivalutati, la sanità assicurata, così come la casa e l’istruzione. Un successivo programma di Governo dovrà solo estrarre, ma dicendo “come” e soprattutto “quando”, le cose che del progetto si possono fare nel campo del mandato. Un messaggio semplice perciò ma anche mobilitante, perché molti tra questi lavoratori, pensionati, precari, disoccupati (i veri soggetti dell’alternativa sociale insomma) non vanno più nemmeno a votare. Perché? Perché hanno perso fiducia, non vedono chi li rappresenta a tutela dei loro concreti interessi, che sono in quella griglia. Alle ultime elezioni regionali si ricordi che il primo partito, con il 28,8% dei consensi, è stato proprio quello del non voto. E chi non vota, lo ripeto, sono proprio “i nostri” non certo i ricchi e gli arricchiti: costoro il loro partito ce l’hanno e se lo votano, statene sicuri. La nostra discussione, alla fin fine, oggi dovrebbe ruotare attorno a un solo quesito secco: “Come tornare a rappresentarli”. Ma è la discussione che per ora non si fa.

Berlusconi va cacciato. Non ci siamo ancora sul che fare dopo

Dopo molte titubanze, in quella che è diventata l’alleanza dell’Unione tutti sono arrivati ad essere d’accordo nel dire che Berlusconi va mandato a casa. Sul cosa fare dopo, ammesso ci sia “questo dopo”, invece non ci siamo ancora. Bisogna però arrivare: o ad un punto di sintesi su “questo dopo”, oppure convenire che la sintesi non è praticabile e, quindi, l’alleanza non può che essere solo elettorale. Non sono per niente convinto, a tal proposito, che nell’Unione siano la maggioranza quelli pronti a sostenere quel “un passo indietro ricchi e arricchiti, due passi avanti lavoratori e pensionati”, che si è qui posto posto come precondizione. Sono altresì convinto che, di converso, non siano affatto pochi quelli propensi a sostenere una riedizione di quel “patto tra i produttori” che Montezemolo oggi agita, senza nemmeno proporsi (i nostri alleati) di avviarlo un ragionamento sul “cosa produrre, come e per chi” o magari domandarsi dove siano oggi e in Italia gli industriali produttori. Bisognerebbe appunto ragionare, perché magari non è così come qui si sostiene, ma i tempi si fanno stretti. Tutto il tempo per discutere, in verità, ce l’aveva Rifondazione ma, nel suo ultimo Congresso, il Partito l’ha sprecato ricercando lo scontro su tuttaltri temi (le diverse culture politiche non dovrebbero mai andare al voto in un congresso) che ha sì selezionato, e con non poche forzature, un nuovo gruppo dirigente, non risultato oltretutto né ampio né coeso, e che oggi alla prova dei fatti brancola nella nebbia. Il Partito perciò si presenta così: imballato al centro dove, pur apparendo molto nei media, trasmette poco in passioni e valori; a disagio in periferia, dove latita la galvanizzazione che la contesa dispiegata richiederebbe. Il doppio limite è percepito dall’elettore che, al voto (e il voto regionale avviene due mesi dopo il Congresso lacerante), mentre premia tutte le forze politiche che concorrono per sconfiggere le destre, lascia al palo il PRC. Come mai? Forse, ma me lo chiedo, il partito non è ritenuto affidabile e non lo è proprio da quei soggetti deboli che dovrebbero essere la base di una forza comunista e che si vedono invece inascoltati dalla stessa? Oppure, ancora mi domando, l’elettore non capisce quale sia l’idea che questa forza politica ha di società, sul terreno anche della laicità dello Stato e, non comprendendola, non capisce nemmeno la politica che ne discenderebbe. In effetti, un giorno (l’elettore) ci vede aggrappati alla coda del cavallo che galoppa verso “l’altro mondo possibile”, il giorno dopo ci trova afferrati a quella del cavallo che trotta verso il Governo. Converrete che non è la stessa corsa. I cavalli corrono, ma il Partito resta fermo. Forse si può ancora ripartire, ma ci vuole tanta ma tanta modestia, merce diventata rara, ed un obiettivo chiarissimo sul quale provare a ritrovarci tutti: quello di far coincidere l’idea alta e bella del riscatto dei deboli, con l’identità (ecco cosa è venuta a mancare: l’identità) l’identità di un Partito che quella idea l’assume per davvero e non solo tatticamente. Facessimo così, forse avremmo qualche titolo dei giornali in meno ma sicuramente qualche voto in più. E sono i voti che contano non le interviste brillanti.
In ogni caso la corsa dinanzi a noi è difficile. Si pensi che sarebbe questa la prima volta dal 1947 che i comunisti si possono proporre (poi vedremo come andrà) di entrare direttamente in un Governo del Paese. E se non era questa la questione di cui un Congresso doveva discutere, fate un po’ voi!

Non dimentichiamo nè il lontano ‘47 nè il vicino‘98

Non è superfluo ricordare che i comunisti, sullo slancio della lotta di Liberazione di cui furono i principali protagonisti, andarono al Governo, con Togliatti e Sullo Ministri. Ne furono allontanati già nel ’47, quando gli USA posero a De Gasperi il famoso aut aut “Se il PCI resta al Governo non arrivano all’Italia gli aiuti del Piano Marshall” E i comunisti, che avevano salvato con enorme sacrificio l’onore del Paese, furono allontanati dal Governo del paese salvato. Ma non solo i Ministri furono cacciati, lo furono in seguito anche gli operai comunisti e socialisti nelle grandi fabbriche, a partire dalla Fiat. E’ solo Berlusconi, il grande mistificatore, che riesce a descrivere un’Italia diretta per mezzo secolo dai comunisti, come fosse stato un Paese del Patto di Varsavia! Solo 49 anni dopo i comunisti, questa volta di Rifondazione perché nel frattempo era stato sciolto il PCI, arrivarono a sostenere, ma dall’esterno, un Governo. Lo si fece con la desistenza, perché nel frattempo era cambiato anche il sistema elettorale. Quell’intesa andò in frantumi dopo soli due anni, quando Romano Prodi non volle correggere in senso riformatore il corso liberista di quel Governo costringendo Rifondazione ad una scelta obbligata, pagata con il prezzo salato della scissione: il ritiro dell’appoggio. Tuttora quella scelta ci viene rinfacciata come un errore, anzi di più, come il peccato originale. Ma fu un errore?E’ opportuno tornare brevissimamente ad argomentare perché, allora come ora, se è assolutamente indispensabile essere in prima fila nell’intrapresa dello sconfiggere le destre, è altrettanto indispensabile essere coscienti dei problemi che, ora come allora, possono incontrare i comunisti, se al Governo in un Paese fortemente incernierato nell’alleanza atlantica sotto il comando degli USA che, della guerra preventiva e permanente, hanno fatto la loro linea di condotta del presente e del futuro. Nel ’98 togliemmo appunto il sostegno ma quel successivo Governo, senza Rifondazione (e senza più nemmeno Prodi): sostenne la guerra nel Kossovo, accelerò la campagna delle privatizzazioni, non portò al voto né la legge sul conflitto di interessi né quella sulla democrazia sindacale pur avendone i numeri e, infine, con la Bicamerale riuscì a rimettere in corsa un Berlusconi, allora un “cane morto”, che ringalluzzito, sullo slancio ricevuto rivinse le elezioni. Allora non sbagliammo, certo non fummo capiti, ma è altresì chiaro che, oggi, un programma sociale alternativo a quello di Berlusconi non può essere la continuità del percorso che il Governo D’Alema praticò senza Rifondazione. Deve invece apparire quella svolta che allora non si impresse. E senza la quale si preparò la sconfitta. Ma la svolta per ora non appare. “La sinistra è senza progetto”, ricordate? Appaiono invece, queste sì, polemicuzze tra i leder e i leaderini. Brutto segno. E si va alle primarie al buio. Pertanto oggi, per le ragioni vecchie e quelle nuove, non si deve dare per scontato né che i comunisti nell’alleanza di Governo non ci debbano essere, né che ci debbano essere per forza. Dipende. E non dobbiamo nemmeno dare per scontato che Berlusconi abbia già perso. Dipende anche qui, ma non va venduta la pelle dell’orso. Ne vedremo delle belle. Anzi con la legge truffa le stiamo già vedendo.
Non vendere
la pelle dell’orso

Nel centro sinistra in molti danno per scontata la vittoria anzi, gli strateghi delle Direzioni e delle Federazioni già preparano organigrammi di Governo, affilano geometrie di collegio, con i candidabili che cominciano a spintonarsi. Non si preparano invece i programmi, quasi fosse scattata nell’Unione una coazione a ripetere errori del passato che si sta rappresentando, appunto, nella “desistenza programmatica” del presente. Ma, al voto, vincerà per davvero l’Unione? Per ora essa non prepara affatto la vittoria ma contempla passivamente i segnali della sconfitta annunciata della Casa delle Libertà. Che ci sono tutti: c’è il voto alle Regionali, una debacle; c’è la transumanza dei volta gabbana che si gettano dalla barca che affonda; c’è chi, più raffinato, prospetta un terzo polo di centro, ora liberale ora neo democristiano ma, comunque, sempre offerto in vendita per il polo che vincerà (sono tutti per l’alternanza ma guai a stare fermi un giro); ci sono i poteri economico finanziari che, da tempo, hanno disinvestito dal cavallo bolso delle destre, diventato impresentabile sui mercati ma chiedono, Montezemolo lo grida, che quello del centro-sinistra faccia la stessa corsa del precedente a sostegno sempre di “lor signori”, magari con più benevolenza per l’impresa e meno per la rendita. C’è, da ultimo, il tentato broglio di una nuova legge elettorale. Una vergogna. Gli scricchiolii che annunciano il cedimento della Casa delle Libertà, insomma, ci sono per davvero tutti, ma l’ ”orso” è ben vivo. L’orso, che è un sovversivo, sa che si gioca la partita della vita. Dovesse perderla, accerchiato com’è da debiti e giudici, potrebbe finire in ben altri luoghi che non ad Arcore. E allora se la gioca su due piani: si prova a rivincere le elezioni ma nel contempo, prepara l’alternativa per sé dovesse perderle. Si potrebbe, con qualche banalità, fargli dire così: “se vinco governo il Paese, se perdo me lo compro”. E sta già operando in questa doppia direzione. Si guardi all’operazione già chiusa sulla RAI, svuotata come contenitore in favore di Mediaset, ma con il diessino Claudio Petruccioli diventato Presidente della scatola vuota (scambio politico o pessimo affare per l’emittente pubblica?). Si guardi alla scalata lanciata al Corriere della Sera, utilizzando ad ariete un palazzinaro da gossip. Si guardi agli assalti annunciati a Telecom e a quella immensa cassaforte che sono le Assicurazioni Generali, che si vuole aggiungere alla controllata Mediolanum di Fininvest, già schierata in campo sui fondi pensione integrativi che dovranno assorbire i TFR che il decreto Maroni si propone di liquidare. E’ partita la campagna d’autunno di Berlusconi. Sono le sue primarie. Bisogna fermarlo. Dovrebbero già fermarlo sia la Banca d’Italia sia la politica, ma non lo fanno. Anzi. La Banca d’Italia, o almeno il suo Presidente, viene colto nell’atto di offrire un equivoco sostegno alla Banca dell’amico di famiglia, banca oltretutto senza patrimonio e sull’orlo della bancarotta, e così diventa impresentabile come garante. E la politica, o almeno quella del centro sinistra e del suo partito maggiore, nello stesso istante viene colta, a sua volta, nel dare sostegno diretto all’amica Unipol nella scalata a una BNL, che è quattro volte più grande ancorché indebolita dalla privatizzazione. Siamo perciò alla guerra preventiva della spartizione dei poteri economico-finanziari e, in un grande Risiko, si mettono le mani sulle banche che, nella crisi, sono i veri poteri forti, sono i nuovi salotti buoni. Solo che così si va sul terreno preferito di Berlusconi. E, sul suo terreno, nella foresta nera dei mercanti, l’orso si muove a suo agio: sa mettere in riga sia gli amici riottosi che gli avversari tremebondi e ricattabili. E non gli si risponde agitando pelosamente la sola questione morale. Di ben altra questione si tratta.
Al berlusconismo del dopo berlusconi bisogna contrapporre l’autonomia della politica

Credo, a tal riguardo, abbia assolutamente ragione Paolo Sylos Labini che, a fronte delle vicende affiorate in Agosto, ritiene essere un grave errore quello del tenere separati economia, politica, morale. Questa fu la divisione a compartimenti stagni che, ieri, non consentì di fermare il tracollo argentino e che, oggi, non ha consentito a Lula di cogliere quei segnali di corruzione che avvenivano dentro il suo stesso partito e dei quali deve chiedere scusa a tutto il Brasile. Oltretutto, e in aggravante, il nostro è il paese in cui il falso in bilancio è depenalizzato ed il conflitto di interessi non regolamentato. Ma c’è una differenza in più per l’Italia perché, mentre altrove redditieri e finanzieri coesistono con gli industriali, in Italia gli industriali, perlomeno i grandi privati (resta qualcosa nell’industria pubblica) sono in larga misura scomparsi. In Italia, e non sembri una battuta, non ci sono più i capitalisti. Verrebbe da rimpiangere Gianni Agnelli ( questa invece lo è). In Italia la grande borghesia è infatti passata dalla gomma ai telefoni, come con Tronchetti Provera; dai maglioni alle autostrade, come con Benetton; dall’informatica al Kilowatore come questo De Benedetti che, oltretutto, ha tentato settimane fa di fare società direttamente con Berlusconi, con una nuova Gepi che si proponeva di salvare la media impresa in un accordo prima di tutto immorale. Nel vuoto, “quel che s’avanza è uno strano capitalista”: sono i Tanzi, i Ricucci, gli Gnutti. Enrico Berlinguer li avrebbe chiamati”i maneggioni”. Sintesi: non esistono perciò i capitalisti buoni con i quali fare i patti e, quelli che esistono, non sono certo buoni visto che riescono perfino a negare la miseria di 130 € ai metalmeccanici. Come non esistono capitalisti cattivi dai quali stare alla larga. Semplicemente non esistono i capitalisti (o almeno i grandi). Esistono gli affaristi ed esiste, questo sì, il rischio dell’intreccio tra politica ed affari. E il rischio è tanto più alto quanto più la politica vola bassa avendo (questa politica) abbandonato del tutto etica, valori ed ideologie, sì certo anche l’ideologia. In campo però ne resta una: l’ideologia del dio-mercato. Ma quando, come ora, tutto diventa pragmatismo e gestione senza cambiamento, sullo slancio di questa ideologia (il pensiero unico) non si ritorna al craxismo, si scivola oltre. Con Craxi (e la DC) le grandi imprese che quei Governi favorivano, poi foraggiavano i partiti al Governo, e non solo. Fu appunto un isolato Enrico Berlinguer a denunciarlo e non si dica che non fu capito dal suo Partito. Fu capito benissimo, ma lo “Stato maggiore” di quel PCI con Unipol e Lega delle Cooperative a sostegno, temeva che, agitando la “diversità comunista” che era insita nella cosiddetta questione morale, il partito andasse fuori gioco dalla politica corrente e perdesse l’aggancio con la modernità di cui Craxi era il portatore (secondo sempre quello “Stato maggiore” del tempo ma anche secondo Fassino nel nostro tempo). Ma oggi, ripeto, non corriamo il rischio del craxismo, ma ancor peggio: si rischia l’identificazione del potere economico con quello politico, si rischia una Repubblica che non contrasta il conflitto di interessi ma lo assume, si rischia insomma il berlusconismo del dopo Berlusconi. Si prepara un altro “dopo” rispetto a quello sperato. Ma se le cose stanno per davvero così, due domande dobbiamo porcele, e senza troppi giri di parole: non è, prima domanda, che la desistenza programmatica che incontriamo sia dovuta proprio al fatto che non si voglia discutere proprio dell’autonomia della politica ma, magari e solo, di una questione morale che posta separatamente può andare bene anche a Berlusconi? E, seconda domanda, non è poi questo il tema, autonomia e contenuti della politica, che una sinistra se di alternativa e i comunisti, se tali, dovrebbero portare di slancio nella discussione? Affrettiamoci se convinti, si fa tardi.

Salario e democrazia: la CGIL può darci una mano, la FIOM due

Partono le primarie e, insieme, partono i congressi della CGIL nei luoghi di lavoro. Congressi che non possono ridursi a dire che Berlusconi va cacciato, ma che su almeno due questioni –il lavoro certo e il salario – sono chiamati ad assumere decisioni importanti. La decisione più giusta sarebbe lo sciopero generale, è vero, perché le due questioni incalzano e sono, in Italia, ben 3800 le aziende in crisi con 400.000 lavoratori a rischio solo nell’industria. Bisogna dare una risposta forte. Inoltre, i precari senza diritti sono diventati addirittura tre milioni dentro la torre di Babele dei 43 trattamenti di una Legge 30 non ancora dispiegata (siamo solo al peggioramento della Treu), e sono 5 milioni quelli (dati Ires) che nel 2004 hanno lavorato in nero. E ancora c’è in Italia una “emergenza salario” (così Gianni Rinaldini all’ultima Festa dell’Ernesto). Infatti, se 15 anni fa il monte salari era il 50% del Pil, oggi è ridotto al 40% e quel 10% sottratto alle tasche dei lavoratori non si è volatilizzato, ma si è infilato nelle tasche dei famosi ricchi ed arricchiti. E, infine, non c’è paese in Europa in cui, secondo i dati Eurostat, il salario sia rimasto così indietro (come in Italia) rispetto ai prezzi che sono andati così avanti, già con l’euro cambiato a 1000 lire e, da oggi, aumenteranno ancora e particolarmente nei servizi a seguito del costo del petrolio in crescita. Da ultimo si allestisce la Finanziaria e, con l’anno prossimo, si prepara lo scippo del TFR a favore dei fondi pensione integrativi, dei quali si vogliono impadronire le banche degli scandali di Agosto (e Mediolanum). Ciò malgrado non si rinnova nemmeno, con quelli di altri 6 milioni di lavoratori, il contratto dei metalmeccanici, “vero banco di prova di una politica di alternativa” (così Bertinotti il 24 agosto su Liberazione) anzi Montezemolo, che pontifica su tutto, chiede per la salvezza nazionale ovviamente, che siano superati gli stessi contratti collettivi nazionali. E’ perciò posta in discussione la negoziazione e, con la negoziazione, la natura stessa del Sindacato. Per disattivare il rischio è indispensabile si affermino due condizioni: l’abbandono della prassi concertativa, la prima, anche per la ragione assai semplice che essa non ha difeso né l’occupazione né il salario; l’ingresso della democrazia in fabbrica, la seconda. Si ricordi solo che, si fosse potuto votare nei luoghi di lavoro, assai probabilmente la Legge 30 non sarebbe stata introdotta nei contratti. Le due condizioni sono poi il senso delle due tesi alternative sottoscritte, per il Congresso, dai dirigenti della FIOM e da altri dirigenti CGIL. E la FIOM è quel Sindacato che ha già provato ad anticipare queste tesi nei fatti delle vertenze contrattuali, come nella vertenza FIAT e nelle lotte di Melfi, Terni e di Fincantieri. Anzi, nel suo Congresso, la FIOM ha accompagnato questi fatti con un concetto forte: quello dell’indipendenza che il Sindacato deve avere nei confronti dei padroni, dei partiti e del governo, anche se amico. E l’indipendenza verrebbe meno qualora con il Governo amico si dovesse recuperare quella concertazione disattivata con il Governo nemico. Una sinistra politica di alternativa, se essa stessa recupera la centralità del lavoro – il nostro candidato è il lavoro si potrebbe dire – può trarre slancio dalla battaglia che sta ingaggiando quella che, attorno appunto alle due tesi, si può configurare come una nuova sinistra sindacale. Nuova perché quella di “Lavoro-Società” ha invertito per davvero la propria rotta, non solo aderendo alle tesi della maggioranza di Epifani, il che è sbagliato ma legittimo, ma contrattando preventivamente i posti per sé, a prescindere dal Congresso e dai suoi esiti. Così le politiche sindacali potrebbero cambiare, ma nell’inamovibilità di un ceto: brutto segnale. C’è infine offerta la possibilità che, con l’ampio consenso che va raccolto attorno alle due tesi, si possa gettare un ponte tra quanti nelle forze politiche si battono per l’alternativa e quanti la stessa battaglia la conducono nelle organizzazioni Sindacali. Rifondazione e FIOM e non solo la FIOM, specularmente ed ognuna nella propria autonomia, avrebbero un gran bisogno di questo ponte. Non ci può essere partito comunista senza un Sindacato di riferimento. Non ci può essere un Sindacato, che lotta e contratta, senza un Partito che nelle istituzioni sappia anche rappresentarne le opzioni.

Per una vera svolta bisogna ritornare al luglio ‘92 ma per ripartire su tuttaltra strada

Ritorniamo al punto chiave domandandoci che cosa voglia dire, in concreto, girare pagina rispetto a Berlusconi. Vorrei essere chiarissimo: vuol dire almeno due cose. Una ovvia: bisogna cambiare la strada sin qui battuta da questo Governo. L’altra, meno ovvia: bisogna cambiare anche la strada battuta dai precedenti Governi. L’alveo strategico in cui si procede, sia con il Governo Berlusconi che con il Governo “meno peggiore” di D’Alema, è stato infatti tracciato già nel ’92 da Giuliano Amato. Il vero manifesto del liberismo neanche poi temperato. Allora ci si affidò alla svalutazione della lira, al fine di sostenere le esportazioni dei prodotti a basso valore aggiunto e alto contenuto, “olio di gomito” della piccola e micro imprenditoria dei distretti. Venne così “drogato” un made in Italy apparente. A scapito del definitivo abbandono della grande industria, della ricerca e della innovazione, con le aziende pubbliche privatizzate più per risarcire la diserzione industriale (è un paradosso o no?) che non per fare cassa. E, ancora, a scapito del raffreddamento indotto del sostegno alla domanda interna e, quindi, al salario. Ed è, in effetti, solo dell’anno dopo (il famoso luglio ’93) l’accordo sindacale della concertazione che liquidò anche la scala mobile. Seguirono manovre finanziarie di taglio alla spesa pubblica pesantissime. Quella scelta, l’errore di quella scelta, oggi confligge però con la moneta europea, unica e non svalutabile, e con la liberalizzazione dei mercati, che chiedono anche all’Italia di reggere ad una doppia competizione: la “competizione di prezzo” con i prodotti che arrivano da Est, dove il “distrettone Cina” sta spazzando via, non solo sul prezzo ma anche sulla formazione e l’innovazione, le nanoimprese locali del lavoro povero; e la “competizione di cambio” con i prodotti dell’area di un dollaro tenuto surrettiziamente molto basso per facilitare l’esportazione in Europa del debito USA, che è addirittura più alto, a valori attualizzati, anche di quello del ’29. Francia e Germania invece, pur premute dalla stessa morsa e pur con molte, troppe, contraddizioni, non ne escono sbriciolate, avendo investito per tempo (a differenza della “cicala” Amato e dei suoi successori più o meno creativi) sull’innovazione di prodotto e di processo di una grande industria che, appunto, francesi e tedeschi si sono guardati bene dal privatizzare e dal polverizzare, come invece si è fatto follemente in Italia. Avesse invece mantenuto (l’Italia) l’Olivetti, l’Ansaldo, la Nuovo Pignone, è solo un esempio, oggi saremmo almeno nelle condizioni di tenuta di Francia e Germania. Ma l’Italia non l’ha fatto, ha scelto quella strada e l’ha cocciutamente mantenuta, ed oggi il nostro è ridotto a paese di subfornitori piccoli e medi. Poche le eccezioni. Se nel mondo, azzardo così la sintesi di questa parte della riflessione, si è ovunque alla “crisi organica del capitalismo nell’era del neoliberismo”, in Italia a questa crisi aggiungiamo il sovrappiù, lo spessore, di un’anomalia strutturale decisa nel passato. Ma non ravviso ravvedimenti nel presente – l’Unione tace, la Casa delle Libertà ovviamente anche – mentre diventa indispensabile l’altra strategia di un’altra economia. Altrimenti cosa sarebbe il cambiamento? Questo cambiamento per ora non lo troviamo, nemmeno nelle pallide dichiarazioni d’intenti di quella cornice dei valori comuni che è stata chiamata “il progetto dell’Unione”. Ma quale progetto? Si procede ancora in quell’alveo del ‘92. Sinistra se ci sei batti un colpo!

L’altra economia è possibile se sorretta da un’altra politica

E siamo al punto del programma. Le cose da fare il primo giorno, che vengono spesso elencate: via dall’IRAQ (priorità assoluta ma oggi ci può arrivare anche Bush), abrogare le leggi vergogna, una legge sulla democrazia sindacale ed una su una nuova “scala mobile” (in quanti la sosterrebbero?), il recupero della Costituzione antifascista. Se ne discuta, ma si discuta anche delle cose da fare il giorno dopo (l’altra strategia di un’altra economia). Non si tratta della stucchevole diatriba sui paletti sì o no, ma di come ricostruire dalle macerie.
Ne allineo cinque:
a) il ritorno della programmazione democratica dell’economia, che non è lo “statizzare” ma almeno l’avviare la ricomposizione della massa critica della grande industria. Nell’energia come nella cantieristica navale già si può fare. Non esiste poi un paese avanzato senza un “Campione nazionale”. Parallelamente la mano pubblica deve entrare in quei settori che il privato porta al fallimento: nell’auto ad esempio, dove le Regioni sedi di stabilimenti FIAT potrebbero entrare nel capitale a fianco del “convertendo” delle banche. Anche per rendere praticabile la scelta, oggi ineludibile, dell’altra auto: non la nuova Punto ma quella a idrogeno. Se si pratica la via della programmazione va riscritto anche il ruolo di Finmeccanica che può essere lo strumento privilegiato di un ritorno a quella economia mista che anni fa, troppi, fece le fortune del Paese.
b) E’ necessario, anzi è urgente in ogni caso, un impalcato di Leggi che sappiano ostacolare sia le vendite di fabbriche italiane all’estero, che magari come in siderurgia sono fabbriche privatizzate, sia lo spostamento oltralpe delle fabbriche di cui si è impadronito il capitale straniero. Le aziende straniere accorpano lontano mentre quelle italiane si smembrano vicino. Così come ci vogliono leggi che dicano chiaro che il nuovo Governo agevolerà sì le imprese, ma solo quelle che accetteranno la Responsabilità Sociale di Impresa e assumeranno manodopera a tempo indeterminato.
c) E’ indispensabile, anzi decisivo, allestire una grande merchand-bank nazionale in cui si riversino sia gli utili delle residue grandi aziende pubbliche (del resto sono le uniche che oggi li fanno, come Eni ed Enel) che i proventi della tassazione progressiva. Un’unica grande banca pubblica dello sviluppo che metta fine al duello in corso tra i poli politici per ritornare al luglio 92 il riposizionamento finanziario, ora attorno ad Assicurazioni Generali, ora attorno a BNL.
d) Come in Francia si lancino progetti decentrati, nel quadro della programmazione: 240 progetti, tanti quanti i 240 distretti che vanno ripensati su questo obiettivo. A ogni distretto un progetto, a partire da quelli già fattibili sui monopoli naturali non delocalizzabili: acqua, energia elettrica e gas ma anche su trasporti, casa, sanità, rifiuti. Settori tutti sottratti, in qualche misura, sia alla competizione di prezzo che a quella di cambio. Ma anche lanciare progetti su produzioni industriali, lo stesso tessile da convertire, così come il legno, e anche l’agroindustria, o la stessa agricoltura come il caso pugliese recente richiede, e il turismo da rivalorizzare come risorsa fondamentale. 240 progetti in distretti però deprecarizzati. Maurizio Zipponi propone, per renderlo dissuasivo per le imprese, che il lavoro precario venga fatto pagare il doppio rispetto a quello a tempo indeterminato: buona idea. Sintesi: distretti deprecarizzati delle produzioni di qualità, e del salario di qualità con poli di formazione anche universitaria a supporto.
e) Come in Germania e, infine, unificare tutte le competenze in un unico Ministero dell’Economia e del Lavoro.
Sono questi 5, e altri, gli elementi dell’altra musica che va suonata durante le primarie. Riconducibili ad una sola e grande idea forza: il piano straordinario del lavoro certo, dei diritti e della piena occupazione. Se un’idea come questa viene avanti, vengono allo scoperto anche quei manager capaci e onesti ma diffidenti della politica e, a ragione, nauseati dalla carica dei Tanzi, dei Gnutti, dei Ricucci e del “compagno” Consorte. Se un’idea come questa viene avanti, chi oggi non ci vota, i “nostri”, potrebbe ritornare a farlo.

Proponiamo noi un programma, che non è un elenco ma è anche un metodo

Se il programma dell’Unione stenta e se programma non è quel documento d’intenti sottoscritto dai segretari, ci sentiamo autorizzati a gettare nella discussione un contributo ricco ed articolato delle cose che un Governo, se vuole essere alternativo e non solo migliorativo rispetto all’attuale, dovrebbe fare ( nella controcopertina di questo numero de l’ernesto troverete il progetto generale del nostro Documento).
Abbiamo coinvolto, nell’intrapresa, trovando un interesse fortissimo, un insieme ampio di “belle intelligenze” soprattutto esterne a Rifondazione: politici, economisti, sindacalisti, giornalisti, intellettuali. Per un progetto di radicale cambiamento di lungo periodo e non solo una piattaformina di giornata per cacciare oggi Berlusconi e poi si vedrà. Poi si vedrà cosa? Abbiamo provato a metterlo insieme già ora il “cosa”, e lo offriamo a Rifondazione ed alle altre forze dell’Unione, come ai Sindacati, movimenti ed associazioni, ai lavoratori. Con pochi cardini ma fondamentali: la pace, il lavoro, l’ambiente, la Costituzione repubblicana. E poi fare una grande diffusione di questo elaborato. Un solo piccolo grande esempio del come un progetto può essere spiegato attraverso un fatto. Vogliamo far affermare il carattere antifascista del progetto? Quale occasione migliore in questo finale d’anno, che è il 60° anniversario della Liberazione d’Italia, che non quella di avanzare tutti una candidatura a senatore a vita di un comandante partigiano. Giovanni Pesce senatore della Repubblica fa capire prima dove vogliamo andare dopo. Avanti o popolo.

Il partito e la crisi di rappresentanza

Se si vogliono far procedere le cose sin qui sostenute e ricostruire da una coscienza degli interessi una nuova coscienza di classe non c’è che uno strumento: il Partito Comunista. Non un contenitore indistinto ove tutto si diluisce nella gestione del presente senza valori ed ideali, ma il Partito. Non escludo che il Partito faccia parte di formazioni di sinistra di alternativa, escludo che una coalizione strutturata di sinistra di alternativa mandi in dissolvenza il Partito. Poi la vedo la crisi dei partiti che tendono a diventare comitati elettorali, club, a sostegno di un candidato. Molte le cause. Ne estraggo una che risiede nell’attuale legge elettorale che favorisce il trasformismo e, con i collegi uninominali, stravolge le rappresentanze reali. Che la proposta di ritorno al proporzionale, avanzata dalla Casa delle Libertà, sia strumentale è reso del tutto evidente dal proposito di “non computo” dei voti di quei partiti che non superano la soglia del 4%. Ma dica però il Centro sinistra se è d’accordo o meno con un vero metodo proporzionale, magari corretto alla tedesca, che è però l’unica strada per riconsegnare un ruolo ai partiti.
E anche a Rifondazione Comunista.