Un “gappista” candidato al senato

Il prossimo 13 maggio le elettrici e gli elettori del collegio senatoriale che comprende il grosso centro operaio di Cinisello Balsamo – appena al di là della cinta daziaria a nord-ovest di Milano – troveranno il nome di Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, candidato di Rifondazione Comunista. Sono quasi cinquant’anni che non accadeva, dopo un paio di presenze di Giovanni Pesce in occasione di amministrative a Milano, nell’immediato dopoguerra, nelle liste del Pci. C’è da chiedersi come mai questa volta abbia accettato, in una situazione nella quale Rifondazione non sembra sulla cresta dell’onda ed in presenza di un sistema elettorale infame. Infame perché voluto dalla destra (il sistema uninominale era quello dell’Italia del trasformismo, delle camarille, degli scandali bancari, delle avventure africane) e fatto proprio anche da una sinistra che aveva già perso la bussola, tagliato le radici, rinnegato se stessa.
Glielo domandiamo.
Giovanni, perché adesso? “Perché, se non ora quando?” mi risponde ricordando il titolo di un famoso libro di Primo Levi “L’offensiva della destra non consente distinguo né, tanto meno, disimpegni. L’attacco alla libertà ed alla democrazia non potrebbe essere più evidente. Non lo lasciano trapelare, non è necessaria una attenzione particolare, lo dicono, lo urlano, lo scrivono, quello che per gli elettori della destra sono promesse, per noi sono minacce. Gli attacchi alla Resistenza sono una costante da almeno dieci anni a questa parte. E noi sappiamo da sempre che chi attacca la Resistenza, qualunque siano gli argomenti avanzati, attacca (od attaccherà in un secondo tempo) la libertà e la democrazia in questo Paese”.
“Abbastanza ridicoli ma non meno pericolosi – aggiunge Giovanni – sono gli argomenti che parlano di una Resistenza “vecchia”, di una Resistenza “superata”, di una Resistenza “ che non ha più niente da dire” ed anche di una Resistenza “che deve essere riscritta” Da chi? Dai nipoti dei ragazzi di Salò, dai discendenti di quei bravi ragazzi che “anche loro si sono battuti per la patria” ed in nome della stupefacente barzelletta per la quale tutti i morti sono uguali?. “No. Se proprio si vuole, tutti i cadaveri sono uguali, non tutti i morti per ognuno dei quali rimangono discriminanti assolute le ragioni, i motivi, gli scopi, gli ideali, gli obiettivi per i quali ciascuno si è battuto ed è stato ucciso”.
Su quell’altro argomento, chiamiamolo così, la Resistenza “superata” sarà bene ricordare sempre che la lotta della Resistenza è stata una durissima battaglia combattuta per la libertà e per la democrazia in Italia. “La libertà e la democrazia non sono mai “superate”, sono sempre attuali, oggi più che mai, in presenza come siamo di un rigurgito di autoritarismo, di una voglia (confessata) di far girare all’indietro la ruota della storia, di cancellare le conquiste sindacali (e politiche), di riscrivere la Costituzione.
Sarebbe come, e non è una ipotesi perché i teorici del revisionismo storico lavorano in quel senso, si affermasse che l’Illuminismo è roba del Settecento, vecchia di due secoli e mezzo, che ci vuole del “nuovo”, del “moderno”, dell’”attuale”. Che cosa ha da dire Voltaire della new economy? E quel bel tipo di Rousseau che cosa ne sa della globalizzazione? Allora che se ne stiano zitti perché l’Illuminismo non serve più, e ascoltiamo invece Silvio Berlusconi il quale – nonostante il maquillage modernissimo ed il sorriso da terzo millennio – è profondamente convinco della superiorità del feudalesimo, e Umberto Bossi che commissionerà a Borghezio la caricatura dell’Enciclopedia in dialetto padano e Gianfranco Fini pronto a ripresentare il ciarpame del ventennio risciacquato a Fiuggi”.
Contro i falsificatori e i bari di ogni genere, Giovanni, parlaci della Resistenza, della “tua” Resistenza, dell’attualità della Resistenza. Quando hai cominciato?
Giovanni Pesce ha cominciato che aveva cinque anni. Nato nel 1918 a Visone, un piccolo paese sulle colline di Acqui Terme, nel 1923 segue la famiglia che si rifugia in Francia: il padre era un antifascista da subito iscritto dai fascisti nella lista nera. Si fermano nel dipartimento del Gar, nella zona mineraria della Grande Combes. Una infanzia nella baracche dei minatori, una vita dura. Ci sono nordafricani, tedeschi, molti italiani, ma soprattutto slavi. Le condizioni di lavoro e di vita sono impressionanti ed il piccolo Giovanni comincia a sentire parlare di politica e se ne appassiona. A tredici anni si iscrive al Partito comunista francese e due anni dopo è il segretario dei giovani comunisti del dipartimento del Gar. Nell’estate del 1936 scoppia la guerra civile in Spagna; nell’agosto è a Parigini ed una sera nella vastissima sala della Mutualitè Giovanni ascolta l’appello di una donna basca, Dolores Ibarruri che tutti cominciano a chiamare la Pasionaria. Il giovane ne è tremendamente colpito. Quando sente la dirigente comunista affermare, rivolta alle democrazie europee, ma soprattutto alla Francia e all’Inghilterra, “se oggi non aiuterete il popolo spagnolo, la Repubblica spagnola, aggredita dai fascisti spagnoli, italiano e tedeschi, domani toccherà a voi”, la sua decisione è presa. Va in Spagna a combattere nella Brigata Garibaldi.
“Avevo diciotto anni e ne dimostravo meno. Alla frontiera i miliziani mi respingono, troppo giovane, dicevano. Ero disperato ed i compagni che non avevano ancora passato il confine cercarono di consolarmi. Mi “invecchiarono” in qualche modo e quando mi accorsi che alla frontiera era cambiato il turno di guardia, mi ripresentai di nuovo. E questa volta passai.”
Racconta Giovanni, che cosa hai fatto in Spagna. Dal castello di Figueras, ad Albacete, centro di raccolta. Lì incontra Guido Picelli, l’organizzatore della vittoriosa battaglia d’Oltretorrente a Parma Ilio Barontini, Felice Platone ed altri. Combatte in tutte le azioni di attacco e di difesa attorno a Madrid. La celebre Casa de Campo (un parco sterminato che secoli prima era stato il giardino privato di Carlo Quinto).
Brunete, Il Jarama. Scontri durissimi, sanguinosi, a ripetizione, senza possibilità di riposo. Appena rientrato dalla battaglia sulle rive del Jarama, arriva l’ordine: tutti ancora in linea, si va a Guadalajara.
“Era il marzo del 1937. I combattenti delle Brigate internazionali, specie i militanti garibaldini, sono informati che a Guadalajara, dall’altra parte, sono schierati i soldati italiani. Qualcuno fa sapere che non ha intenzione di sparare contro altri italiani: sono soltanto poveracci ingannati dalla propaganda fascista o che si sono arruolati perché a casa la moglie e i figli avessero qualcosa da mangiare. Poche ore dopo arrivano Luigi Longo e Pietro Nenni che comprendono gli scrupoli dei combattenti antifascisti e li condividono ma che non possono cambiare le ragioni, gli obiettivi della guerra: il fascismo non deve passare, oggi in Spagna, domani in Italia”.
Ma “domani” era Guadalajara. La sera della grande battaglia Giovanni Pesce ed i suoi compagni della Brigata Garibaldi vedono sfilare centinaia e centinaia di prigionieri. Prigionieri italiani. “Non potrò mai dimenticare. Li abbracciammo, li rifornimmo, curammo i feriti, posso dire che li festeggiammo, quali compagni ritrovati, quali compagni che mai avrebbero dovuto schierarsi con Franco. E fra noi c’erano dei condannati dal Tribunale speciale fascista, c’erano uomini che avevano in carcere in Italia, padri, fratelli, parenti, amici”.
Nonostante tutto l’eroismo profuso dai combattenti repubblicani, spagnoli ed internazionalisti, la Repubblica due anni dopo fu sopraffatta. Uccisa da “non intervento” che , osservato dalle potenze occidentali, venne del tutto ignorato – come era facilmente prevedibile e previsto – dalla Germania nazista e dall’Italia fascista.
L’Europa “democratica” aveva deciso di consegnare la Spagna al fascismo del generale Franco. La Pasionaria l’aveva ammonita invano.
Giovanni, dopo la Spagna che cosa hai fatto? Nel 1940 Pesce rientra in Italia ma viene arrestato quasi subito a Torino. Sette mesi di carcere ed è condannato al confino a Ventotene, dove conosce Mauro Scoccimarro, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Pietro Secchia, Ernesto Rossi, Sandro Pertini, Eugenio Curiel e successivamente ritrova Luigi Longo ed incontra Giuseppe Di Vittorio. “Ventotene è stata la mia Università – ricorda Giovanni – perché il mio bagaglio intellettuale sino ad allora era abbastanza modesto. In quell’isola di confino politico, accanto a molti “maestri” ho letto, discusso, imparato. Terracini e la Ravera mi insegnarono, fra l’altro, anche l’italiano perché dall’età di cinque anni la mia lingua era il francese. Come in Spagna avevo imparato a combattere, a Ventotene ha imparato il “marxismo”. Solo così poteva nascere un vero combattente comunista”.

Nell’agosto del 1943 Giovanni pesce lascia Ventotene con altri confinati e si apre per lui il periodo più duro, quello che lo ha reso famoso, capo dei Gap di Torino e, successivamente di Milano. Le sue imprese Giovanni le ha scritte nel libro “Senza Tregua” e forse non è il caso di ripeterle qui. Quello che però vale la pena di ricordare è il tipo di vita cui era costretto un gappista. Contatti rarissimi, soltanto quelli indispensabili ed anche non tutti, assenza di amici, assenza di donne, isolamento totale, continuo cambiamento di domicilio (non si poteva parlare di “casa”) cautela e prudenza spinti all’eccesso, mimetizzazione. La mimetizzazione di Giovanni consisteva essenzialmente nel camminare per strada molto lentamente, trascinando una gamba. Subito dopo aver lasciato sul marciapiede una spia od un torturatore, od aver fatto esplodere una bomba in un ritrovo tedesco, quella gamba saltava agilmente sulla bicicletta che un altro gappista od una valorosa staffetta gli faceva comparire al fianco.
C’era soltanto la consapevolezza delle giustezza di quello che stava facendo che lo sosteneva in quel terribile isolamento rotto soltanto dalle scariche delle rivoltelle e dall’esplosione delle bombe. E c’era soprattutto la certezza che quello che stava facendo riscuoteva l’approvazione della stragrande maggioranza della gente. Come quando a Milano Giovanni Pesce decise, su preciso mandato del Cln, di tentare quello che sembrava un’azione impossibile o, se possibile, quasi certamente suicida.
Racconta, Giovanni, dell’azione di XX Marzo angolo viale Campania, racconta perché i giovani sappiano, perché i vecchi non dimentichino, perché tutti ricordino.
“Alla Caproni, uno degli insediamenti industriali storici di Milano, lavoravano circa 9.000 operai. Lavoravano sotto la sferza del colonnello Cesarini che in precedenza era stato una specie di direttore del personale della fabbrica ma che con la repubblica sociale era diventato il padrone assoluto. Agli ordini dei tedeschi, subito dopo l’8 settembre ’43, aveva impersonato la repressione, la rappresaglia, la deportazione in Germania. Era un uomo grande e grosso, sempre armato, sempre scortato da due fascisti perennemente con i mista spianati. Siano ad allora nessuno ci aveva provato”.
Dopo una settimana di studio, di appostamento, di calcolo degli orari, Giovanni Pesce ci prova. Alla fermata del tram ecco il colonnello Cesarini con la scorta che lo segue a un metro. “Lei è il colonnello Cesarini?” Non fa in tempo a dire sì che dalle due rivoltelle di Pesce partono i due caricatori. Neppure la scorta fa in tempo a sparare. Si tratta di frazioni di secondo. La gente in strada fugge, poi si ferma e torna indietro. Gli operai scendono dal tram. Sono attimi, si leva un applauso, tutti gridano “bravo!”.
Giovanni è già saltato sulla bicicletta e corre verso una piccola “base” che non aveva mai frequentato, almeno fino a quel momento.
Il giorno dopo i 9.000 operai della Caproni scendono in sciopero contro i ritmi di lavoro e per ottenere un aumento di paga.
Questo l’effetto del tremendo lavoro del gappista, dare fiducia, infondere coraggio, fare in modo che la popolazione “veda” e “sappia” che il nemico non è invincibile, che il nemico si può battere, che alla fine la Resistenza vincerà.
Giovanni Pesce, una lezione di storia, una lezione di vita.