Un impero senza contraddizioni intercapitalistiche?

Nell’ultimo decennio si sono verificate profonde trasformazioni nel mondo contemporaneo, tanto dal punto di vista economico (crescita esponenziale di imprese capitalistiche “transnazionali”), quanto da quello politico-militare: la dissoluzione dell’URSS non è stata soltanto la disgregazione di un sistema sociale che si proponeva come alternativa al capitalismo, ma ha segnato la fine di uno Stato e un sistema di alleanze che si contrapponeva e bilanciava lo strapotere USA. Non è un caso che le aggressioni militari a direzione americana della “comunità internazionale”, dal Medio-Oriente ai Balcani, abbiano coinciso con la fine dell’URSS.
Tutta la configurazione del mondo attuale appare notevolmente cambiata; cercare di comprendere seriamente come, in che senso, con quali tendenze, è un compito, intellettuale e politico ad un tempo, al quale non possiamo sottrarci. Non si tratta tanto di fornire analisi dettagliate di aspetti particolari, quanto di dare una rappresentazione complessiva, di dotarsi di categorie che consentano di collocare – o ricollocare – determinati fenomeni particolari all’interno di un quadro generale. Con quali categorie, con quali lenti, insomma, leggiamo il mondo del terzo millennio?
La più diffusa – ma non per questo la più convincente (1) – appare quella di “globalizzazione”, che è tuttavia un termine il quale, per la sua genesi (anglosassone) e il suo uso (e abuso: appare una coperta tirata da tutte le parti) copre e occulta piuttosto che fornire una rappresentazione adeguata dei nuovi rapporti mondiali. E, oltretutto, non dà ragione dei mutamenti intervenuti nella politica, nelle istituzioni, nell’organizzazione degli Stati e nei loro rapporti reciproci, oltre a nasconderci la dialettica del capitale e il conflitto di classe.
In alcuni articoli che illustrano le linee fondamentali di un libro pubblicato di recente in Francia (2) Toni Negri e Michael Hardt propongono di adottare la categoria di “Impero”. Vale la pena soffermarsi su alcune delle loro tesi, che sintetizzano e danno forma teorica ad opinioni notevolmente diffuse a sinistra.
1. E’ finito il vecchio ordine fondato sul sistema degli Stati-nazione e i loro reciproci accordi e antagonismi. Dalla loro agonia, dal “tramonto della sovranità moderna” emerge l’Impero. “Con i processi di globalizzazione, la sovranità degli Stati-nazione, seppur ancora importante, ha subito un progressivo declino. I principali fattori di produzione e scambio – denaro, tecnologia, persone e merci – circolano con crescente facilità attraverso i confini nazionali; lo Stato-nazione ha quindi sempre meno il potere di regolare questi flussi e imporre la sua autorità sull’economia. Neanche gli Stati-nazione più importanti andrebbero ormai considerati come autorità supreme e sovrane, né al di fuori né nell’ambito dei loro stessi confini ” (3)
Negri, dal canto suo, in maniera ancor più netta e perentoria, sostiene che oggi “non c’è più Stato-nazione. Sfuggono ormai a quest’ultimo le tre qualificazioni sostanziali della sovranità – militare, politica e culturale – assorbite o eventualmente surrogate dai poteri centrali dell’impero” (4)
2. “La sovranità ha assunto una nuova forma, composta da una serie di organismi nazionali e internazionali uniti da una singola logica di dominio: è ciò che noi chiamiamo Impero” (Hardt). Esso è un “ordinamento sovranazionale, mondiale, totale” che unifica politicamente il mercato mondiale”, il “nuovo ordine”, la “nuova organizzazione del potere globale”. Da qui una conclusione politica senza appello: “Battersi contro l’impero in nome dello Stato-nazione rivela dunque un’enorme incomprensione della realtà del comando sovranazionale, della sua figura imperiale e della sua natura di classe: è una mistificazione” (Negri).
3. L’impero è illimitato, diffuso, decentrato, eterno, “non stabilisce alcun centro territoriale di potere e non dipende da barriere e confini fissi. E’ un apparato di dominio decentrato e deterritorializzante che incorpora progressivamente l’intero globo nelle sue frontiere aperte, in continua espansione. L’Impero gestisce identità ibride, gerarchie flessibili e scambi plurimi attraverso reti di controllo variabili. I distinti colori nazionali della mappa del mondo imperialista si sono fusi e mescolati nell’arcobaleno imperiale globale” (Hardt). Il concetto di Impero “è caratterizzato fondamentalmente da un’assenza di confini: il dominio dell’Impero non ha limiti. […] si presenta non come un regime storico che ha avuto origine nella conquista, ma piuttosto come un ordine che sospende completamente la storia e quindi fissa lo status quo per l’eternità” (Hardt).
4. Ma questo “Impero” “non è americano, […] è semplicemente capitalista, è l’ordine del capitale collettivo, cioè della forza che ha vinto la guerra civile del XX secolo” Ad esso “partecipano altrettanto bene i capitalisti anglo-sassoni quanto quelli europei, quelli che cominciano a costruire le loro fortune nella corruzione russa quanto arabi, asiatici e i pochi africani che possono mandare i figli a Harvard e i soldi a Wall Street” (Negri).
5. L’Impero non è l’imperialismo. I due autori tengono a sottolineare che questo Impero totalitario e onnipervasivo si differenzia nettamente dall’imperialismo, termine col quale essi intendono “l’espansione dello Stato-nazione oltre i suoi confini, la creazione di rapporti coloniali (spesso camuffati da modernizzazione) a scapito di popoli che erano fuori del processo eurocentrico di civilizzazione capitalistica […], l’aggressività statuale, militare ed economica, culturale, persino razzista, di nazioni forti nei confronti di nazioni povere” (Negri). L’imperialismo costituiva una vera e propria estensione della sovranità degli Stati-nazione europei al di là dei loro stessi confini; a differenza di esso, “l’Impero non stabilisce alcun centro territoriale di potere e non dipende da barriere e confini fissi”. (Hardt). “Oggi, nella fase imperiale della nostra civiltà, non c’è più imperialismo – o, quando sussiste, è fenomeno transitorio,tappa di assimilazione verso una circolazione imperiale dei valori e dei poteri – come non c’è più Stato-nazione […] Di conseguenza viene meno la subordinazione dei paesi ex coloniali agli stati-nazione imperialisti, così come scompaiono, o deperiscono, le gerarchie imperialiste fra nazioni e continenti: tutto si organizza in funzione del nuovo orizzonte unitario dell’Impero” (Negri).
Come si può evincere dai passi citati, la teorizzazione di Negri e Hardt appare carica di suggestioni, ha tutto il fascino di chi evoca un nuovo ordine e ha scoperto una categoria in grado di comprendere il mondo attuale, il suo assetto di potere, la sua dinamica profonda. Tanto più suggestiva, in quanto non è un puro parto dei due autori, riecheggia piuttosto un senso comune diffuso negli ultimi anni negli slogan, parole d’ordine, elaborazioni di singoli e formazioni politiche che si richiamano ai movimenti anticapitalistici attuali. L’idea, insomma, che, soprattutto dopo l’aggressione della NATO contro la Jugoslavia – “guerra costituente”, come da molti è stata definita – sia emerso un nuovo sistema imperiale, fondato però non sull’egemonia degli USA, ma sul dominio totale del capitale tout court. Un capitale fondamentalmente unificato da “una singola logica di dominio”, che istituisce l’ordine del capitale collettivo, un ordine unipolare non nel senso americano, ma capitalistico, in cui tutto si organizza in funzione del nuovo orizzonte unitario dell’Impero. Un unico onnicomprensivo potere capitalistico unificato, insomma, che esclude dal suo orizzonte la contraddizione tra capitali. E’ l’impero del capitale, non dei capitali. Da ciò discende anche la negazione della categoria di imperialismo.
Quest’ultimo risulta, dalle definizioni che ci danno, nient’altro che un sinonimo del colonialismo del XIX e XX secolo. La categoria di imperialismo – quale i marxisti a partire da Lenin, ma non solo, l’hanno elaborata – viene così castrata, menomata della determinazione fondamentale del capitale finanziario monopolistico. Si perdono in tal modo anche le ragioni fondamentali che spingono tra fine ‘800 e i primi del ‘900 i maggiori paesi imperialistici (quelli cioè in cui è diventata dominante, o tendenzialmente dominante, la forma del capitale monopolistico) a spartirsi il mondo (nella forma allora storicamente determinata del colonialismo, che non era l’unica e neppure tendenzialmente la principale), con contraddizioni acutissime – contraddizioni interimperialistiche – che sfociano in due conflitti mondiali. Il ricorso alla guerra è la forma estrema cui portano le contraddizioni tra imperialismi.
La questione comunque non è nell’impiego di termini, anche se l’appiattimento di una categoria quale quella di imperialismo (che, a partire dal dibattito marxista negli anni a cavallo tra la fine della II Internazionale e la costituzione del Komintern, è storicamente chiaramente connotata) su quella di colonialismo ottocentesco (o addirittura preottocentesco) non aiuta certo la comprensione scientifica del mondo contemporaneo e delle sue tendenze. (5)
Confondere colonialismo in generale e imperialismo mutila quest’ultimo, come si è detto, della sua determinazione economica fondamentale di capitalismo monopolistico. Questo nuovo stadio del capitalismo, però, non distrugge totalmente la concorrenza tra capitali, ma convive contraddittoriamente con essa, né potrebbe essere altrimenti, se si esamina il concetto di capitale.
Anche il più sprovveduto sulla terra sa oggi che non esiste il capitale, ma i capitali. La cultura dominante e diffusa pervasivamente lo martella ogni giorno, in ogni posto di lavoro, con le parole “competizione”, “concorrenza”. E’ in nome delle esigenze di questa dea che si ristruttura e si licenzia, che si chiede flessibilità e genuflessione, per “stare sul mercato”. La concorrenza tra imprese capitalistiche si presenta oggi self evident. Essa non è un accessorio del modo di produzione capitalistico, ne è parte costitutiva, fondante. Tra concorrenza e monopolio vi è una dialettica, che porta la concorrenza a generare il monopolio e il monopolio a sua volta a generare la concorrenza. Marx lo scrive chiaramente già nel 1846: “Nella vita economica di oggigiorno voi trovate non soltanto la concorrenza e il monopolio, ma anche la loro sintesi, che non è una formula, ma un movimento. Il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio”. (6)
Ma è nell’analisi matura del capitale che Marx chiarisce filosoficamente la questione della concorrenza – della contraddizione intercapitalistica – come inestricabilmente connessa alla vita stessa del capitale:
“Il capitale esiste e può esistere soltanto come molteplicità di capitali, e perciò la sua autodeterminazione si presenta come la loro azione e reazione reciproca”. Poiché esso è per sua natura “autorepulsione, pluralità di capitali in completa indifferenza reciproca” deve necessariamente “respingersi da se stesso”. “Poiché il valore costituisce la base del capitale, e questo esiste necessariamente solo in quanto si scambia contro un equivalente, esso si respinge necessariamente da se stesso. Un capitale universale che non abbia di fronte a sé altri capitali con cui scambiare […] è perciò un assurdo. La reciproca repulsione di capitali è già implicita in esso in quanto valore di scambio realizzato”. (7)
Il passaggio dalla fase della libera concorrenza a quella del monopolio non modifica questa determinazione fondamentale del capitale. Nella sua analisi dell’imperialismo Lenin confuta decisamente la tesi kautskiana della possibilità, anche solo teorica, di un “ultraimperialismo” che “al posto della lotta tra capitali finanziari nazionali mettesse lo sfruttamento generale nel mondo per mezzo del capitale internazionale unificato”. (8) La storia dei primi decenni del XX secolo offre esempi di una lega di tutte le potenze imperialiste per ripartirsi pacificamente la Cina. Ma è inimmaginabile, nelle condizioni capitalistiche, che tali leghe sarebbero di lunga durata, che escluderebbero attriti, conflitti e lotte nelle forme più svariate. “Infatti in regime capitalista non si può pensare a nessun’altra base per la ripartizione delle sfere d’interessi e d’influenza, delle colonie, ecc. che non sia la valutazione della potenza dei partecipanti alla spartizione, della loro generale potenza economica, finanziaria, militare, ecc. Ma i rapporti di potenza si modificano nei partecipanti alla spartizione, difformemente, giacché in regime capitalistico non può darsi sviluppo uniforme di tutte le singole imprese, trust, rami d’industria, paesi, ecc. Mezzo secolo fa la Germania avrebbe fatto pietà se si fosse confrontata la sua potenza capitalista con quella dell’Inghilterra d’allora […] Si può immaginare che nel corso di 10-20 anni i rapporti di forza tra le potenze imperialiste rimangano immutati? Assolutamente no. Pertanto, nella realtà capitalista […] le alleanze interimperialiste o ultraimperialiste non sono altro che un momento di respiro tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutte le potenze imperialiste. Le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico ed identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta” (9)
Ora, non si tratta evidentemente solo di rispolverare i “sacri testi”, i classici del marxismo, scritti un secolo fa (10) per confutare una teoria che si propone di comprendere i mutamenti della realtà odierna. La questione è prima di tutto nell’analisi del capitalismo contemporaneo, che, con tutte le trasformazioni in esso intervenute, è comunque fondato non sul capitale unico e unitario, ma sui capitali, sulla loro “repulsione reciproca”, sulla loro contraddizione. La contraddizione tra capitali – potentissima forza motrice del capitalismo che spinge all’innovazione tecnologica o all’estorsione più crudele di forza lavoro, con tutta la combinazione di sottosalari, decentramento produttivo, taylorismo esasperato, per ridurre i costi e “battere la concorrenza” – non finisce con il passaggio alla fase monopolistica, compresa quella del “capitalismo monopolistico di Stato” (che prevale tra le due guerre e nel primo trentennio postbellico). Nell’ultimo ventennio “neoliberista” si hanno concentrazioni monopolistiche di dimensioni inaudite, che travalicano i confini del singolo Stato, divengono multinazionali e transnazionali, e, al contempo, l’accentuarsi della concorrenza. Tutti i fenomeni – già analizzati nei primi decenni del ‘900 dai teorici marxisti – di concentrazione e centralizzazione dei capitali, di costituzione di trust, cartelli, filiere, catene di produzione e distribuzione nei diversi settori produttivi, li ritroviamo elevati all’ennesima potenza nel mondo attuale. Queste contraddizioni tra capitali monopolistici finanziari – dunque contraddizioni interimperialistiche, se assumiamo la definizione di Lenin – si manifestano nelle forme più diverse, non ultime le guerre commerciali e le politiche protezionistiche che singoli paesi o blocchi di paesi si fanno anche nei tempi più recenti. Così come le guerre per interposta persona per l’accaparramento e il controllo delle materie prime, delle principali fonti energetiche, delle pipelines (i “corridoi” che dall’Asia vanno all’Europa), dal Medio Oriente ai Balcani, alla Cecenia. Non è forse in atto uno scontro tra grandi potenze per il controllo e la rispartizione dell’immenso spazio economico eurasiatico (materie prime, forza lavoro, mercati) lasciato libero dopo la dissoluzione dell’URSS? Anche se tale rispartizione – nelle condizioni attuali, per gli attuali rapporti di forza – non può avvenire né nelle forme del vecchio colonialismo, né in quelle della guerra diretta tra grandi potenze capitaliste. Si possono ignorare forse le politiche di penetrazione del capitale tedesco nell’Europa centro-orientale e nei Balcani e gli interventi militari degli USA per contrastarne la presenza? O le direttive strategiche del dipartimento di Stato USA per il controllo delle fonti strategiche del Caspio (11)? Gli antagonismi tra capitali si sono acuiti e non ridotti. Se essi non sfociano nella guerra diretta, è perché i rapporti di forza militari non lo consentono ancora, per cui si preferisce l’accordo spartitorio, accettando le condizioni dettate dal più forte. Ma ciò non significa la fine né della contraddizione, né dell’antagonismo.
La rappresentazione di un capitalismo stabilmente unificato nell’”Impero”, privo di “gerarchie imperialistiche”, che Negri e Hardt ci danno, è monca e unilaterale.
La questione, allora, va posta in termini diversi. Il problema, che non va assolutamente eluso, è in che modo le contraddizioni e gli antagonismi connaturati alla conflittualità intercapitalistica si manifestano oggi, quando le imprese transnazionali sono enormemente cresciute travalicando i confini degli Stati stessi. Referente diretto ed espressione politica e militare di queste contraddizioni continuano ad essere gli Stati (il cosiddetto “Stato nazionale”, espressione divenuta fonte di equivoci)? Le contraddizioni intercapitalistiche (interimperialistiche) si manifestano oggi principalmente come contraddizioni tra Stati, oppure in una qualche forma diversa e combinata con quella del passato?
Il che ci porta alla questione della funzione dello Stato oggi, di uno Stato che, in tutto il mondo, dopo 20 anni di offensiva della classe capitalistica (le politiche “neoliberiste” degli anni ’80 e ‘90), è ancor più sottomesso al capitale che in passato. In che modo e in che misura lo serve? E quali capitali esso serve, dal momento che il capitale “nazionale” si fonde con quello “straniero”, e c’è una tale compenetrazione tra i capitali di diversa origine che spesso impedisce di discernere quale sia ormai la base “nazionale” di essi?
Rispetto a questa questione, che ha una diretta rilevanza teorico-politica, poiché implica in ultima analisi le scelte strategiche di una politica comunista, andrebbero evitate le semplificazioni e le suggestioni del discorso di Negri e Hardt. Come scrive Sylvers, “il rapporto tra le ITN [imprese transnazionali] e i loro paesi d’origine è ancora presente ed è anche forte […] le più grandi Itn hanno da due terzi a tre quarti dei dipendenti e del valore dei propri impianti nel paese d’origine e lì compiono gran parte della loro ricerca”. (12)
Il che significa che comunque lo Stato nazionale continua ad esercitare un ruolo notevole di difesa degli interessi di queste imprese. E fa ciò, sia nelle politiche interne (concessioni, contributi, incentivi, politiche fiscali e protezionistiche), sia all’interno dei principali organismi sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO).
Questi ultimi non sono Stati o superStati, ma una sorta di SpA i cui azionisti sono i governi degli Stati, e azionisti di maggioranza le principali potenze nel FMI gli USA hanno il 15%).
Inoltre, il processo di costituzione di imprese transnazionali non annulla affatto, ma accentua, la disposizione gerarchica del mondo capitalistico. Se c’è interdipendenza, essa non pone tutti gli attori sullo stesso piano di parità. Parlare genericamente di “perdita di sovranità dello Stato-nazione” è fuorviante: l’attuale lotta per la rispartizione e riconfigurazione imperialistica del mondo vede da una parte il rafforzamento e l’estensione di sovranità di alcuni Stati (superStati) a danno di altri che ridimensionano notevolmente le loro prerogative di sovranità (sottoStati). Dov’è la riduzione di sovranità degli USA o della Germania in questo momento? Nell’Impero di Negri tutti gli Stati nazionali sono uguali, tutte le vacche sono bigie…
Il processo di riconfigurazione imperialistica degli assetti statuali e del sistema di Stati è ancora in corso, la struttura del mondo attuale non è affatto stabile e la crisi di sovrapproduzione accentua l’esigenza di accaparrarsi mercati, di penetrare in aree nuove, accentua quindi le contraddizioni. Rappresentare il mondo attuale come un impero già costituito o in via di avanzata costituzione, è in definitiva, una visione subalterna a quella degli apologeti del capitale.
Può anche essere fonte di gravi errori nell’azione politica.
L’illusione ottica di Negri e Hardt deriva dall’ipostatizzazione dei rapporti di forza determinatisi negli ultimi anni, che hanno fatto degli USA, per il crollo dell’URSS, l’unica superpotenza militare. Ma occorrerebbe riflettere sull’ineguale potenziale di sviluppo delle diverse aree e sui possibili, anche rapidi mutamenti che ne potrebbero derivare sulla scena mondiale e che sono nel possibile ordine delle cose, per cui nel giro di pochi anni potremmo trovarci di fronte all’esplosione violenta di quelle contraddizioni interimperialistiche, che troppo in fretta si vuol seppellire nell’universo indeterminato della globalizzazione e dell’Impero.

NOTE

1. Per una recente critica dell’uso della categoria di “globalizzazione”, cfr. S. Azzarà, Globalizzazione e imperialismo, La città del Sole, Napoli, 1999.
2. Empire, Exils, Parigi, 2000.
3. M. Hardt, “Un Leviatano descritto fuor di metafora”, in Il manifesto, 28.9.2000, p. 12. Evidenziazioni in grassetto mie, A.C.
Quando indichiamo tra parentesi Hardt ci riferiamo a questo scritto.
4. T. Negri, “L’”Impero”, stadio supremo dell’imperialismo”, in LE MONDE DIPLOMATIQUE il manifesto, gennaio 2001, p. 3. Evidenziazioni in grassetto mie, A. C. Quando indichiamo tra parentesi Negri ci riferiamo a questo scritto.
5. Sulla distinzione tra “imperialismo” e “colonialismo” si veda quanto scriveva Lenin nel lontano 1916: “Politica coloniale e imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma, fondata sulla schiavitù condusse una politica coloniale e attuò l’imperialismo. Ma le considerazioni “generali” sull’imperialismo che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena, degenerano in vuote banalità […] Perfino la politica coloniale dei precedenti stadi del capitalismo si differenzia essenzialmente dalla politica coloniale del capitale finanziario” (L’imperialismo, fase suprema del capitalismo in V. I. Lenin, Opere, vol. XXII, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 254. Sulla stessa lunghezza d’onda un recente studio di Malcom Sylvers: “I marxisti utilizzano il termine ‘imperialismo’ solo per il periodo del modo di produzione capitalistico; tale termine, dunque, non può essere utilizzato in una situazione nella quale gli Stati cercano semplicemente di espandere il proprio potere e controllo territoriale […] In modo simile, l’imperialismo non può essere limitato al mero colonialismo, di cui si possono trovare esempi anche prima dell’epoca capitalistica: in quest’ultima è infatti solo una delle manifestazioni del modo di produzione che agisce oltre i confini nazionali” (Il mondo com’è: capitalismo contemporaneo e rapporti internazionali nel nuovo secolo, Quaderni del Centro culturale ‘Il Lavoratore’ n. 3, p. 20).
5. K. Marx, Lettera a Annenkov, in Miseria della Filosofia, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 158.
6. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” vol. II, La Nuova Italia, Firenze, 1970, pp. 17, p. 27, nota; 28, nota. Evidenziazioni in grassetto mie, A. C.
7. V. I. Lenin, L’imperialismo…, op. cit., p 293.
8. Ivi, p. 294-95. Evidenziazioni in grassetto mie, A. C.
9. Anche se il testo di Lenin risulta attualissimo se riferito alla lega “ultraimperialista” che ha fatto la guerra all’Iraq (1991) e alla Jugoslavia (1999).
10. Cfr. G. Chiesa, Roulette russa, Guerini, 1999.
11. Cfr. M. Sylvers, op. cit. p. 54.
12. Cfr. M. Sylvers, op. cit. p. 54.