Un nuovo partito socialdemocratico come modello per i comunisti francesi?

Le elezioni legislative che si sono tenute domenica 27 settembre in Germania, segnano la fine di un periodo di quattro anni della “grande coalizione”, unica formula trovata a conclusione delle elezioni del 2005, cioè l’alleanza al potere dei partiti conservatori CDU-CSU guidati dalla cancelliera Merkel e del Partito socialdemocratico SPD. Questa volta, la signora Merkel continuerà a restare al potere con una maggioranza stabile senza il partito SPD, ma con il Partito Liberale FDP. L’analisi dello scrutinio dei voti mostra un netto arretramento dei partiti della coalizione uscente che, in tempo di crisi, hanno perseguito insieme una politica di rottura dello stato sociale voluta dal padronato tedesco, tra cui emblematico è stato il prolungamento dell’età pensionabile a 67 anni. La CDU e il suo ramo bavarese, la CSU, perdono l’1,5% passando al 33,9%; mentre la SPD subisce un crollo passando dal 34,2% dei voti nel 2005 al 23,0% nel 2009.

IL TRACOLLO ELETTORALE DELLA SPD NON E’ UNA SORPRESA PER NESSUNO

Soprattutto per gli stessi quadri dirigenti della SPD, che la sera dei risultati brancolavano tra tristezza e sollievo. La “grande coalizione” ha fatto svolgere alla SPD un ruolo di garante della politica della signora Merkel. Ha fatto apparire in piena luce l’accordo tra CDU e SPD sugli orientamenti di fondo, come sul Trattato di Lisbona che hanno ratificato insieme. L’unico indirizzo dato dalla SPD al voto nel 2009 è stato quello di permettere la continuità della coalizione per tentare di limitare, all’interno del governo, gli eccessi “liberali” della destra. Si capisce ovviamente come questa prospettiva non abbia entusiasmato affatto gli elettori! Screditata con la “grande coalizione”, la SPD adesso può impegnarsi a rifarsi una verginità come forza politica di alternanza a “sinistra”, con nuovi dirigenti da qui alla prossime elezioni del 2013. Ed è esattamente il percorso tracciato già da ieri dai suoi capi. Il fatto che inaspettatamente la SPD abbia conservato la guida del Brandeburgo, regione dell’est, vicino a Berlino, in cui si sono tenute le elezioni regionali nello stesso giorno delle elezioni federali, rappresenta per loro un segnale di incoraggiamento.

LA PUNIZIONE DEI PARTITI USCENTI E’ ANCORA PIU’ EVIDENTE IN TERMINI DI VOTI CHE NEL CALCOLO IN PERCENTUALE

La CDU e la CSU perdono 2 milioni di voti, mentre la SPD passa da 16,2 milioni di voti a meno di 10 milioni. Un altro elemento che ha caratterizzato le elezioni è la crescita dell’astensionismo che aumenta dal 22,2% al 29,3%, e cioè 3,2 milioni di astensioni in più, in particolar modo nei quartieri poveri e tra i lavoratori, come in Francia. Il che relativizza anche il passaggio di voti verso gli altri partiti. Il Partito Liberale FDP, passa dal 10% al 14,5% e guadagna 1,6 milioni di voti, meno di ciò che perdono la CDU ed la CSU. Partito della destra “liberale”, schierato sulle questioni economiche e sociali, rappresenta logicamente l’alleato politico naturale della CDU/CSU. I mezzi di comunicazione di massa non hanno mai smesso di mettere questo partito ben in vista, al pari del suo relativamente giovane e dinamico leader Guido Westerwelle. A sinistra i 6,2 milioni di voti persi dalla SPD si trovano molto parziamente negli altri partiti. Si può presumere che 800.000 voti (2,0%) presi dai “Pirati”, fautori della “libertà” su internet, provengano principalmente dall’elettorato socialdemocratico. Così come gli 800.000 voti guadagnati ugualmente dai Verdi, che passano a livello nazionale dall’8,1% al 10,7% dei consensi espressi, a seguito di una campagna elettorale interamente autonoma, centrata sulle questioni ambientali e chiaramente in opposizione al governo uscente.

IL CONTESTO DELL’AVANZAMENTO DI DIE LINKE

Il partito “die Linke” (in italiano “la sinistra”) avanza dall’8,7% all’11,9% rispetto agli alleati della coalizione elettorale del 2005, che si sono fusi per farlo nascere. Guadagna esattamente un milione di voti. Nelle regioni che corrispondono alla vecchia RDT si mantiene ad un livello alto, intorno al 25%, ma si ferma e perde 76.000 voti, nonostante il tracollo della SPD. La stessa constatazione va fatta per le elezioni regionali del Brandeburgo. Alle regionali del 30 agosto scorso in Sassonia, ha perso il 3% (dal 23% al 20%), e in generale in queste regioni è arretrato alle europee. Resta il fatto che die Linke, erede della PDS e della SED, costituisce comunque l’espressione elettorale di quelli che, vent’anni dopo, continuano sentirsi (e hanno delle buone ragioni per questo), le vittime economiche, sociali, politiche e culturali dell’annessione della RDT da parte della RFT. Per questo die Linke rappresenta sempre di più – e si pone interamente come – un partito istituzionale di gestione socialdemocratica, a fianco della SPD, nonché suo alleato al governo del Land di Berlino per una politica largamente identificata come “social-liberale”. A ovest die Linke avanza nettamente rispetto al 2005. È qui che guadagna tutti i suoi nuovi voti. L’avanzamento più evidente è nelle regioni più reazionarie: da 3,5% a 6,5% in Baviera, da 3,8% a 7,2% in Baden-Württemberg. In Renania del Nord, la regione più grande e industrializzata, passa da 5,4% a 8,4%. Nella piccola Sarre, casa del suo leader Lafontaine, avanza soltanto da 18,5% a 21,2% avendo probabilmente già raggiunto il pieno dei voti nel 2005. Risulta chiaramente che die Linke ha attratto una parte dell’elettorato socialdemocratico tradizionale, ed è tanto più comprensibile ciò se si pensa che Oskar Lafontaine è riconosciuto come socialdemocratico, essendo stato primo dirigente della SPD e ministro delle finanze di Schröder negli anni ’90. A ovest in generale, dove nessun partito di sinistra, “a sinistra della SPD”, ha mai avuto alcuna possibilità reale di presenza alle elezioni fin dagli anni ’50, die Linke rappresenta, anche per coloro che sono ben coscienti dei suoi limiti, un mezzo inedito per una sinistra “radicale” che vuole rendersi visibile. Per noi, comunisti francesi, il successo elettorale di die Linke, anche se molto relativizzato dal contesto della SPD tedesca, potrebbe rappresentare un incoraggiamento, un riferimento strategico? Jean-Luc Mélenchon si è precipitato a salutare die Linke e particolarmente Oskar Lafontaine con cui vorrebbe tanto identificarsi in Francia, dimenticando che, come socialdemocratico nel PS, non ha mai avuto un ruolo di rilevanza nazionale. Ma l’entusiasmo di Mélenchon è ben comprensibile di fronte alla crescita di un secondo partito socialdemocratico, “di sinistra”, in Germania. I comunisti francesi non hanno gli stessi motivi di essere entusiasti. Possiamo capire e condividere la soddisfazione degli amici e dei compagni tedeschi per l’avanzata di un’organizzazione a “sinistra” della SPD, soprattutto nella parte occidentale della Germania. Ma die Linke, il cui presidente Lothar Bisky è anche presidente del partito della sinistra europea (SE), rappresenta una via apertamente socialdemocratica, riformista, favorevole all’integrazione nella U.E. del capitale, che rinnega tutta la concezione del partito comunista e del suo ruolo nella lotta di classe. Per dei comunisti conseguenti la crescita elettorale contingente di die Linke non può rappresentare una convalida della sua strategia né di quella della SE.

LA PROSPETTIVA DI DIE LINKE

Il merito dei dirigenti di Linke, al di là della composizione eterogenea dei suoi membri e dei suoi eletti (ex-SPD, ex-PDS, anche ex-trockisti…), è quello di non nascondere le loro posizioni socialdemocratiche. La sera dello svolgimento degli scrutini, Gregor Gysi, dirigente storico di “die Linke” (ex-PDS), ha ricordato la sua prospettiva: “risocialdemocratizzare la SPD”, a cui augura una rimonta, per poter governare con essa a livello nazionale per le prossime elezioni generali del 2013, e fin da subito a livello regionale nel maggior numero di regioni possibile. E conclude indicando che per “risocialdemocratizzarsi”, la SPD deve soltanto percorrere il pezzo di strada che la separa da “die Linke”. Questa prospettiva di unità della sinistra era al centro del congresso straordinario di “die Linke” organizzato nel mese di giugno in preparazione delle elezioni. Ad esempio, è stato deciso di condannare il fatto che l’età pensionabile fosse portata a 67 anni, senza però proporre di riportarla a 60 anni, per avere così delle possibilità di unione con la SPD. Più che una sconfitta della socialdemocrazia, le elezioni tedesche hanno rappresentato una frantumazione della socialdemocrazia tedesca, tra una SPD momentaneamente indebolita, i Verdi sempre disponibili e “die Linke”, come ala sinistra che si incarica di fare da parapetto “a sinistra” per incanalare l’espressione politica della collera sociale “anticapitalista”. Die Linke, nei fatti, si assume anche l’incarico di eliminare ogni forma organizzativa del grande referente storico rappresentato dal movimento comunista in Germania. Siamo ben lontani dagli obiettivi che i comunisti possono avere in Francia, tanto per il futuro del loro partito, il PCF, quanto per una vera alternativa politica che parta dal movimento reale delle lotte che rifiuta la politica al servizio del capitale francese ed europeo.

* Commento alle elezioni in Germania pubblicato sabato 10 ottobre 2009 sul sito dei compagni francesi della rete Faire vivre et renforcer le PCF, http://vivelepcf.over-blog.fr/ Traduzione a cura di Rolando Giai-Levra.