Un nuovo sistema previdenziale pubblico che superi la riforma Dini

*Settore previdenza sociale PRC

Il sistema pensionistico non ha bisogno di una semplice revisione, di una messa a punto in quanto non dà ad un numero crescente di lavoratori e lavoratrici i mezzi per vivere bene al termine di una vita di lavoro; in quanto determina, anno per anno un abbassamento del potere di acquisto degli assegni pensionistici diminuiti del 30% negli ultimi 10 anni. Se non si vuole ogni 3 o 4 anni rimettere in discussione la normativa, ledere dei diritti acquisiti, togliere speranze e certezze, creare cioè tensione e sfiducia è necessario tentare con coraggio e mente aperta di innovare. Innovare significa anche eliminare privilegi, corporativismi, ingiustizie presenti nel sistema pensionistico. Dopo tre “riforme” delle pensioni (Amato 1992 – Dini 1995 – Berlusconi 2004) ed interventi operati quasi ogni anno, il sistema pensionistico è sempre più fragile ed i lavoratori e le lavoratrici stanno perdendo fiducia nel sistema stesso.

L’attuale sistema pensionistico nell’ultimo decennio si è fortemente indebolito e si indebolirà ulteriormente in quanto in futuro erogherà pensioni di importo inferiore alle attuali, eroderà il salario differito, renderà marginale la solidarietà, aggraverà la rottura tra le generazioni. Sono le conseguenze del passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo, della estensione del lavoro precario, del trasferimento del TFR ai fondi pensione. Un sistema pensionistico che non garantisce ai lavoratori e alle lavoratrici una vecchiaia dignitosa e quindi una buona pensione è destinato nel tempo a diventare marginale. E’ la certezza di una buona pensione, e per buona si intende un importo di poco inferiore al salario percepito, a chi oggi già lavora ed a chi lavorerà in futuro che permetterà di superare la rottura generazionale e di ridare vigore alla solidarietà.

E’ acclarato che non esiste al momento una crisi finanziaria del sistema e nemmeno in un futuro prossimo. Vogliono diminuire la spesa pensionistica e di conseguenza gli importi delle pensioni per rispondere positivamente alle pressanti sollecitazioni delle autorità monetarie europee; alle imprese che chiedono la riduzione dei contributi previdenziali; ai gestori finanziari che premono per lo sviluppo della previdenza integrativa per disporre di quote consistenti di salario da immettere sui mercati finanziari. Si continua invece ad insistere sulla non sostenibilità finanziaria del sistema. Per una valutazione corretta della “sostenibilità” vanno valutate le entrate (contributi) e la spesa (assegni pensionistici); vanno presi in considerazione altri elementi quali l’ammontare del ritorno allo Stato del prelievo fiscale sulle pensioni; l’evasione contributiva che viaggia sui 34/35 miliardi di euro l’anno, i crediti che l’INPS vanta nei confronti delle aziende che hanno superato i 38 miliardi di euro; quanto si introiterà di contributi con l’emersione dal sommerso e la regolarizzazione di 3/400.000 immigrati, dalla fissazione di un tetto massimo di pensione (dieci volte superiore all’attuale minimo?); dal prelievo sulle attuali pensioni superiori ai 5.000 euro mensili, dagli oneri a carico dello stato per incentivare la previdenza integrativa. Si da per realizzata, ma non è ancora così, la liberazione della previdenza dagli oneri assistenziali, ed il suo peso sulla previdenza è consistente. Quando si ragiona su un sistema pensionistico, si deve sempre tener presente che esso concerne l’intera vita di una persona, dal momento che inizia a lavorare a quando cessa di vivere. Parliamo di 60/70 anni ed anche più durante i quali si verificheranno mutamenti profondi in economia, nei rapporti di lavoro, nelle modalità di vita ed anche etici ed ideali: ed escludiamo l’eventualità di guerre. Difficilmente sono prevedibili gli sconvolgimenti legati allo sviluppo della tecnica, della scienza, della medicina, delle comunicazioni, delle migrazioni. Egualmente dobbiamo ragionare di un sistema pensionistico che regga almeno nel medio periodo, diciamo 20/30 anni. Ci sono nel programma dell’Unione alcuni impegni che vanno onorati subito e che incidono sul futuro sistema pensionistico. Ci riferiamo all’aumento degli assegni minimi, al sistema di rivalutazione annuale delle pensioni, alla precarietà, allo scalone, alla previdenza integrativa. Tra governo e parti sociali si è aperto un confronto sulla base di un memorandum di intesa: “Obiettivi e linee di una revisione del sistema previdenziale”. Il memorandum è fortemente ancorato alle norme su cui poggia la legge Dini del 1995 e alla previdenza complementare. Noi pensiamo che questo confronto non possa limitarsi a cercare un aggiustamento sull’età per il diritto alla pensione o sul coefficiente di trasformazione in quanto ormai la legge Dini è fuori del tempo ed è la prima responsabile della rottura generazionale e dell’abbassamento dei livelli pensionistici.

Proviamo ad indicare alcuni punti da cui partire per rilanciare un sistema pensionistico pubblico e solidale e che dia certezza.

I soggetti che fanno parte del sistema pensionistico pubblico sono i lavoratori e le lavoratrici dipendenti del settore privato e del settore pubblico indipendentemente dal tipo di azienda o settore merceologico in cui sono occupati e dal lavoro svolto. Per i lavoratori e le lavoratrici che lavorano in proprio, cioè commercianti, artigiani, coltivatori (autonomi), professionisti – dagli agronomi ai notai -, vige un sistema pensionistico basato sulla contribuzione. Il sistema non deve prevedere nessun tipo di commistione con interventi di natura assistenziale. Per tutti questi soggetti regole (diritti e doveri eguali) sia per la contribuzione, sia per i requisiti pensionistici.

Un unico ente che gestisca la previdenza pubblica e, di conseguenza, il supera – mento degli attuali soggetti che erogano pensioni, tra i quali sarebbe utile incorporare anche l’INAIL. La gestione della previdenza pubblica in un unico ente avrebbe almeno due conseguenze positive: la certezza che il soggetto lavoratore è uno indipendentemente dalla tipologia e durata del lavoro o di più lavori svolti; la certezza della corretta applicazione della normativa, un consistente risparmio dei costi di gestione e una maggiore trasparenza. Tre gestioni separate all’interno dell’ente – una per il lavoro dipendente, una per il lavoro autonomo, una per le attività professionali – sono consigliate dalla diversità della remunerazione del lavoro e quindi delle basi su cui si pagano i contributi ed anche dalla natura dell’attività svolta. Oggi l’INPS gestisce per conto dello Stato anche prestazioni assistenziali ed ha una capacità operativa notevole, essendo in grado di gestire l’intero sistema pensionistico pubblico. In prospettiva, potrebbe rinunciare a gestire le prestazioni assistenziali.

Minimo di pensione. Stabilire una quota minima di pensione per tutti i lavoratori e le lavoratrici dipendenti. Da questa quota minima di pensione sono esclusi i lavoratori autonomi e i professionisti in quanto i loro compensi sono di natura diversa dalla retribuzione. 15 anni di contributi, compresi i figurativi, danno diritto indipendentemente da quanto versato ad un minimo di pensione al compimento dell’età per il diritto alla pensione. Tale minimo per i 15 anni di contribuzione si applica a tutte le pensioni. Il minimo viene fissato in euro 600 rivalutabile annualmente. I contributi maturati, se inferiori a 15 anni, vengono restituiti o determinano una rendita a calcolo. Viene eliminato il massimo di contribuzione (40 anni) per l’importo della pensione: la contribuzione versata per il lavoro degli immigrati produce gli stessi effetti come per i lavoratori/trici italiani/ e. Da subito vanno studiate ed attivate misure per garantire che l’eventuale pensione, o la rendita, o la restituzione sia garantita anche se l’immigrato rientra nel suo paese. Per gli emigrati italiani si sono stipulate convenzioni, chiamate bilaterali, con i paesi dove hanno lavorato: è un’utile base. Non si pensi di far cassa sugli immigrati che sono costretti a svolgere i lavori più ingrati e peggio pagati. L’ipotesi del minimo che avanziamo è innovativa in quanto attenua gli effetti negativi del sistema di calcolo contributivo, in particolare per gli anni in cui il lavoro è meno certo e remunerato. Rappresenta un elemento unificante tra lavoro stabile e quello intermittente. Non disincentiva i versamenti contributivi. Non ha nessun collegamento con la contribuzione versata dalle aziende. Ha un costo modesto ma crescente nel tempo in quanto fino al 2030 circa il sistema contributivo non sarà a regime.

Età della pensione. E’ veramente assurdo che l’allungamento della vita media venga utilizzato come arma per mandare chi lavora in pensione più vecchio. L’allungamento della vita media è conseguenza di un sistema di protezione sociale che è costato tante lotte. Un miglior sistema sanitario, una migliore alimentazione, un numero minore di ore di lavoro hanno permesso che si allungasse il tempo di vita. Invece di essere soddisfatti, il vivere di più viene considerato una maledizione. Vi sono poi altri argomenti di merito, come la possibilità che la vita media diminuisca, che la speranza di vita non è uguale per tutti ed è diversa in relazione all’attività svolta, ai redditi posseduti, per aree geografiche. Ci sono questioni che hanno un significato umano, sociale e civile, come il tempo di vita, che non possono essere mercificate. Una persona, dopo 35/40 anni di lavoro e 60/65 anni di età, ha già dato alla società, alla produzione, al profitto molto di più di quanto riceverà di pensione. Scelga quindi il lavoratore o la lavoratrice quando si vuole pensionare. In futuro l’età per la pensione, con il sistema contributivo, starà dentro alla forbice 57/65 anni. Proponiamo che la forbice diventi per il lavoro operaio, manuale, a turno, pesante e stressante 55/63 anni. In ogni caso il lavoro operaio, manuale, a turno, pesante e stressante è per noi una discriminate per qualsiasi variazione dei limiti di età per il diritto alla pensione. Gli attuali minimi di età sia per la pensione di vecchiaia sia per la pensione di anzianità non vanno modificati. Per chi sceglie di rimanere al lavoro oltre all’età minima per il diritto alla pensione, la contribuzione versata contribuisce senza nessun limite a determinare l’importo della pensione. Va poi prevista una riduzione dell’età per una serie di lavori o attività usuranti, indipendentemente dalle qualifiche o mansioni previste nei contratti collettivi di lavoro e sia se il lavoro è praticato nel settore pubblico o nel settore privato. La riduzione dell’età va commisurata alla durata della permanenza in quelle attività. E’ bene ricordare che il mondo del lavoro attende da più di 10 anni, anzi da sempre, che si affronti con serietà la questione dei lavori usuranti. Proponiamo una commissione di esperti che valuti scientificamente l’usura che una determinata attività lavorativa ha su chi la svolge. E’ anche l’occasione per verificare la “reale” condizione di lavoro alla luce dello sviluppo tecnologico, della tipologia dei servizi, dei sistemi di comunicazione, degli insediamenti, delle ristrutturazioni aziendali. Una grande inchiesta che costringa a ragionare sulla condizione di lavoro partendo dalla persona, inchiesta che non si può limitare a prendere in considerazione solo alcune attività manuali o particolarmente disagiate, che non ci si può far incantare dagli ambienti asettici o dal camice bianco. Quindi non solo il lavoro a turno e notturno, l’edilizia, l’agricoltura, la pesca, la siderurgia, le miniere e le cave, ma anche gli asili nido, le corsie degli ospedali, gli autisti, i telefonisti, i vigili urbani e del fuoco, le forze dell’ordine e tanti altri ancora. Alcune di queste figure godono già di qualche beneficio. L’usura fisica non è determinata solo dalla fatica, da ambienti malsani, dalla manipolazione di sostanze nocive, dai residui (scorie e polveri), ma dallo stress e dall’alienazione a cui va sommato, per tanti, il disagio per recarsi al lavoro. Tutti i lavori provocano usura e non sono molti quelli gratificanti: forse il lavoro di ricerca, artistico, intellettuale. La maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici, dopo 35 anni di lavoro, vuole pensionarsi e non è stata fermata nemmeno dagli incentivi previsti nell’ultima legge sulle pensioni, che determinavano un aumento del salario superiore del 40%. Hanno usufruito di questa norma quasi esclusivamente i lavoratori e le lavoratrici del settore impiegatizio. In questa fase, va poi respinta ogni ipotesi di aumento dell’età di pensione per le donne. 5 anni in meno per la sola pensione di vecchiaia, a cui vanno sommati i 7 di maggior speranza di vita si giustificano con la maternità, i lavori di cura, la carenza dei servizi, una contribuzione in generale modesta. Si sappia che la pensione percepita dalle donne è mediamente inferiore del 30% di quella, già modesta, degli uomini.

Gli importi di pensione. Il minimo di pensione non può essere commisurato alla soglia di povertà. E’ offensivo. A quella soglia semmai vanno commisurati gli assegni sociali. Proponiamo che le pensioni siano rivalutate in base al costo della vita ma in cifra fissa, dato che l’attuale sistema di indicizzazione percentuale produce ingiustizia ed iniquità. Per il 2007, una pensione minima sarà rivalutata di euro 8,66 al mese, una da 1.000 di 20 euro, una da 5.000 di 84 euro. Per misurare il costo della vita proponiamo la costituzione di un paniere di prodotti che tenga conto della specificità delle spese in conseguenza dell’età. Ogni tre anni vanno riparametrati gli importi delle pensioni in rapporto agli andamenti contrattuali, per mantenere lo stesso rapporto col salario che si percepiva all’atto del pensionamento.

Previdenza integrativa. Libera scelta del lavoratore e della lavoratrice di aderire ad un fondo di origine contrattuale o di altri gestori, oppure di non aderire a nessun fondo. Di partecipare ai fondi con quote di TFR e di salario se previsti nei contratti. Siamo per la costituzione di un fondo presso l’INPS alimentato da quote di salario, se previste dai contratti di lavoro, dal TFR, da quote di risparmio. La gestione può essere analoga a quella dei fondi con la garanzia di un rendimento minimo non inferiore a quella del TFR. Può invece, a scelta del lavoratore/trice, integrare il montante contributivo e per questa via maggiorare l’importo della pensione. Lo schema pensionistico proposto è semplice, è innovativo. Tre livelli di pensione, due dei quali obbligatori che dovrebbero garantire tra il 70/80% del salario con 35/40 anni di contributi.

Il finanziamento del sistema. Il sistema non è alla bancarotta, anzi il bilancio dell’INPS per i lavoratori dipendenti è in attivo, come pure quello dell’INAIL. Una efficace azione per l’emersione del lavoro sommerso potrebbe regolarizzare non meno di un milione di lavoratori. Con un impegno più serio si potrebbero recuperare il 15% dei crediti, una lotta decisa all’evasione contributiva potrebbe abbatterla almeno del 25%, per un valore non inferiore ai 25 miliardi di euro ogni anno, somma su cui si può realisticamente contare e alla quale andrebbe sommato il risparmio certo di almeno 3 miliardi possibile dall’unificazione degli enti. Proponiamo che l’evasione contributiva si configuri come reato penale. Siamo per il mantenimento nell’immediato delle attuali aliquote contributive rimodulabili ogni 3 anni in basso ed in alto in relazione all’andamento finanziario del sistema: nel concreto significa che le parti sociali si assumono la responsabilità dell’equilibrio finanziario per i tre comparti, cioè lavoro dipendente, professionale, autonomo. E’ quasi certo che il sistema pensionistico che proponiamo potrà permettere tra qualche anno (tre o quattro) di diminuire di alcuni punti la contribuzione che, in questo caso, si deve trasformare in salario. La differenza tra pensioni previdenziali pagate e contributi incassati presenta un saldo negativo modesto. Proponiamo che la stessa percentuale lo Stato (fiscalità generale) la metta ogni anno a disposizione del sistema pensionistico Lo Stato, inoltre, restituisca al fondo quanto incassato dalle ritenute fiscali sulle pensioni: siamo l’unico paese che tassa con le stesse aliquote tutti i redditi, comprese le pensioni. Per i pensionati è addirittura inferiore la quota detraibile. Va poi messo in studio come devolvere alle pensioni una quota del crescente rendimento del lavoro.

La solidarietà. La solidarietà è il cuore della previdenza pubblica e si concretizza in primo luogo con il sistema a ripartizione. La solidarietà si concretizza inoltre con la pensione di invalidità, di reversibilità, il minimo garantito, il pensionamento con 5 anni in meno di età per le lavoratrici, con l’appartenenza al sistema pensionistico come lavoratore e lavoratrice e non come categoria.

Fase transitoria. Va definita la durata della transitorietà tra il vecchio e il nuovo sistema pensionistico per armonizzare una serie di norme e strutturare il nuovo ente erogatore.

La nostra è una proposta innovativa, concreta e fattibile. Ha solide basi di natura sociale, produce coesione, fornisce certezze di una anzianità serena al mondo del lavoro, supera la rottura generazionale. Proponiamo un sistema pensionistico che regga nel tempo come parte di uno stato sociale che vogliamo potenziare e qualificare, rendere sempre più equo e universale. Le forze di sinistra devono affrontare il tema delle pensioni partendo dalla reale condizione dei pensionati oggi e del futuro pensionistico di chi già lavora e, soprattutto, chi entra nel mondo del lavoro. L’attuale condizione pensionistica è insoddisfacente e, se non si interviene, peggiorerà. Anche la sinistra riformista farà fatica ad assumersi la responsabilità di peggiorare la condizione presente e futura dei pensionati. La bussola dell’Unione, quando affronta i temi sociali, non può essere il bilancio dello Stato o le pretese della Confindustria. Nel programma dell’Unione vi è una valorizzazione, anche se insufficiente, del lavoro. Quando discutiamo di pensioni parliamo di donne e uomini che hanno tirato la carretta 30/40 anni ed a cui la società deve tutto! Giuseppe Di Vittorio, quel faticatore pugliese che divenne il capo della CGIL, negli scritti, nelle riunioni, nelle piazze ripeteva che “la condizione dell’infanzia e degli anziani da la misura della civiltà di un popolo”. Se l’Unione costruirà un nuovo, moderno, efficiente sistema pensionistico avrà dato un’anima al suo agire e marcherà in modo significativo la sua diversità dalla destra.

* Pubblichiamo l’intervento redatto in occasione di un recente Convegno organizzato sull’argomento dal Partito della Rifondazione Comunista.