Un movimento europeo contro lo “scudo” Usa

*Giornalista, esperto di questioni per l’est europeo

E’ sfuggito ai più che, il giorno stesso in cui il presidente del Consiglio Prodi dava l’ok alla costruzione della nuova base statunitense di Vicenza, il governo della Repubblica Ceca dava, a sua volta, il via libera all’installazione dei sistemi radar antimissilistici sul proprio territorio, ad appena 60 chilometri dalla capitale Praga. Non si tratta di due vicende scollegate. Gli Usa stanno accelerando il rafforzamento della loro presenza militare in Europa in vista delle nuove guerre in programma (contro l’Iran, in primo luogo; ma non solo) e, soprattutto, dell’accerchiamento della Russia. Anche la Polonia dei gemelli nazionalfascisti Kaczinsky dà il suo paranoico contributo alla strategia della guerra globale, avendo anch’essa entusiasticamente aderito alla richiesta nordamericana di installazione di ordigni nucleari a media e lunga gittata, sottomettendo parti del proprio territorio all’insindacabile sovranità degli Usa. Siamo di fronte a una escalation pericolosissima, avviata in plateale violazione delle intese sul disarmo stipulate tra Usa e Urss negli anni di Gorbaciov. Tanto che le più alte cariche politiche e militari della Russia hanno dovuto intervenire con un crescendo di dichiarazioni e prese di posizione molto dure e preoccupate, a partire da quelle del presidente Putin alla Conferenza sulla sicurezza svoltasi alcune settimane fa a Monaco di Baviera. Sull’autorevole quotidiano russo Komsomolskaja Pravda è apparso nei giorni scorsi un significativo articolo del capo di stato maggiore dell’esercito russo, il generale Jirij Balijevsky, il quale – dando corpo alle inquietudini delle alte sfere militari – parla esplicitamente di “minaccia diretta alla Russia” e della necessità, da parte russa, “di una risposta conseguente lungo le frontiere con l’Unione Europea”. La situazione in Europa si sta, dunque, profondamente e pericolosamente modificando, in particolare dopo l’ingresso nella Ue dei nuovi vassalli nordamericani dell’Est europeo. Non vedere quanto sta succedendo e farsi ancora illusioni su un’inesistente e, allo stato delle cose, impossibile autonomia dell’- Europa significa chiudere gli occhi di fronte alla realtà. L’aver condizionato l’ingresso dei paesi dell’Est nella Ue alla loro preventiva adesione alla Nato ha fatto percepire a quei governi e a quelle opinioni pubbliche la dimensione europea come una dimensione precipuamente politico- militare e la loro adesione come un’adesione a un blocco euroatlantico contrapposto, in primo luogo, alla Russia ed anche al resto del mondo, in particolare a quello islamico. In sostanza, come un sigillo della loro scelta filoamericana già effettuata immediatamente dopo l’89. Il peso del condizionamento statunitense sulla politica europea è enormemente cresciuto con l’ingresso di questi paesi nella Ue ed è destinato ad accrescersi in modo ancora più decisivo con l’ingresso dell’area balcanica. Non è azzardato prevedere che l’apice del processo di unificazione europea possa coincidere con l’inizio della sua disintegrazione o, più realisticamente, di una sua scomposizione in due Europe geograficamente disomogenee, ma politicamente affini: l’una raggruppata intorno all’asse franco-tedesco e dialogante con la Russia, e l’altra dominata dall’asse anglo-americano. La decisione della dislocazione del- le basi Usa in Repubblica Ceca e Polonia è finalizzata proprio all’accelerazione di questo processo scompositivo; mentre la decisione sulla base di Vicenza, oltre che a finalità strategiche, è mirata, nell’immediato, a tastare le possibilità d inclusione dell’Italia nell’asse angloamericano, misurandone preventivamente le reazioni interne e innescando una contraddizione nel governo italiano al fine di facilitarne la caduta e di aprire la strada a un esecutivo possibilmente di larghe intese, più disponibile nei confronti delle strategie Usa. Affinché l’acquisizione di una grande parte dell’Europa alle politiche statunitensi divenga definitiva e non soggetta ad oscillazioni con cambi di governo, è necessario che venga imposto ai relativi paesi un modello politico-sociale quanto più affine possibile a quello americano: semplificazione politico-istituzionale, bipolarismo imperniato su due poli sostanzialmente omogenei, emarginazione (se non messa fuorilegge, come già avvenuto in diversi paesi dell’Est) delle forze comuniste e di alternativa, politiche ultraliberiste e antisociali. Tutto ciò è già realtà nei paesi dell’Est europeo, nei quali la piena acquisizione, non solo delle destre ma anche delle socialdemocrazie alle politiche di Washington, è da tempo un dato di fatto. Ci proveranno (ci stanno provando) anche in Italia. Questo processo non può essere bloccato che con lo sviluppo di vasti e forti movimenti di massa. E’ anche vero, però, che, una volta portati a compimento tali processi di involuzione autoritaria, la possibilità di un cambiamento diventa molto più remota, poiché gli argini di agibilità politica e sociale saranno divenuti così ristretti, che qualsiasi movimento, a meno che non assuma caratteri di generale rivolta sociale, incontrerà difficoltà pressoché insormontabili nella sua azione e nella capacità d incidere e permeare il sistema politico-istituzionale. Ciò che sta avvenendo, ad esempio, in questa fase nella Repubblica Ceca è estremamente emblematico di una situazione nella quale un movimento, che pure rappresenta gli umori e gli orientamenti della grande maggioranza dei cittadini, non ce la faccia a scalfire, neppure in modo minimale, la marmorea solidità di un fronte politico-istituzionale tutto compatto (dai socialdemocratici, ai verdi, al centro destra dei popolari e del Partito Civico Democratico, con la sola eccezione dei comunisti) a difesa delle scelte ultra-atlantiche dell’esecutivo. La concentrazione dei poteri negli apparati esecutivi è tale, che qualsiasi forma di partecipazione dal basso è preclusa, a partire dallo strumento referendario, che non viene neppure contemplato dalla Costituzione. Le 200.000 firme raccolte da una petizione popolare contro l’installazione dei radar americani sono considerate niente più che carta straccia dai signori del governo e dell’opposizione socialdemocratica. Una richiesta del Partito Comunista di Boemia e Moravia per l’approvazione dell’istituto del referendum è stata respinta in quattro e quattr’otto dal parlamento, senza neanche aprire una discussione (oltre ai 25 deputati comunisti su un totale di 200, solo 2 socialdemocratici hanno votato a favore della proposta). Ed anche se la richiesta fosse passata, ben difficilmente si sarebbe potuto realizzare il referendum. Perché ciò avvenga, è necessario un procedimento di revisione costituzionale che si può avviare solamente con il consenso di almento tre/quinti del parlamento. Praticamente, una cosa impossibile. Sarebbe necessario, come giustamente affermano i giovani comunisti cechi (Unione Comunista della Gioventù, Ksm), che si formasse un coordinamento dei movimenti che in Italia, Repubblica Ceca e Polonia si sono sviluppati sul terreno della lotta contro le basi americane. In ogni caso, il movimento ceco, che il 17 marzo ha tenuto una manifestazione in Piazza Venceslao con l’adesione, oltre che dei giovani comunisti, del Forum Sociale Europeo e del gruppo Revo (tutti uniti nel coordinamento “Iniziativa contro le basi”), non intende demordere e ha indetto una serie di manifestazioni e raccolta di firme in tutte le città della Repubblica Ceca. In attesa che il loro appello a un coordinamento internazionale trovi finalmente ascolto anche in Italia.