Un nuovo inizio sul filo del tempo

* Segretario nazionale del Cub-Sallca

Il dibattito sulla questione sindacale ospitato dall’Ernesto ha visto delinearsi un quadro denso di spunti. In un primo tempo gli interventi sono stati dichiarazioni di schieramento dentro il Congresso Cgil, volti a fare proprie le ragioni della mozione Epifani (Rasero: la Cgil è l’unica organizzazione di massa che si oppone alla deriva sociale e politica intrecciata alla crisi), oppure a sostenere il documento alternativo (Cremaschi: la situazione impone una discontinuità rispetto alla concertazione e al passato). In particolare, Giorgio Cremaschi ha riassunto in modo chiaro la necessità di discutere nel merito dei modelli contrattuali e delle scelte strategiche, rompendo con la navigazione a vista del vertice Cgil, incapace di fare seguire, a scelte difficili, comportamenti coerenti: solo la Fiom ha rifiutato di firmare un accordo che recepiva il nuovo modello contrattuale. Gli altri (chimici, alimentaristi, telefonici) hanno firmato, ma si fa finta di niente.

In un secondo tempo sono venuti gli interventi “non-Cgil” che hanno cercato di spostare il tiro: Tomaselli (SdL) e Leonardi (Rdb-Cub) hanno evidenziato che non tutti i comunisti vedono il proprio orizzonte dentro il quadro confederale di Corso d’Italia, ma lottano da anni per costruire proposte sindacali credibili in organizzazioni alternative alla Cgil. Entrambi concludono ricordando che a maggio si costituirà un nuovo soggetto sindacale, derivante da storie e pratiche ormai sperimentate in decenni di presenza organizzata, in forte polemica con la prassi e l’involuzione della Cgil stessa.
Cercherò nel mio intervento di fare presente un altro punto di vista, che definirei “diversamente comunista”, su questa questione, a partire dalle ragioni che hanno spinto molti, come me, a proseguire l’esperienza nella Cub per continuare un percorso che deve sì tenere conto dei problemi, ma anche capitalizzare quanto è stato fatto in questi anni per difendere l’idea e la pratica di un sindacato di base, inteso non come cinghia di trasmissione di un qualche partito, ma come luogo di democrazia diretta, di costruzione del conflitto, di espressione dell’autonomia della classe, di organizzazione delle lotte. Una scommessa che è stata tentata facendo affidamento sulle grandi risorse che la storia del movimento sindacale ci consegna, come esperienza del passato e come insegnamento per il futuro. Da questo punto di vista, diventa indispensabile portare fino alle estreme conseguenze l’analisi critica ed il bilancio finale di questo ultimo secolo di sindacato: dal primo sciopero generale del 1904 ad oggi. Il quadro che abbiamo di fronte è chiaro: da una parte un sindacato che si è fatto stato (diventando un’articolazione dell’amministrazione pubblica), dall’altra una piccola nicchia di sindacati di base, recintati e perseguitati, che hanno svolto un ruolo fondamentale di resistenza e che sbaglierebbero tragicamente qualora decidessero, per rompere l’accerchiamento, di scimmiottare i sindacati che comandano.
Marco Schincaglia, un compagno del nostro sindacato, ha ricordato due situazioni “calde” del settore bancario. Da una parte, la resistenza dei lavoratori di Banca Depositaria (Intesa Sanpaolo) per non essere venduti ad una banca americana è stata organizzata da un sindacato autonomo (la Falcri) e da un sindacato di base (Cub-Sallca), mentre gli altri (Fisac-Cgil compresa) sono stati al tavolo a trattare improbabili garanzie. La conquista di un accordo meno scadente di altri è stata possibile solo per merito di una lotta tenace che ha spaventato l’azienda e l’ha convinta a concedere qualcosa (l’opzione del rientro individuale, seppure dopo sette anni) che non ha precedenti nel settore. Dall’altra, l’accordo vergognoso sul salario d’ingresso (sempre in Intesa Sanpaolo) viene firmato da (quasi) tutti i sindacati, ma non dalla Fisac-Cgil. Sono contraddizioni che rientrano nell’attuale posizionamento tattico della Fisac, il cui segretario nazionale Domenico Moccia è primo firmatario della mozione “Rinaldini-Cremaschi”. I bancari non hanno una tradizione sindacale “di sinistra” ed è palese che il gruppo dirigente ha assunto una posizione slegata dalla categoria, i cui congressi infatti segnalano uno scarso radicamento della mozione due. E’ evidente quindi che l’alleanza inaspettata tra Fiom, Cgil-Funzione Pubblica. e Fisac sia un’alleanza a tempo, mentre lo scenario più probabile è un rientro graduale della Cgil, nel suo complesso, dentro l’alveo rassicurante e continuista dell’accordo sulla contrattazione, con i suoi riti, i suoi enti bilaterali, la sua capacità di controllare e reprimere l’organizzazione autonoma e indipendente dei lavoratori. Claudio Cornelli, un sindacalista bancario Fisac della mozione due, sostiene il contrario ed io spero che abbia ragione, ma nell’attesa di capire chi sbaglia proviamo a fare qualche passo avanti.
Io credo che occorra dire pane al pane e vino al vino: i comunisti devono smettere di credere, pensare o dire che la Cgil possa cambiare. La Cgil è stata una grande organizzazione di massa che ha fronteggiato fieramente padroni e governi ostili, in anni duri e in decenni ormai lontani. Gli anni ’50 però sono finiti da un pezzo. Bisogna svegliarsi e pensare al futuro. Per questo occorre cominciare una storia nuova. Il sindacalismo di base ha cominciato a mettere le basi di questo nuovo inizio ormai più di 20 anni fa, ma ogni tanto occorre ritrovare le mappe. Occorre ritornare alle origini e ricostruire il movimento sindacale partendo (quasi) da zero. I comunisti possono dare una grossa mano, se iniziano (o continuano) a porre la propria esperienza al servizio di questo processo, che li vedrà protagonisti insieme a tanti lavoratori, iscritti, quadri e militanti che comunisti non sono, ma hanno provenienze e identità ricche di storia, di linguaggi, di idee. Possono essere anarchici, autonomi, consiliaristi, spartachisti, operaisti, bordighisti, o appartenere alle varie nuances del comunismo che fu, oppure non conoscere nulla di tutto questo. Possono essere militanti che hanno attraversato le lotte degli ultimi 30 anni, oppure possono essere giovani cresciuti nelle lotte contro il nuovo precariato, e magari un mix articolato tra questi due estremi. L’importante è che trovino nel sindacato la “casa comune” che ne permetta la libertà d’espressione e la crescita politica, per innervare una rete coesa di militanti in grado di ricostruire un tessuto di opposizione sociale impiantato nel processo produttivo allargato del terzo millennio.
C’è un problema anche di salto generazionale e dobbiamo tutti quanti fare crescere le “nuove forze” che Raniero Panzieri (o Romano Alquati, scomparso in questi giorni) avrebbero messo al centro di una ripresa di iniziativa sui luoghi di lavoro, nel segno della solidarietà e dell’autonomia di classe.

Torino, 8/4/2010
RENATO STRUMIA
Segretario nazionale del Cub-Sallca